18
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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MA ORA SCENDIAMO DALL’ALTALENA

Dannato vivere. Il popolo del Verona a festeggiare e io qui a scrivere. Guardateli, toccateli quegli oltre 4 mila di Cesena là nella curva ospiti del Manuzzi. Guardateli, toccateli quei 5 mila in Bra pronti a buttarsi nella fontana. “Ciò che conta è avere sempre qualcosa da attendere” scriveva Didier van Cauwelaert. E Verona l’attendeva questa promozione. Verona oggi attendeva la partita, tra un senso di repressione lungo una stagione da voler finalmente sfogare e quel filo di ansia che accompagna sempre le vigilie che indicano uno spartiacque.

Che promozione è? Forse ce ne sono state di più epiche, inaspettate ed emozionanti anche in tempi recenti. Ma questa potrebbe essere la promozione più significativa e importante degli ultimi anni. Innanzitutto perché anche i simboli hanno il loro peso: Cesena 27 anni fa rappresentò la chiusura di un decennio irripetibile e leggendario, quello degli anni ’80. Quel nefasto pomeriggio il Verona senza saperlo saliva su una vecchia altalena cigolante: da allora infatti più bassi che alti, con solo 8 campionati di A, 15 di B e addirittura 4 di C. Chissà invece che adesso Cesena possa rappresentare l’inizio di un nuovo ciclo. Non si chiede ovviamente lo scudetto (sarebbe da irrealisti e irresponsabili), ma un consolidamento in serie A quello sì, come promise Maurizio Setti quando acquistò il club nel 2012. 

Dopo 27 anni è ora di scendere da quella vecchia altalena cigolante.

13
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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DIECI GIORNI DA BRIAN DE PALMA…

Chiamate Brian De Palma. Fiato sospeso, giornata thrilling lungo lo Stivale tra Verona e Benevento. Ma non era un dvd del regista di The Untouchables o Carlito’s Way. Il Verona, sul filone di quest’anno, stava complicandosi ancora una volta la vita, quella reale. Così al Bentegodi eravamo tutti tra color che son sospesi, con gli occhi e il cuore a sperare di riagguantare lo scorbutico Carpi (da Nereo Rocco e Castori il tempo si è fermato, non ce ne voglia il paron), ma con le orecchie a Benevento, dove sull’1-1 molti temevano un gol del Frosinone in extremis (che avrebbe voluto dire addio alla promozione diretta). E invece ecco che il finale ha sovvertito il timore e accompagnato l’amore (per l’Hellas) con il gol di Ganz (un anno in panca, 5 minuti da copertina) e soprattutto quello di Ceravolo al Vigorito.

Brian De Palma è tra noi, perché poi è da 10 giorni che qua a Verona si vive con il fiato sospeso, tra ispettori federali dal sordo zelo, Osservatori del Viminale con i loro bizzarri timori burocratici e politici già in campagna elettorale che cavalcano. In tutto questo hanno vinto i tifosi gialloblu che, nonostante queste continue provocazioni, a Chiavari in due ore sotto vento e acqua hanno spiegato a lor signori l’essenza del calcio, che se ha ancora un significato – nonostante gli scandali e le opacità di chi lo dirige – è grazie a persone che ci dedicano soldi e tempo per un amore incondizionato. Bravo questa volta è stato anche Setti, che ha adottato la terza via: da un lato ci ha messo la faccia per tutelare club e tifosi, dall’altro non ha alzato troppo i toni, consapevole che con un ricorso in itinere era preferibile la via della diplomazia e del basso profilo. Al resto ci ha pensato l’avvocato Fanini, che conoscendo le intricate vie del diritto sportivo fin dall’inizio aveva manifestato un cauto ottimismo sull’evolversi della vicenda.

La serie A ora è a mezzo passo: fuori da ogni scaramanzia e salvo terremoti o masochismi da kamikaze è fatta. A Cesena giovedì basta un punto e i bianconeri nulla hanno da chiedere alla stagione. Cesena ci può ridare quello che nel 1990 ci tolse: la serie A. Corsi e ricorsi storici. 

