19
dic 2018
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BILANCIO IN ROSSO

C’è sempre una nota sbagliata. E’ come se arrivasse sempre un po’ in ritardo. Distonia. Il Verona di Setti-Barresi-D’Amico-Grosso è distonico. Il contrario della sintonia. Fateci caso: è sempre come rincorrere la piazza per tappare lacune, buchi, mancanze. Le magliette, l’allenamento all’antistadio dopo mesi di porte chiuse. Gentili concessioni. Il potere che toglie e poi magnanimo concede. E pretende pure l’applauso. Un potere che non ha la passione. La voce più importante che manca oggi nel Verona. Ogni annuncio, ogni foto su Instagram, ogni post su Facebook pubblicati da questa società è come se fossero di plastica. Perché non c’è passione. La passione è dentro le viscere. Parte da lì, arriva al cuore e poi al cervello. Setti non ce l’ha. Inutile star qui a girarci attorno. Sotto sotto disprezza noi veronesi. E’ da quando è arrivato qui che ci vuole dare lezioni. Lezioni su come si porta avanti una società, lezioni di tifo. Non ha nemmeno imparato la nostra storia. Il disprezzo è evidente quando dice altezzoso: “Li lascio fare…”. Inteso quei quattro coglioni, ovvio. La passione non la compri. O ce l’hai o non ce l’hai. Se non ce l’hai, puoi almeno contornarti di persone che ce l’abbiano al posto tuo. Invece il Verona è l’immagine di Setti. Sempre distonico, sempre fuori tempo, sempre stonato. Per questo non riuscirà mai a capire il travaglio profondo che sta attraversando adesso il popolo gialloblù, la sofferenza di rimanere fuori dallo stadio, la volontà di lottare contro l’indifferenza. Il bilancio è drammaticamente in rosso. E non basteranno due vittorie per sanare questa frattura.

18
dic 2018
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AGGRAPPATI A ZACCAGNI

C’è un giocatore che più di ogni altro ha tenuto in piedi il Verona in questo campionato: si chiama Mattia Zaccagni. Sia quando le cose andavano male, sia quando sono andate bene, come contro il Pescara, Zaccagni ha sempre lottato. In mezzo alla confusione tattica di Grosso, Zaccagni è l’unico che ha sempre messo in campo grinta e personalità. Zac è un giocatore “verticale” uno dei pochi assieme a Matos e ripensare oggi a quando stava in panchina è un’altra bestemmia calcistica inspiegabile.

Zaccagni si merita la stella di miglior giocatore dell’Hellas nel girone d’andata. In tutte le azioni importanti costruite dal Verona c’è sempre il suo zampino. Assist-man ma anche goleador che ha tolto in un paio di occasioni le castagne dal fuoco, sarà una futura plusvalenza di Setti. Su questo potete starne certi. Non appena ci sarà uno straccio di offerta, Zaccagni se ne andrà da Verona così come se ne andarono Jorginho, Donsah, Iturbe, Gollini, Ionita, Sala, Valoti, Bessa, Fares, Torregrossa. Pensare di costruire un “progetto” con queste premesse è pura utopia.

Ho parlato di un singolo giocatore perché per me il Verona neanche con il Pescara è stato una squadra. Ho visto più volontà, un po’ più di corsa, un sacco di errori, giocatori mediocri da una parte e dall’altra e appunto Zaccagni. S’è vinto perché il Pescara ha sbagliato l’impossibile davanti alla porta e perché la rosa del Verona ha più qualità rispetto a quella abruzzese (e ci mancherebbe con un paracadute da 25 milioni di euro…). La vittoria è importante, ma mi chiedo che prospettiva avrà questa squadra nel futuro. Per essere chiaro e non girarci attorno: semmai si dovesse arrivare in serie A, più per manifesta inferiorità delle altre che per merito, con questo gioco e senza una solida base tecnico-tattica, secondo voi cosa ci aspetterà?

09
dic 2018
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SCUSATE, MA NON BASTA BENEVENTO PER RICONQUISTARCI

E adesso s’alzino le fanfare… Gioite, perchè il figlio prodigo è tornato a casa. Ammazzate il vitello grasso e banchettate… Una vittoria ci basterà.

