11
dic 2017
AUTORE Francesco Barana
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IL MONOLITE SETTI-FUSCO-PECCHIA

Se non fosse dannatamente drammatico sarebbe tutto irresistibilmente comico. D’altronde tra commedia e tragedia il confine è spesso labile. I grandi drammaturghi insegnano.

Senti Pecchia in sala stampa e non sai se ridere o piangere. Lui, nel frattempo, filosofeggia: “Si è fatta rimontare anche la Samp, capita”. Mai una disamina tecnica o tattica, una mezza autocritica, un confronto serrato e onesto. Solo slogan, peraltro stanchi e stantii. “Siamo in crescita”. Carisma assente. Personalità debole. La squadra, per la quarta volta rimontata, ne risente.

Eppure il tecnico un alibi ce l’ha, gigantesco e definitivo, e glielo offre ogni giorno Setti, che non lo esonera, ma nemmeno lo mette in discussione. Delle due l’una: o salvarsi è importante ma non fondamentale (se succede meglio, male che vada c’è il paracadute), o l’allenatore è intoccabile perché Setti ritiene la squadra scarsa. Delle due nessuna, perché forse c’è una terza via, meno calcistica e più aziendale: Setti ha bisogno di “mister risparmio” Fusco e Fusco ha bisogno di Pecchia. Per questo, mentre si continua a perdere, nulla si muove. Cortocircuito tecnico, ma Setti ha sempre detto che “prima viene l’azienda Verona”.

Partiamo dall’inizio. Fusco non è solo un ds, ma un manager ad ampio raggio, con compiti anche amministrativi. A Bologna ha tagliato di 12 milioni il monte ingaggi, ceduto giocatori per una cifra simile e speso quasi zero. A Verona Setti, dopo le spese pazze di Gardini-Bigon (il quinquennale milionario a Pazzini, l’esborso record per Viviani), da un anno e mezzo gli chiede la stessa cosa. E Fusco sta eseguendo diligentemente. L’anno scorso, pur con affanno, se l’è cavata anche sul piano tecnico grazie al redivivo Pazzini (lo stesso del quinquennale) e a tre abili operazioni: Bruno Zuculini, Ferrari e soprattutto Bessa. Obiettivi (taglio costi e promozione) raggiunti. 

Quest’anno in A le difficoltà sono cresciute e Fusco, che in ambito amministrativo ha mantenuto la rotta, sul piano tecnico è parso spaesato. Un mercato deficitario: con poco budget, è vero (ma Fusco è a Verona proprio per questo), ma anche con tanta confusione. Dalla querelle Cassano al pasticcio Pazzini, (una tentata cessione che rientrava nel ridimensionamento dei costi), dal tentativo ingenuo per Bony alle priorità sbagliate (Kean). Fusco ha perso tempo, consegnando a Pecchia una squadra incompleta e malassortita.

Già Fusco e Pecchia. Un rapporto indistruttibile. Fusco non esonererà mai Pecchia, che è una sua “pedina”, cioè il perfetto archetipo di allenatore per il suo modo di lavorare. Mi spiego: Fusco è un dirigente “totalizzante”, che vive il campo e la quotidianità, non vuole primedonne attorno e costruisce il “suo” spogliatoio plasmando un gruppo ristretto e fiduciario a sua immagine e somiglianza (“per me la squadra è uno stato d’animo che si costruisce nel tempo su un asse tecnico e caratteriale” e troppi giocatori rischiano “di ubriacare l’allenatore”, dichiarava il 15 giugno 2015 alle pagine bolognesi di Repubblica). La figura minimalista di Pecchia è complementare al potere decisionale di Fusco.

Dunque Setti ha bisogno di Fusco, per risparmiare. Fusco ha bisogno di Pecchia, perché lo impone la sua leadership. Perciò nulla si muoverà da qui alla fine del campionato.

