l'indiscreto

MARCHIONNE, ROMITI E IL "CUMENDA" ANNI '60

 Sostiene Marchionne che non bisogna più parlare di padroni e operai, di conflitti di classe, di scontri tra interessi opposti: tutti uniti, tutti insieme, tutti sulla stessa barca, quelli che remano e quelli che stanno al timone.

Risponde il vecchio Cesare Romiti (wow!) che no, padroni e operai esistono, lo scontro di interessi è un motore della vita politica e sociale, guai se in una società libera mancasse una contrapposizione!.

Marchionne passa per il “nuovo”. Anche se le sue proposte pratiche (paghe più basse, meno diritti per i dipendenti e ridàteci gli aiuti di Stato) fanno  molto anni Sessanta del secolo scorso.

Di nuovo c’è la minaccia di portare le fabbriche all’estero: migrazione selvaggia, altro che i barconi di Pantelleria!

Il tutto, però, condito da un tono “british” e soprattutto amichevole, quasi paterno. Come il classico “cumenda” milanese dei suddetti anni ’60, che abbracciava i suoi operai (allora si poteva ancora chiamarli così) dicendo: “Ma no, ma no, caro: non parliamo di aumenti di stipendio. In compenso, però, da oggi dammi pure del tu…” 

MEETING A RIMINI, AVERCENE!

 E' in corso a Rimini il Meeting di Comunione e Liberazione.

Un appuntamento che seguo da sempre e che per molti anni ho frequentato direttamente, per il gusto di vedere quanto fossero bravi quelli che la pensano in modo opposto al mio.

Le idee dei ciellini sono quasi completamente opposte alle mie. Integralisti, baciapile, spesso al limite del fanatismo ideologico. Ma accidenti, qunto sono bravi! Che spettacolo quelle centinaia di ragazzini intenti ad ascoltare filosofi ed economisti, scrittori e politici, spesso col quadernino sulle ginocchia per prendere appunti!

E da qualche anno mi faccio anche una domanda: perchè non c'è più nessun altro appuntamento neanche lontanamente paragonabile, quanto a livello culturale, sia nella potentissima destra al potere che nella sinistrata sinistra all'opposizione?

Ogni regime politico, nei secoli, ha cercato di dare la propria impronta alla società. Oggi no, e questo forse ha qualcosa a che vedere con i guai più generali che l'Italia sta attraversando.

E allora complimenti, carissimi "nemici" di cielle: andate avanti così, almeno voi. Sperando che prima o poi anche qualcun altro cominci (o ricominci) a proporci qualcosa in più di salamelle e veline. 

BOSSI E I VENETI "NON ITALIANIZZATI"

 “I veneti non sono ancora stati italianizzati. L’Italia lì ha fallito. Nelle famiglie parlano solo veneto, non italiano.”

Parola di Umberto Bossi.

Ma di cosa parla? Ma chi gliel’ha detto?

Nessuno deve avere spiegato al papà del Trota che due veneti su tre non hanno votato per la Lega. E che tra quelli che hanno votato il Carroccio, tre su quattro (dirigenti compresi) alzano gli occhi al cielo, imbarazzatissimi, se gli si chiede  cosa ne pensino dell’indipendenza del Veneto.

Certo, capita anche a me, come a Gaber, di “non sentirmi italiano”: non mi piace l’Inno di Mameli, non adoro Sanremo, non faccio buuuu allo stadio e non faccio neppure il tifo per la Nazionale, non considero Mangano un eroe, mi fa schifo quella porcata della nostra legge elettorale, non ho un cognato da sistemare a Montecarlo, non ho mai preso parte a governi o giunte regionali assieme ai nazionalisti più spinti (in camicia nera o senza) e non c’è neanche uno straccio di partito in cui mi identifichi, per non parlar dei leader.

Insomma, quest’Italia non mi piace, come diceva una brava persona, anni fa.

Ma citando ancora Gaber: io molto spesso non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono.

E come il 98 per cento dei miei corregionali, lo resto.

I 4 PUNTI DI SILVIO (MA QUEL CHE CONTA E' UNO)

 L’ipotesi è questa: fare un programma in 4 punti (tasse, meridione, federalismo e giustizia) e vedere chi ci sta. O si riforma la vecchia maggioranza di centrodestra, o si va ad elezioni.

Uno dice: vasto programma! Sulle tasse litiga da secoli il mondo intero. Sul Meridione è battaglia dai tempi della spedizione dei Mille. E il federalismo è la questione che più fa discutere da un decennio in qua.

