CIAO DRACMA, CIAO EURO?
Leggo una serie di analisi sul possibile addio della Grecia all’euro.
Diagnosi molto diverse, tra destra e sinistra, sulle colpe di quanto accaduto.
Ma c’è quasi unanimità sui possibili effetti immediati:
- assalto alle banche, per cercare di salvare il salvabile dei risparmi depositati;
- fallimenti a catena delle banche stesse;
- inflazione oltre il 20 per cento: massacrando chi vive di stipendi fissi;
- materie prime carissime, a partire dalla benzina;
- rapporti praticamente azzerati con molti mercati esteri, a partire da quello tedesco.
Altrettanto unanime un’altra considerazione: le stesse cose accadrebbero all’Italia, se uscisse (o venisse fatta uscire) dall’euro.
Eppure c’è chi continua a sperare che si torni alla lira, per non parlare di chi vorrebbe una moneta padana, o veneta.
Scusate se pongo ancora domande, anziché proporre risposte, ma come direbbe Mourinho: por què? Por què? Por què?
I RISULTATI DI VERONA
Scrivo nel pomeriggio della domenica elettorale di Verona, e la domenica è il giorno delle domande.
A voi, se ne avrete voglia nei prossimi giorni, l’onere delle risposte.
! – Con l’odio per la politica instillato in questi mesi (a volte con ragione, a volte no) quanta gente avrà voglia di andare a votare?
2 – La piazza strapiena di Beppe Grillo è stata uno show o è un partito? (Le frasi di Grillo sulla mafia e le risposte di alcuni grillini al blog precedente mi fanno propendere per la prima ipotesi, ma è pur giusto vedere se a Verona i consiglieri eletti faranno qualcosa di più e di meglio).
3 – Un leghista strano (e un po’ democristiano) come Flavio Tosi, può salvare dal crollo il Carroccio dei laureati a Tirana?
4 – Il centrosinistra, che a molti è parso lasciar troppo solo Michele Bertucco, può reincollare i suoi cocci e ripartire?
5 – Il Pdl è ancora un partito oppure l’alleanza tra Forza Italia e AN, già morta e sepolta a Verona, è definitivamente arrivata al capolinea?
Le domande son tutte veronesi. Le risposte, secondo me, riguarderanno l’Italia intera. Provate voi a darle.
BEPPE GRILLO E LE SORELLE BANDIERA
Beppe Grillo a Verona.
Tanti “vaffa”. Qualche buona battuta. Qualche banalità su temi locali che giustamente conosce poco.
E poi? Poi spiega che se riesce ad eleggere due consiglieri comunali è un buon risultato, perché così quei due controllano che i conti quadrino. Tutto qua? Più o meno. Ma alla gente piace, e prenderà tanti voti. Speriamo che serva.
Quando la Lega cominciò la sua corsa, ad un gazebo mi spiegarono che se avessero eletto un paio di loro a palazzo Barbieri, le cose sarebbero cambiate “dal giorno alla notte”.
E’ bello l’entusiasmo degli innovatori. E’ il sale della terra. Meglio ancora sarebbe se spiegassero cosa vogliono cambiare (a parte controllare i conti, ottima cosa per cui basterebbero alcuni ragionieri in più).
Per esempio: quando Grillo nomina un partito, la piazza grida vaffa. Ma al posto di quel partito cosa ci mettiamo? Da quel che capisco, un altro partito, il suo.
E allora, visto che parliamo di un comico, a me viene in mente la canzone di tre bravi comici, le sorelle Bandiera.
Che cantavano “Fatti più in là”.
ALFANO, BOSSI, E I SOLDI AI PARTITI
Soldi pubblici ai partiti, sì o no?
Da Alfano e da Bossi, due motivi per discuterne.
Alfano promette un nuovo partito che rinuncerà al finanziamento pubblico.
Secondo me, è la prova che il finanziamento pubblico ci vuole, se no i partiti li faranno solo quelli che hanno dietro di sé uno come quello che c’è dietro Alfano.
Bossi, d’altra parte, la spara davvero grossa: sono soldi nostri, dice, e li spendiamo come vogliamo, possiamo anche buttarli dalla finestra.
No, senatùr: sono soldi nostri.
Glieli diamo noi contribuenti: al Carroccio come agli altri.
Io dico che è giusto darglieli (meno di adesso, visto che la crisi c’è per tutti, ma darglieli).
Però è ancora più giusto che li spendano per noi: per l’attività politica, legislativa, amministrativa.
Mica per comprarci diamanti, per investirli in Tanzania o per far dormir comodo un ministro, in un attico di Roma ladrona.