05
dic 2017
AUTORE Francesco Barana
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IL PAESE DEL SOTTOSOPRA

La vittoria ha moltissimi padri, la sconfitta è orfana”. La massima di John Keats, poeta britannico, è eterna. Il Verona ne imbrocca una (a Reggio)? Giubilo, esaltazione, cantori in orazione. Il Verona affonda? 10 sconfitte in 15 partite, appena due vittorie (di cui una con il disastrato Benevento, hai voglia!), 30 gol subiti, peggior difesa del torneo dopo il solito Benevento, appena 12 fatti? Pare non sia colpa di nessuno.

Non lo è di Setti, figurarsi. Il presidente, non pervenuto ai mass media, non parla e se parlasse probabilmente ci ricorderebbe dei suoi “quattro campionati di A” e delle “due promozioni” in 6 anni, magari omettendo che i contributi tv di cui la sua presidenza ha goduto non li ha avuti nessuno dei suoi predecessori. E poi immagino che aggiungerebbe che “abbiamo l’antistadio”. Argomentazione determinante. Mentre il centravanti, si sa, è un dettaglio. E giocare in partenza per la peggiore mediocrità (il quartultimo posto), quando si parlava di consolidamento, pare sia un toccasana per cui dobbiamo infinitamente ringraziare.

Non lo è di Fusco, che siccome è un’ottima persona (e lo è davvero) si fatica a criticare. E’ pure comprensibile con tutti i maramaldi che abbiamo avuto in passato. E da un punto di vista amministrativo (dunque della managerialità e della direzione generale) sta lavorando egregiamente sul fronte economico, cioè rispettando la linea di Setti. Ma come ds non può passare sotto silenzio un mercato largamente deficitario, i casi Cassano e Pazzini che gli sono scivolati colpevolmente dalle mani e la presunzione tecnica di certe operazioni. Di Kean disse: “Era la nostra prima scelta, lo volevo fin da giugno, peccato sia arrivato solo alla fine”. Pensate se ci fosse toccata la seconda scelta. Sia chiaro, Kean poi esplode domenica a Ferrara e noi passiamo per scemi (accetteremmo volentieri, per il nostro Verona questo e altro), ma è evidente che sia stato azzardato (eufemismo) puntare a scatola chiusa – ripeto come “prima scelta” – su un 2000 che dopo 15 partite appare acerbo e sopravvalutato. Manca una punta, ha ragione Vighini, che puntualmente ricorda “altroché rosa all’altezza”. A discolpa di Fusco un budget risicato, certo, mai dimenticarlo, ma le condizioni della società lui le ha accettate di buon grado e ha difeso (non richiesto, dunque con convinzione) pubblicamente Setti più volte. E dove non arrivano i soldi possono arrivare i contatti, le relazioni, la diplomazia con gli altri club. Ci sono?

Non lo è di Pecchia, ci mancherebbe. “La squadra è questa” ci dicono. Vero. Perciò è vietato disquisire della sua fase difensiva, già deficitaria in serie B, come più volte qui ricordato. Ieri siamo riusciti a prendere gol (era fuorigioco certo, non serve che lo rammenti, lo hanno giustamente già scritto in molti) in sei (noi) contro tre (loro) in area. Disposizione a caso, marcature a farfalle. Aggiungo: giocare bene (ieri il Verona non demeritava) e perdere è tecnicamente un’aggravante, non un alibi. Il Genoa ha fatto poco o nulla? Vero, ma questo è pure peggio. Perché significa che con noi basta davvero poco. Che diceva quella pubblicità? Ti piace vincere facile?

La vittoria ha moltissimi padri ma la sconfitta è orfana”. No caro il mio poeta Keats. Hai ragione, eppure sbagli. Qua pare sia colpa degli arbitri, anzi del Var (che però ci ha favorito a Torino). E dei tifosi, che incredibilmente protestano (con grande maturità e civiltà, come è nel loro diritto e rafforzando con la civiltà le loro ragioni), anziché gioire e godere del penultimo posto. Tifosi che hanno il gravissimo torto di pagare. 

