19
gen 2012
AUTORE Luigi Primon
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319

LIBERALIZZIAMO NOI STESSI

Domani sarà il "grande giorno" delle liberalizzazioni. Non so se sarà un grande giorno. Non so nemmeno se saranno liberalizzazioni. Ma io vorrei cominciare da noi, da me, da quello che più conosco.

E per farlo mi perdonerete se per la seconda volta da quando è aperto questo blog, invece di rimasticarlo e sputarlo, faccio copiaincolla (non me la tiro dicendo che la cito) da uno così bravo che mi sembra irrispettoso chiamare collega. L’altra volta fu Gramellini, oggi è Federico Rampini (inviato negli Usa di Repubblica) che già qualche anno fa (era il 2004) scriveva cose che vorrei aver scritto io e che (in parte) vi ripropongo.

"Nei 24 anni trascorsi da quando ho iniziato a fare questo mestiere – e anche molto prima che lo facessi io – più volte nel mio paese è stata offesa la libertà di stampa, la qualità e l’affidabilità dell’informazione. (…)

In nessuna occasione ho visto l’Ordine contrastare questi pericoli, mettersi di traverso alle trame e alle «cupole», svolgere un compito libertario, moralizzatore o di semplice disciplina deontologica. (…)

Sforzando la mia memoria non riesco a trovare un solo episodio di «mala-informazione» – notizie false, palesemente partigiane, comprate e vendute – che sia stato rivelato e punito con severità dall’Ordine. (…)

Negli Stati Uniti non esiste un Ordine dei giornalisti. L’accesso dei giovani a questo mestiere risponde a normali logiche professionali: un mercato del lavoro esigente e competitivo seleziona su basi meritocratiche, premia i più bravi. (…)

 L’unica funzione reale dell’Ordine dei giornalisti in Italia è quella di creare una ulteriore barriera artificiosa all’ingresso nella nostra professione. Si separa chi ha il privilegio di star dentro da chi sta fuori, gli insider dagli outsider. Questa barriera è costruita attraverso un esame di accesso e altri requisiti che non misurano la competenza o la professionalità, né esercitano un qualsivoglia filtro di controllo sull’etica, la correttezza, l’indipendenza di giudizio. L’ostacolo al libero esercizio della professione crea una rigidità ulteriore sul mercato, che si aggiunge ad altre rigidità già diffuse in Italia nei rapporti di lavoro. Per i giovani italiani è più difficile diventare giornalisti. (…)

Gli ostacoli al libero mercato sono quasi sempre dannosi, impongono costi alla collettività che non sono soltanto economici. Le barriere alla competizione sono certamente deleterie in Italia dove il mercato e la concorrenza sono concetti molto più discussi che sperimentati.

Dalle banche alle assicurazioni, dai trasporti all’energia, dai servizi municipali ai notai e ai farmacisti, non c’è un solo caso in cui l’esistenza di monopoli, oligopoli, lobby e corporazioni abbia portato dei benefici alla collettività.

La corporazione dei giornalisti non fa eccezione.

I privilegi, anche quando sono piccoli, sono sempre privilegi: diminuiscono la credibilità morale e l’autorità di chi ne trae profitto. (…)

La cultura delle regole, lo Stato di diritto, la società aperta, si difendono non con i sermoni ma con i comportamenti.

L’Ordine dei giornalisti merita una sepoltura veloce e senza rimpianti. La sua soppressione non guarirà di per sé l’antico vizio di una parte del giornalismo italiano di lavorare «in ginocchio». Non scompariranno per miracolo il servilismo, l’opportunismo, la faziosità, la pigrizia o la viltà. Ma se non altro senza l’Ordine diventerà un po’ meno difficile praticare questo mestiere per quei giovani che hanno grinta, talento, idee da far valere.

Di certo c’è bisogno di associazioni che difendano la libertà di stampa. Amnesty International e Reporters senza frontiere mi sembrano più qualificate”.

Ecco, cominciare da qui, ognuno, ogni categoria da noi stessi, sarebbe una gran bella cosa. Ci consentirebbe tra l’altro di andare oltre la figura mitologica del comandante De Falco e guardarci allo specchio dicendo: ‘Vado a bordo, cazzo". 

03
gen 2012
AUTORE Luigi Primon
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CON EQUITALIA E CON CHI PAGA

Premessa 1: se è vero quello che dice oggi al Corriere della Sera Matteo Salvini della Lega: “In 9 casi su 10 Equitalia sbaglia”, Equitalia va chiusa stasera e stupisce non l’abbia chiusa lui quando governava. Ma Salvini non porta dati a sostegno, se non che “Persino mio nonno ha ricevuto una cartella esattoriale per una multa da 50mila lire”, però non ci spiega perché il nonno non potrebbe aver preso una multa e se l’ha presa perché potrebbe non averla pagata e in tal caso perché non dovrebbe pagarla.

Premessa 2: tutto è perfettibile. Figuriamoci Equitalia, una banale e volgare agenzia di recupero crediti, uno dei pochi casi in cui il pubblico funziona, risultati alla mano meglio del privato. Quindi io ci metterei da subito a) la compensazione dei crediti d’imposta (che vuol dire che se avanzi soldi dallo Stato in tutte le sue articolazioni li dovresti dedurre da quelli che lo Stato ti chiede), b) la possibilità di rateizzare anche più a lungo le somme più pesanti, e c) volendo l’istituzione di un ombudsman, cioè quella figura molto british (e non solo nel nome) che controlla metodi e meriti delle azioni dell’ente pubblico. E colpisce vessazioni e sospende quelle dubbie. Ci possiamo anche mettere il divieto di messa all’asta dei beni di produzione (anche dell’auto di un rappresentante di commercio per dire) se non vogliamo impedire a uno di riprendersi e pagare quindi in futuro.

Ma fatte (e mai dimenticate) le premesse, io sto con Equitalia. E non perché adesso ci mettono le bombe e bisogna essere solidali contro la violenza. Sto con Equitalia perchè sto con chi paga. Caro. Tutto. E a scadenza. E tiene le ricevute. Cioè sto con me medesimo. Che da ragazzino se prendevo una multa in due in motorino dovevo rinunciare alla pizza con gli amici per pagarla. Così mi ha insegnato il mio papà. E me lo ha insegnato talmente bene che così mi sono sempre comportato, con multe, tasse, bollette, canoni. Prima paga quello che devi e poi il resto. E tieni tutte le carte. Sempre.

