GLI INSULTI DI GRILLO E LE CENE DI ARCORE
Beppe Grillo insulta Josefa Idem, scrivendo che sceglierla come ministro è stata una cosa “da scemi”.
Josefa Idem non è solo la campionessa che (quasi) tutti conosciamo.
Josefa Idem ha fatto per anni l’amministratrice comunale, ha idee chiare e precise (giuste o sbagliate che siano, lo vedremo in futuro), è una persona preparata e seria e non è diventata parlamentare (lei) facendosi “cliccare” da qualche decina di amici sul web.
Ma il signor Grillo la insulta anche perché, spiega, “è un po’ tedesca”.
Questa è la politica italiana, oggi.
Questo è il partito votato da un italiano su 4.
Enrico Mentana ha deciso di abbandonare Twitter perché, ha spiegato, non vuole restare in una comunità in cui dilagano l’insulto, la volgarità, la cafoneria al più infimo livello.
Twitter si può abbandonare. La politica italiana, per chi ha un minimo di educazione civica, no.
Beppe Grillo ha comunque compiuto un’impresa titanica, che fino a poche settimane fa ritenevo assolutamente irrealizzabile: mi ha convinto che, rispetto al suo modo di fare, quelle di Silvio Berlusconi erano davvero delle cene eleganti.
LA SINISTRA ASCOLTI MARLON BRANDO
“Sinistra mia, benchè parlar sia indarno…”
Ci vorrebbe un Petrarca per cantare la struggente e malinconica fase di autodistruzione della gauche italiana.
Bersani, persona perbene, ha sibilato ai suoi ex amici (non tutti per bene quanto lui) che “si vince tutti insieme, ma
si perde sempre da soli”. Intanto in sala ci si accoltellava ala grande: come sempre, più di sempre.
Ha fatto bene Giuliano Amato a paragonare la situazione del Pd a quella del vecchio Psi: ognuno pensa solo a se stesso, il convento è in rovina ma i frati litigano (il governo con Berlusconi è nato quando i cosiddetti “liberi pensatori di sinistra” hanno bocciato Marini, più che quando è stato impallinato Prodi, perché lì tutti han capito che non c’era più un partito e che ciascuno poteva farsi i cavolacci propri).
Tornando al Pd, mi ripeto: ci vuole il coraggio di divorziare.
Il matrimonio tra ex Dc ed ex Pci è fallito (e non servirà a molto un segretario ex socialista per farlo rivivere).
Ognuno vada per la sua strada, allora, cercando di restituire ai seguaci dei due (o tre) nuovi partiti che nasceranno un minimo di passione, di convinzione e soprattutto di obiettivi da raggiungere.
Dopo di che, senza convivenze forzate e spesso innaturali, sarà più facile trovare dei punti su cui lavorare insieme (e il primo potrebbe essere l’imposizione al governo di abrogare la legge elettorale esistente: si può fare in mezzo minuto, se si vuole davvero, ma nel Pd già si ricomincia a dire che potrebbe creare problemi a Letta, mentre Silvio fa sapere che a lui, il Porcellum, va non bene ma benissimo).
Stando ognuno a casa propria, ciascuno potrebbe così frequentare gente con cui si trova bene e potrebbe cercare strade diverse per arrivare, se possibile, ad un traguardo comune con gli altri.
L’alternativa? Farsi prendere a sberle per tutta la vita da una destra che sarà magari brutta, sporca e cattiva, ma che sa benissimo quel che vuole e dove vuole andare.
E come diceva Marlon Brando in un grande film “è meglio sapere dove andare, senza sapere come, piuttosto che sapere come andare, senza sapere dove.”
IL PITALE SUL PARLAMENTO
Anche i grillini scoprono quanto sa di sale il “vaffa” altrui.
Un loro logorroico professore lamenta di essere finito nel “tritacarne mediatico”.
Una loro deputata lamenta (giustissimamente) di essersi vista rubare la posta elettronica.
Bene. Se serve a cercar di cambiare strada, tutti insieme, benissimo.
Male, invece, se si torna al solito schema di gioco: la mia mail non va violata, le tue telefonate private, sì. L’insulto rivolto a me è maleducazione, l’insulto al mio avversario politico, invece, è una “critica vibrante”.
Così non si va da nessuna parte. Come non si va da nessuna parte (anche se si prendono tanti voti) continuando ad insultare genericamente “i politici”.