02
mag 2017
AUTORE Francesco Barana
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L’EPICA CHE MANCAVA

Vedi pure un arcobaleno sulla strada verso casa. C’è un raggio di pallido sole a illuminare la ricerca di quiete dei propri pensieri. La tempesta è finita. Tempesta di pioggia e di ormoni, di vento ed emozioni coronariche. Provaci tu a raccontare quello che è successo al Bentegodi tra l’88′ e il 95′. Sette minuti come le 9 settimane e 1/2 di Kim Basinger e Mickey Rourke. Spengo la musica, tanto non la sento: guidare porta a pensare e allora rivedi la classe di Bessa, dieci d’antan, efficace bellezza; la folle anarchia di Romulo, che s’eclissa e si illumina, si concede e svanisce, lo maledici e lo abbracci; la metamorfosi di Troianiello, lui l’incredibile Hulk sguaiato che si strappava le camicie e che ora da docile padre invita al basso profilo.

Rivedi e rivivi lo stadio, la curva, la bolgia, i colori, il turbinio di emozioni di cui non puoi scrivere perché non le puoi descrivere: ci dovevi essere e basta. Scorrono gli abbracci e le urla pure in tribuna stampa, perché ok la professione, ma il Verona batterà sempre il disincanto e certe giornate prendono a pugni qualsivoglia razionalità. Ecco allora che ribalti i tavoli, ci salti sopra, c’è la gioia in quei gesti, ma anche la frustrazione repressa di tanti minuti: frustrazione e gioia, i contrasti emotivi rendono l’essere umano così affascinante. E poi tutto quello che era ammassato lì – carte, file word, parole, righe, pensieri – non conta più. La storia scritta fino ad allora è vecchia, il mondo è cambiato in sette minuti. C’è chi piange attorno a me: cazzo vuoi parlare di tattica, cambi, ripartenze e amenità? Siamo in ventimila a cui è cambiata la giornata, forse pure il senso di una stagione vissuta fianco a fianco a un Verona indiscutibilmente forte, a volte pure bello, molte altre assente, ma sempre e costantemente anonimo, anemico, in assenza di carisma, come quella ragazza che passa due ore a scegliersi le scarpe perfette, ma è priva di sguardo, femminilità, malizia.

Abbiamo convissuto un’annata con un ds dall’idealismo fin troppo accademico, un allenatore dall’animo nobile ma impalpabile e un gruppo di ragazzi troppo perbene, ma in campo ci è mancato un qualcuno o un qualcosa, una partita, o anche solo un episodio capace di trasportarci, di farci battere il cuore, di immergerci nella lisergica via del pathos. Non c’è mai stato un vero motivo per buttarci nel fuoco e non c’entra la tecnica, la tattica, il gioco che non c’è. E’ questione di feeling, che quest’anno non è mai scattato.

Ecco, credo sia stata l’epica la grande assente. Oggi improvvisamente si è presentata in quei sette minuti. Pioveva, magicamente ha smesso. E io sulla strada di casa ho spento la musica (che tanto non si sentiva): volevo assaporare la lievità dei miei pensieri: l’Hellas Verona, lo stadio, la curva, chi piangeva attorno a me, la felicità. Che bello.

25
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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VOLATA FINALE TRA RIMPIANTI E OTTIMISMO.

Basta poco. E la rabbia è che il Verona ne abbia preso consapevolezza tardi e ci faccia penare fino alla fine. Assecondando istinto e passione così è ancora più bello, certo, una volata finale ha sempre il suo fascino, sia vissuta dagli occhi di un tifoso che giornalisticamente. Ma qui per motivi di credibilità siamo condannati a guardarla in faccia la realtà e la realtà dice che il Verona alla buon ora ha capito come giocare in serie B. Bagno di consapevolezza (e di umiltà) tardivo, ma efficace:  se si gioca anche un po’ di rimessa, allineati, equilibrati e coperti il giusto, con raziocinio sparagnino e sornione, aspettando di innescare per inerzia la propria qualità individuale, poi i punti si portano a casa quasi per default.

E 4 punti tra Bari e Perugia sono un ottimo bottino. Alla vigilia del San Nicola – conscio dei nostri limiti organizzativi e tattici e timoroso di qualche altro estemporaneo ribaltone ideologico pecchiano, osservante la crisi del Frosinone e preoccupato della qualità di un allenatore come Bucchi – avrei firmato anche per prenderne solo 3. A quattro partite dalla fine ci ritroviamo così in pole position e dipende solo da noi. Credo si deciderà tutto tra Vicenza ed Entella e credo pure che non serva vincerle entrambe, ma basti una vittoria e un pari. Ciò che conta è mantenere questo atteggiamento razionale e minimalista, e tenere da parte i vagheggiamenti irresponsabili che furono, quelli visti in troppe partite, quelli della sconsideratezza tattica e della dissennatezza di un calcio utopistico e irresponsabile a questi livelli.