Nessun reato, certo, da parte di Calderoli. Ma qui si parla di politica, mica di cronaca giudiziaria (e se ho un vanto, in 40 anni di carriera, è di non aver mai confuso le due cose).
Bossi, non volendo, ha toccato uno dei nodi della questione.
I soldi ai partiti non sono “cosa loro”. Probabilmente sarebbe meglio dare loro più servizi (posta, manifesti, accessi televisivi) e meno contanti. Ma in ogni caso, dei contanti che gli diamo devono renderci conto. Fino all’ultimo centesimo.
IL PEGGIORE DI TUTTI, TRANNE GLI ALTRI
Tecnicamente, ha ragione la “tecnica” Fornero.
E’ evidente che gli “esodati” li creano le imprese, mandando a casa i dipendenti e mettendoli a carico della collettività.
Poi c’è (o dovrebbe esserci) la politica. Che insegna, in maniera altrettanto evidente, come un ministro che dice una frase del genere, nel bel mezzo della più delicata delle trattative, sia quanto meno un’ingenua. Al limite della stupidità (politica).
E allora? Ah, se esistesse ancora la politica! Ma dov’è? Nel Pdl che si frantuma, nella Lega che si autodistrugge, nel pallore fantasmatico del Pd, nell’anarchismo spaesato dei grillini?
Davvero qualcuno è ancora convinto che ci sia mai stata, dopo il disastro Berlusconi-Bossi, un’alternativa seria a Monti?
Parafrasando una vecchia battuta di Churchill sulla democrazia, direi che il governo dei tecnici è sicuramente il peggior governo che esista. Fatta eccezione per tutti gli altri.
LA PRIMA VOLTA E’ TRAGEDIA, LA SECONDA E’ FARSA
Senza fare i maramaldi. Ma solo per intenderci.
Questi sono quelli del cappio in Parlamento.
Quelli che “in galera, in galera!”
Quelli che “il Nord, altro che quei camorristi del sud”
Quelli che “la famiglia, ah, la famiglia!” (E si è capito adesso perché).
E tutto questo perché? Per un “federalismo” rimasto tutto sulla carta. Mentre il costume si degradava (insulti, pernacchie, diti medi puntati), la cultura veniva disprezzata (salvo comprarsi lauree taroccate a Londra) e la politica diventava populismo da suburra.
Sono stato un antipatizzante di Craxi anche quando avrebbe potuto far comodo star dalla sua parte. E resto un antipatizzante di sua figlia Stefania. Cui però è difficile dar torto quando spiega che “Craxi, al quale non è stato addebitato un soldo per uso personale e famigliare di denaro pubblico è stato definito un criminale matricolato; Bossi è l’eroe puro tradito dall’ingordigia del clan famigliare.”
E se la storia si ripete, insegna il vecchio Karl, “quello che la prima volta era tragedia, la seconda volta è farsa”.
CALEARO? UN SIMBOLO!
Massimo Calearo non è un cialtrone. E’ un simbolo.
Tutti si sono arrabbiati, dopo che ha rivelato di non voler più andare in Parlamento (“è una perdita di tempo”) ma di volersi tenere lo stipendio di parlamentare per pagarsi il mutuo, mentre la Porsche se la tiene anche quella, ma registrata in Slovacchia, per non pagare le tasse.
Ripeto. non è un cialtrone, è un simbolo.
Quando venne candidato dal Pd al Parlamento, feci da moderatore ad un faccia a faccia elettorale tra lui ed Elisabetta Gardini, candidata berlusconiana.
Il mattino dopo, tornato in redazione, dissi ai miei colleghi che la Gardini era mille volte più “di sinistra”, democratica e progressista di lui.
Se me n’ero accorto io, in due ore di chiacchiere, volete che non se ne fosse accorto Veltroni, che lo aveva candidato?
Certo che se n’era accorto. E l’aveva scelto per quello. Perché a sinistra c’è chi è convinto di prendere più voti imitando quel che fa la destra (e il più delle volte, la parte più cialtrona della destra).
Cosa che spiega, secondo me, diverse cose importanti della politica italiana.
Ecco perché Calearo non è un cialtrone, ma un simbolo.
Da studiare con la massima attenzione.
MARIO MONTI E LE FETTE DI POLENTA
Il centrosinistra (non so se esiste davvero, ma chiamiamolo così per capirci) ha fatto una grande scoperta: Mario Monti non è di sinistra.
Della serie: dopo sole sette fette, essi si accorsero trattarsi di polenta.
Solo La Russa e Gasparri, in realtà, avevano sospettato che Herr Professor fosse, sotto sotto, un infiltrato comunista. Riveliamo loro un terribile segreto: non lo è.
Monti è un uomo di centro che guarda a destra. A una destra pulita, senza mazzette, senza Mangani e senza bunga bunga.