E invece a me non basta. Primo perché a questa masnada non credo più da tempo. Secondo perché è un film già visto: ricordate Firenze dell’anno scorso? Ricordate il derby della stessa stagione? Figuratevi se a questa squadra, a questo allenatore e a questo presidente riapro una linea di credito. Molto di più, molto altro dovranno fare per riconquistare l’affetto del tifoso. Benevento sono tre punti. E stop. Arrivati al termine della solita prestazione anonima e per una buone dose di fortuna, altresì detto culo. Da tempo Setti adotta una strategia ben precisa. Abbassare così tanto le aspettative dei tifosi che poi basta un banale e bruttissimo 1-0 per far gridare all’impresa.

Ringrazieremo in eterno il signor Coda, spiegandogli che dalle nostre parti uno come lui lo chiamiamo amichevolmente “mona”. Quel rigore tirato come avrebbe fatto Sbirulino al circo, ci ha tenuto in partita e ci ha permesso di vincere. Altrimenti il risultato sarebbe stato senza dubbio diverso. A caval donato, comunque, non si guarda in bocca, come si dice, e quindi prendiamo e portiamo a casa.

Ma tanto di più, tanto di diverso il Verona e Grosso devono fare. E non sarà questo successo a farmi tornare a esporre le bandiere gialloblù.

24
nov 2018
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MISERIE

Che tristezza, che pena, che miseria. Sentire Grosso a fine partita accampare scuse su scuse, dopo uno stentatissimo pareggino con un Palermino e sottovalutare la “ferita” profonda che si è aperta con la tifoseria, mentre gli aedi di regime cercavano disperatamente di vedere il bicchiere mezzo pieno. Miserie, come quel Pazzini relegato in panchina, zittito e umiliato e Grosso stizzito se qualcuno gli fa la domanda più banale ma anche più normale della storia: perchè non gioca?

Questo pareggio congela la situazione. Setti non ha cambiato dopo lo schifo di Brescia, perchè dovrebbe cambiare dopo un punto con il Palermo? Sicuramente sarà convinto che stasera la squadra ha fatto una mezza impresa. Se si vuole veramente bene al Verona, mettere la sabbia sotto il tappeto non serve a nulla. E’ ormai tre anni che si cerca di creare una realtà parallela evitando di raccontare la verità del campo. E la verità è terribilmente chiara, nitida, davanti a tutti noi. Questa squadra non ha personalità, non ha identità, non ha gioco. La tredicesima formazione diversa in tredici partite dimostra una confusione inversamente proporzionale alla conoscenza che Grosso aveva di Dawidowicz come da sua ammissione: pari a zero.

Quel che è peggio è che stiamo scivolando in classifica, ormai alla periferia dei play-off e non vi è traccia alcuna di una riscossa. Si va avanti nel piattume, convinti di aver avuto sfortuna, convinti di aver sbagliato “solo la gara con il Brescia”. Ora Grosso, dopo un’estate passata a promettere di riconquistare Verona con il bel gioco e con i risultati, parla di una squadra ancora “giovane” e quindi da comprendere nelle difficoltà. Stesso identico copione del duo Fusco-Pecchia che l’anno scorso spiegavano i loro fallimenti sportivi con la “terribile” pressione della piazza veronese.

Ed infatti siamo già al meraviglioso “i conti si fanno alla fine mica a dicembre” che è un po’ come rifugiarsi in corner al campetto.

Tutto già scritto, tutto già sentito. Setti ovviamente starà riflettendo. E martedì riconfermerà Grosso. Miserie, appunto.

11
nov 2018
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FAKE-ALLENATORE E FAKE-DS

Da agosto ho invocato un Verona a due punte ma dopo Brescia ho capito che quello non è il problema. La gara con il Brescia ha sancito definitivamente che il problema del Verona non sono i moduli né tantomeno gli attaccanti (posto che Pazzini fuori da quattro gare consecutive ha marcato anche oggi…).

