26
feb 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI No Comments
VISUALIZZAZIONI

15

LO STADIO SALVATO DALLE ACQUE

Prendete lo stadio della Roma.

Prima era in zona a rischio idrogeologico, poteva essere sommerso dalle acque da un momento all’altro, giurava Beppe Grillo.

Due giorni dopo (non un anno: due giorni) si son messi d’accordo, hanno tolto dal progetto un paio di edifici e lo stadio si farà.

E le alluvioni? Più sentite nominare. Ma non è che con due torri in meno il terreno (che è sempre quello di prima)  cambi natura, o sbaglio?

Eppure non interessa nulla a nessuno. Chi è a favore continua ad esserlo, chi è contro pure. E Salvillo avanza.

E’ una regola fissa, ormai.

Vi ricordate, qualche era geologica fa, il referendum costituzionale? Sia Forza Italia che il Pd (tutto) erano stati a favore della sostanza, e quasi tutti l’avevano pure votata in Parlamento.

Poi però, c’era da far fuori Renzi. E allora tutti contro. E la gente, beata, come nella scenetta del grande Petrolini: bene, bravo, bis! A prescindere, prima che finisse la frase.

Stupido scandalizzarsi. E’ la new politics, come insegna Trump: la realtà conta zero, la narrazione è tutto, se sa cogliere la pancia (Salvillo dixit), la rabbia e le frustrazioni popolari, che in un periodo di crisi sono millanta che tutta notte canta.

Mi sfogo come un frustrato? Mi sfogo come un frustrato.

Ma pongo anche una domanda. Quando andremo a votare (l’anno prossimo, credo, se a settembre non ci saranno sconquassi), trovandoci di fronte a decine di partiti e partitini (a proposito: bentornata DP, sigla della mia infanzia romantica e sognatrice), come diavolo sarà possibile trovare una qualsiasi maggioranza di governo per questo malandato e decadente Pese?

19
feb 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 3 Commenti
VISUALIZZAZIONI

217

HASTA LA VICTORIA SIEMPRE, COMPANERO TURIGLIATTO

Turigliatto.

Ahhhh, Turigliatto!

In una domenica che è un grumo di masochismo e malinconia, seguo in diretta TV la quasi-scissione del Pd (mentre scrivo è ancora un quiz surreale) e la nascita di Sinistra Italiana.

Ahhhh Turigliatto!

Uomo di coscienza adamantina e di solidissime basi ideologiche, capitanò la rivolta che fece cadere il governo Prodi, regalando nuovamente l’Italia a Berlusconi. Era il 2008, anno di partenza della maggiore crisi economica mai vista al mondo. Ma Turigliatto non era uomo da compromessi, perbacco.

Quante cose sarebbero state diverse, In Italia, con qualche Turigliatto in meno? A ciascuno la propria valutazione.

La storia ci dice solo che Turigliatto, dopo di allora fondò Sinistra Critica (indimenticabile…) candidò a premier Flavia D’Angeli (una pietra miliare, come i Jialisse a Sanremo), sostenne Juri Bossuto candidato a sindaco di Torino (un successone!).

Dai prossimi giorni, in Italia, la sinistra avrà forse un partitello dalemiano in più e un manipolo di rivoluzionari nuovi di zecca (anche quelli nati sabato scorso, con l’ottimo Pisaèia), pronti a dare l’assalto al palazzo d’Inverno, a patto di non rivolgersi mai la parola tra di loro.

Che la fortuna li accompagni.

E chissà che non si trovino accanto anche Turigliatto.

05
feb 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 10 Commenti
VISUALIZZAZIONI

560

POLIZZE A PARTE

Che cos’è una polizza? Un apostrofo roseo tra le parole t’aumento (lo stipendio). Facile ironizzare. Facile usare lo strumento del moralismo a un tanto al chilo.