I politici sono quelli che eleggiamo noi. E’ nostro dovere (dovere, non solo diritto) giudicarli, criticarli, anche accusarli. Ma insultandoli in blocco, è chiaro che insultiamo noi stessi, che siamo i loro mandanti.
C’è un giochino che chi, come me, è invecchiato all’interno delle redazioni conosce a memoria.
Quando le strade sono piene di buche, si spara sull’amministrazione locale: quando l’amministrazione ripara le buche, la s’insulta di nuovo perché i cantieri creano disagi.
E’ un trucchetto vecchio come il cucco, ma funziona sempre.
Ed è un sistema che in Italia ha avuto portabandiera eccellenti: D’Annunzio e il pitale lanciato sul Parlamento, Guglielmo Giannini, Achille Lauro, i leghisti del cappio, una vasta fetta del grillismo attuale.
Ogni volta, l’insulto generico e qualunquista ai “politici” ha premiato.
E ad ogni cambio di generazione salta fuori qualcuno pronto a cogliere la palla al balzo, magari chiedendosi tra sé e sé, davanti allo specchio: se la formula funziona, perché cambiare?
TWITTER, LA STORIA E L’OSTERIA
Fino a qualche anno fa ero un frequentatore compulsivo di osterie. Mi piaceva l’atmosfera, mi piacevano le panche e le sedie, mi piaceva pure la grappa. E mi piaceva ascoltare i discorsi. Sì, proprio i proverbiali “discorsi da osteria”.
Nelle osterie che frequentavo io, si parlava parecchio di politica. E si alzava spesso la voce anche perché, dalla seconda grappa in poi, eravamo tutti convinti di avere la formula giusta per salvare il mondo.
Adesso in osteria (mi dicono ne esistano ancora) per vari e malinconici motivi, non ci vado più.
In compenso, frequento (per lavoro) Facebook e Twitter. E riscopro i ritornelli di allora: “Tutti ladri, so io quel che ci vuole per quelli là, è ora di finirla, tutti a casa, destra e sinistra i è tuti i stessi…”.
La differenza è che un tempo, usciti dall’osteria e tornati a casa, tutto finiva lì.
Oggi invece si resta su Internet per l’eternità. E quattromila twit creano un candidato alla presidenza della Repubblica! Quattromila “clic”: meno delle preferenze di un candidato al consiglio comunale di Verona, meno degli amici che tanta gente ha su Facebook, meno dei follower su Twitter di Valentino Rossi (1.800.000), di Grillo (800mila) e di Vendola (290mila) ma anche della Sora Cesira (13.892) e del fantastico “Il Trota ha detto” (26.420).
Eppure, i 4mila fans dell’ottimo Rodotà hanno pesato enormemente sulle ultime vicende politiche, hanno condizionato il Parlamento, hanno ulteriormente spaccato il povero Pd, hanno avuto un effetto-Falqui su decine di deputati e senatori.
E’ il trionfo dell’osteria moderna, l’osteria 2.0.
E’ il giubileo dell’incompetenza, dell’irresponsabilità, della demagogia senza freni.
All’insegna del nuovo, ovviamente. Anzi, nuovissimo.
In un sonetto di Cesare Pascarella, un popolano romano, capitato in mezzo al caos del Risorgimento, spiegava: “Credevamo di essere all’osteria, e invece eravamo nella Storia!”
Nell’Italia di oggi succede esattamente il contrario.
SILVIO & BEPPE, PERCHE’ NO?
E adesso?
Adesso, un governo coi fantasmi del centrosinistra ma a maggioranza di centrodestra (rotta l’alleanza Sel-Pd, la prima forza politica italiana è quella formata da Pdl e Lega).
Una nuova legge elettorale (fino a ieri pensavo fosse impossibile averne una peggio di questa, ma visti all’opera questi parlamentari, tocco ferro).
Poi, fra un anno, nuove elezioni, che il centrodestra vincerà a mani basse (Grillo crescerà, ma continuerà a non allearsi con nessuno e a fare capigruppo che non sanno a quanti anni si può diventare presidenti della Repubblica: voti in frigorifero).
A quel punto, il nuovo Parlamento, eleggerà subito il nuovo presidente della Repubblica. E dopo le dimissioni di Napolitano, sarà eletto Berlusconi o chi per lui.