Un umo della buona borghesia che ha letto buoni libri. Quella che fa una cena di Capodanno mandando la moglie a fare la spesa (e solo il leghista in mutandoni verdi non se ne accorge).
E’ un economista stimato, che ha una concezione ultracapitalista e liberista della società.
Il sottoscritto lo ama perché ci ha liberato da una classe dirigente di cafoni e cialtroni, di cui molti di noi si vergognavano.
Quando Monti avrà finito il suo lavoro (di destra) che avrebbero potuto fare altri (di destra anche loro, ma talmente inetti da non riuscire a farlo, neanche con 100 deputati di maggioranza), si tornerà alle urne e gli italiani sceglieranno i loro nuovi governanti.
E temo che, da allora in poi, le cose andranno parecchio peggio.
MONTI, LA FIAT E IL TACCHINO VENDUTO ALTROVE
I love Mario Monti. Ma mica sempre. Stavolta, per esempio, mi pare abbia detto una cavolata.
Parlando a Confindustria (tutta in piedi con standing ovation, esattamente come pochi mesi fa per Silvio) il premier ha detto che la Fiat può investire i suoi soldi dove vuole, qui o all’estero.
L’errore (secondo me) non è nel concetto: in un mondo (ahilui) sgangheratamente liberista, quella è un’ovvietà.
L’errore è nell’aggettivo possessivo. I “suoi” soldi? Un momento, please.
La benemerita azienda di Marchionne e Lapo Elkann non è la fabbrichetta del Nordest che va a investire in Romania.
La Fiat è il frutto di un secolo e mezzo di Storia d’Italia, di scelte fatte a nome (e molto spesso anche a spese) di ciascuno di noi. Dalle migrazioni sud-nord, alla decisione di privilegiare i trasporti su gomma rispetto a quelli su rotaia, dalle rottamazioni ai prezzi pagati (o non pagati, dicono molti) per prendersi l’Alfa Romeo. Per non parlare di questioni meno nobili.
Come ha scritto Giuseppe Turani “buona parte di quello che siamo oggi, come Paese, lo si deve anche alle scelte fatte a Torino nel dopoguerra” (dal libro “L’Avvocato”, pag. 5).
Paragone azzardato ma non troppo: se io invito a pranzo qualcuno, e quello si prende il tacchino e va a venderlo ad uno che passa per la strada, io un pochino mi arrabbio.
E allora, please, mister Monti: poi a Torino faranno come sempre quel che gli pare, ma incoraggiarli, quello no, grazie.
L’ODIO PER I PARTITI AUMENTA: E POI?
Proseguo, in parte, i ragionamenti degli amici intervenuti nel blog precedente. Aggiungendo un elemento: l’odio per i partiti.
Non ne ho mai sentito circolare tanto, neanche negli anni ’90, quando (quasi) tutti volevano impiccare i politici al primo lampione (mai dimenticare quel cappio in Parlamento, sventolato da chi, come poi s’è visto, voleva solo prendere il posto dei capataz d’allora).
Che si esprima quest’odio davanti alla macchinetta del caffè, in ufficio, è normale. Più preoccupante che si cominci a scriverne, anche da parte di illustri studiosi. Michele Ainis scrive che può esistere democrazia anche senza partiti: ci sono – dice – le liste civiche, c’è il web, ci sono i movimenti. E senza partiti si è andati avanti per secoli.
Resto allibito. Le liste civiche sono partiti: o no? Il web ha creato Beppe Grillo: che però ha subito fondato un partito, o no? I movimenti come quelli ecologisti sono utilissimi: ma appena possono, fondano partiti, o no?
L’altro giorno, durante un prelievo del sangue, un infermiere, solitamente simpaticissimo, quasi mi ha aggredito, perché, con l’ago nel braccio, sostenevo che una città, una Regione o uno Stato, qualcuno li deve guidare, salvo che si voglia passare la vita a spararci addosso l’un l’altro. Macchè: lui insisteva che “basta, siamo stufi, non ne possiamo più, via tutti, basta!”
Ora, dal mio amico infermiere non lo pretendo, ma da studiosi come Ainis vorrei mi si dicesse cosa può esserci (in una democrazia, ovviamente) al posto dei partiti.
Cambiarli, rinnovarli, farne di nuovi, inventare nuove forme e nuove regole: benissimo. Ma davvero si può pensare di farne a meno?
Se si tratta solo di cambiargli nome, per chiamarli appunto liste civiche, leghe, movimenti, Ernesto o Evaristo, la cosa non mi interessa.
Se invece si pensa ad altro, lo si spieghi. Tanto per poterci regolare.