Mi si dice che qualcuno non ha potuto pagare. Giusto allora prendere in considerazione, capire il perché, eventualmente scontare. Ma davvero sono la maggioranza?

Senza nemmeno scomodare quelli che hanno il Porsche, la barca o persino l’aereo e dichiarano zero o lì vicino e quindi se va Equitalia a pretendere piangono che sono vessati e dicono che non possono pagare perché non hanno reddito o ne hanno poco (e non sono pochissimi: controlla qui). A loro basta dire che prima pagavi (le multe, le tasse, i canoni) poi comperavi il ben di dio.

Resto al mio vissuto: ai miei amici che quelle multe in motorino non erano un problema perché il babbo aveva loro spiegato che andavano prescritte. Alla gente che fino a inizio anni Duemila aveva il cruscotto pieno di contravvenzioni e al bar si vantava di non contarle nemmeno, figurarsi pagarle. A chi si fa beffe di chi il canone rai lo versa regolarmente. E ugualissimo ai tanti che ‘le tasse io non le pago mica tutte, sennò mica posso vivere’ dove vivere è comperarsi il mercedes o il bmw, il terzo telefonino, le vacanze che tu per decenza neanche sogni.

Sennò a tutti quelli che per anni si sono fatti beffe degli avvisi bonari (perché prima di Equitalia arriva sempre l’avviso bonario senza interessi e more e bionde, ma che viene accartocciato con sprezzo e buttato nel cestino) aspettando la prescrizione, come pensate di farglielo pagare il dovuto (il dovuto non l’errore, che contro quello si può far ricorso)?

Perché penso fosse dovuto il loro, tanto quanto il mio che ho pagato. Perché altrimenti qualcuno mi deve spiegare perché le mie 9mila lire di multa di motorino in due le ho pagate e loro no. Perché lo Stato non è tornato in tempo a chiederle, è inefficiente, mi spiegano, e quindi colpa sua, dello Stato. Ecco con Equitalia, oplà, è efficiente. Un tantino cattivo magari, ma efficiente. Dice che io ho pagato 9mila lire e loro anche una botta di interessi e spese e more e bionde. Be’, siori miei, voi avete scommesso sulla possibilità di non pagare: capite che se non ci fosse penalità, e pesante (c’è chi invoca il carcere per gli evasori, fate voi), non pagherebbe veramente più nessuno. Perché uno dovrebbe pagare ora se la cosa peggiore che può succedergli è pagare la stessa cifra tra 5 anni?

Ribadisco che si ha a che fare con gente che ha scelto deliberatamente (per alterigia, senso d’impunità, pigrizia, avversione alle scartoffie) di non pagare. Ho letto di uno che scriveva di non poter pagare la multa per divieto di sosta: maddai, siamo seri, se hai la macchina e ci metti la benzina 39 euro di multa li hai. E gente che in molti casi pur di non pagare è pronta se non a tutto, a molto.

Oh, se poi non paga per rifiuto dello “Stato italiano che ci deruba” (sentita anche questa con le mie orecchie) tanto di cappello alla nobiltà del gesto rivoluzionario. Ma chi decide di sovvertire l’ordine costituito (non di cambiarlo: per cambiarlo si va con il voto democratico e le percentuali dei secessionisti sono più esplicite di un romanzo di Verga) sa di doverne pagare un prezzo, dai tempi dei cospiratori per l’Unità d’Italia che finivano allo Spielberg passando per gli antifascisti che venivano scaraventati in galera o al confino (in vacanza, diceva qualcuno, no?).

Insomma mi sono fatto l’idea che dietro a una esigua minoranza di vessati da Equitalia (per errore, per difficoltà economiche, per sfortuna) che bisogna trovare il modo di tutelare, si nasconda un esercito di furbi per vocazione o per scelta. Che si ritrova o rischia di ritrovarsi con le spalle al muro. Se cediamo a loro, lo facciamo a dispetto degli onesti, di chi ha pagato. E nel tutelare i (finti) ‘vessati’ di Equitalia, passa per stupido l’onesto, come da stupido gli davano i furbi mentre pagava.

Forse sbaglio, non ho elementi, ho avuto la fortuna di non finirci in mezzo, forse avranno ragione, forse vinceranno loro, forse sarà l’ennesima conferma che questo è più un Paese per i furbi che per gli onesti.

Di una sola cosa sono sicuro. Quando fra una dozzina d’anni prenderà la prima multa con lo scooter, a mio figlio, se ci sarò ancora, insegnerò che quella multa va pagata e che per farlo dovrà rinunciare a una pizza o a una ricarica del telefonino. Orgoglioso che mio padre me l’abbia insegnato.

07
dic 2011
AUTORE Luigi Primon
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SI POTEVA FARE DI MEGLIO E DI PIU’. MOLTO MEGLIO E MOLTO DI PIU’

 

Si poteva fare meglio. Si poteva fare di più sul fronte dei tagli. Si poteva fare meno su quello delle tasse. Si poteva chiedere meno a chi ha sempre dato tanto. Si poteva tirare di più da chi ha dato meno.

Peccato. Perché è vero che anche i tecnici devono farsi votare (in parlamento) da deputati e senatori. Ma non devono farsi votare dagli italiani. E perciò potevano permetterselo.

Eppoi era la grande occasione. Con puntato addosso il plotone di esecuzione della crisi si poteva chiedere (quasi) tutto.

Invece pensioni, casa, benzina. Serviva davvero il rettore della Bocconi? (che per altro si era dimenticato di dircelo della benzina, porca l’oca).

Non sono un economista. Ma insomma. Squilibrare la batosta pensionistica più verso l’alto, molto verso l’alto. Perché non mettere un tetto? Almeno a quelle pubbliche? E oltre quello (bello alto, eh, facciamo 10mila euro mese? Mica pane e acqua, io con 10mila euro ci camperei da nababbo) ciao ciao finché la crisi non passa che sennò finisce, come ha detto Monti, che le pensioni non le paghiamo proprio più più, niente, zero, altro che tagli. Ma hanno versato i contributi, dicono. Dài, dài che non ne hanno versati così tanti come quelli che gli tornano indietro sotto forma di mensile.

