21
mag 2017
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ERA UN VOLANTINO O UN MILIARDARIO?

Domenica di sole e di relax. Da un giardino odoroso di rose, faccio un piccolo esperimento. Telefono ad un collega e registro tutta la conversazione (come Gene Hackman, vi ricordate “La conversazione”?)

Poi riascolto.

Ci sono alcuni giudizi su almeno tre candidati a sindaco di Verona che, se resi noti, distruggerebbero quei pochissimi spiccioli di carriera giornalistica che mi rimangono.

Tono colloquiale, ovviamente. Parecchie parole non oxfordiane. Aggettivi buttati lì senza pensarci troppo. Allusioni a vecchie storie che io e il mio collega conosciamo, ma che potrebbero voler dire mille altre cose.

Consiglierei a tutti di provarci: vi assicuro che ne uscirebbero cose sorprendenti, se riascoltate anche solo dopo qualche ora.

Poi provate ad immaginare quel nastro pubblicato su di un giornale o riascoltato in Tv, magari coi sottotitoli.

Altro che “la vita degli altri”.

Eppure questa è la normalità italiana.

E chi invoca limiti alla pubblicazione di intercettazioni non penalmente rilevanti (cose che riguardano solo voi, insomma, o al massimo vostra morosa) viene accusato di volere imbavagliare la stampa.

I grillini giuravano che le loro riunioni sarebbero state tutte trasmesse in streaming. Poi hanno capito cosa sarebbe successo, anche con la chiacchierata più innocente, e hanno fatto una fulminea marcia indietro, spiegando che scherzavano.

Ma in Italia c’è chi non scherza.

C’è chi, nei giorni scorsi, ha pubblicato l’intercettazione di una telefonata tra un indagato ed il suo difensore: neppure in carcere è ammessa una violazione così palese del diritto alla difesa. Ma di proteste ne ho lette un paio, mica di più.

Ad una manifestazione elettorale, questa settimana, un simpatico cicciottello, candidato consigliere comunale, spiegava al telefonino: “Va bèn, tì portamelo prima che se vota, che dopo se metèmo d’acordo”.

Magari parlava di un volantino da diffondere per le piazze.

Ma come si fa a giurare sulla Bibbia che non parlasse di un miliardario da costringere con la tortura a comprare una banca?

 

14
mag 2017
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ALLA PRIMA CHE FBI TI LICENZIO E TE NE VAI

Donald Trump licenzia in tronco il capo dell’Fbi.

L’Fbi stava indagando su di lui.

Gli Usa sono (sarebbero? erano?) il paradiso della divisione dei poteri (Tocqueville, Jefferson,, the balance of powers e bla, bla, bla) .

Traducete questa storia in italiano. Immaginate il licenziamento in tronco del capo della polizia, del Comandante dei carabinieri o di quello della Guardia di Finanza da parte del capo del governo: un Gentiloni (o un Renzi, o un Berlusconi, o un ministro qualsiasi, tipo la Maria Elena, per non far cognomi) coinvolto in un’indagine delicata (succede anche in Italia, sapete?). Carta e penna, e in dieci secondi chi indaga si ritrova disoccupato (no, questo in Italia non succederebbe, ma è un’altra storia).

Su quel che ha fatto The Donald, qualche sopracciglio inarcato, qualche scotimento di testa, un articoletto qua e là… Ma non siano globalizzati? Questa favola americana, ci riguarda o no?

07
mag 2017
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Macron-Le Pen e il “meno peggio”

Scrivo mentre in Francia si sta votando.

Spero che vinca Macron, che rappresenta quasi l’opposto delle idee di tutta la mia vita.

Le Pen, tuttavia, rappresenta non il “quasi”, ma l’opposto esatto.

E questa mi pare una riflessione utile, non solo per oggi.

Il tempo dei partiti che  trascinavano ed entusiasmavano, sapendo quasi esattamente chi rappresentavano e perché, è tempo passato. La società liquida non consentirà di tornare indietro.

Chi vota con la pancia, come chiede Grillo, può ancora sentirsi emotivamente coinvolto, magari credendo che il Venezuela possa mediare con la Libia, che i vaccini siano pericolosi, che chi ha un colore di pelle diverso sia diverso (e peggiore) di noi.

Chi vota con la testa (o si sforza di farlo), di entusiasmi ne ha meno. E deve (sì, ho usato il verbo “dovere”) dare una mano a chi considera meno peggio degli altri.

“Il meglkio che ci si può aspettare è di evitare il peggio” (Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore).

Macron è il simbolo di un capitalismo sfrenato, che certo non mi piace: ma Le Pen è l’erede di Vichy, ed è devastante che tanta parte della sinistra francese dica di non voler fare nulla per fermarla.

Oggi in Francia, domani in Italia.

30
apr 2017
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MIGRANTI E SOSPETTI

Molti anni fa, un sindaco siciliano ed un prete gesuita (ah, i gesuiti…) spiegarono che “il sospetto è l’anticamera della verità”.