E invece bisogna resistere alla tentazione del vaffanculo e parlare di politica. Il problema non è Virginia Raggi, il problema è il modo in cui è arrivata lì, assieme ai suoi compagni di partito.

Che a Roma avrebbe vinto Grillo, lo si sapeva da molti mesi prima delle elezioni. C’era tutto il tempo di selezionare un gruppo dirigente valido, in grado di reggere le difficoltà enormi di una città disastrata. Se non lo si è fatto, è perché quel gruppo dirigente non c’era. E allora ecco la corsa a raffazzonare ex fascisti ed ex comunisti, dirigenti chiacchierati (ma che conoscevano la macchina municipale) e sedicenti “amici” pronti a tutto.

Questo è il problema politico, non la polizza. Ed è un problema che si riproporrà ovunque.

A Verona, i grillini hanno scelto un giovane candidato sindaco che ha ottenuto 85 voti (85!), con una consultazione via Internet comunicata al popolo votante solo dopo che era iniziata e durata poche ore.

Con quel candidato ho parlato tre o quattro volte: è un ragazzo simpatico, ottimo musicista, pieno di energia. Esperienza? Praticamente zero.

M’è capitato di essere eletto in Comune, mille anni fa, ed ero anch’io giovanissimo, sette anni meno di lui. Sapevo nulla, o quasi. Ma dietro di me c’erano i migliori architetti di Verona, avvocati e commercialisti d’altissimo livello, politici navigati (alcuni pure troppo) con rapporti solidissimi in ogni settore della città, dalle fabbriche all’Università.

Diventasse sindaco lui, almeno per i primi due anni, cosa potrebbe fare, se non affidarsi a gente più esperta ma per lui semisconosciuta? Certo, potrebbe sperare di essere più fortunato di Virginia.

Glielo auguro di cuore. Ma temo che non basterebbe.

29
gen 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 13 Commenti
VISUALIZZAZIONI

636

DONALD “FASSO TUTTO MI”

Una delle carte vincenti del populismo sta probabilmente nel vecchio detto milanese “fasso tutto mi”.

La democrazia è lenta, per sua natura. Bisogna ascoltare tante opinioni, obbedire a tante regole, rispettare tanti accordi. Nel populismo no, si va di fretta. E la velocità consente di mettersi rapidamente in sintonia col vento che tira, senza perdere tempo.

Un partito nordista può diventare nazionalista in un battibaleno. Si può allearsi con gli anti-europeisti, poi con gli europeisti e poi ancora con gli anti-europeisti nel giro di una settimana. Si può dire che la Nato non serve a niente e due settimane dopo dire, assieme alla premier inglese, che la Nato è fondamentale.

Il mito eterno dell’uomo solo al comando si basa anche su questo: gli avversari devono aspettare, controllare, verificare. L’uomo solo può “consegnare la dichiarazione di guerra agli ambasciatori” informandone direttamente piazza Venezia e ricevendone un’ovazione infinita. Poi però…Poi però si finisce con l’Armir nella neve russa.

Il vivace Donald Trump ha mantenuto la promessa di discriminare chi ha una religione diversa dalla sua e chi arriva da Stati che non gli piacciono. Ma pare che adesso persino lui debba fare i conti con leggi americane e trattati internazionali.

Il re del riporto avrebbe preso la sua decisione sulla base di una legge del 1952 che però, considerata discriminatoria, sarebbe stata cancellata nel 1965. Se avesse controllato, discusso, verificato, forse non l’avrebbe fatto. Ma non sarebbe stato un “uomo forte”. E non sarebbe stato applaudito dai Salvillo che stanno trionfando in tutto il mondo.

22
gen 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 5 Commenti
VISUALIZZAZIONI

522

BASTA CHE POI NON SI LAMENTINO

Il mondo alla rovescia.

Trump esalta il protezionismo mentre il leader del più grande partito comunista che sia mai esistito, il cinese Xi Jinping, corre a Davos ad esaltare il libero mercato.