Ci si aspettano fuoco e fiamme. E invece no. Su questi tre punti, tutti d’accordo, nessun dubbio, nessun litigio, tutti danno per scontato che Bossi, Berlusconi e Fini (più una fetta notevole della cosiddetta opposizione) ci metteranno cinque minuti a firmare le stesse proposte

Il nodo quasi impossibile da sciogliere è solo uno: il processo breve. Ovvero la possibilità di fare arrivare in fondo tre processi (Mills, Mediatrade e Mediaset).

L’economia, la crisi, i licenziamenti, la Fiat, la devoluzione? Cose su cui ci si accorda in un battibaleno.

Il problema sono quei tre processi. E su di essi quasi sicuramente si andrà ad elezioni anticipate.

Chissà perché tanti stranieri dicono che la politica italiana è troppo complicata e difficile a capire. Ma no, ma no: a volte è davvero semplice, lineare, chiarissima.

IL RITORNO DEI TURIGLIATTI

 Chi di Turigliatto ferisce, di turigliatti perisce.

Come col ribaltone di Bossi (che oggi predica coerenza e rispetto degli elettori), come con i voltafaccia ai danni di Prodi, fossero dei bertinottiani oppure del prode Mastella (il super-sudista folgorato sulla via del Carroccio).

Eppure ci dicevano che con questo sistema elettorale sarebbe finita l’ingovernabilità: basta col proporzionale, ci spiegavano professori e riformatori, adesso si vota uno schieramento e quello resta. Vedrete come sarà stabile il sistema!

Abbiamo visto.

Per decenni siamo andati avanti con alleanze instabilmente stabili: cambiavano i premier, ma era immutabile o quasi il loro retroterra politico.

Adesso siamo stabilmente instabili: ogni volta che eleggiamo una maggioranza, qualcuno ce la ribalta sotto il naso.

In compenso, abbiamo la peggior legge elettorale del mondo, in base alla quale 4 o 5 capataz scelgono i mille parlamentari che dobbiamo eleggere, senza la minima possibilità, per noi, di deciderne i nomi.

E quasi nessuno, in Italia, sembra farci caso. 

CACCIARI, MIRACCO E L'IPOSTATIZZARE

 Dice che vanno “Verso Nord”. Come e a far che, si capisce poco.

Di sicuro, peraltro, Massimo Cacciari è un genio della comunicazione. Al convegno che la scorsa settimana ha lanciato la sua nuova creatura (movimento, partito, gruppuscolo, corrente filosofica: chiamatelo come volete) i giornali avrebbero concesso probabilmente due colonne in cronaca, o poco più. Ma lui ha fatto arrivare anche il portavoce di Galan (l’uomo che secondo molti galaniani ha fatto all’ex presidente veneto più danni della peronospera) ed ecco i titoloni a tutta pagina.

Bella mossa mediatica. Ma se parliamo di politica, a che serve ‘sta roba? A quale elettorato ammicca: a quello già ai minimi termini del PD, creando la centodecima correntina? O a quello del PdL, in vista della deflagrazione?

Se poi davvero, come molti dicono, punta su quello del Carroccio, temo che il Filosofo abbia commesso quell’errore che nel suo campo si definisce “ipostatizzare”, ovvero attribuire un’entità reale a ciò che ne è sprovvisto.

Di imitazioni della Lega s’è cercato di farne tante, in questi decenni. Ma gli elettori hanno sempre preferito l’originale. E non mi pare ci siano le condizioni perché stavolta vada diversamente.

BETTINO E UMBERTO, OLTRE LA CANOTTIERA

 Bossi si è rimesso in canottiera, i giornali s’interrogano sul significato politico. Mah.

Alcuni hanno rievocato la canottiera di Craxi, ad un congresso socialista afoso e appiccicaticcio, poco prima della grande slavina.

Tentiamo un paragone più ampio.

Umberto e Bettino, pur nella diversità dei sistemi elettorali, sono esempi di un potere politico immensamente più ampio di quello legato ai loro consensi elettorali.

Bettino raccolse il Psi al 9,6%, raggiunse e superò il 14, mai andando oltre.

Umberto aveva l’8,2% nel 1992 e ha l’8,3 nel Parlamento attuale.

Ma Craxi fu presidente del Consiglio e “dominus” per anni delle vicende italiane. E Bossi è il vero uomo forte dell’Italia di queste settimane: dalle quote latte (e relative sberle a Galan) alla strategia delle regioni (via Cota e Zaia, le contestazioni  degli altri sono diventate una barzelletta) agli emendamenti per questa o quella realtà locale.

