18
giu 2017
AUTORE Francesco Barana
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IL CALCIOMERCATO È L’OPPIO DEI POPOLI

Maledetto giugno. Sordo silenzio. Tutto si ferma, né campionato, né ritiro, né amichevoli. Apatia, caldo e nulla. Anzi peggio, ascelle ammassate in buchi di piscina, villaggi turistici con animatori rompiballe, il finto entusiasmo dei deejay con i dischi sempre uguali che ci fanno battere le mani come imbecilli, cocktail annacquati, tristissimi acquagym e desolanti corsi di zumba. Ci organizzano pure il tempo libero che dunque non è più… libero. Bisognerebbe imparare dai gatti, diceva Bukowski, nel loro beato ozio si cela la verità. Forse il prete per chiacchierar c’è pure, checché ne dicano Celentano e Paolo Conte, la verità è che manca il pallone, anche fosse un dannatissimo trofeo Birra Moretti agostano, e di qualche diavolo di cosa bisognerà pur parlare. Dove sei Verona? Impaziente nostalgia. E allora vai di valzer, no Strauss non c’entra, la grancassa che suona è quella dei procuratori che creano aste e ingrassano, l’orchestrina ammaestrata e interessata sono i mass media che reggono il microfono e il gioco. E i tifosi inebetiti sognano, vagheggiano, inseguono, discutono, immaginano. Li capisco, tutto pur di scansare il fottutissimo acquagym. E’ il calciomercato, bellezza. E’ il calciomercato, salvezza!

“Arriva Marchetti”. “No Marchetti no troppo caro”. “Ma ecco Calabria, vertice con il Milan”. “No Calabria no, nessun vertice”. “Vuoi mettere Cassano? Ha già firmato”. “No Cassano non serve”. Voci, echi, titoli, dibattiti, articoli su quello che…non c’è, come cantavano gli Afterhours. O un Vasco Rossi d’annata, ricordate? “Fantasie che volano libere, fantasie che a volte fan ridere, fantasie che credono alle favole”.

Personalmente ho un’idiosincrasia per il calcio mercato fin da ragazzino. Quante mance estive buttate nel cesso a comprarmi i giornali per vedere chi acquistava o trattava il Verona; quanto inutili salti all’edicola per trastullarmi con le ipotetiche formazioni. Sogni infranti, illusioni peggio dei flirt estivi scambiati per amore che sarebbero seguiti. Pensavo fosse… Kirsten e invece era un calesse. Sì perché l’ho sognato un’intera e maledettissima estate (1991) Ulf Kirsten, per poi trovarmi Raducioiu. Prova tu a sognare Miriam Leone e ritrovarti la tata di Vianello.  Da allora ho smesso di inseguire inutili treni, anche da giornalista, preferendo la via materialista, dunque la realtà. Meglio capire e far capire come si muove una squadra – nel nostro caso il il Verona o le sue avversarie dirette – nel suo complesso, la filosofia che spinge il club e il direttore sportivo di turno a ingaggiare questo o quel giocatore.

Soprattutto se di soldi ne hai pochi e il tuo traguardo è una salvezza molto di lotta e poco di governo come l’Hellas che sarà (dimentichiamoci i primi due anni di A Setti-Sogliano-Mandorlini, quelle erano squadre costruite con altre risorse). Si cercherà, tra i titolari, di confermare i gioielli Zuculini Jr e Ferrari, di ingaggiare un portiere di categoria, due difensori e due esterni d’attacco che facciano la differenza e gol. Il centrocampo è il reparto più completo, ma le mosse qui dipenderanno dalle conferme di Zuculini Jr appunto e di Romulo, sui cui la società sta facendo una profonda valutazione.

Per il resto non badate a nomi troppo ricchi e altisonanti, non arriveranno. Non inseguite chimere. Il calciomercato è l’oppio dei popoli.

08
giu 2017
AUTORE Francesco Barana
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IL NOSTRO MARKETING È L’IDENTITÀ

Un’internazionalizzazione è per sempre. Almeno nel gioco delle intenzioni, perché poi nei fatti si vedrà. Il brand da internazionalizzare, ricordate? Vecchia storia, annoso tormentone, iniziato quando Setti nel 2012 acquistò il Verona. E Setti ne è tornato a parlare l’altra sera in radio.  Sia chiaro, l’intento è di per sé meritorio e lodevole e do atto al presidente del Verona di aver posto per primo una questione fino ad allora tabù. Ma il punto non è questo, in discussione non è l’obiettivo, ma il percorso da intraprendere: il come arrivarci.