Il giudice Giovanni Falcone rispose subito che “no, la cultura del sospetto non è l’anticamera della verità, è l’anticamera del khomeinismo”.

Pochi giorni fa, un magistrato siciliano ha detto di sospettare che dietro i salvataggi in mare dei migranti ci siano traffici criminali. Ha però subito aggiunto di non avere la minima prova di quel che diceva. “Non è stato provato, ma non è neanche stato escluso”, ha spiegato.

Si torna, insomma, alla questione che divise il sindaco Orlando e padre Pintacuda dal giudice Falcone: che cos’è un sospetto?

Con una differenza in più, non da poco.

Se io sospetto che il mio vicino di casa, rumoroso e maleducato, sia un delinquente, e se lui sospetta la stessa cosa di me, siamo ad armi pari.

Se a sospettare di me è un magistrato, la cosa mi preoccupa.

Se quel magistrato va a dirlo in TV e sui giornali, aiutato da deputati e ministri degli Esteri, la cosa mi terrorizza.

E forse il giudice Falcone ha buoni motivi per rivoltarsi nella tomba.

09
apr 2017
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BRAVA VIRGINIA! PERO’…

Il sindaco di Roma, Virginia Raggi, crea un’isola pedonale in un quartiere della capitale.

Bravissima. Scrivo da anni (con polemichette anche tra i lettori di questo blog) a favore di uno stop alle auto (vero) soprattutto in quartieri storici meravigliosi, come quello della mia città.

Per questa ragione, pur col cuore turbato, sono adesso al fianco di Virginia: bene, brava, bis!

Sì, ma, però, però…

Però i residenti protestano, si mobilitano, organizzano comitati. Le urlano al megafono: “Buffona!”

Lei tiene duro. Le città a piedi erano nel suo programma, le mantiene le promesse, la si giudicherà alle prossime elezioni.

“in tutto il mondo dove è stata fatta una pedonalizzazione, -. Spiega – dopo un primo momento di sconcerto tutti hanno trovato dei benefici”.

Bravissima!

Sì, ma, però, però…

Però non ci si rompano più i cabasisi (copyright Camilleri) con la democrazia diretta, con i vaffa day, con l’uno vale uno e altre demagogie operettistiche.

Speriamo solo che adesso non la espellano dal partito.

02
apr 2017
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Tienanmen non è in Puglia

Perfino i bambini piazzati davanti ai camion. Come in piazza Tienanmen.

La protesta contro il gasdotto, in Puglia, ha preso toni da epopea. Non ne sapevo niente, e anche adesso ne so probabilmente poco. Ma qualcosa ho letto.

Ho letto che il gasdotto dovrebbe attraversare  la Grecia, l’Albania e il mar Adriatico per arrivare in Puglia, portando 10 miliardi di metri cubi l’anno di metano in maniera indipendente dalla Russia e da Gazprom.

Ho letto che in Italia sarebbe lungo 8 chilometri, o secondo alcuni di 63 (la nostra rete è di 13mila chilometri).

Ho letto che la protesta è per il fatto che verrebbero espiantati (e poi reimpiantati nello stesso, identico posto) 211 ulivi secolari, e si rovinerebbe una bellissima spiaggia.

Ho letto che si userebbe un microtunnel, che passerebbe a dieci chilometri di profondità, come avviene da anni sotto una bellissima spiaggia di Ibiza.

Ho letto che i comitati anti-gasdotto accusano le imprese realizzatrici di “essere in odor di mafia”.

Ho letto che il metano è il combustibile meno inquinante che esista al mondo.

E ho letto che chi non vuole il gasdotto dice che arriva dall’Azerbaiglian, dove non c’è la democrazia ma una dittatura (altri paesi da cui compriamo energia sono la Cina, Arabia Saudita, Nigeria e Kazahkistan, tutti paradisi dei diritti umani, come si sa).

Non garantisco che quello che ho letto (Stampa, Corriere della sera, Espresso, linkiesta.it, sito dei comitati di protesta) sia tutto vero, né che sia sia tutto.

Ma se lo fosse, vorrei essere il commissario Montalbano per dire alle Istituzioni (nazionali e locali) di non rompere troppo i cabasisi, e di fare gli interessi degli italiani, non di qualche comitato che minaccia di non votare questo, codesto o quello.

26
mar 2017
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DAL BIFOLCO AI “MARIAGORETTI”

Un sindaco bifolco chiama “chiattona” una consigliera comunale M5S. Giusto dirgli che è un bifolco, e il partito del bifolco dovrebbe fare anche qualcosa di più. Ma attenzione: chiunque di noi ha il diritto di dirglielo, ma non chi ogni giorno insulta gli avversari, definisce ebetino un presidente del consiglio, invita a sparare bombe e missili sul Parlamento. Chi parla così, davanti al bifolco dovrebbe stare zitto.