Siamo al redde rationem e ci siamo arrivati colpevolmente affannati rispetto alle (giuste) aspettative. Ma ora siamo in pole position e dipende solo da noi. Avanti.

17
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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PECCHIA ORA SCACCI LE AMBIZIONI PERSONALI

Tutto è ping pong, cantava Rino Gaetano. Pure questa serie B, che là davanti – Spal a parte – sembra un ciapa no. Così nonostante tutto – appuntamenti mancati, prestazioni stucchevoli, sconfitte inopinate – il Verona si ritrova in piena zona A a sei giornate dalla fine.

In principio era il verbo: e il verbo è che nel calcio la differenza prima o poi te la fanno i giocatori. “Se hai quelli buoni vinci”, diceva nella sua irriverente (per i soloni) semplicità Genio Fascetti. E l’Hellas dispone dei più forti, dunque succede che a Novara sbrogli la matassa una giocata estemporanea di Pazzini e che oggi sia stato Daniel Bessa, talento cristallino sulla via della compiutezza, a girare la partita. La differenza, nell’equilibrio (mediocre) di Verona-Cittadella, sta tutta qui.

Ma questa può rivelarsi una vittoria pesante, purché sia finalmente resa grazia al destino che ci rimette (ancora una volta) in corsa. Tradotto: si veda di non esaurire altri bonus. Il calendario è difficile e per trovare continuità il Verona deve ripartire dalla maggiore solidità mostrata nel secondo tempo e dimenticare la svagatezza assonnata del primi 15 minuti. Ecco, il peccato originale è sempre quello: passi per il gioco dimenticato e mai più ritrovato (arrivati a questo punto e con i singoli a disposizione l’assenza di una trama forse non è nemmeno più così determinante), ma l’Hellas ancora non sa gestirsi con equilibrio e intelligenza per l’intera partita. Perché a Novara dannarsi l’anima per 45 minuti per poi arrivare scoppiati alla ripresa? Perché oggi quell’inizio da incubo? Perché con lo Spezia la testa è rimasta negli spogliatoi? Perché in tante (troppe) altre occasioni si è restati in campo solo 20-25 minuti?

A sei giornate dalla fine diventare più sparagnini e sornioni aspettando la giocata del singolo non sarebbe un crimine, semmai una dote. Pecchia impari a vincere e disimpari la fregola (peraltro non esaudita) di voler stravincere, o di vincere come vorrebbe lui. Al di là di moduli o uomini, chiedo all’allenatore di non mutare più il copione filosofale come accaduto dopo Brescia o dopo Trapani; di non voler più inseguire un’ambizione personale, ma di restare ancorato alla praticità. Ora si gioca sul filo dei dettagli.

11
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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4.005

SETTI VUOLE LA SERIE A (E RIFLETTE SU PECCHIA)

Correva l’anno 1999. La super Ferrari dell’epoca, con Schumacher infortunato, si ritrovò a lottare per il Mondiale con Eddie Irvine. Ecco, nel pensare a questo Verona, nel vederlo a Novara (e non solo) restare a galla esclusivamente grazie alle capacità individuali (il primo gol è una giocata di Luppi, il secondo di Pazzini), mi è venuta in mente quella macchina superlativa e quel pilota non all’altezza. E sia chiaro che il sottoscritto è sempre stato un fan romantico di Irvine, l’uomo che scatenò quasi una crisi diplomatica dopo un Gp di Montecarlo per aver voltato le spalle al noioso ricevimento di Ranieri preferendo andarsene in barca a divertirsi con delle amiche. Mirabile e adorabile. Come il sottoscritto stima umanamente Fabio Pecchia, che è stato un signor giocatore, ma non è ancora un allenatore compiuto.

Non essere capaci nella serie B più scarsa dai tempi di Gutenberg (quindi di sempre) di vincere in carrozza un campionato con Pazzini, Romulo, Bessa, Fossati e Siligardi è segno di un fallimento. E se tanti giocatori di qualità, per una serie di motivi (scarso o cattivo utilizzo, anarchia tattica ecc.) sono sotto rendimento significa che c’è un problema di manico. Dal Novara a Novara, da quel roboante capitombolo casalingo che mutò il super Verona in un’impalpabile squadretta, sono passati 5 mesi. Una vita. Nel mezzo una crisi tecnica profonda, irreversibile, scioccante, ma perfettamente lineare nella sua coerenza.

