21
mag 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi

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LAVORO, IL VERO DRAMMA

La vera misura della crisi qui su dalle nostre parti, è che fino a cinque-sette anni fa, se uno aveva voglia di lavorare, un lavoro (e con uno stipendio decente) lo trovava.  Certo, magari non era il lavoro dei sogni. Magari aveva orari da paura e non conosceva sabati e domenice. Talvolta era in nero, in tutto o in parte (e su quanto dal punto di vista occupazionale sia stata neanche tanto paradossalmente “dannosa” la battaglia contro il nero e il sommerso, prima o poi ci vorrà il coraggio di far di conto). Oggi non è più così. Oggi non basta la buona volontà per avere un lavoro che consenta di sbarcare il lunario.

Ce n’era talmente tanto, di lavoro, che ci si permetteva di rifiutarlo e aspettare quello che aggradava di più (lasciando il “peggio” a una generazione di immigrati poi accusata di rubare i posti rimanendo comodamente seduti nel tinello a guardare il 40 pollici nuovo). A raccontarlo oggi non pare neanche vero. E ha sicuramente alimentato la brutta abitudine di non accontentarsi. Ma non l’ha creata. Quella è nata sulle aspettative di una generazione, quella che si era rimboccata le maniche senza guardare in bocca al caval donato creando una ricchezza a tratti spropositata, che per i figli sognava un futuro diverso dal proprio, fatto di mani sporche fatica e orari infiniti (salvo magari poi rinfacciare alla generazione seguente la poca voglia). Ed è cresciuta nella consapevolezza che mentre un tempo accettando la porta stretta del “bocia de botega” si arrivava a costruirsi una posizione, ora si resta “bocia de botega” a vita mancando sbocchi e ricambi.

In una situazione così è chiaro che le elucubrazioni governative su contratti a termine più facili per i giovani o part time per i pensionandi (che se faticano a vivere con uno stipendio perché dovrebero accettare il part time non si capisce) sono meno che pannicelli caldi. E che auspicare l’anticipo della pensione dopo aver innalzato a dismisura l’età pensionabile è un delirio di una classe dirigente allo sbando. Ma persino la mitica “detassazione del lavoro”, la “riduzione del cuneo fiscale”, invocata come un mantra da qualunque politico di periferia che non sa o finge di non si può fare, almeno non nella misura (un 15-20%) che sarebbe necessaria per aver davvero effetto shock (e non solo sui conti pubblici), persino quella rischierebbe di non bastare in assenza di una rivoluzione capace di rigenerare il meccanism produttivo. Una rivoluzione che (ancora) nessuno vede da dove possa arrivare e dove possa portare. Ma pensare che tutto, prima o poi, come se finisse un incantesimo, possa tornare a girare come prima, inizia a sembrarmi davvero un’illusione per anime pie.

Non torneremo quelli che eravamo. Migliori o peggiori non lo so, ma così com’eravamo negli ultimi vent’anni direi proprio di no. Sperando che il lavoro torni ad essere un’abbondanza e non solo un miraggio. E non solamente per i giovani.

09
mag 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Governo

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UN GOVERNO IN OSTAGGIO

“Non avrà ricadute sul governo” o “potrebbe avere ripercussioni sul governo”. Sono le due frasi che, dal giorno della nasciata e fino alla sua caduta, più spesso si sentiranno a corredo di qualunque fatto (più o meno) politico: dal Nitto Palma di turno alla condanna di Berlusconi passando dalle tubolenze continue del PD, per non parlare di provvedimenti, dall’Imu a allo Ius Soli.

Insomma, c’è un governo che è ostaggio di una perenne campagna elettorale. Se facevano fatica governi con maggioranze di coalizione che arrivava unita alle elezioni, come potrebbero spiegare Romano Prodi o Silvio Berlusconi, figuriamoci questa.

Mah. Senza entrare nel merito del progrmma, a me il dubbio che di un siffatto governo abbia bisogno questo Paese, rimane.

07
mag 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Governo

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PARLARE DI TUTTO PER NON PARLAR D’AMORE

Ius soli, Biancofiore alle pari opportunità, Nitto Palma alla giustizia, ma in fondo la stessa Imu o più avanti, chissà, quali altri temi “scottanti” finiranno in cima all’agenda politica del Paese.