Bravi loro due oppure loffi (o indeboliti da altre questioni) gli altri?  

 

P.S. Nuove rivelazioni inguaiano ulteriormente il ministro Woerth, fedelissimo di Sarkozy. Che continua a non chiedere nuove leggi per proteggere se stesso e il suo sistema di potere dallo scandalo Bettencourt, che lo sta facendo precipitare nei consensi dei francesi. Senza bisogno d’insultare nessuno, mi pare che le differenze, rispetto all’Italia, siano chiarissime.

DIRITTO NON ASSOLUTO? SILVIO, FACCI CAPIRE...

 Dice che non è un diritto assoluto. Ovvio. Come dire che si ha il diritto di guidare una macchina, a patto di non investire i pedoni.

Da un capo di governo, al di là delle ovvietà, ci si aspetterebbe però qualcosina di più.

E faccio qualche esempio.

Va salvata la libertà di scrivere che il leader nazionale del partito più importante d’Italia non può “farsi portare a cena”, in casa propria, uno come Flavio Carboni?

Va salvata la libertà di scrivere che il partito del presidente del consiglio non può continuare ad avere tra i suoi capi gente che distribuisce dossier contro un rivale, indicandolo come frequentatore di transessuali?

Va salvata la libertà di scrivere che è una cosa repellente festeggiare come fosse una vittoria la condanna a sette anni di carcere per “rapporti provati con la Mafia” di una superstar del suddetto partito?

Va salvata la libertà di scrivere che molte di queste notizie non le avremmo mai conosciute senza intercettazioni telefoniche?

Va salvata la libertà di scrivere che in Francia il Capo dello Stato è nei guai per una serie di registrazioni fatte in modo truffaldino e scorrettissimo da un maggiordomo, ma che quel Capo di Stato cerca di difendersi senza chiedere che il Parlamento cambi le leggi per difendersi meglio?

Se la risposta del presidente del Consiglio a queste domande fosse un sì, senza se e senza ma, sarebbe assai più facile, per tutti, accettare senza problemi quella frase sulla libertà di stampa come “diritto non assoluto”.

SILVIO, UMBERTO E LE GUERRE DI SUCCESSIONE

 Tutti pensano al “dopo”.

Nel PdL nasce ogni giorno una corrente. Che prima giura di essere contro le correnti e poi si prepara alla guerra di successione a Silvio.

Nella Lega si sgomita tra “colonnelli”, ma essendo un partito leninista (qui lo scrivemmo, adesso Maroni dixit) succede quel che successe a Mao Tze Tung, quando la moglie Jiang Jing creò la “banda dei quattro” per far fuori tutti i delfini (stavolta forse ad uso di una trota).

Noi vecchiotti, come sempre, si rimpiange il passato: con quelle stravaganti usanze che erano i congressi, le mozioni, le votazioni. In una parola, la democrazia.

Che è cosa diversa dall’aziendalismo (in cui dopo un Gianni Agnelli ti ritrovi spesso un Lapo Elkann).

Ed è cosa diversa dal familismo. Sia ittico che politico.

DA LIPPI A BRANCHER

 Due sono gli sport più diffusi in Italia: il salto dal carro degli sconfitti e la corsa al capro espiatorio.

Lippi ha perso. E tutti l’avevano detto prima, compreso Bagni (che fino a 45 minuti prima ci raccontava partite che vedeva solo lui).

Di conseguenza, via lui siamo a posto, così possiamo tornare a fare il tifo per i De Rossi, i Gilardino, i Marchisio e gli altri campionissimi della “nostra” squadra cittadina.

Facendo ovviamente finta che Lippi si sia auto-nominato da solo ct.

Anche Aldo Brancher ha fatto una figuraccia. E tutti gli saltano addosso, a partire dai suoi amiconi leghisti. Di conseguenza, gli stessi amiconi possono continuare a dire che la legge sul legittimo impedimento (da loro voluta e votata) è sacrosanta.

Facendo finta che Brancher l’abbia usata perché è cattivo (o poco furbo, come ha detto Bossi), e non perchè se una legge c’è, prima o poi qualcuno la usa.

E facendo anche finta, naturalmente, che sia stato lui, quel cattivone, ad autonominarsi ministro, senza che nessuno (Silvio, Umberto, l’amico Calderoli) ne sapesse niente. Cosa c’entrano loro?

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