Trump dice agli americani di comprare solo americano: grandi applausi dal Veneto leghista, dove in questi anni si è rimasti a galla solo grazie alle esportazioni.

Trump dice che d’ora in poi difenderà solo gli Stati Uniti. Battimani da chi si lamenta perché paghiamo troppe tasse (difficile che costruire una Difesa solo nostra sia gratis).

Trump nomina in posti-chiave sei boss della Goldman Sachs. Ovazioni da chi ogni giorno ulula contro le banche e la grande finanza.

Trump dice basta alla globalizzazione. Applausi dai due partiti (Lega e AN) i cui ministri e sottosegretari, nel 2001, erano nella Questura di Genova a guidare le operazioni della polizia contro i no-global.

Tutto bello, e anche piuttosto divertente. Basta che poi questi “plauditori” non ce li troviamo in piazza, a guidare le proteste contro quello che avranno costruito.

15
gen 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 10 Commenti
VISUALIZZAZIONI

530

DITECI CHI SIETE

Sostiene Berlusconi che “in Italia ci sono tre grandi aree politiche: il centrodestra, il Pd e i grillini; aree molto simili per consistenza numerica ma nessuna, allo stato,  in grado di governare da sola”.

Sono d’accordo con lui (cosa che un pochino mi preoccupa).

Ne deduco che, come in Germania, in Spagna e in molti altri Paesi, in quest’epoca di transizione infinita e confusa, toccherà fare alleanze non facili.

Prima di arrivarci, però, si dovrebbe spiegare cosa davvero siano, queste tre macro-aree politiche.

Del Pd abbiamo parlato più volte: è quello di Renzi o quello di D’Alema? Quello solido e tetragono di Bersani o quello un po’ farfalloso ma intraprendente della Leopolda?

Idem per il centrodestra: una cosa è Berlusconi, altra cosa è Salvini. E’ vero che Re Silvio seppe tenere insieme il nazionalismo missino e il federalismo bossiano, ma liberalismo e Casa Pound restano come il classico cavolo e la famosa merenda.

Infine Grillo: essere contro, a prescindere, è una carta vincente; ma prima o poi qualcuno comincerà a chiedersi se sia davvero indifferente stare con gli anti-euro e con i fanatici dell’euro. O se sia possibile definire intoccabile la Costituzione ma fare l’esatto contrario di quanto prevede l’articolo 67 (“Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”). Od anche parlare di “uno vale uno” e poi farsi governare dal democraticamente eletto Casaleggio junior.

Insomma: prima di chiederci il voto, la prossima volta, tutti e tre i maggiori schieramenti politici forse avrebbero il dovere di dirci, educatamente, chi sono.

08
gen 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 11 Commenti
VISUALIZZAZIONI

552

LIBERI DI SCHIANTARCI ?

Visto che la notizia principale, in questi giorni, sembra essere quella per cui d’inverno fa molto più freddo che d’estate, torno su di un tema che qui abbiamo discusso anche quando non era di gran moda: il rischio creato dalle false notizie diffuse da internet (e riprese spesso dai media tradizionali).

Come temevo, si è già deragliato verso proposte di qualche forma di censura statale. Oltre che inaccettabile, sarebbe inutile: o si chiude tutto (come hanno cercato di fare la Cina e alcuni stati islamici) o sarebbe come svuotare il mare col secchiello. E non parlo neppure, poi, del “tribunale del popolo” invocato da Grillo, una bufala sulle bufale.

Continuo però a pensare che qualcosa si debba fare. Per esempio per limitare l’anonimato totale ed aumentare la “tracciabilità” di chi interviene su Internet. Tutti noi vogliamo giustamente sapere da dove arriva il cibo che portiamo in tavola: possibile che non ci preoccupiamo di sapere da dove vengano le notizie (ripeto ancora una volta: le notizie, non le opinioni) che ci piovono addosso?