Del resto, caro il mio Keats, il grande Giorgio Bocca caustico e graffiante lo diceva: la logica è invertita nel paese del sottosopra.

26
nov 2017
AUTORE Francesco Barana
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PAZZINI, PROBLEMA O RISORSA? (PER PECCHIA)

Ci giriamo intorno, o lo diciamo? La accettate una provocazione? Forse irriverente, probabilmente indicibile (anche per chi scrive): il Verona ha vinto (e per una volta, l’unica, sostanzialmente convinto) senza Pazzini. Casualità? Forse, chissà. Ma ieri sera pensavo a questo. L’impressione  è che il Verona abbia imbrogliato e imbrigliato lo scapestrato Sassuolo di Bucchi (bravo, bravissimo a Perugia, in difficoltà quest’anno) proprio non dando riferimenti davanti con l’attacco atipico Cerci, Valoti e Verde. Che come d’incanto pare aver liberato il gioco del Verona.

Questo non significa che l’esperimento possa funzionare con altre squadre. Questo non mi toglie da una convinzione: Pazzini rimane il miglior giocatore del Verona sotto porta. Infortuni e acciacchi a parte, come rinunciarci a cuor leggero?

Eppure il Verona di Pazzini è prigioniero di un paradosso. Il Verona di Pazzini non riesce a servire…Pazzini. Che quest’anno non ha mai avuto grandi occasioni da rete. Kean solo a Bergamo ne ha avute più del Pazzo in tutto il campionato. E le ha sbagliate. Pazzini probabilmente avrebbe fatto gol. Ma Pazzini davanti al portiere non ci arriva. Come la mettiamo? Pecchia è capace di valorizzare Pazzini? Se sì meglio, se no allora forse è opportuno cambiare strada. Se si è incapaci di arrivare a un nobile compromesso (leggi soluzione) tattico, morire per morire meglio morire con le proprie idee. E Pecchia ora è conscio di rischiare il posto. Non è un dettaglio.

Dunque che farà? Confermerà il modello Reggio, probabilmente contro tutto e tutti, o si rifugerà in un meno nobile compromesso (leggi limbo, una non-soluzione)? Tradotto: Pecchia considererà Pazzini un problema o una risorsa? 

21
nov 2017
AUTORE Francesco Barana
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IL RANZANI CHE NON C’È PIÙ

C’era una volta Ranzani. Ricordate? Maurizio Setti si presentava così, un po’ ganassa e un po’ smargiasso. Sembrava l’immaginario imprenditore inventato da Dj Angelo, a cui una volta – nei corridoi Rai, ospite a ‘Quelli che il Calcio’ – chiesi scusa per avergli “scippato” il personaggio. Il suo Ranzani era il titolare di un mobilificio di Cantù. Il mio un imprenditore di Carpi, che nel 2012 raccontava storie calcistiche bellissime. Ma poco cambia quando l’intrapresa di provincia insegue sogni di gloria o di yuppismo, sulla falsariga dei film anni ’80 dei sottovalutatissimi (dagli snob) fratelli Vanzina, tra un Ezio Greggio e un Mauro Di Francesco in versione rampante.

Il Verona deve seguire il modello Borussia Dortmund” proclamò il Nostro, solenne quasi come Kennedy nella Rudolph Wilde Platz dell’allora Berlino Ovest. E siccome, un po’ come nei film, i buoni sono sempre da un parte sola, il Nostro con aria pedagogica insegnava alla plebe anche le buone maniere: “Vorrei che il Verona vincesse la Coppa Disciplina”.

Ma la mia preferita rimane sempre l’evergreen: “Verona deve sprovincializzarci, internazionalizziamo il brand”. Un cavallo di battaglia da fine concerto, una canzone da cantare a memoria tra accendini al cielo e lacrime di commozione.

