LA POLITICA E GLI SPRITZ (TAROCCATI)
Una politica di malfattori, cialtroni e ladri di qua. Una società sana, civile, onesta e operosa di là.
Questa è l’Italia che viene raccontata oggi. Soprattutto, ma non solo, da Beppe Grillo.
Poi leggi notizie come quella dei bar padovani che taroccavano gli spritz, cioè che rifilavano aperitivi all’Aperol e Campari che non contenevano Aperol e Campari facendoseli pagare come se ci fossero. In un prodotto, lo spritz appunto, che a occhio ha già un discreto ricarico di guadagno a ogni bicchiere. Mica uno di bar eh, otto. E ti chiedi se sia tutta tutta così onesta quest’Italia con la bava alla bocca verso “i politici” (indistinto). O se forse non ce ne siano pezzi di quest’Italia che hanno bisogno di un capro espiatorio (funziona sempre: ci furono gli immigrati, gli evasori…) o di una sorta di “giustificazione” o di sentirsi migliori di qualcun altro o perché no di scaricare dell’insana invidia perché molto diversamente non si sarebbero comportati.
Posto che resto dell’idea immarcescibile che chi viene eletto (e la parola lo dice) dovrebbe, anzi debba essere migliore di chi rappresenta. Accertato che ultimamente è stato troppe volte peggiore. Direi però che ne è, in buona parte lo specchio (talora un po’ deformante vabbè) dei rappresentati. Insomma che alla fin fine il Paese, ogni Paese, ha la classe politica che si merita e che si sa scegliere.
NELLA BARCA DELL’ANTIPOLITICA
Confesso che non conosco Fabrizio Barca, non solo personalmente ma anche come figura pubblica. Né meriti né (eventuali) demeriti. Mi è parsa, sicuramente per mia superficialità, impalpabile pure la sua presenza nel governo Monti. Era il ministro per la “coesione territoriale”, per chi si era dimenticato pure quello.
In questi giorni però il suo nome è insistentemente circolato come candidato anti-Renzi, segretario e/o presidente del consiglio, dell’ala sinistra del PD e forse pure di Sel se si parla di premiership o nell’eventualità di una confluenza dei vendoliani nel partitone.
Ma in questione non sono le sue qualità e le sue capacità, che evidentemente devono essere notevoli. E’ il fatto che Barca non abbia la tessera del Pd (e nemmeno di Sel) e non l’abbia mai avuta. Se l’idea che circola è che Grillo si sconfigga genuflettendosi un giorno sì e l’altro anche all’antipolitica e alla retorica anticasta (dove casta ormai è chiunque abbia fatto politica anche da semplice militante) mi sa che non se ne esce più. Anzi, possibile che così lo si rafforzi, dandogli ragione. Dicendo in sostanza: nella nostra area non c’è uno con la tessera del PD (e/o di Sel) che meriti di fare il segretario e/o il premier.
No, non è facendogli il verso che si sconfigge l’antipolitica, ma è con la buona politica. Che è tutta da ricostruire e rileggitimare dopo lo scempio di questi anni, per carità, ma che è tutta un’altra cosa da far capire che quelli buoni e bravi sono tutti fuori. Sennò, appunto, c’ha ragione Grillo. E da vendere, anche agli altri.
L’ASTENSIONISMO PERDE
Sì, avete letto bene. E io ho letto bene il dato elettorale della Sicilia. Dove si è astenuto più di un elettore su due. Certo, la politica dovrà riflettere (lo si dice e scrive da vent’anni, a ogni aumento di quel dato, volete che ce lo facciamo mancare stavolta?). O potrà pure liberarsene con una scrollata di spalle. Perché se nelle elezioni di solito non si capisce mai chi ha vinto, di sicuro c’è chi ha perso. Cioè loro, gli astenuti. Che puri e fieri, hanno lasciato decidere agli altri. Che me pare pure comodo, no?