E allora perché Setti non caccia Pecchia? “Perché vuole restare in B”, dice la vox populi da social. Cazzate. Setti ha tutto l’interesse a salire, direi 40 milioni di motivi (leggi ricavi) rispetto ai 20 di un altro anno tra i cadetti, a fronte di costi (leggi ingaggi) che non lieviterebbero di molto rispetto ai 15 milioni attuali (parlo di soli ingaggi perché il mercato ormai si fa perlopiù con prestiti con diritto di riscatto). Ma inviterei a guardare anche più in là della prossima stagione: Setti si è creato ottime relazioni politiche in Lega e Figc, volano ideale per restare nel calcio il più a lungo possibile. Ma per continuare a sedersi a Palazzo gli serve la serie A, è lì che c’è la benzina economica. Perché ok il secondo paracadute di 15 milioni in caso di permanenza in B, ma poi? “Setti vuole vendere non capisci?” mi scrivete. Ammesso e non concesso che sia vero (io ho seri dubbi al riguardo), gli converrebbe cedere il club in serie A, per ovvi motivi (occorre spiegarli?).

Con le dietrologie capita di perdere di vista la verità, che spesso è più semplice delle affascinanti fantasie complottarde. Setti non ha ancora esonerato Pecchia perché fino a poco tempo fa era davvero convinto che con lui si sarebbe saliti. Lo è ancora? Credo che le sue certezze stiano vacillando e adesso i suoi pensieri siano in mezzo al guado: non è più così convinto dell’allenatore, ma non è ancora arrivato a convincersi che la soluzione sia l’esonero. Nei ragionamenti di Setti c’è chiaramente una valutazione economica (un esonero costa, spendere dà la ragionevole certezza di una svolta?) e una relativa ai delicati equilibri interni. Pecchia è il pupillo diFusco, il ds resterebbe in caso di suo licenziamento? E con quale legittimazione? E qual è la posizione di Toni in questo scacchiere?. Poi non sottovaluterei la questione morale: Pecchia è stata la grande scommessa di Setti, la scommessa del bel gioco e del “vincere e convincere”. Un esonero sarebbe una sconfitta anche per il presidente. Ma queste sono tutte considerazioni relative, l’assoluto è la serie A. E Setti è il primo a sapere che non può continuare a scherzare con il fuoco. Saranno giornate e settimane calde.

01
apr 2017
AUTORE Francesco Barana
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5.107

IL PECCHISMO E’ DEFUNTO, VIVA PECCHIA.

Ci avevano raccontato di sogni di rivoluzione, di calcio champagne per brindare a un incontro (galante) con la bellezza, di tiki taka guardiolani e palleggio beniteziano. Ci avevano promesso un cambio culturale, vincere e convincere, carezze alla palla e baci alla porta. Ci avevano catechizzato con un mantra: loro avrebbero portato il bel calcio a Verona. Era il manifesto del pecchismo, ricordate? Morto, sotterrato, disdegnato dal suo stesso autore, Fabio Pecchia, che già in settimana ne aveva annunciato il funerale sottolineando di anelare a un Verona operaio e vincente.

E oggi – confermato il 5-3-2 con il Pisa – l’allenatore ha presentato una formazione anti-pecchiana per eccellenza, muscolare e proletaria, aggiungendo agli Zuculini pure un terzino come Pisano nel ruolo di fluidificante e, più in generale, proponendo una squadra razionale, sorniona, solida e consapevole che prima o poi quelli bravi (Siligardi nel suo ruolo e Pazzini) l’avrebbero risolta. Un atteggiamento sparagnino, furbo, poco spagnol-guardioliano-beniteziano e molto italiano. Gianni Brera, fautore del catenaccio per fisiognomica, avrebbe apprezzato. Mentre De Gregori, parafrasando se stesso, l’avrebbe cantata: hanno ammazzato il pecchismo, Pecchia è vivo.