Setti, nel 2013 dopo la promozione in serie A, a mio avviso ha scelto la strada sbagliata, provando a internazionalizzare indebolendo – se non snaturando – l’identità, a cominciare da maglie lontane dalla tradizione del Verona (non brutte o belle, questo è soggettivo e ci interessa poco). Invece io penso che un buon marketing non può prescindere dall’identità. Tradotto: se vuoi internazionalizzare il brand prima devi avere il brand, costruirlo, valorizzarlo. E il Verona ce l’ha da sempre già in casa bello che fatto, con la sua storia di 114 anni, i suoi volti, i suoi colori, i suoi simboli, la sua tifoseria atipica, i suoi eroi, il suo popolo e il suo scudetto che rappresenta un unicum.

Ecco vorrei che il presidente partisse da questo patrimonio, altrimenti seguendo altre improbabili strade, scimmiottando ciò che non siamo, rincorrendo le metropoli, si rischia di commercializzare una minestrina insipida, né carne né pesce, di inseguire mille altri treni “per trovarsi ovunque ma non qui” (cit. La Crus), di smarrire se stessi e di non arrivare nemmeno agli altri. L’internazionalizzazione deve partire dall’identità.

25
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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CASSANO? FISCHIETTO LA TERRA DEI CACHI

Cassano sì Cassano no, puoi dir di sì, puoi dir di no, ma questa è la vita…”.

La fischietto sulle note de La Terra dei Cachi, perché qui ci vuole la sagace e raffinata ironia degli Elii per stemperare un po’ quello che pare essere l’inizio di un tormentone estivo, nonché di un dibattito (“No, il dibattito no” per dirla alla Fantozzi) molto italiano tra il partito dei pro e quello dei contro.

E, dato che ci sono, scomodo anche Dio, quello pagano di noi adepti s’intende, cioè Preben Elkjaer che se avesse voluto rimanere anonimo e conformista sarebbe rimasto Larsen. Invece essendo Elkjaer, lui e lui solo, mica ti ha sbrodolato la solita melassa di tanti ex (un altro mai banale è Domenico Volpati). No, lui d’istinto ha detto come la pensa al Corriere di Verona: “Ma Cassano gioca ancora?”. Pure quel galantuomo di Domenico Penzo ha bocciato l’ipotesi Fantantonio: “Troppe incognite”. E non è parso entusiasta, diciamocelo, neppure il ds Fusco, quello che sì “Cassano è un grande campione e fanno piacere le sue parole di stima nei miei confronti”, ma “a gennaio in B non l’ho voluto, in A invece se Cassano fa il Cassano è un valore aggiunto, ma ci sono tante variabili, difficile dare una risposta”. Già, “tante variabili” e un “se” fuschiano grande come una casa.

Non proprio un’elegia, tuttavia le parole di Fusco si possono interpretare anche come un temporeggiamento, come poi anche i pensieri di Elkjaer e Penzo, che letti oltre la sintesi da titolo giornalistico riconducono al nodo della questione Cassano: la sua condizione atletica dopo un anno di inattività (ricordiamo la fatica di Rafa Marquez, reduce da anni sabbatici negli Stati Uniti, e di Romulo? Il paragone con Toni invece non regge, lui veniva da una stagione vera a Firenze).

Ecco io limiterei il dibattito su questo aspetto e non sul carattere bizzarro di Cassano, ché di giocatori “matti” ce sono ma magari non lo dicono. Anzi io la prima cosa che direi all’(ex) ragazzo di Bari Vecchia è: “Non diventarmi normale, ché sennò poi ti appassisci”. Se le tabelle e i dati scientifici certificano che il giocatore è ancora integro e con una condizione atletica accettabile allora può essere ingaggiato, altrimenti meglio evitare.

E’ chiaro che Maurizio Setti ci pensa, perché al di là del ritorno di immagine (opzione che tuttavia non va mai sottovalutata nel calcio), c’è anche un senso di sfida se volete visionaria e comprensibilmente narcisistica: arrivare dove molti altri non sono riusciti. Vi pare poco?