Chiariamo subito che quello dell’astensione non è un partito, avendo molte più correnti del Pd, visto che tiene insieme il moribondo e l’antipolitico fervente, la nonnina non deambulante e il deluso dalla destra/sinistra, lo scazzato casual e il tangentista/mafioso che ha perso il riferimento, il pigro e il menefreghista cronico, il giovane sfiduciato e l’anziano stanco, separatisti più separatisti della lista separatista e anticasta che infilano anche Grillo nella casta, delusi e disillusi, l’emigrato e quello che non ha più il cugino candidato, quello che “quando c’era lui i treni arrivavano in orario” e quello che “addavenì er baffone”, il rivoluzionario extraparlamentare e il qualunquista stile “tanto non cambia nulla”. E che quindi non potrebbe presentarsi con unici candidati e istanze condivise. Perciò la smettessero di rivendicare “siamo i più numerosi”.
Adesso però stanno meglio, non si sentono compromessi, possono postare magnifiche scritte “politici ladri” su Facebook o insultarli tutti al bar. Ne hanno diritto eh! Ad astenersi. E hanno pure la libertà e la facoltà di lamentarsi. Ma fanno un po’ ridere e un po’ tristezza. Perché se è vero, accertato e provato che il mondo non si cambia mettendo la croce su una scheda elettorale, è altrettanto vero che non metterla è l’unico modo sicuro di tenerselo così com’è (o peggio, perché un peggio c’è sempre).
IL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA
Si dimette la Polverini. Leggo e rileggo, penso e ripenso. E non può che tornare in mente la riflessione di Michele Serra sull’Amaca (Repubblica) di giovedì scorso (20 settembre).
Ve la ripropongo, che vale la pena. Ma poi ci facciamo una domanda.
“Io questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. Lo abbiamo visto dietro il bancone di un bar. Alla guida di un autobus. Alla cassa di una pescheria. In coda all’ufficio postale. È un normotipo popolare italiano. Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi. La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici a Franco Fiorito, per il semplice fatto che sono identici a Franco Fiorito anche adesso. Non si cambia un paese se non cambia il suo popolo, non migliora un paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni. Il mito della “democrazia diretta” non mi cattura perché non tiene conto di un micidiale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, eleggeranno in eterno Franco Fiorito”.
La domanda è: ma allora il problema è la democrazia?
LIMITE AI MANDATI: SICURI SICURI?
Il limite dei mandati va di gran moda: cinque anni da parlamentare possono bastare, dieci da sindaco anche troppi, si tuona da più parti. Mica solo Grillo o lo statuto del Pd. Rottamatori e ringiovanitori d’ogni parte politica lo vedono come scorciatoia, più o meno drastica, al poltronismo di una serie di sederi che ci portano da oltre un quarto di secolo a vedere in Parlamento, al Governo, ma anche nelle regioni e nei comuni, le stesse facce. I nomi metteteli a piacere, li sapete.
Come ogni scorciatoia invoglia, specie a fronte di una strada maestra (la riforma della legge elettorale che consenta di tornare a scegliere il proprio eletto) sbarrata da quelle stesse facce.
Ma scarica anche le coscienze. Perché se quelli stanno lì da allora, la responsabilità è prevalentemente nostra. Nostra: mia, tua, sua e loro. Che li abbiamo votati. O che non siamo andati a votare lasciando così decidere gli altri. O che non abbiamo fatto abbastanza perché i candidati non fossero loro o perché vincessero gli altri.
Mica solo per quello, eh. Perché non capisco perché dovrei privarmi di uno bravo solo perché ha fatto due mandati. Facendo posto a uno scarso ma “nuovo”. Non funziona così da nessuna parte: lavoro, sport, spettacolo. In politica sì. Perché, altrimenti, dicono, s’avvinghiano al potere e diventano (fatalmente? Inclinazione umana o il politico è una brutta razza?) rapaci, ladri e occupatori di posti. A me pare, invece, che la condizione peggiore (anche semplicemente per il rischio disimpegno), possa essere quella di chi ha certezza di non poter essere rieletto. Certo, la possibile rielezione può essere foriera di clientelismo (assumo, finanzio, accomodo in cambio di voti), ma anche sapere che si abbandona la nave (Schettino docet) non garantisce che le cose andranno diversamente.
Non so. Non ho certezze. Non quelle granitiche dei tagliatori di mandati (tre, due, uno, mezzo a staffetta). Però mi piacerebbe che chi tenere e chi mandare a casa lo decidessimo noi cittadini, in base alle sue capacità e al nostro giudizio, non un meccanismo.