O sennò, perché no, mettere un divieto di cumulo. Per cui chi ha già una pensione alta, niente vitalizio da ex parlamentare (caso Amato, per dire). E ma sono diritti acquisiti. Bè, a metà anni Novanta dei diritti acquisiti delle mogli che facevano cumulo col marito ci siamo fatti un baffo siccome c’era bisogno. Mi pare(va) ci fosse bisogno anche ora, no?

Lo stesso con l’Ici, uguale e livellante. Si poteva scalarla di più. Magari pestando sui quei famosi capitali scudati. Una volta rotto il patto (fatto comunque con dei disonesti) tanto valeva romperlo per qualcosa e non per quel ‘misero’ uno virgola cinque. Alziamo di un 5% e non se ne parli più no? Li portano fuori di nuovo? Perchè, credete che non lo faranno? Quando tra poco toglieranno deduzioni o detrazioni, o appunto adeguamenti all’inflazione, non si rompe un patto?

Eppoi soprattutto il versante delle spese. E’ pieno di quelle inutili. Penso ai 9 milioni annui raccontati da Roncone sul Corriere per lo stabile con l’appartamento vista tetti di Roma per i questori della Camera. Basta. Io non ho mai amato la retorica e il populismo sulla ‘Casta’ ma adesso era l’occasione buona. Per dire si riformano i vitalizi al contributivo (benvenuti), ma perché l’età a 60 anni (più di una legislatura) o 65 (solo una legislatura)? Perchè non la stessa età di tutti gli italiani? Tanto più che poi cumuleranno con altre pensioni (fosse pure quella da funzionario di partito o da avvocato per toccare due estremi). Invece nulla, è come l’1,5 sugli scudati. Lo stesso su enti e istituzioni. Va bene le Province, ormai senza scampo (ma intanto si fa lentamente marcia indietro anche su quelle) ma perché solo quelle? E tutto il resto?

Non so. Lasciamo a Monti il tempo, dice qualcuno. Lasciamoglielo. Non finisce domani. E nemmeno il 31 dicembre. Ma più si va avanti e più anmdrà in salita. Se aveva i superpoteri gli conveniva usarli ora. Che le scorte di kriptonite rischiano di finire presto.

E poi manca soprattutto, la pagina della speranza: un anelito, un fremito, uno slancio verso una ripresa una resurrezione: penso al New Deal statunitense dopo la guerra, penso alla riunificazione tedesca dopo la caduta del muro, persino e paradossalmente l’Argentina del dopo default, o l’Obama elettorale nella crisi d’oggi, oltre ai sacrifici, alla durezza e alla difficoltà, hanno cercato di vedere e soprattutto indicare una luce in fondo al tunnel. Una direzione verso cui andare. Monti finora sta solo (non è poco, eh) solo puntellando il tunnel perché altrimenti, spiega, ci verrebbe in testa pure quello. Ma avanti così finiremo i puntelli. Prima che succeda bisogna trovare il modo di uscire dal tunnel. E se nessuno sa ancora dove sia, almeno dire che è possibile e indicare una direzione e una speranza. Presto, prima che sia tardi. Toccherebbe alla politica, se non si è dissolta nel suo autocommissariamento.

24
nov 2011
AUTORE Luigi Primon
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SE SUPERMARIO NON HA I SUPERPOTERI

 

Niente. Lo si era messo lì perché si sperava che cambiando con la sua la figurina di Berlusconi la crisi si sarebbe ritirata portando con sé lo spread da capogiro, i segni meno davanti agli indici di borsa e soprattutto i nuvoloni che si affollano sul nostro mondo produttivo.

Se era così si può ufficialmente dire che l’operazione Monti è, praticamente, fallita. A star lì e non fare nulla, a parte illustrare buone intenzioni e incontrare questo e quello, la cosa non si risolve. Per carità lo spread un po’ è sceso (mente chi dice che è come allora: gli ultimi giorni di Silvio aveva superato i 550 punti, ora galleggia sui 480, meno dei 100 punti vaticinati da Letta e altri ma insomma…) ma non si vedono svolte all’orizzonte.

Bè, dice il saggio, aspettate che prenda i primi provvedimenti. Appunto. Ricordo il sabato delle dimissioni di Berlusconi quando si vaticinava che la domenica Monti, accettato l’incarico, avrebbe già varato nella notte un decreto con dentro riforma delle pensioni e patrimoniale. Certo ‘nel buio della sala si diffondevano voci incontrollate e pazzesche, si diceva che l’Italia stava vincendo per 20-0 e che aveva segnato anche Zoff di testa su calcio d’angolo’ (cit. Fantozzi). Quindi quello era troppo.

Ma ripensando al titolo (già passatto alla storia) del Sole24ore ‘FATE PRESTO’ qui non si muove foglia. Ah, no. E’ aperta la trattativa sui sottosegretari. Vabbè, scusate la battuta.

Dice sempre il saggio che è meglio così. Che quando le misure arriveranno saranno razzi. Per tutti (o quasi). Ive, patrimoniali, Ici, pensioni alzate, in aggiunta a mia più deduzioni e detrazioni. Quindi, come diceva un bel po’ di anni fa una della più belle vignette di Altan, “C’è l’incertezza del futuro” “Godiamocela perchè quando arriverà la certezza saranno cazzi”.

Ma se si deve fare, se tutti dicono che il ritorno dell’Ici sulla prima casa fa schifo ma è inevitabile, si faccia. Se una forma di patrimoniale dev’essere, sia. Se proprio va aumentata l’Iva (ma siamo sicuri?) avanti. Diamo un segnale, prima che all’Europa o ai mercati (che secondo me dei segnali se ne impippano), al Paese, agli italiani, che questo governo fa quel che deve. Senza bilancini di trattative, senza ammenicoli e incertezze, che siete tecnici per quello. Se era per la melina, i bilancini, e tutto il resto, la politica se la sbrigava benissimo da sola. Per dire: Monti non può neanche dire che è colpa del ministro dell’economia che non gli lascia fare quello che deve…

10
nov 2011
AUTORE Luigi Primon
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SOTTO TUTELA. INCAPACI DI INTENDERE, VOLERE E FARE

Dunque sarà Monti. Non solo l’Europa e gli organismi economici e finanziari internazionali ci hanno scritto le cose da fare (punto per punto, passo per passo come si fa con i bimbi di prima elementare e siccome i compiti non li abbiamo fatti ne arriva un’altra dose), ma hanno anche deciso chi deve farcele fare. Mario Monti, appunto. Più uno di loro che uno di noi, a scorrere il curriculum.