18
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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MA ORA SCENDIAMO DALL’ALTALENA

Dannato vivere. Il popolo del Verona a festeggiare e io qui a scrivere. Guardateli, toccateli quegli oltre 4 mila di Cesena là nella curva ospiti del Manuzzi. Guardateli, toccateli quei 5 mila in Bra pronti a buttarsi nella fontana. “Ciò che conta è avere sempre qualcosa da attendere” scriveva Didier van Cauwelaert. E Verona l’attendeva questa promozione. Verona oggi attendeva la partita, tra un senso di repressione lungo una stagione da voler finalmente sfogare e quel filo di ansia che accompagna sempre le vigilie che indicano uno spartiacque.

Che promozione è? Forse ce ne sono state di più epiche, inaspettate ed emozionanti anche in tempi recenti. Ma questa potrebbe essere la promozione più significativa e importante degli ultimi anni. Innanzitutto perché anche i simboli hanno il loro peso: Cesena 27 anni fa rappresentò la chiusura di un decennio irripetibile e leggendario, quello degli anni ’80. Quel nefasto pomeriggio il Verona senza saperlo saliva su una vecchia altalena cigolante: da allora infatti più bassi che alti, con solo 8 campionati di A, 15 di B e addirittura 4 di C. Chissà invece che adesso Cesena possa rappresentare l’inizio di un nuovo ciclo. Non si chiede ovviamente lo scudetto (sarebbe da irrealisti e irresponsabili), ma un consolidamento in serie A quello sì, come promise Maurizio Setti quando acquistò il club nel 2012. 

Dopo 27 anni è ora di scendere da quella vecchia altalena cigolante.

13
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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DIECI GIORNI DA BRIAN DE PALMA…

Chiamate Brian De Palma. Fiato sospeso, giornata thrilling lungo lo Stivale tra Verona e Benevento. Ma non era un dvd del regista di The Untouchables o Carlito’s Way. Il Verona, sul filone di quest’anno, stava complicandosi ancora una volta la vita, quella reale. Così al Bentegodi eravamo tutti tra color che son sospesi, con gli occhi e il cuore a sperare di riagguantare lo scorbutico Carpi (da Nereo Rocco e Castori il tempo si è fermato, non ce ne voglia il paron), ma con le orecchie a Benevento, dove sull’1-1 molti temevano un gol del Frosinone in extremis (che avrebbe voluto dire addio alla promozione diretta). E invece ecco che il finale ha sovvertito il timore e accompagnato l’amore (per l’Hellas) con il gol di Ganz (un anno in panca, 5 minuti da copertina) e soprattutto quello di Ceravolo al Vigorito.

Brian De Palma è tra noi, perché poi è da 10 giorni che qua a Verona si vive con il fiato sospeso, tra ispettori federali dal sordo zelo, Osservatori del Viminale con i loro bizzarri timori burocratici e politici già in campagna elettorale che cavalcano. In tutto questo hanno vinto i tifosi gialloblu che, nonostante queste continue provocazioni, a Chiavari in due ore sotto vento e acqua hanno spiegato a lor signori l’essenza del calcio, che se ha ancora un significato – nonostante gli scandali e le opacità di chi lo dirige – è grazie a persone che ci dedicano soldi e tempo per un amore incondizionato. Bravo questa volta è stato anche Setti, che ha adottato la terza via: da un lato ci ha messo la faccia per tutelare club e tifosi, dall’altro non ha alzato troppo i toni, consapevole che con un ricorso in itinere era preferibile la via della diplomazia e del basso profilo. Al resto ci ha pensato l’avvocato Fanini, che conoscendo le intricate vie del diritto sportivo fin dall’inizio aveva manifestato un cauto ottimismo sull’evolversi della vicenda.

La serie A ora è a mezzo passo: fuori da ogni scaramanzia e salvo terremoti o masochismi da kamikaze è fatta. A Cesena giovedì basta un punto e i bianconeri nulla hanno da chiedere alla stagione. Cesena ci può ridare quello che nel 1990 ci tolse: la serie A. Corsi e ricorsi storici. 

02
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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L’EPICA CHE MANCAVA

Vedi pure un arcobaleno sulla strada verso casa. C’è un raggio di pallido sole a illuminare la ricerca di quiete dei propri pensieri. La tempesta è finita. Tempesta di pioggia e di ormoni, di vento ed emozioni coronariche. Provaci tu a raccontare quello che è successo al Bentegodi tra l’88′ e il 95′. Sette minuti come le 9 settimane e 1/2 di Kim Basinger e Mickey Rourke. Spengo la musica, tanto non la sento: guidare porta a pensare e allora rivedi la classe di Bessa, dieci d’antan, efficace bellezza; la folle anarchia di Romulo, che s’eclissa e si illumina, si concede e svanisce, lo maledici e lo abbracci; la metamorfosi di Troianiello, lui l’incredibile Hulk sguaiato che si strappava le camicie e che ora da docile padre invita al basso profilo.