Un esempio. Anni fa, qualcuno ha diffuso la notizia che Obama non era nato alle Hawaii ma in Kenia, ed era quindi ineleggibile a presidente degli Usa. Nessuno aveva individuato da dove fosse partita la bufala. Che si è perciò estesa a macchia d’olio, ed è stata più volte adombrata (sia pure con qualche cautela) dallo stesso Donald Trump in campagna elettorale. Se fosse stato possibile rintracciare subito la fonte primaria di quella bugia, mostrando a tutti il volto e il nome dei “bufalisti”, forse oggi il mondo intero sarebbe un filino migliore.

Non ho la minima idea di come tecnicamente sia possibile (e se lo sia…)  praticare questa strada. Ma sarebbe importante se molti di noi (bufalisti esclusi) fossero d’accordo sulla necessità di fare qualcosa.

Pierluigi Battista, sul Corriere della sera, sostiene che no, non va fatto nulla, in nome della libertà assoluta d’espressione. E spiega che incolpare Internet per le bufale è come dare alle autostrade la colpa per gli incidenti. Io credo invece che in autostrada si possa circolare solo perché ci obbligano a seguire alcune regole, anche a costo di limitare la libertà di chi vorrebbe correre contromano. O no?

02
gen 2017
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 6 Commenti
VISUALIZZAZIONI

398

SCUSATE IL RITARDO

Scusate il ritardo, questioni d’età. Ci rileggiamo domenica prossima, ma intanto, a chi vuole, propongo uno splendido articolo di Christian Rocca da Il Sole 24 Ore. Buon anno!!!

 

Aveva capito tutto David Foster Wallace con la storiella dei pesci, raccontata prima agli studenti del Kenyon College in Ohio e poi raccolta in Questa è l’acqua (Einaudi): «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”».

L’acqua, voleva dire Foster Wallace con la storiella, è la realtà che ci circonda e il senso del racconto è che, per averne piena coscienza, questa realtà va guardata, studiata e sperimentata con impegno, consapevolezza, disciplina.

Il 2016 è stato l’anno del trionfo dei due pesci giovani. Con l’eccezione dell’Austria felice, «alii bella gerunt», tutti gli altri fanno guerra alla ragionevolezza: Brexit, Trump, Cinquestelle, NO al referendum costituzionale, ogni volta che c’è un’opzione insensata, improbabile, grottesca non ce la facciamo sfuggire e scegliamo precisamente di andare a fondo con la stessa irresponsabilità con cui si scrive un tweet o uno status su Facebook.

Ma in corso c’è una trasformazione culturale e sociale che va molto oltre i risultati elettorali, i quali non fanno altro che fotografare lo spirito del tempo. Nell’Italia che entra nel 2017, studiare, conoscere, ragionare, conquistare con fatica e sudore ruoli professionali e civili è diventato un disvalore: non solo non vale più niente, ma è addirittura una macchia morale che non può che nascondere chissà quali nefandezze.

Il risentimento e il rancore contro chi ce l’ha fatta e contro chi sa di che cosa sta parlando è la cifra esatta della nostra epoca, e un po’ è anche colpa degli inguaribili ottimisti delle magnifiche sorti progressive della storia (tra cui io e questo magazine).

Sul fronte esterno abbiamo pensato che la storia fosse finita e che la società aperta fosse un magnete magnifico e irresistibile per chi non avesse ancora conosciuto libertà e democrazia, ma il risultato è stato l’avanzamento di regimi autoritari e di ideologie oscurantiste.

In occidente abbiamo voluto disintermediare, in nome del progresso tecnologico e della libertà individuale, indebolendo le organizzazioni politiche e sociali che per un secolo hanno fatto da filtro tra le istituzioni e il Paese.