Più che commissariati siamo sotto tutela. Perché come classe politica, ma anche come paese che se l’è scelta, siamo incapaci di intendere (le cose da fare), di volere (di volerle fare) e soprattutto di farle.

Non è, sia detto senza infingimenti, una bella cosa né una bella situazione. Non saremo noi a decidere del nostro futuro. Non saremo noi a decidere se, per dire, alzare l’età pensionabile a 70 anni o mettere una patrimoniale da far impallidire Robin Hood, se tirare su l’Iva al 23% o licenziare metà dei nostri dipendenti pubblici. Non saremo nemmeno noi a farlo, appunto. Mandano uno a fare il lavoro perché, ci stanno dicendo sul muso, non ne siamo capaci. E non è questione di destra o di sinistra.

Ma adesso arriva Monti e risolve i problemi. In fondo di questo abbiamo bisogno, si sussurra, di uno che decida per noi. Mi pare che sia quello "giusto". Uno che è stato commissario europeo dal ’94 al 2004, ovvero ha contribuito mica poco a costruire quest’europa che ci si sta stringendo al collo come un cappio, per inseguire le cui politiche siamo arrivati fin qui tra entrate nell’euro e parametri di Maastricht e trattati di Schengen e allargamenti a est. Dice che non siamo stati bravi. Boh. Se tu sei il sarto che ha confezionato un vestito per una persona di 70 chili a uno che ne pesava 95, adesso prendersela con lui perché non è dimagrito di 25 mi pare un tantino troppo, o no? Be’, Monti lavorava in quella sartoria, e non come garzone di bottega. Lavorava nell’Europa fatta di commissari, commissioni e vertici dove gli unici che non contano nulla sono i parlamentari europei, ovvero i soli a essere eletti direttamente. Ma và? Ma come mai?

Ah, per altro, dopo la commissione europea e un meritorio rettorato alla Bocconi, e gli articoli sul Corriere della Sera, Monti ha fatto parte di tutti gli advisor, i board, i consigli, i cda e robe simili di banche e istituzioni finanziarie che nell’ultimo decennio non hanno particolarmente brillato. Non sono loro che si sono rimpinguate di titoli spazzatura originando questa bufera? Non sono loro che davano retta alle agenzie di rating che bollavano come sicuri i bond merdaccia dei crediti inesigibili? E chi credete che siano i famosi speculatori dei mercati? Il vostro vicino di casa? Chi detiene il debito pubblico dei paesi e chi lavora sui mercati azionari? Il geometra coi sui risparmi o i ‘fondi’? E chi c’è dietro ai fondi? Chi detiene i titoli? Le banche, proprio loro. Che adesso mandano Monti a dirci che il muratore, il ragioniere e l’impiegato dell’anagrafe han vissuto al di sopra delle loro possibilità. Ma ve possino… Ah be’, certo, anche Erode al controllo delle nascite funzionerebbe. O Dracula all’Avis sarebbe una scelta a tema.

Vabbè, esagero. Sarà che stamattina non ho letto i giornali con i rassicuranti editoriali di chi ci spiega quanto necessaria e utile sia la scelta di Monti e domani mi ricrederò. Ma per ora mi pare uno che magari può salvare l’Italia, non so gli italiani.

L’impressione è di essere tornati indietro diretti al 1992-1994, ai governi Amato e Ciampi, alle lacrime e sangue senza se e senza ma. Nel frattempo però abbiamo perso una grande occasione, come paese e come classe dirigente, classe dirigente che il paese tutto ha selezionato con le sue mani: buoni e bravi tutti adesso a tirarsene fuori. Classe dirigente, non solo politica: la smettesse di starnazzare Confindustria che ha al suo interno chi ha vissuto di sussidi, agevolazioni, concessioni e sconti statali questo ventennio peggio del precedente: altro che “fate presto” (titolo del Sole24ore che tira la volata a Monti). Come fate? E voi? “Facciamo” pareva brutto? Ma a Vicenza chi ha rimesso in sella il Cavaliere disarcionato e ora scaricato peggio di Moggi dalla Juventus?

Lo stesso per il sindacato, incapace di mettersi alla testa di una vera battaglia per il merito e l’efficienza sui posti di lavoro e la giustizia sociale nel mondo delle pensioni. Per tacer degli altri, delle caste, degli ordini, dei privilegi acquisiti (altro che i diritti), ma non tacere di un mondo dell’informazione che pur di non informare in questi anni ha fatto di tutto: si è schierato, ha strillato titoli, incitato a urlare negli studi, infilato occhi nei buchi della serratura, copiatincollato intercettazioni telefoniche, impastato ogni mattina giornalismo e militanza (d’altra parte i direttori son tutti cresciuti alla scuola della controinformazione anni 70) dimenticandosi dell’unica cosa che doveva fare, raccontare la realtà. Lasciando ai cittadini il giudizio.

Ha perso l’occasione Silvio Berlusconi di fare una vera rivoluzione liberale. Ma in fondo i liberali in questo paese è sempre bastato un bar di periferia per riunirli tutti e forse nemmeno il Cavaliere ci ha creduto mai (o ha smesso presto, massimo nel ’96) di poter rivoltare questo paese come un calzino. Ha provato a salvare ghirba e aziende, a spese anche del resto del paese, ma dopo 17 anni probabilmente non gli è riuscito manco quello, visto i tonfi di mediaset, l’incalzare di internet e soprattutto delle procure che stanno già sbianchettando le due parole ‘legittimo impedimento’ (a meno che nel sì a Monti non abbia trattato un lasciapassare giudiziario per la resa). Sfiorisce la Lega che è riuscita a trasformare la scritta ‘forza etna’ sui cavalcavia in un’idea politica compiuta e davvero rivoluzionaria, chiamata federalismo, il governo dei territori, l’idea di livellare il paese verso l’alto e non verso il basso (antico vizio italico fin dalle classi scolastiche che per aspettare meritoriamente l’ultimo finiscono per frenare il primo), il rapporto corto amministratori-amministrati. Ma che poi una volta andata al governo (della città, delle province, delle regioni, degli enti e del paese) chi glielo fa fare a uno di fare la rivoluzione? Mal gliene incolga se l’unico cambiamento che lascerà sarà quello per cui quando vediamo un mendicante invece di chiamare la Caritas invochiamo l’esercito. Ha perso un’occasione straordinaria la sinistra, per quarant’anni dietro il muro e fuori dal governo, incapace di dare respiro e concretezza (con buona pace dei suoi amministratori fiori all’occhiello) alle speranze che suscitava quando appena accennassero a essere prossime alla metà dell’elettorato, eternamente oscillante tra moderatismo e massimalismo, e in mezzo quattrocentoventidue sfaccettature, posizioni, mozioni, partiti, idee. E così si accontenterà ancora una volta di aver ‘salvato il paese’ come già con Amato, Ciampi, ma ancor prima con la Resistenza, poi col compromesso storico e il consociativismo. Di averlo salvato senza averlo poi mai governato davvero. A questo punto probabilmente per l’incapacità di farlo.