Per quanto non si tratti di questioncelle, non si tratta nemmeno esattamente delle più urgenti priorità di un Paese che sta vivendo una crisi economica drammatica.

E allora, perchè ci perdiamo a parlare di “diritti civili e di idiozia che fa democrazia” (cit. Giorgio Gaber, prima che mi si dia dell’insensibile ché sono temi che mi stanno a cuore) o di rinviare il versamento dell’Imu sulla prima casa, che per carità ma risolve poco e mette in moto niente (e ne guadagana di più chi già più c’ha), invece di mettere in campo misure per svoltare davvero questa crisi?

L’impressione inizia a essere proprio che nessuno abbia alba di dove mettere le mani in questo motore fermo e che si preferisca parlare della carrozzeria. E se qualcuno qualche idea ce l’ha, diventa irrealizzabile senza una maggioranza e un governo di una parte sola, non certo in esecutivi di coalizione dove uno frena l’altro e giocheranno ai dispetti e sgambetti finché elezioni non li separino.

Quindi parliamo d’altro, per non parlar d’amore (cit. Lucio Battisti) ovvero parliamo di altri temi per non parlar di crisi. A parte ovviamente essere tutti d’accordo che la disoccupazione è l’emergenza e le strette del credito il freno agli investimenti e il patto di stabilità la gogna.

Non resta che parlare d’altro, sperando che la soluzione alla crisi venga da fuori come  da fuori è venuta la crisi. Anche se, non per pessimismo, qualche dubbio mi rimane.

20
apr 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Paese, Partiti

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USCIAMO DALLA SECONDA REPUBBLICA PER RIENTRARE NELLA PRIMA

L’uscita dalla seconda Repubblica potrebbe coincidere con il ritorno alla Prima. Non solo per i nomi dei due grandi protagonisti, re Giorgio Napolitano, sulla soglia della riconferma al Quirinale, e Giuliano Amato, che i politologi indicano come prossimo presidente del consiglio incaricato da Napolitano per realizzare le larghe intese, condizione posta per accettare il prolungamento dell’incarico. Entrambi uomini che la Prima Repubblica l’hanno attraversata in lungo e in largo e che la Seconda hanno sempre mal digerito, nonostante i ruoli di primo piano che vi hanno ricoperto. Al di là dei giudizi di merito, entrambi lontanissimi dalla spirito corrosivo (impersonato da Grillo ma anche da Renzi) che ha portato quella seconda Repubblica a disgregarsi. Basti su tutte le pensioni d’oro di Amato o l’età anagrafica e il numero di ruoli ricoperti da Napolitano. Con già in agenda la staffetta: quando a un certo punto (2015) Napolitano abdicherà, toccherà ad Amato sostituirlo e indire nuove elezioni (oddio, era così anche per Monti e poi sappiamo come è andata).

Usciamo dalla seconda Repubblica perché è la fine della contrapposizione da guerra civile (dittatore catodico contro comunisti), o la sua trasfigurazione in concorrenza, tra Berlusconi e centrosinistra (o progressisti o ds, pds, pd) che, al 2015 (data minima di scadenza del patto siglato oggi) governeranno insieme, volenti o nolenti, da oltre tre anni.

E ora prendete il biglietto e salite sulla giostra delle suggestioni (e delle forzature).

Rientriamo nella prima perché al governo ci sarà un blocco di maggioranza ampia (e turbolenta) che reggerà il “sistema”, di fatto senza un’alternativa “praticabile”. Comprenderà una grande forza conservatrice (e il peccato che questa parola in Italia abbia un connotato negativo) che prima era la Dc e ora il PdL (la prima nata sugli altari delle chiese, la seconda su quelli delle tivù ma entrambe emancipatesi politicamente dalla loro genesi), una di area social-progressista insofferente alla convivenza con l’altro partner ma ad essa più o meno obbligata che allora era il Psi e ora potrebbe diventare il Pd, con il contorno di due-tre forze “minori”, allora Pri, Pli e Psdi, oggi Lega, Scelta Civica e magari Fratelli d’Italia, capaci di entrare o uscire da quella maggioranza ritagliandosi ruoli di peso variabile.

