02
gen 2017
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L'Indiscreto

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SCUSATE IL RITARDO

Scusate il ritardo, questioni d’età. Ci rileggiamo domenica prossima, ma intanto, a chi vuole, propongo uno splendido articolo di Christian Rocca da Il Sole 24 Ore. Buon anno!!!

 

Aveva capito tutto David Foster Wallace con la storiella dei pesci, raccontata prima agli studenti del Kenyon College in Ohio e poi raccolta in Questa è l’acqua (Einaudi): «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?”. I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa: “Che diavolo è l’acqua?”».

L’acqua, voleva dire Foster Wallace con la storiella, è la realtà che ci circonda e il senso del racconto è che, per averne piena coscienza, questa realtà va guardata, studiata e sperimentata con impegno, consapevolezza, disciplina.

Il 2016 è stato l’anno del trionfo dei due pesci giovani. Con l’eccezione dell’Austria felice, «alii bella gerunt», tutti gli altri fanno guerra alla ragionevolezza: Brexit, Trump, Cinquestelle, NO al referendum costituzionale, ogni volta che c’è un’opzione insensata, improbabile, grottesca non ce la facciamo sfuggire e scegliamo precisamente di andare a fondo con la stessa irresponsabilità con cui si scrive un tweet o uno status su Facebook.

Ma in corso c’è una trasformazione culturale e sociale che va molto oltre i risultati elettorali, i quali non fanno altro che fotografare lo spirito del tempo. Nell’Italia che entra nel 2017, studiare, conoscere, ragionare, conquistare con fatica e sudore ruoli professionali e civili è diventato un disvalore: non solo non vale più niente, ma è addirittura una macchia morale che non può che nascondere chissà quali nefandezze.

Il risentimento e il rancore contro chi ce l’ha fatta e contro chi sa di che cosa sta parlando è la cifra esatta della nostra epoca, e un po’ è anche colpa degli inguaribili ottimisti delle magnifiche sorti progressive della storia (tra cui io e questo magazine).

Sul fronte esterno abbiamo pensato che la storia fosse finita e che la società aperta fosse un magnete magnifico e irresistibile per chi non avesse ancora conosciuto libertà e democrazia, ma il risultato è stato l’avanzamento di regimi autoritari e di ideologie oscurantiste.

In occidente abbiamo voluto disintermediare, in nome del progresso tecnologico e della libertà individuale, indebolendo le organizzazioni politiche e sociali che per un secolo hanno fatto da filtro tra le istituzioni e il Paese.

Fidandoci delle innovazioni abbiamo abbattuto i partiti, i sindacati, i giornali e pure le famiglie. Senza quella mediazione che un tempo sembrava molto opprimente è saltato tutto il sistema e il risultato è quel mondo «ingovernabile» che avevamo messo in copertina tre anni fa (IL54, ottobre 2013), mai immaginando però che fosse davvero cosìingovernabile.

Che succederà nel 2017? Che cos’altro può andare male? La Francia, certo. L’Europa, ovviamente. Trump entrerà alla Casa Bianca, e si salvi chi può. Cina, Putin e Iran in grande agitazione ed eccitazione, tra gli applausi dei «nuovi patrioti» (copyright Corriere della Sera, lo stesso giornale che inventò la «Casta»). Infine un’Italia sempre più vicina alla Grecia e all’Argentina.

Sarà difficile ribaltare la tendenza verso l’abisso, rialzarsi e mostrare di non essere del tutto rimbecilliti. Ci vorrà almeno una generazione per farcela, e la piena consapevolezza dei disastri causati da una scuola pubblica che sforna legioni di ignoranti orgogliosi di esserlo.

Il 2017 spero sia l’anno in cui finalmente ci renderemo conto che si è sbriciolato il concetto di opinione pubblica, sostituito dal pensiero unico della pancia del Paese e da un polpottismo digitale, per ora violento solo verbalmente, ma domani chissà, che prevede la gogna per i sapienti e per le élite.