Basterà? Non so, prima del ciclo facile delle sei giornate Ternana-Trapani avevo scritto che saremmo dovuti arrivare allo Spezia almeno a 60 punti e possibilmente davanti a tutti. Siamo a 58 e secondi appaiati alla Spal, ma con un calendario sulla carta complicato con 5 trasferte su nove partite (alcune di queste su campi minati come Novara, Bari, Perugia ed Entella) e contro avversari tutti in lotta per qualche obiettivo vitale (play off o salvezza).

E’ il rush finale, bellezza, e Pecchia ci arriva operaista che neanche gli extraparlamentari dei ’70. In realtà l’incendiario è diventato pompiere, ma una vittoria, si sa,  val bene una messa.  Dunque, dato che siamo in tema, una preghiera: l’allenatore, dopo mille avvitamenti e cambiamenti spesso confusi e al di là delle scelte tecniche su tizio o caio, mantenga finalmente una linea di coerenza. Questa.

26
mar 2017
AUTORE Francesco Barana
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CERCASI UOMO FORTE

Cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia ci insegnava la maestra. Invertendo le panchine di Gattuso e Pecchia probabilmente sì, aggiungo io. La differenza sta tutta qui. Il Verona, oltre che di gioco, è una squadra sprovvista di mentalità vincente, quella che ti fa portare a casa le partite anche con i denti.

Prendete Gattuso, per tutta la settimana ha caricato con astuta teatralità la partita contro il Verona, prima minacciando (ad arte) dimissioni, poi procedendo a epurazioni in pubblica piazza. Aveva visto dei segnali di cedimento nella sua (scarsissima) squadra e si è speso pubblicamente in prima persona per ridestarla. Un condottiero.

Prendete Pecchia: ad ogni conferenza stampa per lui va sempre tutto bene con tanto di alibi incorporati. A forza di andare tutto bene, settimana dopo settimana, stiamo perdendo la serie A. Ora da ultimo, c’è da scommetterci, giunge comodo il paravento dell’arbitraggio, per carità pessimo e forse pure determinante (sottolineo forse, perché poi i rigori vanno anche segnati, Ascoli docet), ma sempre di alibi si tratta perché il Verona di Pazzini, Romulo, Bessa contro il Pisa in casa non dovrebbe mai (e ripeto mai) trovarsi nelle condizioni di dipendere da un episodio arbitrale nel finale.

Ma il problema del Verona non è solo l’allenatore, comunque il principale responsabile di quella che è una crisi tecnica in piena regola di una squadra forte (e che galleggia ancora grazie alle sue qualità individuali) ma male gestita. E’ dall’addio di Sean Sogliano – una figura mai rimpiazzata – che nel club manca un uomo forte, cazzuto, carismatico che sappia caricarsi la situazione sulle spalle. Non lo è Filippo Fusco e forse, con il senno di poi, in tal senso le avvisaglie si erano percepite già a luglio quando il diesse esordì con una frase decisiva: “Il Verona non ha l’obbligo di vincere”. Quella dichiarazione è la madre di tutti gli alibi e chi scrive fu l’unico a criticarla immediatamente. Non lo è Pecchia, allenatore ancora embrionale, inesperto e da tempo in confusione. Non lo può essere, per sua scelta di gestione aziendale, nemmeno Maurizio Setti, assente fisicamente nella quotidianità e più preposto ad occuparsi delle questioni politiche  in Lega che delle cose di campo. L’ho già scritto qualche settimana fa e torno a ribadirlo: un presidente come lui, proprio perché delegante, dovrebbe circondarsi di collaboratori di maggiore personalità. Setti invece ha scelto Fusco, ottimo manager e uomo mercato, ma poco nerboruto, e Pecchia un ex assistente alla prima vera esperienza. Risultato? Avremmo dovuto ammazzare il campionato, invece siamo a tre punti dal secondo posto e in affanno da più di quattro mesi.

14
mar 2017
AUTORE Francesco Barana
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4.017