Complimenti alla sinistra italiana: solo negli anni ’20 del secolo scorso era riuscita a far di peggio.
Auguri alla destra (ma attenzione, non avere avversari non aiuta a governare bene. Mai).
La vera novità sarebbe un’alleanza tra berlusconiani e grillini: entrambi anti-europeisti, entrambi abituati a promettere la luna (dal togliere l’Imu al promettere un salario garantito a tutti, che tanto di soldi ce n’è…), entrambi pieni di disprezzo per la democrazia parlamentare (se gli altri hanno più voti è un golpe, gli uni lo dicevano del governo Prodi, gli altri lo dicono della rielezione di Napolitano).
Why not?
COMUNQUE VADA, ANDRA’ PEGGIO
Comunque vada, andrà peggio.
Il nuovo presidente della Repubblica sarà eletto da un Parlamento in cui l’odio, il disprezzo reciproco, l’impreparazione e la demagogia formano un cocktail d’una velenosità senza precedenti.
So che a diversi amici di questo blog Napolitano non piace.
E più in generale, in questi 7 anni molti l’hanno aggredito in mille modi.
L’hanno attaccato perché anziano (e lo ha fatto chi adora un leader che tanto giovane non è), perché meridionale, perché troppo amico dei giudici e perché troppo garantista, perché parlava troppo e perché (tirato per la giacca) non parlava, perché comunista e perché troppo “liberal”.
Quando ero un tifoso di calcio (prima che il calcio diventasse quello che è oggi, nelle società e sugli spalti) mi avevano insegnato che se l’arbitro veniva criticato sia da una squadra che dall’altra, voleva dire che quanto meno si era sforzato d’essere imparziale. Il che, per chi arbitra, non è poco.
Quasi nessuno dei nomi che sento circolare per il prossimo settennato mi sembra in grado di fare altrettanto.
E allora, appunto, comunque vada, temo che andrà peggio.
E agli amici cui Napo non piace, consiglio di ripensare all’aneddoto di quel tenore che, contestato dal loggione, ad un certo punto sbottò: “Fischiate me? Sentirete il soprano.”
GLI SPINTONI DI PONTIDA
Insulti e spintoni tra leghisti a Pontida.
E’ un classico nella vita di ogni partito.
Chi nasce incendiario, spesso stenta a diventare pompiere.
Chi sogna il paradiso sovietico considera un vile e un traditore chi cerca di portare a casa qualche riforma in favore dei più deboli, anche a costo di accordarsi con parte della “razza padrona”.
Chi crede al superuomo e alla “guerra lavacro del mondo”, insulterà sempre l’onesto conservatore “panciafichista”.
E allora eccoli lì, i leghisti litigiosi di Pontida.
Sognavano un Nord che non esiste: ricco, egoista ed autosufficiente, racchiuso tra un capannone e una villetta a schiera. Non esiste, è ovvio: ma loro prima incolpavano i “terroni” e poi insultavano gli immigrati (tenendosi ben care badanti e manovali sotto costo), immaginando demenziali spadoni e proiettili a basso costo per chi non la pensava come loro.
Adesso, una parte dei loro stessi leader cerca di riportarli coi piedi per terra.
Il problema è se sia possibile prender voti parlando di cose concrete e realizzabili, senza promettere paradisi, fughe nel nirvana, svolte miracolose.
Maroni (e più di lui Tosi, mi sembra) ci stanno provando.
Ma il popolo degli elmi cornuti, delle mascherate secessioniste, degli assalti ai campanili, beh, quel popolo rimpiange i diti medi, gli insulti e la beceraggine dei tempi d’oro del Carroccio (da “Berluskaz mafioso piduista” ai proiettili pronti per i magistrati).
Diventeranno mai adulti?
E’ un dilemma che riguarda la Lega, ma anche tutta la vita politica italiana. E quindi tutti noi, comunque la pensiamo.
I 10 PICCOLI INDIANI DI CAPO NAPO
Una mossa da disperati.
Dieci saggi, che nessuno ha capito come siano stati messi insieme. Né per fare cosa.
Non rappresentano nessuno, sia che si mettano d’accordo sulle cose da fare, sia che non concludano un bel niente.
Avrei capito di più se Re Giorgio avesse detto: “Dò mandato ai signori Bersani, Berlusconi e Grillo, che rappresentano la stragrande maggioranza degli italiani, di mettersi d’accordo entro dieci giorni su tre o quattro cose urgenti fare: poi, quelle cose le farà il governo in carica.”