Fuori una grande forza anti-sistema, il movimento 5 stelle (allora fu il Pci) che potrebbe rientrare in gioco fra chissà quanti anni e solo una volta “mondato” dal sospetto di voler farla davvero, anche per tentativi, la totale rivoluzione annunciata. E forse una (piccola?) forza di sinistra aggregatasi intorno a Sel e un pezzo (pezzetto?) di Pd, dai risultati incerti e sopravvissuta al rimpianto di aver avuto per un attimo a portata di mano la possibilità di avere in Italia un governo di sinistra-sinistra a guida Bersani venato da imbizzarrimenti a 5 stelle e con Stefano Rodotà al Quirinale (incubo dei “moderati” di questo Paese, sogno di buona parte di quel variegato “popolo della sinistra” più evocato che rappresentato in Parlamento).

Lo so, il comunicato di Napolitano già smentisce. Attendo smentite anche dalla realtà dei prossimi due anni.

Per altro, dove sia il bene e il male per questo Paese martoriato dalla crisi economica, in realtà nessuno oggi come oggi lo sa.

12
apr 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Lavoro

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CRISI, NON C’E’ ALBA

Ennesima trasmissione sulla crisi. “Spread giù, disoccupazione su”. E i perché e i percome. E fin là ci siamo più o meno tutti. Poi bisogna capire come venirne fuori. E lì cala il buio. Per tutti, eh.

Perchè hai voglia a dire “pagare i debiti della pubblica amministrazione”. Farebbero bene, ma quello è il pregresso. Bisogna guardare al futuro. Dicono: “Allentiamo il patti di stabilità”. Lo dicono tutti per altro. Fatelo allora, no? Niente. Perchè dirlo è bello ma se allenti di qua, devi tirare su di là (rapporto deficit/pil al 3% massimo, fiscal compact, debito da ridurre) e alzare ancora la pressione fiscale: possibile? Maddai.

Comunque a parte quello, roba keynesiana che a me piace pure un sacco ma che non pare si possa più fare, idee poche. Producevamo tondini di ferro. Stiamo qui ad aspettare di ricominciare e non ci spieghiamo perché ancora no. Come se tutto passasse ben oltre le teste nostre e di chi governa il Paese. Persino l’Europa pare inane davanti a questa situazione. La Germania, ecco la Germania va. Ma farci annettere non pare una soluzione, nè praticabile nè auspicabile.

 

 

08
apr 2013
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Enti locali, Lavoro

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IL TAVOLO DELLA CRISI

Ho seguito per il tg la riunione del “tavolo anti crisi” della Camera di Commercio di Padova. Presenti enti locali, associazioni di categoria, sindacati e consumatori. Praticamente tutti (non sto qua a raccontarvi le defezioni che chissefrega).

Nell’aria una terrificante sensazione di impotenza. L’idea di essere una trincea ai confini dell’impero, devastata dai bombardamenti della congiuntura internazionale e dello stallo nazionale della politica. Sbattuti dalle bufere di borse e mercati, appesi a decisioni su patti di stabilità di non governi. E non averci lo straccio di una contraerea. Zero. Sennò hai voglia in questi anni se non l’avremmo usata. Al massimo moschetti e baionette per darsi coraggio o al più elmetti per limitare i danni.

Mi dicono che siamo all’ottava riunione di quel tavolo. Non so se il conto è giusto. E’ un dato di fatto che siamo alla conta dei danni e alla reiterazione delle speranze. Anche chi ha il coraggio e la forza di prendere la parola, non ce la fa, e non per incapacità, ad andare oltre a ripetizioni un po’ vuote di formule di buona volontà o all’invocazione di buoni auspici. Solo che fuori tutto brucia e nessuno di quelli dentro ha non dico un Canadair, ma manco una mappa con i bocchettoni degli estintori.