Rivedi e rivivi lo stadio, la curva, la bolgia, i colori, il turbinio di emozioni di cui non puoi scrivere perché non le puoi descrivere: ci dovevi essere e basta. Scorrono gli abbracci e le urla pure in tribuna stampa, perché ok la professione, ma il Verona batterà sempre il disincanto e certe giornate prendono a pugni qualsivoglia razionalità. Ecco allora che ribalti i tavoli, ci salti sopra, c’è la gioia in quei gesti, ma anche la frustrazione repressa di tanti minuti: frustrazione e gioia, i contrasti emotivi rendono l’essere umano così affascinante. E poi tutto quello che era ammassato lì – carte, file word, parole, righe, pensieri – non conta più. La storia scritta fino ad allora è vecchia, il mondo è cambiato in sette minuti. C’è chi piange attorno a me: cazzo vuoi parlare di tattica, cambi, ripartenze e amenità? Siamo in ventimila a cui è cambiata la giornata, forse pure il senso di una stagione vissuta fianco a fianco a un Verona indiscutibilmente forte, a volte pure bello, molte altre assente, ma sempre e costantemente anonimo, anemico, in assenza di carisma, come quella ragazza che passa due ore a scegliersi le scarpe perfette, ma è priva di sguardo, femminilità, malizia.

Abbiamo convissuto un’annata con un ds dall’idealismo fin troppo accademico, un allenatore dall’animo nobile ma impalpabile e un gruppo di ragazzi troppo perbene, ma in campo ci è mancato un qualcuno o un qualcosa, una partita, o anche solo un episodio capace di trasportarci, di farci battere il cuore, di immergerci nella lisergica via del pathos. Non c’è mai stato un vero motivo per buttarci nel fuoco e non c’entra la tecnica, la tattica, il gioco che non c’è. E’ questione di feeling, che quest’anno non è mai scattato.

Ecco, credo sia stata l’epica la grande assente. Oggi improvvisamente si è presentata in quei sette minuti. Pioveva, magicamente ha smesso. E io sulla strada di casa ho spento la musica (che tanto non si sentiva): volevo assaporare la lievità dei miei pensieri: l’Hellas Verona, lo stadio, la curva, chi piangeva attorno a me, la felicità. Che bello.

25
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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4.561

VOLATA FINALE TRA RIMPIANTI E OTTIMISMO.

Basta poco. E la rabbia è che il Verona ne abbia preso consapevolezza tardi e ci faccia penare fino alla fine. Assecondando istinto e passione così è ancora più bello, certo, una volata finale ha sempre il suo fascino, sia vissuta dagli occhi di un tifoso che giornalisticamente. Ma qui per motivi di credibilità siamo condannati a guardarla in faccia la realtà e la realtà dice che il Verona alla buon ora ha capito come giocare in serie B. Bagno di consapevolezza (e di umiltà) tardivo, ma efficace:  se si gioca anche un po’ di rimessa, allineati, equilibrati e coperti il giusto, con raziocinio sparagnino e sornione, aspettando di innescare per inerzia la propria qualità individuale, poi i punti si portano a casa quasi per default.

E 4 punti tra Bari e Perugia sono un ottimo bottino. Alla vigilia del San Nicola – conscio dei nostri limiti organizzativi e tattici e timoroso di qualche altro estemporaneo ribaltone ideologico pecchiano, osservante la crisi del Frosinone e preoccupato della qualità di un allenatore come Bucchi – avrei firmato anche per prenderne solo 3. A quattro partite dalla fine ci ritroviamo così in pole position e dipende solo da noi. Credo si deciderà tutto tra Vicenza ed Entella e credo pure che non serva vincerle entrambe, ma basti una vittoria e un pari. Ciò che conta è mantenere questo atteggiamento razionale e minimalista, e tenere da parte i vagheggiamenti irresponsabili che furono, quelli visti in troppe partite, quelli della sconsideratezza tattica e della dissennatezza di un calcio utopistico e irresponsabile a questi livelli.

Siamo al redde rationem e ci siamo arrivati colpevolmente affannati rispetto alle (giuste) aspettative. Ma ora siamo in pole position e dipende solo da noi. Avanti.