Quella sarebbe stata una decisione logica, in vista di nuove elezioni in autunno.
Far cercare invece quell’intesa sul mini-programma (legge elettorale e misture urgenti anti-crisi) a dieci illustri “signori nessuno”, (nel senso che sono rappresentanti solo di se stessi), a che serve?
Il giorno dopo che riuscissero ad accordarsi, saremmo al punto di partenza, con la necessità di convincere i tre schieramenti politici (o almeno due su tre) a votare insieme.
Non ci si è riusciti finora: davvero qualcuno pensa che ci si riuscirà se a chiederlo sarà Quagliariello? E non pensate che quei cosiddetti saggi faranno la fine dei 10 piccoli indiani di Agatha Christie? Mauro perché è ciellino, Violante perché è del partito dei giudici, Giorgetti perché la Popolare di Lodi…E via, e via, e via, uno alla volta.
Certo, Napolitano con questo giochino ha guadagnato un pochino (pochino) di tempo.
Ma come dice Seneca, mentre noi rimandiamo, la vita passa.
PIERLUIGI, IL LUPO, LA PECORA ED IL CAVOLO
Ci sono un lupo, una pecora e un cavolo.
Bisogna traghettarli da una parte all’altra del fiume, portandoseli in barca senza che nessuno sia divorato.
Il traghettatore è un bravo amministratore emiliano, che voleva smacchiare il giaguaro ma è sul punto di essere smacchiato lui.
Il lupo è il Pdl (oppure il Pd, per non urtare la suscettibilità di nessuno), la pecora è il Pd (oppure il Pdl, secondo i gusti) e il cavolo è Beppe Grillo (che non vuole comunque entrarci, come appunto un bel cavolo a merenda).
Cosa deve fare, il povero barcaiolo Pierluigi?
Nel vecchio indovinello, la soluzione c’è (se non ve la ricordate, è sempre divertente cercar di trovarla).
Nella politica italiana, a me pare di no.
Anche perché c’è una cosa su cui concordano il lupo, una buona parte della pecora e tutto il cavolo, è nel voler buttare il traghettatore giù dalla barchetta. Anche a costo che la barchetta affondi.
E allora il vero indovinello è: tra quanto tempo ci richiameranno a votare per il lupo, per la pecora e o per il cavolo?
Fra tre mesi? Fra sette? Fra un anno?
A chi indovina, bambolina premio.
COMINCIA BENE, FINIRA’ MALE
Si è partiti bene, finirà male.
Due belle persone sono state elette alla guida di Camera e Senato, ed è un bene.
Diversi senatori grillini hanno rifiutato il ruolo di automi-portaborse, preferendo votare un procuratore antimafia piuttosto che un ex inquisito per mafia (anche a costo di provocare una scenata isterica e un bellissimo travaso di bile al fanatico che pensa di dirigerli come burattini). Ed anche questo è un bene.
Un anziano signore è improvvisamente guarito dall’uveite. Ed è un bene.
E un altro anziano signore, che era stato un bravo Professore e un bravo premier, ma che poi è andato via di testa a tempo di record, è stato messo definitivamente in un angolo (dorato) a fare il senatore a vita. E anche questo è un bene.
Ciò premesso, ritengo che finirà male, ovvero che dovremo tornare a votare. O a giugno o ad ottobre. Il che non è bene.
La speranza è che nel frattempo cambi, almeno in parte, la scala di valori di un po’ d’italiani.
Mi spiego con due esempi solo apparentemente slegati tra loro.
Primo esempio: il fatto che il nuovo Papa paghi il conto dell’albergo, è cosa emozionante, buona e giusta. Ma sarebbe più importante che spiegasse cosa intende fare con lo Ior.
Secondo esempio: che i deputati grillini si riducano lo stipendio è cosa emozionante, buona e giusta. Ma sarebbe più importante che spiegassero quale governo è possibile (ripeto: possibile) almeno per cambiare la legge elettorale e per ridurre lo spread (che non è cosa di cui “non ce ne può fregar di meno”, come ha detto l’ex uveitico, ma tocca i portafogli di tutti, come dovrebbe sapere chiunque abbia un mutuo da pagare o un prestito da chiedere alle banche).
E’ questione di valori, insomma. Come sempre.