Già perché Ranzani indicava la strada e noi, ignobili e ottusi provinciali, guai a non dargli corda. Guai se non capivamo, o non immaginavamo che Carpi era una Nuova York e lui un nuovo Elio Fiorucci sulla sua personalissima ’59esima strada’, via Belgio. Guai se criticavamo le magliette Nike senza intravederci, manco per sbaglio, un’opera di Andy Warhol.

Eppure ho nostalgia di quei tempi. In fin dei conti il nostro Ranzani mi era simpatico. Era un po’ l’italiano che è in noi. E poi spendeva. E poi vinceva. Con i colori dimenticati e la storia stravolta, con gli opliti nei promo abbonamenti e gli studenti greci da Marzullo che nulla c’entravano, ma vinceva. Con il marchio Hellas erroneamente prevaricante sul marchio Verona, ma vinceva.

Oggi mentre il Ranzani originale è tornato in auge negli spot, il nostro si è smarrito, non si trova più. Da Marzullo alla Sciarelli. Al suo posto semplicemente un silente Setti Maurizio, che non parla, non investe e non vince più. E il consolidamento in serie A e il centro sportivo dopo cinque anni e mezzo sono (ancora) lettera morta. Promesse non mantenute. Perché non cominciare a pensare di vendere la società? 

15
nov 2017
AUTORE Francesco Barana
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CASINO DISORGANIZZATO

Eugenio Fascetti era l’esegeta del “casino organizzato”. Così lui chiamava il suo modulo, con irriverente genio, per descrivere l’essenza del calcio: lotta, talento, arte individuale in un contesto tattico che non mortificasse tutto questo. Il contrario del sacchismo, in voga in quegli anni, dove il collettivismo di stampo fordista prevarica il talento. Fascetti a Verona si trovò pure a lavorare in un contesto societario di “casino” e basta, in un limbo dantesco, in mezzo al guado del fallimento di Chiampan e l’avvento dei Mazzi.

Il nostro ex Giampiero Ventura ha probabilmente interpretato al contrario la lezione di Fascetti. “Organizzato casino” potremmo definire la sua nazionale, cioè tanti moduli, tanta tattica, ma zero gioco collettivo. Per non parlare di Enzo Cannavale-Carlo Tavecchio, da Piedone l’Africano a “pedate nel sedere”, perché quelle meriterebbe, metaforicamente s’intende. Ma viene quasi da dar ragione a Marco Travaglio: “Tavecchio è una super-pippa, ma non si è autonominato, è espressione di un sistema politico”. Quello di un calcio che non è più calcio e non è nemmeno economia (ergo sano modo di fare business). E’ spesso finanza e non sempre della più trasparente. Inchieste giornalistiche (quelle di Gianfranco Turano sull’Espresso, o il lavoro dell’amico Pippo Russo) e giudiziarie lo attestano. Nella fattispecie un “casino fin troppo bene organizzato”.

Poi c’è il Verona. Ho letto di tutto in questi giorni. Un articolo che invitava i lettori a ringraziare Setti perché “andate a farvi un giro a Modena e a Treviso”, peraltro club che non c’entrano nulla con il nostro blasone e la nostra storia – perché allora non farsi un giro anche a Bergamo, dove Percassi fa lo stadio, o qui a Verona, dove il Chievo da anni si è consolidato e ha costruito il nuovo Bottagisio? Ho letto pure articoli su vertici istituzionali tra Sboarina e Setti per un centro sportivo prossimo al via. Ovviamente nessun vertice istituzionale finora, ma solo qualche incontro informale e interlocutorio di conoscenza. Un atto dovuto. Ho letto infine di questo Gallazzi, che dice di non cercare pubblicità ma poi si fa intervistare e ammette che la voce sul suo interesse per il Verona l’ha messa in giro forse un suo collaboratore. Ma non cerca pubblicità, come no.