Tutto questo paese si metterà all’ombra dei Monti, aspettando che la bufera passi per vedere se si può ripartire con tran tran. E forse alla fine sarà meglio così. Ma alla Fine bisognerà prima arrivarci. E non è dietro l’angolo. E non sarà indolore.

28
ott 2011
AUTORE Luigi Primon
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LE PENSIONI TUTTE SULLA SCHIENA DEI GIOVANI

Dicono che la riforma delle pensioni va fatta per ragioni di solidarietà, perché non siano sempre i giovani a pagare per i padri e perchè un domani anche loro possano avere una pensione. E’ la più grossa balla, ben oltre il limite della truffa che stanno raccontando alle generazioni dei nati nella coda e soprattutto dopo il boom economico del secolo scorso.

Intanto per iniziare a sgomberare il campo dai troppi equivoci (generati anche e soprattutto dai media) va detto chiaro e forte che quando si parla di pensioni non si parla dei (o di quelle dei) pensionati. Nessuno tocca o propone di toccare nulla a chi il traguardo lo ha raggiunto. Nemmeno a chi lo ha raggiunto a 39 anni d’età con 12 anni un mese e un giorno di contributi (di cui magari alcuni figurativi per la maternità). Quelli non c’entrano. Nonostante ieri il Corriere del Veneto spiegasse che la Lega difende le pensioni d’anzianità perché la maggioranza sono al nord (e in Veneto): non c’entraaaaaaaaaaaaa! Chi è andato in pensione con 40 anni di contributi a 55 d’età ci resta, nessuno dico nessuno lo fa tornare al lavoro o immagina di decurtare la pensione che prende. Meritandosela, eh: per chi stava in fabbrica dall’età di 15 anni dopo 40 al tornio magari può anche bastare. Forse potrebbe essere più discutibile per chi è entrato in banca da ragioniere a 19 e per esempio ci va a 54 dopo 35 di lavoro dietro una scrivania. Ma in ogni caso non sono loro in questione.

La riforma tocca chi deve ancora andarci.

Ma allora la scelta (fortemente sostenuta dalla Lega) di non mettere mano alle pensioni d’anzianità, non tutela i giovani: tutela soprattutto gli ultracinquantenni, massimo ultraquarantacinquenni che, se venisse tolta l’anzianità come buttato là da Berlusconi, rischierebbero di non poter far conto sugli anni di contribuzione per uscire prima dei 60/62 anni dal lavoro (tenendo conto che c’è già un anno in più di attesa dopo aver raggiunto il… traguardo). Chi è sotto quell’età, sotto i 45, ancor più sotto i 40 e soprattutto sotto i 30, la pensione di anzianità (oltre a non sapere cos’è: è quella che si raggiunge per numero di anni lavorati) manco ce l’ha come orizzonte, avendo iniziato a lavorare tardissimo e spesso con contratti ‘atipici’ (o precari che dir si voglia) di collaborazione cococo cocopro cocodè che i contributi hai voglia: se ci sono, sono talmente pochi che col sistema contributivo son meno della goccia del mare. E quindi i 40 anni di contributi continuativi li raggiungerebbe comunque ben oltre l’età di pensionamento per vecchiaia (che è il pensionamento per raggiungimento di una certa età, indipendentemente dai contributi).

Ecco perché alzare quell’età a 67 anni, invece di mettere mano all’anzianità, non è fare un favore ai giovani ma è penalizzarli un’altra volta ancora: lavoreranno sempre di più e avranno pensioni sempre più basse (col sistema contributivo si riceve in base a quanto versato e più avanti andiamo meno anni di versamenti ci saranno).

E perché il governo può farlo in assoluta tranquillità? Perché alla parola pensioni drizzano le orecchie i pensionati o chi ci sta per arrivare. Ai giovani, anche quelli cosiddetti giovani (i quarantenni), un po’ gli hanno messo in testa che la pensione non la vedranno mai, un po’ loro son cresciuti con la deviazione Vascorossi e il mito che moriranno prima d’arrivarci, un po’ effettivamente non ci pensano e non si mettono a far calcoli che a vent’anni sarebbe pure triste. Perciò gli si può fare qualunque cosa, e si potrebbe anche senza vendergli che lo si fa per loro e invece lo si fa sulla loro schiena come in questo caso.

Se davvero gli si volesse dare una mano, in nome della solidarietà tra generazioni, sarebbe chi è avanti con gli anni che dovrebbe essere un po’ più solidale con loro e non barricarsi dietro alla linea maginot dei “diritti acquisiti”. E non parlo solo di eliminare la vergogna dei vitalizi dei politici che sono lo schifo peggio (tre giorni di seggio prima, due anni e mezzo di parlamentare oggi per avere un assegno che il resto del paese si sogna al compimento di meno anni del resto del paese): che finché non li tolgono manco dovrebbero permettersi di parlare delle pensioni altrui. O peggio delle pensioni scandalosamente milionarie. Ma anche al netto di tutto questo, parliamo di tanti altri.

E nemmeno solo lo scandalo delle pensioni baby (“Non ci sono privilegi gratis” mi ricordava oggi il mio direttore) che sono basse ma che un contributo di solidarietà a chi è più giovane o lavora tutta la vita, lo potrebbero pur dare. E’ bastato ipotizzare un 1% (uno per cento!: vuol dire dieci euro su mille) perché la Cgil spolverasse allegre barricate.