Il problema del Verona è l’uomo che la dirige in panchina, fortemente voluto da Setti che per prenderlo ha sfidato la piazza e i tifosi, convinto di avere ragione. Grosso è l’allenatore sbagliato nel momento sbagliato, solo la terribile presunzione del presidente carpigiano ha potuto creare questo ulteriore bubbone esploso alla giornata numero 12 dopo una indegna (si può dire? o mi querelate?) partita a Brescia. Non era difficile capire che Grosso non avrebbe potuto essere l’uomo che risolleva la piazza a Verona. Il suo gioco monocorde, gli allenamenti a porte chiuse, le sue conferenze-stampa carillon (capaci di addormentare anche un neonato col mal di pancia), le sue frasi fatte, non potevano essere la benzina per ripartire dopo lo schifo (si può dire o mi querelate?) della scorsa stagione.

A Bari vedevano Grosso un po’ come noi vedevamo Pecchia. Anzi, anche peggio. Setti però ha voluto continuare sulla stessa strada. Ha confermato il signor Tony D’Amico, il braccio destro di Fusco, dando quindi continuità a quel percorso fallimentare. E al posto di Pecchia ha preso Grosso che ben presto si è rivelato molto peggiore di Pecchia che perlomeno in B aveva fatto un gran calcio.

Mi sembra logico a questo punto che lunedì mattina il Verona stili un comunicato cacciando questo “fake-allenatore” che sta tradendo ogni aspettativa. E con lui ovviamente il “fake-ds” (altra querela? Si chiama ironia, fatevene una ragione…). Ma la logica quando si tratta di Setti e di questa società non può essere invocata. Quindi non mi stupirebbe rivedere Grosso ancora alla guida del Verona quando si tornerà a giocare. Al peggio non c’è mai fine…

03
nov 2018
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ONESTAMENTE? UNO SCHIFO

Fabio Grosso ha invitato ad analizzare con onestà le ultime prestazioni del Verona. Come a dire che nell’analisi che la stragrande maggioranza dei tifosi del Verona ha fatto ci sia stata poca onestà o addirittura disonestà. Allora, siccome qualcuno onestamente si deve prendere la briga di dirlo a questo allenatore, ci proviamo noi: caro mister… a Venezia abbiamo fatto angossa (si faccia tradurre), col Perugia abbiamo vinto ma ci sono venuti gli sgrisoloni (anche qui traduzione), ad Ascoli è stata una partita vergognosa, mentre stasera abbiamo fatto semplicemente schifo. Ecco… Schifo mi sembra la parola migliore per non cadere in volgarità. Sempre con onestà le dico che giocando così non solo i tifosi non si riavvicineranno più, ma con queste prestazioni lei si è già giocato il bonus che le era stato concesso. Ora recuperare fiducia e credibilità sarà sempre più dura.

Non so cosa si aspettasse di trovare Grosso a Verona. Ma doveva sapere che dopo la vergognosa retrocessione dell’anno scorso qui ci si aspettava molto. Un cambiamento di rotta, gioco, spettacolo, allenamenti a porte aperte, simpatia. Dov’è tutto questo? Non c’è. Le dichiarazioni del tecnico del Verona ripercorrono un filo conduttore già sentito, già visto, vuoto. Si parla di episodi, un salvataggio in angolo per qualsiasi allenatore del mondo in difficoltà. Banalità. E’ colpa di Grosso. No. E’ colpa di una società che non ha voluto ascoltare nessuno, ha voluto imporre un allenatore sbagliato, in un momento sbagliato. Per di più senza il filtro di una dirigenza all’altezza, con il capo degli osservatori del direttore sportivo che aveva fallito l’anno prima, addirittura promosso. Incredibile.

Incredibile vedere Pazzini in panchina e sentire le assurde giustificazioni di Grosso a spiegare la scelta folle e suicida di stasera e di tutte le precedenti volte in cui Pazzini non ha giocato. Sarebbe interessante che ora la società, dopo aver pubblicato le foto sorridenti del Pazzo a inizio stagione ci facesse sentire che cosa pensa realmente di questa umiliazione l’attaccante. Pazzini in panchina è un caso clamoroso, evidentemente avallato dalla società che condivide in toto le scelte del proprio allenatore. Fra un paio di partite Setti dovrà per forza tirare le somme. Vedremo se in caso di altre gare del genere ci sarà una seria presa di posizione o se assisteremo alla riedizione della manfrina dello scorso campionato. A tal proposito, noi abbiamo pochi dubbi.