Roba da maledire la sosta, rimpiangere il campionato e pure la nostra deprimente classifica. Un “casino disorganizzato” in grande stile. 

05
nov 2017
AUTORE Francesco Barana
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SCENA MUTA

Là in fondo all’aula il banco è vuoto. Manca all’appello l’onestà intellettuale: “Forse abbiamo fatto gol troppo presto” ha balbettato il ds Fusco nella sala stampa di Cagliari. In effetti lei è bella e ci sta e questo mi dispiace. Un peccato, davvero.

Là in fondo all’aula la finestra è sigillata e l’aria viziata. Il sigaro di Setti non aiuta. Fumava, il presidente a Cagliari. Fumava anche la nostra rabbia. Ma il presidente è all’altezza, dal punto di vista finanziario e operativo, di una serie A? Dal 2015 no, dicono i risultati. Il consolidamento dopo cinque anni e mezzo non c’è e del centro sportivo non si sente più parlare. Dortmund è molto più lontana, ma anche Crotone non scherza. Non mi sentivo illuso così dai tempi del “milione di posti di lavoro” dell’uomo in cerone e doppiopetto. Ma almeno lui sorrideva e mi metteva buon’umore. Qua son tutti cupi, scuri e tesi, con gli occhiali da sole ma, checché la canti Battiato, senza “carisma e sintomatico mistero”. 

Là in fondo all’aula c’è la nostra classifica. Fusco, a neanche un’ora dalla fine della partita, ha detto che Pecchia non è in discussione. “A prescindere” avrebbe detto il suo conterraneo Totò, l’immenso Totò, che pure mi scuso con un certo imbarazzo di citare in questo desolante contesto. Pecchia si domanda perché non abbiamo ripetuto le ultime prestazioni. Povero Cicci, lo sanno anche i sassi che l’Inter di Spalletti lascia giocare, non aggredisce e sorniona colpisce. Il gatto con il topo. Era chiaro a molti che l’Atalanta nel primo tempo aveva passeggiato per il campo e le era bastato alzare appena il ritmo nella ripresa per infilarti. Chi segue il calcio da qualche lustro sa che, nell’interpretazione, le partite con le dirette concorrenti sono diverse da quelle con le grandi. Un Inter può giocare indolente, al risparmio, lasciarti sfogare e pure sottovalutarti. Tanto sa che, nove su dieci, poi vince. Le belle prestazioni (che non significa essere spettacolari, ma essere quadrati in campo e solidi tatticamente) la misuri con le tue pari, che ti aggrediscono e non ti sottovalutano. Parlare di “passo indietro” del Verona è fuori luogo, perché non c’è mai stato un vero, sostanziale passo avanti.

Non a caso qualche settimana fa scrivevo che per giudicare il Verona bisognava aspettare le squadre…di mezzo, cioè quelle – rispetto a noi – né (troppo) più forti né più scarse (Benevento). Dunque Atalanta, Cagliari, Bologna Sassuolo, Genoa, Spal e Udinese. Con Atalanta e Cagliari l’esito è desolante e non si capisce come si possano fare almeno 10 punti (comunque pochi) da qui alla fine dell’andata per mantenere accesa la fiammella della speranza.

Là in fondo all’aula la finestra rimane sigillata e l’aria viziata, ma il banco non è più vuoto. Vi ha preso posto un ragazzo palesemente impreparato. Che quasi sempre ridicolmente si giustifica per evitare una mesta scena muta.

31
ott 2017
AUTORE Francesco Barana
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IN ASSENZA DI CARISMA (PECCHIA, FUSCO E SETTI)

Sarà stata l’ora, mezzanotte inoltrata, sarà che a vederlo, Fabio Pecchia, mi è sembrato un cane bastonato. Così il mio lato marzullesco, fino ad allora inconsapevole, si è manifestato: “Pecchia. perché non è mai sbocciato l’amore tra lei e Verona?”. Sì gliel’ho chiesto, perché la cronaca lo imponeva dopo i cori e lo striscione in curva sud, ma soprattutto perché, gira che ti rigira, è una domanda decisiva.