Non dico nemmeno loro. Dico gli altri. Quelli che, via, abbiate il coraggio di venire fuori: non nascondetevi dietro alle miserrime pensioni sociali (gente che però non aveva pagato contributi…) o alle vergognose pensioni di invalidità. Fate un passo avanti voi pensionati che, certo, avete pagato contributi per una vita ma siete andati in pensione con il sistema retributivo, ovvero con la media degli stipendi degli ultimi tre o cinque anni di lavoro e con pensioni che fanno invidia e doppiano gli stipendi di chi oggi è al lavoro. Sì, avete pagato i contributi: ma davvero chi se ne è andato con gli scivoli, o sul filo dei 35 anni d’anzianità (quindi magari a 50-55 anni d’età), ha versato davvero quanto riavrà vivendo fino a età ragguardevoli (80? 90 anni? Ma speriamo anche di più, non scherziamo e non fraintendiamo).

Ecco, voi, voi se oggi prendete più di, più di quanto? più di 5mila? o anche più di 3mila euro euro al mese di netto pensionistico: vogliamo cacciare un contributino (progressivo, piccolo se avete meno, di più se prendete di più) per i vostri figli e nipoti che oggi a cococo lavorano un mese sì e uno no, a 700 euro di stipendio e avranno una pensione da miseria? Certo, quelle vostre pensioni sono già servite a pagare gli studi a figli e nipoti, magari mantenendoli fuori corso. E così però facendoli iniziare ancor più tardi a lavorare e pagare contributi per la pensione…

Ma aspetta, aspetta. Anche voi, voi sì, che, nel pubblico impiego, a un passo dalla pensione, avete avuto in massa la promozione da colonnello a generale, ma anche da sergente a tenente, da categoria B a categoria A, da quarto a quinto livello. Ve lo siete meritato? Sì, sicuro. Tutti. Avete lavorato una vita, nessuno lo mette in dubbio. Ve lo siete guadagnato. Ma per chi se lo guadagnerà allo stesso identico modo ma non lo avrà (le promozioni sul filo della pensione, esercito escluso, sono state ‘sterilizzate’ dal punto di vista pensionistico) possiamo fare un passo incontro, in nome appunto dello sbandierato ‘patto tra generazioni’?

Potete rispondere di no, tanto diritti acquisiti e nessuno sta venendo a chiedervi niente. In fondo i vostri figli, grazie anche a quelle pensioni, erediteranno pure quel che avete messo insieme e resteranno a galla. Ai nipoti l’inane compito di reimparare a nuotare. In un mare che non sarà d’acqua.

N.B: a scanso di equivoci, perché anche questo si sente sottotraccia: a mio modo di vedere chi va in pensione dopo 40 anni di lavoro non sta rubando nulla, sta solo avendo ciò che si è meritato fino in fondo.

P.S.: poi andrebbe capita e spiegata fino in fondo la posizione di Confindustria che chiede di alzare l’età pensionabile e però poi le imprese tendono a espellere (scaricando sul vituperato ‘pubblico’ i costi di cassa integrazione, mobilità e magari disoccupazione) i lavoratori più anziani e soprattutto tendono a non riprendere quelli che hanno perso il posto. Come facciamo a lavorare fino a 67 anni se a 52 ti licenziano e la concorrenza piuttosto di te prende il venticiquenne o il trentenne (magari immigrato)? Ma quello è un altro blog.

21
ott 2011
AUTORE Luigi Primon
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LE CASTE INVINCIBILI

 C’è un dramma nel dramma di questo paese. L’incapacità assoluta di incidere sull’incrostazione che lo tiene fermo da almeno quarant’anni. Quello delle caste, degli ordini, delle rendite di posizione, grandi e piccole che nessuno riesce a scalfire.

E non sto parlando tanto dei politici e dei loro insani privilegi. Qui c’è una società, un paese intero che è come ingrippato da questo meccanismo insano che ci permette di girare intorno a quel palo, anche a velocità considerevoli nei momenti migliori, ma mai di andare avanti.

Ordini professionali, regole a tutela sempre di chi è già dentro e mai per dare una possibilità a chi è fuori. Non si tratta di tenere porte chiuse ma di sbarrare anche le finestre. E meccanismi di selezione che hanno nella parentela, nella raccomandazione o nella conoscenza (nel migliore dei casi) il primo criterio, ben al di sopra del merito e della capacità (meglio se ci sono certo, ma lo si può scoprire dopo). Il ‘trota’ nel suo campo è l’epifenomeno: riflette, non plasma l’Italia dove le mamme dei black block garantiscono su quanto buoni siano i loro ‘bambini’. E il punto non è solo la politica e l’impiego pubblico.

Non per nulla gli ascensori sociali si sono bloccati alla generazione dei nati negli anni Sessanta-Settanta (e già erano pochi e mal funzionanti ma c’erano a saperli intercettare).

Qualche sera fa in un servizio di un tg ho sentito che Berlusconi avrebbe ammesso non poter riformare gli ordini, notai e avvocati su tutti, perché sono i suoi elettori e lo boccerebbero. Ecco. Questo è il grande fallimento di Silvio che tramonta: non aver fatto neanche un barlume, un inizio, un accenno di quella ‘rivoluzione liberale’ di cui va seminando nostalgia canaglia Giancarlo Galan a ogni intervento pubblico (e immagino privato).

Anzi, d’essersi persino opposto, per ragioni di cassetta (elettorale) quando quel primo seme, certo nel terreno più facile, lo aveva buttato Bersani da ministro, con le ‘lenzuolate’ (fazzolettini va’) su parrucchieri, farmacie, tassisti e ricariche telefoniche.

Lui il Silvio che voleva far funzionare lo stato come un’impresa, quella dove il merito prevale, ha governato, quando lo ha fatto, come l’ultimo dei travet democristiani (al cui confronto erano veri giganti).

Specchio riflesso è quello della Lega che gli ha tenuto bordone: altra forza che è nata per la rivoluzione (federalista, nel suo caso), contro i privilegi (ne avessimo scardinato uno), contro i politici-politicanti (oggi la Lega forse è quella con la più ampia struttura di politici di professione fin negli assessori dei paesi), contro Roma intesa non come città ma come un approccio burocratico e tentacolare all’amministrazione del paese. Si è fermata a raddoppiare i ministeri a Monza in una fotocopia sbiadita invece di buttare nel cestino quelli originali (lo sapete che Rotondi è ministro? Si? Sapete anche a cosa oltre che al dichiarare al tg1?).