17
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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PECCHIA ORA SCACCI LE AMBIZIONI PERSONALI

Tutto è ping pong, cantava Rino Gaetano. Pure questa serie B, che là davanti – Spal a parte – sembra un ciapa no. Così nonostante tutto – appuntamenti mancati, prestazioni stucchevoli, sconfitte inopinate – il Verona si ritrova in piena zona A a sei giornate dalla fine.

In principio era il verbo: e il verbo è che nel calcio la differenza prima o poi te la fanno i giocatori. “Se hai quelli buoni vinci”, diceva nella sua irriverente (per i soloni) semplicità Genio Fascetti. E l’Hellas dispone dei più forti, dunque succede che a Novara sbrogli la matassa una giocata estemporanea di Pazzini e che oggi sia stato Daniel Bessa, talento cristallino sulla via della compiutezza, a girare la partita. La differenza, nell’equilibrio (mediocre) di Verona-Cittadella, sta tutta qui.

Ma questa può rivelarsi una vittoria pesante, purché sia finalmente resa grazia al destino che ci rimette (ancora una volta) in corsa. Tradotto: si veda di non esaurire altri bonus. Il calendario è difficile e per trovare continuità il Verona deve ripartire dalla maggiore solidità mostrata nel secondo tempo e dimenticare la svagatezza assonnata del primi 15 minuti. Ecco, il peccato originale è sempre quello: passi per il gioco dimenticato e mai più ritrovato (arrivati a questo punto e con i singoli a disposizione l’assenza di una trama forse non è nemmeno più così determinante), ma l’Hellas ancora non sa gestirsi con equilibrio e intelligenza per l’intera partita. Perché a Novara dannarsi l’anima per 45 minuti per poi arrivare scoppiati alla ripresa? Perché oggi quell’inizio da incubo? Perché con lo Spezia la testa è rimasta negli spogliatoi? Perché in tante (troppe) altre occasioni si è restati in campo solo 20-25 minuti?

A sei giornate dalla fine diventare più sparagnini e sornioni aspettando la giocata del singolo non sarebbe un crimine, semmai una dote. Pecchia impari a vincere e disimpari la fregola (peraltro non esaudita) di voler stravincere, o di vincere come vorrebbe lui. Al di là di moduli o uomini, chiedo all’allenatore di non mutare più il copione filosofale come accaduto dopo Brescia o dopo Trapani; di non voler più inseguire un’ambizione personale, ma di restare ancorato alla praticità. Ora si gioca sul filo dei dettagli.

11
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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4.063

SETTI VUOLE LA SERIE A (E RIFLETTE SU PECCHIA)

Correva l’anno 1999. La super Ferrari dell’epoca, con Schumacher infortunato, si ritrovò a lottare per il Mondiale con Eddie Irvine. Ecco, nel pensare a questo Verona, nel vederlo a Novara (e non solo) restare a galla esclusivamente grazie alle capacità individuali (il primo gol è una giocata di Luppi, il secondo di Pazzini), mi è venuta in mente quella macchina superlativa e quel pilota non all’altezza. E sia chiaro che il sottoscritto è sempre stato un fan romantico di Irvine, l’uomo che scatenò quasi una crisi diplomatica dopo un Gp di Montecarlo per aver voltato le spalle al noioso ricevimento di Ranieri preferendo andarsene in barca a divertirsi con delle amiche. Mirabile e adorabile. Come il sottoscritto stima umanamente Fabio Pecchia, che è stato un signor giocatore, ma non è ancora un allenatore compiuto.

Non essere capaci nella serie B più scarsa dai tempi di Gutenberg (quindi di sempre) di vincere in carrozza un campionato con Pazzini, Romulo, Bessa, Fossati e Siligardi è segno di un fallimento. E se tanti giocatori di qualità, per una serie di motivi (scarso o cattivo utilizzo, anarchia tattica ecc.) sono sotto rendimento significa che c’è un problema di manico. Dal Novara a Novara, da quel roboante capitombolo casalingo che mutò il super Verona in un’impalpabile squadretta, sono passati 5 mesi. Una vita. Nel mezzo una crisi tecnica profonda, irreversibile, scioccante, ma perfettamente lineare nella sua coerenza.