Mi rendo conto che scomodare Marzullo con il Verona è pericoloso, sai mai che poi arrivi Setti a ricordarci che l’Hellas è stato fondato dagli studenti greci, però che volete, la domanda mi è uscita così…

Devo aver toccato un tasto dolente perché Pecchia non mi ha fatto finire, ha lasciato perdere per un attimo l’abituale compostezza e con un lampo d’anima è uscito dall’archetipo del solito copione professionale, interrompendo quella stanca recita che sono diventate le conferenze stampa degli allenatori italiani. Pecchia, finalmente, si è acceso: “Io sono innamorato di Verona, vivo qui con la mia famiglia, qui le mie figlie vanno a scuola. Da parte mia c’è il totale innamoramento per questa città, ma io devo pensare ai risultati. L’anno scorso ci chiedevano di andare in serie A e siamo andati in serie A, quest’anno ci chiedono di mantenere la categoria e manterremo la categoria”.

Ecco, credo che a Pecchia, come a Fusco, sia sempre mancata l’empatia con questa piazza. Certo, in tal senso mica potevano andare a scuola da Setti, che del distacco con Verona ne ha fatto un manifesto. Così Verona, piazza identitaria, si ritrova non solo con un presidente poco passionale, ma anche con ds e allenatore privi di “chimica”. Aggiungo: siamo passati da un estremo all’altro, dagli strabordamenti del Mandorlini “capopopolo”, caudillo tale da saper diventare per alcuni quasi un’entità indipendente dal Verona, un club parallelo da tifare, all’assenza totale di carisma di Pecchia e Fusco (e di Setti).

Pecchia dice di pensare solo ai risultati. Ma anche quelli, in serie A e dopo undici giornate,latitano. Credo che la quota salvezza s’aggiri sui 35-36 punti, tenendo conto di un Benevento già spacciato e di un girone di ritorno in cui le pericolanti storicamente accelerano. Il Verona deve portare a casa almeno 10 punti nelle prossime 8 giornate per chiudere il girone d’andata a 16 e tenere accesa la fiammella della speranza. E se con Juve e (in parte) Milan la faccenda pare proibitiva, saranno le sei partite con Cagliari, Bologna, Sassuolo, Genoa, Spal e Udinese a dare le carte al nostro campionato. E’ lì il nostro futuro: sofferenza o condanna senza appello già a gennaio? 

26
ott 2017
AUTORE Francesco Barana
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CAMPEDELLI, PERCASSI E…SETTI. PERCHÈ ACCONTENTARSI?

Una risata ci salverà” dice quel fine umorista di Daniel Pennac. Maurizio Setti non sorride mai. Il Setti “attaccante” un po’ ganassa degli inizi, quello per intenderci del modello Borussia Dortmund e dell’Europa, ha lasciato posto a un uomo da tempo “in difesa”. Ricordo il Setti che più di cinque anni fa pronunciò solennemente le due promesse cardine e imprescindibili del suo mandato: centro sportivo e consolidamento in A. Oggi il centro sportivo ancora non c’è e la serie A, nel migliore dei casi (la salvezza), è un faticosissimo e sofferente affanno da preservare con calciatori e allenatore low cost. Tutto questo nonostante dal 2013 il Verona goda di entrate plurimilionarie e abbia potuto beneficiare di diverse plusvalenze. “In passato sono stati commessi degli errori” ha detto il 5 settembre al Corriere di Verona il direttore operativo Francesco Barresi. Non ci è dato sapere quali.