E quanto a noi, dovremmo state tutti più attenti a come parliamo. Perché ha ragione Nanni Moretti: le parole sono importanti, chi parla male pensa male. E se provassimo a valutare anche il linguaggio dei candidati, prima di votare, faremmo del bene prima di tutto a noi stessi.

Perché il partito della “chiattona” (detto con grande affetto, da uno in perenne sovrappeso e che adora le signore in carne)  è avviato, ahimè, a governare l’Italia. E se lo farà a colpi di “ebetino” procurerà dei guai a tutti, a partire dai suoi stessi elettori.

 

P.S. Vi rubo un altro minuto, se permettete, per un tema in parte collegato al precedente e che è stato sollevato anche da un lettore di questo blog: quello delle nomine ai vertici degli enti pubblici. Francamente, sono un po’ stufo della tiritera per cui “bisogna nominare quelli bravi e non quelli vicini al partito che governa.”

Non succede e non succederà mai, in nessuna parte del mondo.

Non lo fanno né i leghisti (che senza ipocrisia parlano di spoil system,  a Verona e altrove) né i grillini (chiedere alla signora Raggi, o guardare chi c’è nei CdA della Rai o di altri enti). Né tanto meno lo fanno i navigatissimi renziani o forzitaliasti.

Dicono che l’ipocrisia è un omaggio che il vizio rende alla virtù. Va bene. Ma non spacciamola per una verginità da santamariagoretti che nessuno può sbandierare.

19
mar 2017
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DA BELLAZZI A CASSIMATIS, LA NUOVA DEMOCRAZIA

Nella gran baraonda in corso tra i grillini di Genova, una frase mi ha lasciato allibito. Come si sa. la candidata che aveva ottenuto più voti alle primarie, Marika Cassimatis, è stata fatta fuori in un battibaleno.

Spiegazione di Beppe Grillo ai militanti: “Se non capite, fidatevi di me”. E’ il loro modo di fare quotidiano, non mi sorprende (e non sorprende neppure chi li vota, evidentemente). La frase di cui parlavo è però un’altra.

Accusata di essere amica del sindaco di Parma, Pizzarotti (grillino ma espulso) la signora Cassimatis spiega che è vero, la sventurata l’aveva incontrato. Ma, aggiunge (Corsera del 18 marzo, pagina 9) “l’ho incontrato nel 2014, in rete c’è anche il video, ma mi sembra che all’epoca fosse ancora dei nostri, quindi era tutto legale”.

Ora, l’italiano è una lingua relativamente semplice. La signora spiega che era legale parlare con un sindaco che era dentro il Movi mento: quindi non lo era se quel sindaco non fosse stato “dei nostri”. Ma che roba è? Ma che mondo è?

Voglio raccontarvi una piccola, vecchia storia.

Quando facevo il politicante, da capogruppo in consiglio comunale, mi arrabbiai molto con un mio compagno di partito perché si fermava spesso al bar a parlare di politica col fascistissimo consigliere Luigi Bellazzi.

Mario Zwirner mi ha preso in giro per anni per quella vicenda. E non aveva tutti i torti, anche se io scherzavo, e con Bellazzi, per decenni, sono andato al bar pure io. Ma non mi era mai venuto in mente di definire non legale un colloquio politico con un avversario, tanto che un altro “fascista” (Nicola Pasetto) accettò di farmi da difensore di fiducia in una piccola vicenda giudiziaria.

Fossi stato un grillino, cosa mi sarebbe successo?

E davvero queste sono le regole della nuova democrazia?

12
mar 2017
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MA LO STATO NON E’ ‘O SINDACO

Un uomo politico che vorrebbe impedire ad un suo avversario di parlare (“Noi dell’amministrazione abbiamo sempre ribadito il nostro No al comizio di Salvini a Napoli”) è un vile.

Un sindaco che tenta di impedire ad un segretario di partito di andare nella città che lui amministra, è ‘na munnezza.

Se il politico e il sindaco sono la stessa persona, e se quella persona è anche un magistrato, uno di quelli che non si vergognano a dire “qui lo Stato sono io”, allora non so se questa vada considerata un’aggravante oppure, peggio, una delle cause di tutto.

05
mar 2017
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QUI NON SI PARLA DI POLITICA

Qui non si parla di papà, si parla di politica, o almeno ci si prova. Sapendo di essere in assoluta, quasi infima minoranza.

Non si parlerà invece di politica al congresso del (finora) più importante partito italiano, che non per caso ha come candidato segretario un pubblico ministero.

Non si parla di politica sui giornali, tutti presi a discutere di un foglietto su cui c’è una T (e chi ha memoria ricorderà un’inchiesta che, dalle nostre parti, si basava su di un “signor T”. E magari si ricorda anche come finì…)

Perché mai, allora, dovrebbero parlare di politica i cittadini, presi come sono da mille altre grane?

Papà (il mio) raccontava che nei negozi di barbiere, sotto il fascismo, c’era un cartello con la scritta “qui non si parla di politica”.

Secondo me il mascellone buonanima, da lassù o laggiù, esulta.