IL FERRAGOSTO DEL GOVERNATORE
Martedì scorso, 14 agosto, il Governatore Luca Zaia teneva giunta e successivo punto stampa, ovvero l’incontro con i giornalisti per illustrare i provvedimenti presi, oltre che sottoporsi a domande sullo scibile umano e l’universo mondo, a cui, con disponibilità abbastanza rara per i politici del suo incarico, risponde una volta a settimana.
Tra gli argomenti in evidenza di quel giorno ci fu l’un po’ autoreferenziale enfasi alla notizia del fatto che appunto la giunta regionale si riuniva anche a Ferragosto (alla vigilia, ma vabbè, dettagli). Come per altro annunciato con rullo di tamburi già nei precedenti punto stampa il 31 luglio e il 7 agosto. “La signora Maria paga le tasse tutto l’anno – spiegò a mo’ di slogan il Governatore – ed è giusto che trovi i palazzi pubblici aperti 365 giorni l’anno”. Con nemmeno velato riferimento alle lunghe ferie del Parlamento o, meglio, dei palazzi romani. E con giusta sottolineatura del pienone d’assessori, visto che la mattina su un quotidiano, si metteva in dubbio il raggiungimento del numero legale. Invece, oplà: in 9, come non si erano mai visti schierati a fianco di Zaia dai tempi dell’incoronazione. Populismo? No. Un segnale. Simbolico ma importante, soprattutto in tempi di crisi e di malsopportazione della cosiddetta casta. Con gesto signorile di Zaia. Che ha difeso i pochi assenti all’appello (tra loro due stakanovisti del punto stampa: Elena Donazzan e Maurizio Conte) spiegando che era stata organizzata una turnazione per non chiudere mai il “palazzo”. Clap clap, clap, battimani. Certo, negli uffici “normali”, tipo anche le redazioni per dire, si fa da sempre, ma per la politica, se non alla svolta epocale, siamo appunto sicuramente al segnale importante. Bene, bravi, bis.
Ecco, appunto: bis. Invece niente. Paganini non ripete. Ieri, martedì 21 agosto, niente giunta (a meno che non ne abbiano dato notizia nemmeno sul sito della Regione). E (quindi) niente punto stampa. Che sia saltata la turnazione? Difficile da credere. Più probabile che fosse in (legittime e soprattutto più che meritate) ferie il Governatore in persona. Ma forse no, visto che si è avuta notizia, via comunicato, di un’ordinanza da firmata dallo stesso Governatore per interventi urgenti sulle scuole colpite dal terremoto nel rodigino. Ma anche di un provvedimento per finanziare le aggregazioni tra le imprese, presentato però già il 14 dall’assessore Isi Coppola (era stato uno dei motivi, anzi quasi IL motivo, della convocazione della giunta quel giorno) e che però sarà pubblicato sul Bur il 31di agosto. E allora? Allora boh. O forse quello di ferragosto era distillato di puro marketing.
Stamattina dai quotidiani nessuna notizia. E nessun giornalista che abbia ironizzato sul mancato bis, sottolineando che l’operazione “Palazzo Balbi aperto a ferragosto” aveva fatto un po’ crack e teneva un attimo il fiato corto. Magari anche rischiando di prendersi del “trombone”, come ebbe a definirli sorridendo Zaia quando, da vicepresidente e assessore, fu pizzicato e sbertucciato dalla stampa per un eccesso di velocità mentre correva (troppo) da un impegno istituzionale all’altro. Ma nemmeno nessuno che abbia fatto Catone-il-censore o il cane da guardia (o il “braccio armato” disse scherzando a Ferragosto) come lo stesso Governatore ha invitato più volte i giornalisti a essere, fin dal suo insediamento, smascherando almeno un pizzico, un’iniziativa un po’ troppo tutta mediatica come quella ferragostana.
Però insomma, insomma. Se il 14 ti… “vanti” di essere in trincea il 15, non sarebbe giusto essere rimproverato se, come malignava qualcuno, sei partito il 14 sera. Ma se fai trovare sguarnita la stessa trincea (già) il 21, una trombonata un po’ la cerchi e la rischi. In fondo, se i tromboni suonano, è perché qualcuno dà loro fiato e occasione.