Verona che in caso di salvezza con la riforma Lotti in fase di definizione potrebbe prendere 40 milioni di euro dalla nuova ripartizione dei diritti tv, in caso di retrocessione altri 25 milioni di paracadute. “Ma nessuno vuole il Verona” afferma il conformista che segue acriticamente i cliché. Io sommessamente ma con il gusto della provocazione sposto il tiro: “Ma Setti vuole vendere?”. Non conosco altri settori merceologici con entrate garantite di questo peso. Conviene vendere? Ma come disse uno più importante di me e di Setti: “Se sbaglio mi corrigerete”.

Torno a scrivere di Setti non a caso dopo Chievo e Atalanta, due club che dimostrano (con modi e stili diversi ma entrambi efficaci) come si fa calcio in provincia. Due club presieduti da due imprenditori della città, perché anche nel calcio globalizzato, delle proprietà cinesi o arabe, dei fondi d’investimento e delle cordate opache (Milan), c’è ancora spazio per gli imprenditori vecchio stampo, quelli inseriti nel territorio, che vivono la città, a cui rendono conto. Campedelli e Percassi non sbandierano centri sportivi, li fanno. Campedelli e Percassi non parlano ogni due per tre di internazionalizzare il brand, ma in Europa il primo c’è stato, il secondo c’è. Campedelli è retrocesso ma è ripartito con autorevolezza. Percassi, come Setti, ha preso la squadra in B e l’ha consolidata, lui sì, in A. Percassi non ha mai cambiato i colori delle maglie e non ricordo un suo direttore generale che in tv abbia detto restando serio: “I colori non sono importanti”.

Lo dico a costo di essere impopolare: Chievo e Atalanta, la prima nella nostra Verona, la seconda nella vicina Bergamo, piaccia o meno sono la coscienza della società che dovremmo essere anche e soprattutto noi, più di loro, per storia, tifoseria e tradizione. Perché accontentarsi di essere meno? 

22
ott 2017
AUTORE Francesco Barana
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IN ASSENZA DI IDENTITÀ

Le emozioni non bastano. Poi, tocca giocare a calcio. Sono deluso, lo ammetto. Dopo la vittoria della volontà con il Benevento – arrembante, emotiva, non lucida, come il pareggio di Torino -, mi aspettavo, sulle ali dell’entusiasmo tanto caro a Pecchia e di una maggiore serenità, un miglioramento del Verona sul piano tattico e di quello del gioco. Non è stato così. La pochezza del Verona si misura nel Chievo, che ha fatto il minimo sindacale per spuntarla. Maran certamente non ricorderà questa domenica come la più straordinaria di una sua squadra. Ma tanto bastava.

Recriminiamo l’inferiorità numerica, salvo dimenticarci che ne siamo stati avvantaggiati (e non poco) con il Benevento. O la rammentiamo sempre, o non la rammentiamo mai. La verità l’ha raccontata a fine gara Roberto Inglese, attaccante dal talento cristallino e dall’intelligenza certa, spietato in campo, calzante fuori: “Non abbiamo qualcosa in più del Verona sul piano atletico, ma su quello del gioco sì dopo tre anni che giochiamo assieme”. Ma il Verona oggi aveva lo stesso allenatore e otto giocatori dell’anno scorso. Dunque non è la continuità la discriminante, ma la capacità di darlo un gioco.

Considerazioni che darebbero il là a un discorso più lungo che parte da lontano. Dalla “presidenza delle promesse” di Setti confrontata a quella concreta di Campedelli, esempio vivente che anche a Verona si può fare calcio senza magnati e costruire pure un centro sportivo senza sbandierarlo ai quattro venti. Dal management clivense rispetto a quello del Verona. Dalla politica finanziaria di via Galvani, che i giocatori buoni li tiene per anni o li vende bene, a quella di via Belgio, che da Jorginho a Donsah ha venduto con subitanea rapidità. Per finire – ma è solo una conseguenza di tutto questo – alla qualità di Maran, che nella sua carriera ha fatto la trafila, leggi gavetta, ed è arrivato in serie A preparato da una lunga anticamera, senza vantare amicizie con i direttori sportivi.