 

02
nov 2018
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IL CONDOTTIERO CHE DIVENNE PIU’ FORTE DELL’IDEA

Fu tutto incredibile. Arrivò via Parentela, un calabrese che voleva acquistare il Verona da Martinelli. Prese il posto di Giannini, uno che aveva promesso un calcio bello come il Barcellona e che naufragò in mezzo alla sua presunzione. L’avevano cacciato dalla Romania, credo che le prime settimane a Verona le fece da incazzato per quell’esonero. Poi disse: “Meno male che mi hanno cacciato altrimenti non avrei conosciuto Verona”. Disse anche: “Se i romeni son romeni un motivo ci sarà”. Politicamente scorrettissimo. Il primo compito fu riportare ordine e concretezza in una squadra senza ordine e senza concretezza. Infilò un filotto di pareggi. poi vinse le partite che doveva vincere e centrò i play-off in qualche maniera. E poi fece un capolavoro. Si caricò città, squadra, società sulle spalle. Si mise davanti a tutti, diede sicurezza, fece saltare i nervi alla Salernitana. Fu serie B. Inaspettata, bellissima. E lui divenne il Mandorla, l’uomo della provvidenza gialloblù. Dopo averle prese a Salerno, ebbe la colpa di fare un coro. Ancora politicamente scorrettissimo, ma solo per chi stava strumentalizzando la situazione politica. Mandorlini contro il Sud, lo ricordate? Un’iperbole voluta dai giornaloni nazionali che ci unì ancora di più. Soli contro tutti. Il Verona giocava e vinceva. Vinceva e giocava. Mandorlini era un vulcano. Martinelli lo amava, Gibellini il ds lo conteneva. Mandorlini lo prese di petto, Gibellini se la legò al dito e a fine stagione attaccò. Mandorlini univa ma anche divideva. Arrivò Setti. E soprattutto Sogliano. Una strana coppia Mandorlini e Sogliano. Sogliano comandava. Mandorlini anche. Incredibilmente quel gioco delle parti divenne la forza del Verona. Purtroppo lo si capì anni dopo. Sogliano era il bastone dello spogliatoio. Mandorlini la carota. Insieme una forza. Il primo Verona in serie A sfiorò la perfezione. Iturbe, Romulo, Toni. Che meraviglia. Al secondo anno, crepe. Forse doveva finire lì, dopo una salvezza tranquilla tutt’altro che scontata. Invece si proseguì. Sogliano se ne andò, Mandorlini fece l’errore di pensare di essere diventato il capo di tutto. Gardini pilotò da dietro la situazione. Gli venne fatto un ricco biennale, forse anche inconsciamente, in quel momento Mandorlini si sentì arrivato. Venne Bigon, ds all’opposto di Sogliano. E il Verona si sciolse. Pazzini divenne un caso. Poi si fece male. Prima si ruppe Toni. Ma quello che si era rotto era proprio l’ambiente. Mandorliniani contro anti Mandorliniani. Il Verona veniva dopo. Sempre dopo. Il condottiero che deve applicare l’Idea, più forte dell’Idea. Si potrebbe scrivere un trattato di politica sull’argomento.

Ho amato il primo Mandorlini, lo confesso. Molto. Moltissimo. Era l’allenatore che avrei sempre voluto al Verona. Ho amato meno, molto meno il secondo e terzo Mandorlini. Non ho sopportato che Mandorlini, la sua immagine, divenisse più forte dell’Hellas Verona. Un meccanismo perverso che in realtà denunciava una debolezza intrinseca. Per dire: non esiste che al Real Madrid un singolo, pur fortissimo, diventi più forte nell’immaginario collettivo del Real stesso.