E’ come se quell’ansia di rinnovamento che quelle due forze esprimevano all’inizio degli anni Novanta, in meno di un ventennio si fosse seduta, assorbita, accartocciata nel paese reale. Che aveva voglia di cambiare sì, ma senza pagarne prezzi, senza rischiare, senza mollare il proprio tran tran, che in fondo in famiglia o nella cerchia degli amici ce l’hanno tutti un bidello assunto per spintone, un artigiano che l’unica iva che conosce è la Zanicchi, un compare che fa l’addetto stampa o il portaborse di uno importante, un luminare che ti fa saltare la lista d’attesa. E prima o poi può persino tornare utile.

28
set 2011
AUTORE Luigi Primon
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MACCHE’ FURBETTI, QUESTI SONO DELINQUENTI

 Ce l’abbiamo tanto con la casta. Ma molte volte mi chiedo quanto noi siamo migliori. Noi inteso come cittadini e società. Mi viene da pensarlo una volta in più guardando alla vicenda dei ‘furbetti’ dell’Isee, l’indicatore di reddito che consente di avere agevolazioni nei servizi pubblici. Che altro che furbetti, sono delinquenti che rubano a chi sta peggio e avrebbe bisogno. E sono venetissimi con i denari (tanti), non disgraziati tunisini o ‘fantasiosi’ napoletani.

I furbetti dell’Isee a Padova sono quella quarantina (40 non 4) di famiglie che falsificavano la dichiarazione e non solo evadevano le tasse pagando poco o nulla e girando col Suv (tanto per fare populismo a basso costo) ma chiedevano anche l’esenzione della mensa per il figlio a scuola. Ma dov’è ce l’hanno la faccia e il coraggio? Lo sanno che è come rubare la moneta dal cappello del questuante o dalla borsa delle offerte in chiesa?

Perchè già l’evasione è un gesto che è ora di derubricare da quell’aura di legittima difesa che l’ha circondata. Perché non è una panacea, sono convinto che l’apparato pubblico italiano sarebbe capace di mangiarsi sempre più risorse e se oggi si arrangia con 10 se recuperassimo l’evasione sarebbe capace di consumare 10 più il recuperato. Ma è vero che se pagassero tutti pagheremmo un po’ meno (anche se non proporzionalmente).

Ma il furto vero, la delinquenza pura, è che questi impediscono che le esenzioni e gli sgravi arrivino davvero a chi ne ha bisogno.

Che uno dei veri problemi del nostro stato sociale. Io ricordo le fasce d’esenzione delle tasse d’iscrizione già quando studiavo all’università. Col mio papà operaio, la mamma casalinga e la casa di proprietà non ci si rientrava nella fascia degli esenti. Mentre era esentata la mia collega di corso col babbo che aveva la concessionaria d’auto con officina annessa e un volume di clientela di tutto rispetto.

Dove ripeto, non voglio riaprire la discussione sull’evasione (con tutto l’ambaradan che siamo tutti evasori quando non chiediamo una fattura per pagare meno i lavori a casa o nella stessa officina di cui sopra), ma sulla pervicacia e la rapacità di chi non solo evade ma poi ruba a chi ne avrebbe bisogno (non allo stato: a chi ne avrebbe bisogno).

Credo che questi che nei titoli di giornali e tg ci ostiniamo a chiamare furbetti andrebbero chiamati delinquenti dovrebbero suscitare una riprovazione sociale simile a quella per la casta (o almeno a quella per lo straniero che contravviene le regole perché non ha il permesso di soggiorno). Perchè si legittimano a vicenda, furbetti e casta. Perchè se la casta non si riesce a rimuoverla e scalfirla, è anche perché il sentimento che suscita non è la riprovazione pura, ma più semplicemente l’invidia.

Per questo dico che “noi’ non siamo migliori. Perché loro sono quelli che delinquono, ma noi siamo quelli che non li pigliano a calci (quantomeno morali) nel sedere.

19
set 2011
AUTORE Luigi Primon
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NELLA CESTA DELLA CASTA

 

Di solito si cita un passaggio, non si copia. Ma per questo "Buongiorno" (la rubrica quotidiana in prima pagina de La Stampa) di Massimo Gramellini, consentitemi un’eccezione. Eccolo.

"Quando Berlusconi annunciò l’imminente dimezzamento dei parlamentari, due cose furono subito chiare a tutti gli italiani. Che moriva dalla voglia di farlo, se non altro per dimezzare le spese, visto che li mantiene quasi tutti lui. E che non ci sarebbe riuscito, perché nessuno ha mai visto la forfora votare a favore dello shampoo.

Ricordate? Per addolcire il bicarbonato della Manovra, a fine agosto il governo pensò bene di regalarci una caramella al miele. La promessa di un disegno di legge costituzionale che avrebbe dimezzato i parlamentari e cancellato le province. La Casta più obesa del mondo si sarebbe messa in cura dimagrante. Un segnale per i contribuenti: mentre voi stringete la cinghia, noi ci rimettiamo almeno la camicia dentro i pantaloni.

Qualche giorno dopo il segretario del partito del premier scartò la caramella al miele e la distribuì sull’autorevole palco della Berghemfest (sembra uno stopper del Bayern, ma immagino voglia dire Festa di Bergamo): ai primi di settembre, garantì, presenteremo un disegno di legge costituzionale per dimezzare il numero dei parlamentari e abolire le province.

Il disegno di legge costituzionale è stato presentato ieri e prevede soltanto l’abolizione delle province. Il dimezzamento dei parlamentari è stato inghiottito da un buco nero. Chi lo avrebbe mai detto? Stupiti quanto voi, ci siamo messi sulle tracce dello scomparso, interpellandone il padre putativo: Calderoli. L’illustre giurista ci ha tranquillizzati: il dimezzamento non è nel disegno di legge perché era già stato varato dal consiglio dei ministri del 22 luglio scorso. E allora come mai Berlusconi e Alfano, oltre un mese dopo, lo promettevano ai cittadini? Uno promette quel che deve ancora fare, non quel che ha appena fatto. L’ipotesi che il consiglio del 22 luglio avesse approvato il dimezzamento dei parlamentari all’insaputa del premier è stata presa seriamente in considerazione, ma non ha retto alla prova dei fatti. Che sono questi. Il dimezzamento è stato votato dal governo «salvo intese», una formula furbetta che consente di spacciare la riforma come già avvenuta, mentre nella realtà deve ancora passare per le forche caudine di una trattativa con i singoli ministri.