C’È PRESSIONE PERCHÉ C’È AMORE

Lo stadio era deserto. La stampa non esisteva. Quello era un “non luogo”, alienato dal resto, dove regnava il silenzio. Non c’erano giornalisti, lecchini o rompicoglioni che fossero, non erano ammessi i tifosi, troppo rischiosa e ingestibile la loro passionalità. Non un coro, dunque, non un articolo, non un’intervista, niente di niente, il nulla, solo echi di vuoto e sorda indifferenza. I giocatori giocavano per se stessi, circolo autoreferenziale, onanismo imperituro, baci e abbracci, silenzio. Il poeta John Donne nel 1600 aveva toppato, lui che scrisse che “nessun uomo è un’isola appartenente interamente a se stesso”. E pensate l’ottusità del buon vecchio Hemingway, così ingenuo nel riprendere il concetto di Donne nel suo “Per chi suona la campana”. Quella città invece era un’isola, altroché, in quella squadra la campana suonava sempre per gli “altri”, distinti da sé, e le responsabilità erano sempre “altrove”, guai a cercarle in se stessi. In quel “non luogo” anche quel giocatore con il cognome da cantautore era contento, perché sapeva che non avrebbe mai dovuto pronunciare frasi tipo “troppe pressioni inutili su di noi, la piazza non ci sta aiutando”.

La stadio anche quella sera contava migliaia di tifosi appassionati, fedeli e sempre presenti. C’erano anche i giornalisti, rompicoglioni o lecchini che fossero, presenti anche loro per vedere, raccontare, rispondere a un seguito di pubblico interessato alle vicende di quella squadra. C’era pressione sì, ma perché c’era amore. “La tragedia dell’amore è l’indifferenza” scriveva Maugham. Quella sera lo avrebbe spiegato, in modo più prosaico ma altrettanto efficace, un grande ex di quella squadra: “Per giocare qui ci vuole responsabilità, bisogna essere pronti a livello psicologico”. Quel club era l’Hellas Verona, che non era un’isola, ma espressione di una città e di una comunità di tifosi appassionati, a cui rendere conto. Quell’ex era Daniele Cacia. Per questo quella stessa sera suonarono stonate e fuori luogo le parole di quel giocatore con il cognome da cantautore: “Troppe pressioni inutili su di noi, la piazza non ci sta aiutando”. Non aveva mai letto Donne probabilmente e non sapeva nulla di Hemingway o Maugham, ma ne siamo certi di lì a poco si sarebbe fatto perdonare…in campo.

P.S. Marco Fossati è un giocatore forte, fondamentale per il Verona. Per colpa di un infortunio non è ancora al top. Voglio pensare che certe dichiarazioni le abbia fatte per questo umanissimo e comprensibile senso di frustrazione. Gli auguro di tornare presto il giocatore che è perché ne abbiamo bisogno.

06
mar 2017
AUTORE Francesco Barana
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ADELANTE CON JUICIO

“Pedro, adelante con juicio”. Prendo in prestito il Ferrer del Manzoni per descrivere lo stato d’animo del giorno dopo. Il Verona di una settimana fa boccheggiava, ora – dopo Ternana e soprattutto Brescia – respira, ma aspetterei a parlare di guarigione. Il bollettino medico però parla di una squadra che al Rigamonti ha dato incoraggianti segnali di ripresa, vincendo con il gioco e la supremazia e riagguantando la zona serie A. Finalmente, aggiungo, dacché sembrava una lunga crisi senza fine. Certo l’avversario era quello che era, una squadra in palese difficoltà tattica e anche ambientale. Va detto, a costo di sembrare petulanti come la signorina Rottermaier; va detto per riportare tutto alla realtà di un Verona in crescita, ma non ancora al livello che gli compete e sufficiente per agguantare la promozione diretta.

Tuttavia se è vero che una crisi lascia sempre macerie, d’altro canto Pecchia (forse con eccessiva lentezza, ma tant’è, è pur sempre un allenatore work in progress alla sua prima vera esperienza, e comunque c’è chi il bandolo della matassa non lo trova mai) ne ha approfittato per fare un po’ di pulizia interna, cambiare le gerarchie, ridisegnare il suo gruppo. Morte e sepolte le vecchie certezze, l’allenatore ne sta cercando (e forse trovando) di nuove, pur mantenendo intatta la sua filosofia di calcio. E’ un cambiamento di metodo, di operatività, non ideologico.

Con la Ternana è cominciato un mini-ciclo (relativamente) facile che si concluderà a Trapani (in mezzo Ascoli e Pisa al Bentegodi e il viaggio a Vercelli), è adesso che l’allenatore può consolidare questo suo nuovo disegno per poi farlo davvero fruttare in un rush finale che comincerà con lo Spezia al Bentegodi e si annuncia per certi versi sanguinario agonisticamente, con sette partite delle ultime nove contro squadre in lotta per i play off (4 in trasferta). A Trapani bisogna chiudere almeno a 60 punti per arrivare forti e maturi alle partite vere.