Il Verona deve crescere. La grinta c’è ed è importante, ma non basta. Per salvarsi occorre altro, pure in questo mediocre campionato dei bassifondi. Tre cose: identità tattica, lettura della partita e umiltà. Al momento non se ne vede traccia.

17
ott 2017
AUTORE Francesco Barana
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SAGGIO SULLA (NON) LUCIDITÀ

Giornalista a Forrest Gump: “Perché corri?”. “Perché sono Romulo”.

Inconsapevole era Forrest Gump, che vedeva e viveva tutto senza capirci alcunché. Inconsapevole è Romulo, guerriero libertario, corsaro e anarcoide, che coglie poco l’intelligenza del calcio, tra disposizioni tattiche alla Holly e Benji e deliberati assist agli avversari (dopo Insigne, pure ieri ne stava combinando una delle sue), ma che appena va a quel paese la partita e saltano gli schemi si esalta come nessuno. E corre, corre, corre. Come Forrest Gump. E vive e sente (la partita), vede (la porta) e segna, forse senza capirci davvero alcunché. Quasi come Forrest Gump in Vietnam.

Inconsapevole e indefinibile è il Verona. Credo siano gli aggettivi giusti per descriverlo. Ancora non è possibile conoscere il reale valore (o disvalore) di questa squadra, ballerina, incoerente, emotiva, poco razionale. Un saggio sulla (non) lucidità, che arditamente smentisce Josè Saramago.

Se volessimo, in qualche modo, promuovere la squadra di Pecchia potremmo limitarci alle cifre. Vittoria con il Benevento, pareggio a Crotone e pari anche con Sampdoria e Torino. L’unica sconfitta che non ci stava, calendario alla mano, era con la Fiorentina in casa. Per il resto compiti eseguiti.

Ma sarebbe esercizio di pigrizia e irresponsabilità fermarsi qui. Prendete il primo tempo di ieri. Un passo indietro sul piano del gioco rispetto alla prima mezz’ora di Torino. Il secondo tempo invece rispecchia fedelmente l’atteggiamento morale della rimonta finale con i granata. Nervo, animus pugnandi, capacità di andare oltre i propri limiti tecnici e tattici. Fortuna anche, ma quella bisogna andarsela a cercare.

Qual è dunque il Verona? Quello triste, depresso e impalpabile di cinque partite su otto? Quello ordinato e dignitoso della Sampdoria? Quello bizzoso (presente, assente e poi ancora presente) di Torino? Quello dei due volti di ieri? E qual è il confine tra i meriti della squadra di Pecchia, i demeriti degli avversari (la sufficienza della Samp, l’indolenza del Toro e l’inferiorità tecnica del Benevento) e le circostanze fortunate (l’infortunio di Belotti e l’espulsione di Antei)?

Domande doverose, dato che ancora non si vede una solidità tattica (ieri il Benevento era più scarso ma più organizzato) e una coerenza di gioco (il secondo tempo è un arrembaggio emozionale ed emozionante ma senza schemi, idem la rimonta al Grande Torino). Perplessità lecite, in attesa delle avversarie…di mezzo che ad oggi ancora ci mancano. Sassuolo, Cagliari, Genoa, Spal, ma anche Atalanta e Bologna definiranno la nostra dimensione, perché non più forti (o comunque non troppo più forti) e più motivate al nostro cospetto di Sampdoria e Torino.

Il Chievo no, il Chievo è una stracittadina ed è una partita a parte. E non vorrei che fosse emotivamente snobbato dall’ambiente con la solita manfrina “non è un derby, l’unico derby è con il Vicenza”. E’ un lusso che non possiamo permetterci, non ora.

Anche perché almeno su una cosa Pecchia ha ragione. “In questo momento la squadra ha bisogno di entusiasmo”. Dunque godiamoci la vittoria di ieri con tutti i nostri difetti. Ha un neo Cindy Crawford, non possiamo perdonare (per adesso) quelli del Verona?