Fidandoci delle innovazioni abbiamo abbattuto i partiti, i sindacati, i giornali e pure le famiglie. Senza quella mediazione che un tempo sembrava molto opprimente è saltato tutto il sistema e il risultato è quel mondo «ingovernabile» che avevamo messo in copertina tre anni fa (IL54, ottobre 2013), mai immaginando però che fosse davvero cosìingovernabile.

Che succederà nel 2017? Che cos’altro può andare male? La Francia, certo. L’Europa, ovviamente. Trump entrerà alla Casa Bianca, e si salvi chi può. Cina, Putin e Iran in grande agitazione ed eccitazione, tra gli applausi dei «nuovi patrioti» (copyright Corriere della Sera, lo stesso giornale che inventò la «Casta»). Infine un’Italia sempre più vicina alla Grecia e all’Argentina.

Sarà difficile ribaltare la tendenza verso l’abisso, rialzarsi e mostrare di non essere del tutto rimbecilliti. Ci vorrà almeno una generazione per farcela, e la piena consapevolezza dei disastri causati da una scuola pubblica che sforna legioni di ignoranti orgogliosi di esserlo.

Il 2017 spero sia l’anno in cui finalmente ci renderemo conto che si è sbriciolato il concetto di opinione pubblica, sostituito dal pensiero unico della pancia del Paese e da un polpottismo digitale, per ora violento solo verbalmente, ma domani chissà, che prevede la gogna per i sapienti e per le élite.

Dopo la vittoria di Donald Trump e il trionfo della politica post fattuale (post truth, in italiano: fregnacce), in America si è aperto un dibattito sul ruolo pubblico dei giornali, accusati di non aver capito che cosa stava succedendo nel Paese.

Ma è davvero questo il ruolo della stampa libera? Fare da megafono, in nome del politicamente corretto, a chiunque la spari grossa? Siamo sicuri che il suo ruolo sia dare legittimità e credibilità alle post verità celandosi dietro al sentimento popolare e al giornalismo super partes? Io penso di no.

La critica da muovere alla stampa americana, e anche alla nostra, semmai è opposta; e ora, dopo Brexit, Trump e il referendum, sappiamo anche che è necessario farlo perché a rischio c’è il sistema democratico. Le post truth – «fuori dall’Europa si risparmiano miliardi di sterline», «Hillary ha fondato l’Isis», «la riforma è scritta da JP Morgan» – non si possono riportare in modo imparziale, senza segnalare che si tratta di fregnacce. Questa non è informazione, è capitolazione.

Chimamanda Ngozi Adichie, fenomenale romanziera di origine nigeriana, ha scritto sul New Yorker che è arrivato il momento di smetterla con le «false equivalenze», con l’idea per esempio che i toni usati in campagna elettorale da Trump e da Hillary fossero entrambi velenosi: «Considerare che entrambi i lati di una questione siano equivalenti, quando in alcuni casi non lo sono, non è fare giornalismo equilibrato, è raccontarsi una favoletta».

Susan Glasser, direttore di Politico, ha aggiunto che «lo scandalo del 2016 non è ciò che i giornalisti non hanno raccontato ai lettori; ma al contrario ciò che hanno scritto e il fatto che averlo scritto non ha avuto alcun impatto. Articoli e rivelazioni che avrebbero distrutto qualsiasi altro politico non hanno fermato il successo di Trump. Anche il fact checking sul più bugiardo candidato della nostra generazione non ha funzionato; anzi, più i giornali lo hanno fatto, più i fatti hanno perso di senso».

Lo ammettono candidamente anche gli uomini di Trump: «Voi giornalisti non capite, prendete letteralmente le cose che dice Trump, mentre il popolo capisce che talvolta quando si parla si dicono cose che non sono basate su fatti». Oppure: «I fatti non esistono più».

L’opinione pubblica non esiste più. Auguri.

18
dic 2016
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 9 Commenti
VISUALIZZAZIONI

715

NON PRENDIAMOCELA CON VIRGINIA

Noi elitari lo pensiamo da sempre: democrazia vuol dire delega delle decisioni da parte di un popolo che, scegliendo i suoi rappresentanti, manda al potere la “sua” classe dirigente.