Per farla breve: la proposta di dimezzare gli onorevoli e i senatori non è stata inserita nel disegno di legge di ieri perché si trova già altrove, ma quell’altrove è un provvedimento che giace sepolto in un cassetto di Palazzo Chigi e non è mai stato trasmesso ai due rami del Parlamento. Per farla brevissima: ci hanno preso in giro un’altra volta. La seconda in due giorni, dopo la farsa dello sconto sui tagli alle indennità degli onorevoli muniti di doppio lavoro (e doppia pensione) festosamente promessi dal governo non più tardi di due settimane fa.

Neanche a dire che non si rendano conto di essere detestati. Lo sanno benissimo, tanto che ormai si vergognano di dichiarare in pubblico il mestiere che fanno. Semplicemente se ne infischiano delle reazioni. Asserragliati nel fortino dei loro privilegi, mentre intorno tutto crolla. Senza nemmeno salvare le apparenze e prendere qualche precauzione, come quella di placare la furia dei cittadini compiendo un sacrificio personale. Adesso pensano di cavarsela con la sola abolizione delle province, facendo pagare a un grado più basso della Casta il prezzo della loro eterna intangibilità.

Una classe dirigente si può disfare in tanti modi. Persino con uno scatto finale di orgoglio. La nostra invece – fra ruberie sistematiche, intercettazioni grottesche, barzellette sulle suore stuprate e raccolte di firme bipartisan per la conservazione delle feste dei santi Ambrogio e Gennaro ha compiuto la scelta più consona alla propria mediocrità, decidendo di dissolversi in una bolla infinita di squallore".

Ecco, io non sono mai stato un ayatollah del "dàgli alla casta". Tante volte mi pare semplicemente un argomento di moda che si dissolve in invettiva qualunquista (e talvolta falsa tipo "hanno tutti l’autista e la macchina blu" anche parlando di consiglieri di quartiere). Più che il quanto guadagnano mi incuriosisce il cosa fanno, più dei loro stipendi mi fa specie il carrozzone di enti nomine interessi che si tirano appresso. Ma davanti al pezzo di Gramellini, chapeau. Specie sulla chiusura. Invece di uno scatto di dignità che uno s’immagina (sogna) questi "hanno deciso di dissolversi in una bolla di infinito squallore".

Io credo che i cittadini una classe dirigente migliore se la potrebbero/dovrebbero scegliere. Ma penso che una classe dirigente, dei cittadini migliori se li deve meritare.

07
set 2011
AUTORE Luigi Primon
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DAL CUORE DI SILVIO GRONDA L’IVA

Alla fine, l’ultima (e definitiva?) versione della manovra prevede la misura di cui s’era parlato fin dall’inizio: l’aumento di un punto dell’Iva. Ovvero l’imposta sui consumi. Che paga appunto il consumatore, perché chi sta sopra la catena della distribuzione detrae quella pagata ai suoi fornitori (e dovendo incassare più di quanto spende per comperare per non fallire, rientra di quanto pagato).

Silvio allunga sul filo di lana le mani nelle tasche di (tutti) gli italiani. Usa la tassa (in realtà un imposta) che non ha (quasi) nessun criterio di progressività. Ovvero colpisce Montezemolo e l’operaio esattamente nello stesso modo a fronte dello stesso acquisto.

Vero che c’è tutta una scuola di pensiero, oggi sulla cresta dell’onda, che sostiene lo spostamento del peso della tassazione dai redditi e dalle persone verso i consumi, perché di per sé contiene elementi di giustizia e riequilibrio del carico fiscale, colpendo chi spende di più ovvero chi di più ha. In buona sostanza: il Montezemolo compra (compra?) la Ferrari e l’operaio la Punto, va di suo che l’Iva pagata, pur in percentuale uguale è in cifre assolute ben differente. Il punto è che bisogna capire quanto quell’Iva incide sul reddito compessivo del singolo.

Mah. Resto dell’idea che in un momento di difficoltà come quello attuale si potesse chiedere (chiedere presuppone il coraggio di fare una richiesta, non di far finta che no per quasi un mese e poi di colpo sì) uno sforzo proporzionale alle possibilità. Che fosse patrimoniale (buona per arrivare anche agli evasori) o che fosse spiccioli (zerovirgole) di irpef sulle aliquote più alte ma non necessariamente altissime (quelle oltre il 30 per capirsi) non so.

Si poteva. Poteva persino quello che aveva nella ragione sociale ‘Meno tasse per tutti’ o promesso solennemente ‘Mai le mani in tasca’. Ma ci vorrebbero coraggio e credibilità che questo governo ha ormai perso per strada nelle curve degli ultimi mesi.

Invece alla fine la mossa è quella di ‘pagare tutti… per pagare di più’. Già, perché se al dettaglio per un po’ (a spanne fino a Natale) i commercianti potrebbero assorbire il colpo e tenere quei prezzi e90 o virgola99 per indurre all’acquisto, salvo poi aumentare d’un botto per recuperare il pregresso (e magari pigliarsi un po’ avanti come fu alla curva dell’euro). Col rischio, sotto gli occhi di tutti, che l’aumento dell’iva si riveli pure recessivo, non favorendo ovviamente nè i consumi, nè la ripresa (che non è sostenuta in altro modo dall’intervento governativo).

Gli altri pezzi della manovra, per il resto, la dicono tutta. L’aumento dell’età pensionabile delle donne, che detto per inciso non condivido, dal 2014 è una millanteria perché andrà a regime nel 2026 (duemilaventisei: chi vivrà vedrà) quando di riforme delle pensioni sarà toccato farne altre tre. Il contributo di solidarietà, il 3% oltre i trecentomila euro di reddito, spacciato per tassa sui ricchi è niente più e niente meno che coriandoli di demagogia (basta vedere quante persone tocca a cosa frutta). L’abolizione delle province da varare venerdì passerà le forche caudine di una riforma costituzionale che avrà anche il punto di svolta di un cambio di legislatura. Auguri.