14
nov 2012
AUTORE Luigi Primon
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Crisi, Proteste, Violenza

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SCONTRI DI PIAZZA

C’è sempre qualcosa che… spiazza davanti agli scontri di piazza.
Spiazza che che capitino contemporaneamente, quasi all’improvviso, in tante piazze, ma le stesse piazze.
Spiazza che lo capisci già al mattino presto, ore prima del corteo, da un tweet oggi, che una volta era un post e prima ancora una radio, che la giornata piegherà ineluttabilmente in quel senso. Generalmente mai quando lo prevedono invece i giornali (i cosiddetti mainstream) che se mettono in guardia, blindano, eccetera, pigliano granchi clamorosi e per dispetto il giorno dopo relegano manifestazioni di massa ma pacifiche, a trafiletti introvabili. Salvo invocarle, le manifestazioni di massa ma pacifiche, negli editoriali che accompagnano paginate sugli scontri.
Spiazza che succeda sempre in manifestazioni indette da “altri”, non dai “duri”. Altri che pur essendo maggioranza, prima di veder cancellate le loro ragioni dagli scontri, mai (o quasi) che riescano, possano, abbiano la possibilità, c’e chi dice vogliano, farci qualcosa che non sia tirare dritto prima e prendere le distanze dopo.
Spiazza che le immagini degli scontri siano quelle di sempre, una sorta di danza della quale tutti i passi sono noti e si ripetono sempre uguali, quasi fossero “concordati” o inevitabili, come descriveva la canzone di una band nata e cresciuta proprio nella contro cultura (Fujakkà dei 99 posse). Come se nessuno, in questi decenni, avesse potuto anche solo immaginare una gestione o almeno una “rappresentazione” diversa del conflitto.
Spiazza che ogni volta, oltre le cariche di cui sopra, ci sia (almeno) un episodio di violenza gratuita da parte di uno o più rappresentanti delle forze dell’ordine, capace di spostare ulteriormente il baricentro della discussione.
Spiazza che chi quegli scontri preordina o almeno prepara sulle barricate dei manifestanti, prepari anche così scientemente la fine o il tramonto di un movimento di protesta, sapendo per esperienza che la violenza, dopo un primo possibile falso effetto aggregatore, in realtà sia il
miglior modo per convincere tanti a rimanere a casa se non quella successiva, la volta dopo.
Spiazza che ogni volta debba arrivare qualcuno a ricordare Pasolini, Valle Giulia e avanti popolo. Come se cinquant’anni dopo fosse decisivo chi è il papà del poliziotto e non le regole che deve difendere (e rispettare per primo).
Spiazza che ai tg della sera dopo i servizi sugli scontri, il primo servizio di politica (condanne della violenza escluse) becchi la classe dirigente a litigare sulla data del voto o sulla legge elettorale e non sulle soluzioni ai problemi che quelle piazze evidenziano e pongono e che con la violenza qualcuno strumentalizza.

06
set 2012
AUTORE Luigi Primon
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Banche, Crisi, Europa, Storia

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E’ FINITA LA STORIA?

Guardo distrattamente i titoli dei giornali e dei tg. La Grecia da aiutare, ce la far o no? Sopravviver l’euro? La Bce comprerà i titoli di stato dei paesi in difficoltà? La Germania accetterà di aiutare i paesi in difficoltà col debito pubblico? Scenderà lo spread? Abbiamo fatto i compiti a casa? Il decreto sviluppo? Cosa dirà Draghi?

Come un déja-vu. Fermi a maggio-giugno: stesse identiche questioni, domande, discussioni. Inchiodati lì da mesi. Non un passo avanti, non uno indietro. E ogni giorno un editoriale che dice che adesso è il momento (la riunione, il vertice, l’asta dei titoli) decisivo. E dopo due giorni, macchè uno solo, punto e a capo. Altro momento decisivo. E via. Come un infinito loop. O un gioco dell’oca che ha solo una casella oltre quella della partenza.

Ricordo l’89. Quando con la caduta del muro di Berlino si disse che la storia era finita. Che con la morte del comunismo tutto sarebbe diventato uguale (occidentale, capitalista, democratico, come noi insomma) terminando, con quello marxiano, i conflitti che facevano la storia. Non era vero, come si sono incaricati di spiegarci gli anni a venire.