Da Lenin a Robespierre, da Cavour a Trump, c’è però il problema di averla, una classe dirigente.

Mi sforzo (molto faticosamente) di mettermi nei panni di Virginia Raggi.

Sono stata eletta sindaco grazie a 1.764 preferenze via Internet e soprattutto grazie ai disastri provocati dai miei predecessori, Alemanno prima e Marino poi.

Che avrei vinto, lo si sapeva da mesi e mesi. Tutto il tempo per prepararsi a dovere. Ma quando arrivo al Campidoglio mi trovo circondata da tanti bravi ragazzi entusiasti, divisi in due o tre correnti che si sbranano tra di loro e che in grandissima parte non hanno mai amministrato nulla più di un condominio.

Magari mi aspetto che il mio partito mi metta a disposizione una schiera di urbanisti, di esperti civilisti, di tecnici nel settore dei rifiuti, del traffico, delle municipalizzate.

E invece non vedo nessuno, se non vecchi marpioni che, come succede ai vincitori, darebbero il sangue pur di saltare sul mio carro al volo.

Che faccio? Mi fido di chi sa tutto sulle scie chimiche oppure di chi (ex fascista, ex democristiano o ex comunista che sia) sa cosa fare in un Comune in cui (Di Battista dixit)  fare il sindaco è più difficile che fare il presidente del Consiglio?

Dall’amministrazione alla politica pura, de nobis fabula narratur, non si parla solo di Roma, si parla di noi.

Abbiamo voluto partiti che al di là dei loro leader hanno solo terra bruciata: chi c’è dopo Berlusconi? Chi attorno a Renzi (in un Pd che ha imparato solo la teoria politica del Vaffanculo, sapientemente usata in assemblea nazionale e in diretta Tv)? Chi se non Grillo e il democraticamente eletto Casaleggio?

Vuoto pneumatico.

E allora, adesso, non prendiamocela solo con la povera Virginia…

11
dic 2016
CATEGORIA

L'Indiscreto

COMMENTI 8 Commenti
VISUALIZZAZIONI

564

ASPETTANDO SUPERBEPPE

Scrivo mentre la trionfale vittoria del No comincia a dare i suoi prevedibili frutti.

Renzi, che forse non era un nuovo Pinochet, si è dimesso.

Tutti gridano che bisogna votare subito. Sapendo che è quasi impossibile trovare un accordo sulla legge elettorale.

Si farà una proposta, che comincerà a viaggiare tra Camera e Senato (grazie No!).

Qualcuno vorrà il proporzionale, qualcuno no, qualcuno emenderà, qualcun altro sub-emenderà, mentre tutti saranno impegnati in una campagna elettorale civile e seria come quella referendaria.

Se, come io credo, il vero vincitore del 4 dicembre è stato Grillo, forse sarebbe stato giusto dare a lui l’incarico di formare il nuovo governo, facendo presentare a lui, alle Camere, le proposte di legge sulle modalità di voto, su salvataggio o fallimento delle banche, sui rapporti con la Ue e via dicendo. Poi, una volta bocciate dal Parlamento tutte queste proposte, subito alle urne, con due leggi elettorali diverse, una per la Camera e una per il Senato, in modo da essere certamente ingovernabili e chiudere  baracca e burattini.

Ma questa, direbbe Gaber, è soltanto un’astrazione.

La realtà, temo, è che ci sarà un governo debolissimo, senza un leader (chi ha i capelli bianchi ricorderà i governi balneari di Leone), ricattabile dal primo D’Alema che passa ma che durerà abbastanza da rosolare e far dimenticare il dittatore Renzi, preparando un nuovo boom elettorale di Grillo.

Un risultato trionfale? Dal mio punto di vista, direi proprio di No.