Dopo la vittoria di Donald Trump e il trionfo della politica post fattuale (post truth, in italiano: fregnacce), in America si è aperto un dibattito sul ruolo pubblico dei giornali, accusati di non aver capito che cosa stava succedendo nel Paese.

Ma è davvero questo il ruolo della stampa libera? Fare da megafono, in nome del politicamente corretto, a chiunque la spari grossa? Siamo sicuri che il suo ruolo sia dare legittimità e credibilità alle post verità celandosi dietro al sentimento popolare e al giornalismo super partes? Io penso di no.

La critica da muovere alla stampa americana, e anche alla nostra, semmai è opposta; e ora, dopo Brexit, Trump e il referendum, sappiamo anche che è necessario farlo perché a rischio c’è il sistema democratico. Le post truth – «fuori dall’Europa si risparmiano miliardi di sterline», «Hillary ha fondato l’Isis», «la riforma è scritta da JP Morgan» – non si possono riportare in modo imparziale, senza segnalare che si tratta di fregnacce. Questa non è informazione, è capitolazione.

Chimamanda Ngozi Adichie, fenomenale romanziera di origine nigeriana, ha scritto sul New Yorker che è arrivato il momento di smetterla con le «false equivalenze», con l’idea per esempio che i toni usati in campagna elettorale da Trump e da Hillary fossero entrambi velenosi: «Considerare che entrambi i lati di una questione siano equivalenti, quando in alcuni casi non lo sono, non è fare giornalismo equilibrato, è raccontarsi una favoletta».

Susan Glasser, direttore di Politico, ha aggiunto che «lo scandalo del 2016 non è ciò che i giornalisti non hanno raccontato ai lettori; ma al contrario ciò che hanno scritto e il fatto che averlo scritto non ha avuto alcun impatto. Articoli e rivelazioni che avrebbero distrutto qualsiasi altro politico non hanno fermato il successo di Trump. Anche il fact checking sul più bugiardo candidato della nostra generazione non ha funzionato; anzi, più i giornali lo hanno fatto, più i fatti hanno perso di senso».

Lo ammettono candidamente anche gli uomini di Trump: «Voi giornalisti non capite, prendete letteralmente le cose che dice Trump, mentre il popolo capisce che talvolta quando si parla si dicono cose che non sono basate su fatti». Oppure: «I fatti non esistono più».

L’opinione pubblica non esiste più. Auguri.

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6 risposte a “SCUSATE IL RITARDO”

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  1. martello carlo scrive:

    Beh, se l’ anno si è concluso con tutte le sconfitte da te citate, caro ALDEGHERI, significa che è stato un anno di dure lotte, ma POSITIVE e quello nuovo dovrebbe raccoglierne i frutti, a meno che rigurgiti e i lividi colpi di coda non sfocino nella POST VERITA’ ( al singolare naturalmente ) esclusiva di ” chi ce l’ha fatta ” per far tacere il risentimento e il rancore dell’ ignoranza invidiosa.

    Cos’ è l’acqua? Quel vecchio pesce non si è ancora accorto che stiamo sguazzando nella m…elma.

    1. napoleone scrive:

      Buon anno Lillo,non hai mai scritto così tanto.

      1. risiko italico scrive:

        Complimenti dott.Aldegheri, voi con la vostra “mazzetta” (di giornali!) siete in grado di essere aggiornati, noi poveri disgraziati apettiamo le vostre osservazioni e poi valutiamo l’eventuale condivisione o meno.
        Nel caso dell’articolo da lei postato io lo condivido in toto.
        Vedo che Gaton si pone la sola domanda: e se Rocca si sbagliasse (come a dire UNO vale UNO)?
        Bè provi un po’ a confutarlo, e le garantisco che non è una provocazione.
        Buon proseguimento a tutti.

        1. Gatón scrive:

          E se fosse insensata l’opinione di Rocca ?
          Come tante sentenze del Tar, del resto.
          Buon anno a tutti, in particolare a Norberto.

          1. Norberto scrive:

            Buon anno anche a Lei, dott. Aldegheri, e grazie per l’articolo che ci propone e che mi ero perso.

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