Ma ora sì, ora pare davvero che la storia sia finita. E si debba star sospesi, senza nulla poter fare, a ripetersi le stesse domande in attesa del grande crack. O di svegliarsi da questo incubo. Che sta persino diventando tristemente un po’ noioso.

23
lug 2012
AUTORE Luigi Primon
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SPIGOLANDO IL CORRIERE DELLA DOMENICA

Non c’è niente da fare, secondo me (de gustibus eh…) il Corriere della Sera resta il migliore, anche da sfogliare in vacanza la domenica. Negli altri ci trovi singole cose, lì ci trovi (quasi) tutto.

Tipo un pezzo di Indro Montanelli datato 1945 e mai pubblicato. Nel quale racconta, con il suo stile asciutto e senza giri di parole, che nella Milano post 25 aprile erano “rivoluzionari solo i muri”, ovvero scritte e manifesti. Ma che il cosiddetto “vento del nord” (quello rosso, non quello verde dei giorni nostri) era in realtà un refolo limitato a gruppi dirigenti e militanti. E che perciò, lo spauracchio di una rivoluzione dietro l’angolo, sotto il quale democrazia e Repubblica hanno vissuto per un quarantennio, agli occhi di un osservatore seri era inesistente già agli albori. Ma forse troppo utile a tutti, persino al Montanelli degli anni a venire, per essere tolto dal tavolo della realtà possibile.

Interessante uguale il fondo in prima pagina di Alesina e Giavazzi. Che spiegano come finora con la crisi ci abbiamo sostanzialmente scherzato e che ora è tempo di fare sul serio. Come se le (tante) nuove tasse e i (meno tanti) tagli fatti fin qui, quasi non esistessero. E che per fare sul serio (semplifico e brutalizzo) le prossime manovre finanziarie ce le deve scrivere l’Europa, quella rigorista di frau Merkel. Come se finora la più incisiva riforma delle pensioni, quella del lavoro, le maggiori imposte e tutto il resto ce le avesse suggerite, meglio imposte il mago Otelma e non Bruxelles in provincia di Berlino. E mai che davanti ai risultati conseguiti fin qui (occhiata rapida allo spread) e a quello che è successo in Grecia, a due delle menti più lucide dell’editorialismo economico, venga un solo dubbio che la cura possa non essere quella giusta e finisca invece per non avere effetti, se non per aggravare i mali. Il dubbio, dico. Invece di liquidare con sufficienza strada (ed effetti ottenuti) imboccati da Obama di là dell’oceano. Il rischio ora mi pare quello di rimanere vittime di una sorta di ideologia rigorista, senza più la capacità di riflettere sulla spirale che sembra aver messo in moto.

08
giu 2012
AUTORE Luigi Primon
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Banche, Crisi, Governo, Paese

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MONTI E I POTERI FORTI

Ho avuto finalmente tempo di leggere l’editoriale a firma Giavazzi e Alesina, pubblicato sul Corriere della Sera del 6 giugno sotto il titolo “La direzione è sbagliata”, che avrebbe ispirato al professor Monti la riflessione di aver perso l’appoggio dei poteri forti.

Ora francamente, quell’editoriale muove appunti concreti, legittimi, ma non così profondi da far poter far pensare a Monti che, altro che i poteri forti (quali? nessuno che glielo abbia chiesto?) manco il Corrierone, che pure è stato il suo house organ per il suo primo semestre, abbia voltato le spalle. Non lo invita né a mollare, né ad abdicare, né a fare spericolate inversioni a U.

Più che dei poteri forti, Monti pare aver perso l’appoggio della realtà, se è vero che a fronte delle durissime manovre (fiscali) messe in campo, il Paese non tende a risollevarsi, anzi. Non c’è indicatore che ci dica bene. E allora, insomma, quell’editoriale è il… minimo sindacale che un giornale poteva fare in questi giorni.

Quanto ai poteri forti, sennò, viene fino il sospetto che queste nomine di banchieri o manager del mondo finanziario (persino) in Rai, siano una sorta di sacrificio agli dèi per riconquistarne i favori.