NON HANNO CAPITO L’ABC
Monti vedrà i leader della maggioranza, annunciavano ieri i titoli.
In realtà ha visto Alfano, la mattina. E ha telefonato a Bersani, il pomeriggio. E incontrerà domani Casini. Perché dopo il primo incontro, quando si favoleggiò di tunnel notturni percorsi dai tre leader per non farsi sgamare dai giornalisti, non hanno più voluto fare vertici.
Perché pensano che se non li vedono insieme, gli italiani non capiscono che stanno tutti nella stessa maggioranza? Cioè considerano gli elettori così imbecilli? O temono che se li vedono insieme non notino più le differenze?
Magari sarà che Bersani ha il colera, o Alfano la febbre del Nilo, o Casini il virus di Ebola. E allora, scusi, capisco.
E poi s’affannano sull’antipolitica, su perché Grillo.
Ma scusa. Dicono che si stanno ‘sacrificando’ (stanno sacrificando ideali e programmi, e poltrone) per salvare l’Italia. E se ne vergognano? Mah. Dovrebbero vantarsene. Ogni due per tre. Tutti insieme, in coro. Invece niente.
Se pensano di conquistare così quelli che non li votano o di non perdere quelli che li hanno votati, mi sa che gli manca… l’abc.
GRILLO, PARLIAMONE
Chiunque governi, non ha mai un euro in cassa. Voi che fareste?
“Si studia quel che serve e quel che non serve. Il Tav Torino-Lione non serve, via: si risparmiano 20 miliardi. I cacciabombardieri non servono, via: si risparmiano 15 miliardi. Le province non servono, via: altri miliardi risparmiati. Le pensioni non devono superare i 3 mila euro netti al mese, tanto se guadagnavi milioni qualcosa da parte avrai messo, no? Altro che spending review“. (dall’intervista di Marco Travaglio a Beppe Grillo)
Ecco, parliamone nel merito di Grillo. No “antipolitica!”, “populista!”, “Mussolini!”, “pagliaccio improvvisato!”. Nel merito di queste tre, quattro cose. Magari meno della Tav che ne abbiamo discusso tanto. Ma ad esempio al tetto alle pensioni. E non vale i “benaltrismo”. Avanti.
Se qualcuno ha tempo, voglia e stomaco, qui c’è l’intera intervista di Travaglio a Grillo (per inciso mai visto un Travaglio così morbido).
BERSANI, LA POLITICA, IL PAESE
Il Paese sprofonda, è terremotato, si suicida per debiti, cerca disperatamente lavoro e certezze, sul conto questa settimana gli toccherà la mazzata dell’Imu e lui, Pierluigi Bersani, leader del primo partito italiano (figuriamoci gli altri) nel discorso alla direzione propone un percorso in tre punti: 1) legge elettorale, 2) alleanze, 3) primarie (qui si può verificare).
Ora, quando un italiano si sentirà più sereno nella sue difficoltà quotidiane grazie alla nuova legge elettorale (da vent’anni indicata come la madre di tutte le soluzioni e siamo di nuovo qua), quando un giovane troverà lavoro grazie alle alleanze e alle coalizioni (aperte alle foto di qua e ai moderati di là), quando col voto alle primarie ci pagherà l’Imu (prima, seconda e terza rata), allora potremo finalmente dire che si è finalmente azzerata la distanza tra i cittadini e la politica. E festeggiare.
Sempre che nel frattempo non sia la politica a ricominciare sorprendentemente a occuparsi dei problemi dei cittadini (invece magari di lamentarsi perché a questi gli vengono i sentimenti “anti”).
LA DURATA DEL GRILLO
Forse il punto non è chiedersi perché Grillo abbia avuto successo. Se lo sono chiesti tutti e hanno dato le risposte (per lo più giuste). Ma non c’è competizione su quel terreno: mentre gli altri litigano per tagliare del 33 o del 50% lui propone di azzerare.
Il punto forse è chiedersi quanto durerà quel successo. Siamo davanti a un Uomo Qualunque o a una Bonino post sbornia della mancata candidatura al Quirinale o a un Bossi ai primi passi? Questa è la domanda a cui nessuno ha la risposta.