Stasera Mandorlini tornerà al Bentegodi e sarà inevitabile il confronto con l’incolore successore che siede oggi sulla panchina del Verona. In molti salirà anche il rimpianto. Ed è giusto. Ma il nostro compito è tifare Verona. Solo quello. Per questo spero che Mandorlini esca battuto dal Bentegodi.

“La nostalgia” dice Arthur Bloch (quello della Legge di Murphy) “è rendersi conto che le cose non erano insopportabili come sembravano allora”.

30
ott 2018
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LE VERITA’

Le verità fanno male. E solo quelli con la schiena diritta raccontano la verità. Le verità servono a crescere. A dubitare. A ragionare. Dubbi, non certezze. La verità è che questo Verona non potrà lottare per la serie A. Dopo dieci partite ormai s’è capito tutto. Grosso è questo. Le sue conferenze stampa sono nenie, il suo gioco un gigantesco sbadiglio. Un passo avanti e due indietro, un compitino che non morde, che non lascia traccia. Quattro punti in cinque partite, tre sconfitte, un pareggio, una vittoria arrivata con il fattore C. Grosso in panchina, il nulla accanto. Dirigenti invisibili, mai un’intervista, un’assunzione di responsabilità, un pensiero. Tutti a giocare a nascondino, nessuno che ci mette la faccia. E’ il Verona di Setti, di Grosso, di D’Amico e Barresi. Un Verona senza anima, paracadutato, che dovrebbe essere primo e in fuga e che invece è un’accozzaglia di giocatori mediocri. Setti è tornato a spendere, dicevano gli aedi quest’estate. Forse all’Ikea, non certo per il Verona. Abbiamo raccontato che non era vero, cifre alla mano. Il Verona è costruito con parametri zero, Grosso è stato un grimaldello per arrivare ai giocatori del Bari che si sono svincolati. Tutto previsto. Grosso come Pecchia è congenito a Setti. Dubito che verrà mai esonerato anche se le cose si mettessero al peggio.

Ma così non si fa calcio, non a Verona, piazza passionale e paziente, ma che non perdona le bugie. Grosso non è l’allenatore per il Verona. Non in questo momento. I sospetti e i miei dubbi estivi sono ora molto più concreti. L’obiettivo era riconquistare la gente. Penso ai 180 ragazzi che stasera torneranno da Ascoli. Nonostante tutto. Nonostante tutti. Nonostante questo Verona imbarazzante. Noi, ci potete giurare, continueremo a raccontare le verità. Di un Verona che è sempre più distante dalla gente, chiuso nel fortino di Peschiera, allenamenti blindati per offrire spettacoli così penosi. Di Pazzini che marcisce in panchina. Di un presidente che ha smesso di investire.

Più forti di chi cerca di minare la nostra professionalità, di chi cerca di farci paura, di querele pretestuose. Quando i nostri giornalisti sono stati tenuti fuori dalla presentazione di Grosso quest’estate vi dissi che quella battaglia era la vostra battaglia. Noi siamo sempre lì a combattere e lo facciamo perché nonostante Setti continuiamo a pensare che il Verona sia un bene e un patrimonio della città. Speriamo siate numerosi al nostro fianco, perché tra poco tutte le verità verranno a galla…

27
ott 2018
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LA NOTTE DI SAN SILVESTRI

Piaciuto il Verona? No. Senza Silvestri questa gara non si vinceva. Il gioco non convince, il carattere della squadra è lontano anni luce. Ma, come si dice in questi casi, vincere è l’unica cosa importante e dunque va bene così.

L’analisi però deve essere più approfondita. Siamo alla gara numero nove e ancora ci sono evidenti problemi. In difesa, a centrocampo, in attacco. Ovunque. Prendiamo gol e concediamo occasioni. Davanti si segna poco, sono servite due invenzioni per passare. Certo, la qualità aiuta, ma se oggi il nostro portiere non avesse fatto miracoli a ripetizione saremmo qui a piangere nuovamente.

Non capisco Laribi, non capisco Dawidowicz, non capisco soprattutto Pazzini in panchina.