E allora perché Setti non caccia Pecchia? “Perché vuole restare in B”, dice la vox populi da social. Cazzate. Setti ha tutto l’interesse a salire, direi 40 milioni di motivi (leggi ricavi) rispetto ai 20 di un altro anno tra i cadetti, a fronte di costi (leggi ingaggi) che non lieviterebbero di molto rispetto ai 15 milioni attuali (parlo di soli ingaggi perché il mercato ormai si fa perlopiù con prestiti con diritto di riscatto). Ma inviterei a guardare anche più in là della prossima stagione: Setti si è creato ottime relazioni politiche in Lega e Figc, volano ideale per restare nel calcio il più a lungo possibile. Ma per continuare a sedersi a Palazzo gli serve la serie A, è lì che c’è la benzina economica. Perché ok il secondo paracadute di 15 milioni in caso di permanenza in B, ma poi? “Setti vuole vendere non capisci?” mi scrivete. Ammesso e non concesso che sia vero (io ho seri dubbi al riguardo), gli converrebbe cedere il club in serie A, per ovvi motivi (occorre spiegarli?).

Con le dietrologie capita di perdere di vista la verità, che spesso è più semplice delle affascinanti fantasie complottarde. Setti non ha ancora esonerato Pecchia perché fino a poco tempo fa era davvero convinto che con lui si sarebbe saliti. Lo è ancora? Credo che le sue certezze stiano vacillando e adesso i suoi pensieri siano in mezzo al guado: non è più così convinto dell’allenatore, ma non è ancora arrivato a convincersi che la soluzione sia l’esonero. Nei ragionamenti di Setti c’è chiaramente una valutazione economica (un esonero costa, spendere dà la ragionevole certezza di una svolta?) e una relativa ai delicati equilibri interni. Pecchia è il pupillo diFusco, il ds resterebbe in caso di suo licenziamento? E con quale legittimazione? E qual è la posizione di Toni in questo scacchiere?. Poi non sottovaluterei la questione morale: Pecchia è stata la grande scommessa di Setti, la scommessa del bel gioco e del “vincere e convincere”. Un esonero sarebbe una sconfitta anche per il presidente. Ma queste sono tutte considerazioni relative, l’assoluto è la serie A. E Setti è il primo a sapere che non può continuare a scherzare con il fuoco. Saranno giornate e settimane calde.

01
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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5.169

IL PECCHISMO E’ DEFUNTO, VIVA PECCHIA.

Ci avevano raccontato di sogni di rivoluzione, di calcio champagne per brindare a un incontro (galante) con la bellezza, di tiki taka guardiolani e palleggio beniteziano. Ci avevano promesso un cambio culturale, vincere e convincere, carezze alla palla e baci alla porta. Ci avevano catechizzato con un mantra: loro avrebbero portato il bel calcio a Verona. Era il manifesto del pecchismo, ricordate? Morto, sotterrato, disdegnato dal suo stesso autore, Fabio Pecchia, che già in settimana ne aveva annunciato il funerale sottolineando di anelare a un Verona operaio e vincente.

E oggi – confermato il 5-3-2 con il Pisa – l’allenatore ha presentato una formazione anti-pecchiana per eccellenza, muscolare e proletaria, aggiungendo agli Zuculini pure un terzino come Pisano nel ruolo di fluidificante e, più in generale, proponendo una squadra razionale, sorniona, solida e consapevole che prima o poi quelli bravi (Siligardi nel suo ruolo e Pazzini) l’avrebbero risolta. Un atteggiamento sparagnino, furbo, poco spagnol-guardioliano-beniteziano e molto italiano. Gianni Brera, fautore del catenaccio per fisiognomica, avrebbe apprezzato. Mentre De Gregori, parafrasando se stesso, l’avrebbe cantata: hanno ammazzato il pecchismo, Pecchia è vivo.

Basterà? Non so, prima del ciclo facile delle sei giornate Ternana-Trapani avevo scritto che saremmo dovuti arrivare allo Spezia almeno a 60 punti e possibilmente davanti a tutti. Siamo a 58 e secondi appaiati alla Spal, ma con un calendario sulla carta complicato con 5 trasferte su nove partite (alcune di queste su campi minati come Novara, Bari, Perugia ed Entella) e contro avversari tutti in lotta per qualche obiettivo vitale (play off o salvezza).

E’ il rush finale, bellezza, e Pecchia ci arriva operaista che neanche gli extraparlamentari dei ’70. In realtà l’incendiario è diventato pompiere, ma una vittoria, si sa,  val bene una messa.  Dunque, dato che siamo in tema, una preghiera: l’allenatore, dopo mille avvitamenti e cambiamenti spesso confusi e al di là delle scelte tecniche su tizio o caio, mantenga finalmente una linea di coerenza. Questa.