La vittoria, però, è un ottimo corroborante. Come il Cynar di Calindri. Quindi farà sicuramente bene. Ma è tempo di vedere progressi, al di là del risultato. Questo gioco di Grosso non mi piace. Troppo lento, compassato, lezioso. Vincendo, comunque, me ne posso fare una ragione, ma ho paura che giocando così, vincere sarà durissima. Intanto portiamo a casa sti tre punti e concentriamoci sulla prossima.

25
ott 2018
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LA SIGNORA DEL RUGBY

Finita l’intervista con Raffaella Vittadello, la signora del rugby veronese, i dirigenti della società mi hanno guardato strabuzzando gli occhi. “Guarda che è successa una cosa incredibile. Raffaella è schiva, non concede mai interviste… Chissà quando mai farà la prossima…”. Mentre mi raccontavano questo, guardavo la bellezza del centro sportivo costruito in via San Marco. Sorto quasi come se non si volesse disturbare. Senza proclami. Un metodo di lavoro che implica una filosofia. Se Raffaella Vittadello avesse voluto spendere quei soldi per costruire una squadra di vertice probabilmente adesso avrebbe portato a Verona facilmente lo scudetto. Si sarebbe presa un bello sfizio, ma niente di più. Invece quel centro rappresenta uno straordinario volano per tutto il movimento, non solo veronese, il cui impatto forse lo capiremo tra qualche anno. Su quei campi, intanto ci giocano decine di ragazzi, via San Marco è tornata a splendere, il degrado non abita più lì. Il Verona Rugby ha iniziato un ciclo, c’è un Accademia privata che non ha eguali in Italia, produrrà giovani talenti. Insomma, un gioiello destinato a durare. E’ evidente che il rugby non gode della popolarità del calcio, nè che Raffaella Vittadello ha avuto in questi anni milioni dai diritti televisivi, dagli sponsor, dai paracaduti. Quando le ho chiesto se ha trovato difficoltà burocratiche mi ha risposto di no. Vuol dire che anche le amministrazioni comunali non sono poi l’orco che qualcuno vuole dipingere.

Parlo a nuora perchè suocera intenda? Certo. E’ evidente. Il metodo di Raffaella Vittadello è un esempio. Come prima lo fu quello di Luca Campedelli che senza fare tanto casino ha dotato il Chievo di un proprio centro sportivo che ha risanato un intero quartiere, facendo sentire i propri benefici su tutta l’area dell’Adige. Nel frattempo anche la società di Stefano Magrini, la Bluvolley ha fatto un’operazione simile. Ha preso in gestione un’area che si stava degradando e ne ha fatto un piccolo gioiellino. Anche lì ora si respira aria buona e sicuramente in futuro sarà una base importante anche per ottenere risorse per la prima squadra. All’appello manca solo l’Hellas Verona, cioè la società che gode del massimo appeal e del massimo interesse a Verona. Inutile ricordare le promesse di Setti quando arrivò. “Lo stadio non è strategico” disse allora il presidente del Verona “ma il centro sportivo sì”. Da quel giorno di acqua sotto i ponti ne è passata tantissima ma il Verona continua a “mendicare” ovunque campi per far allenare i propri ragazzi. Setti si è ingarbugliato nella gestione, ha dato la colpa della sua inazione a Tosi che gli ha risposto per le rime, il centro sportivo che pareva cosa fatta (Gardini lo aveva annunciato come il suo fiore all’occhiello quando se ne andò all’Inter) è una chimera.

Dotare il Verona di un centro sportivo è la distinzione tra chi è qui di passaggio e chi vuole veramente mettere basi solide per il futuro. Non servono proclami, ma come ha dimostrato Raffaella Vittadello, servono volontà e investimenti. Setti è già in pesante ritardo e le sue promesse altro non sono ad oggi che vuote parole.

PS. (Presidente eviti di andare a presentare querela anche per questo blog… Si chiama diritto di critica che continueremo liberamente ad esercitare finché lei sarà presidente dell’Hellas Verona società che continuiamo nonostante tutti i suoi tentativi in senso contrario a ritenere un patrimonio di questa città. E sia chiaro: non sarà una querela a farci paura o a intimorirci o a zittire la nostra libera espressione)