LA PORTA STRETTA DELLA LEGA
Per montare il servizio tg di oggi sulla Lega, mi sono passate sotto gli occhi le immagini della campagna elettorale di Zaia del 2010. E ripensavo a che razza di accelerazione, allora inimmaginabile, ha preso la politica. Tre anni che sembrano trenta se paragonati a come si muovevano le cose nel ’900.
Quelli erano i tempi di una Lega al 35%, alla quale davano ragione persino quelli che le votavano contro.
Oggi, giusto tre anni dopo, stiamo a occuparci di un partito dove si fischiano segretari alle proprie manifestazioni, si buttano fuori ex capigruppo alla Camera (oddio, le espulsioni dal Carroccio sono sempre andate di moda), si dà l’assalto alle sedi (proprie), ci si prende a pugni, calci e sputi, si pensa più di nuovi partiti da fare che a quello che c’è.
Oggi il governatore Luca Zaia che della Lega al 35% è stato uno dei principali artefici ma soprattutto uno di quelli che più ne ha avuto ritorni (ministro e poi presidente della Regione), ha provato a indicare, non per la prima volta in verità, la terza via
Detto che non ha nessuna intenzione di seguire Bossi men che mai se dovesse spaccare la Lega (quel Bossi che pure lui chiamava semplicemente “capo” e a cui versava da bere mentre teneva il comizio nelle immagini di cui sopra), ha fatto presente che in Veneto “i bossiani si contano sulle dita di una mano, si muovo spesso e anche male”. Prese le distanze dai pasdaràn, quelli come Paola Goisis o Santino Bozza, per capirsi, Zaia ha però disegnato una una Lega con “due grandi correnti di pensiero che devono trovare la loro sintesi e che nulla hanno a che vedere col cerchio magico e i diamanti” (l’accusa mossa da Tosi).
Sintesi significa che Tosi (e la maggioranza che lo sostiene) non punti a buttare fuori o fare a meno di tutta l’area dove si trovano non solo Zaia, ma per stare nel padovano, gente per dire come Massimo Bitonci (capogruppo in Senato che su tutta la vicenda ha tenuto un rispettoso silenzio) o Roberto Marcato, segretario padovano leghista in trincea da una vita.
La porta stretta che Zaia indica è quella di fermare la resa dei conti, anzi la rissa dei conti. Accontentarsi d’aver messo fuori gli ultras che potrebbero seguire Bossi (cosa che lui non farebbe) e tenere insieme le due anime.
Resta da vedere se Flavio Tosi deciderà di aprirla quella porta o di sbatterla, subito dopo le amministrative di fine maggio specie se finissero in un bagno di sangue, in faccia a tutti quelli che non lo amano e non lo seguono, in nome di quel progetto civico-bavarese messo in campo e coltivato a Verona.
La curiosità non è solo di quelli del bar sport della politica. C’è dentro un po’ il rimpianto che come sempre con l’acqua sporca, venga buttato via il bambino. Ovvero quell’idea di federalismo che, al di là della propaganda del Carroccio, contemplava le idee di costi standard, governo corto del territorio, autonomie spinte degli enti locali, controllo ravvicinato degli eletti, che ora rischiano di finire nel dimenticatoio della seconda repubblica.
IL PROBLEMA DELLA DEMOCRAZIA
Si dimette la Polverini. Leggo e rileggo, penso e ripenso. E non può che tornare in mente la riflessione di Michele Serra sull’Amaca (Repubblica) di giovedì scorso (20 settembre).
Ve la ripropongo, che vale la pena. Ma poi ci facciamo una domanda.
“Io questo Franco Fiorito lo conosco. E lo conoscete anche voi. Lo abbiamo visto dietro il bancone di un bar. Alla guida di un autobus. Alla cassa di una pescheria. In coda all’ufficio postale. È un normotipo popolare italiano. Franco Fiorito, “er federale de Anagni”, è uno di noi. La parola “casta” è perlomeno fuorviante. Lascia intendere che esista un ceto parassitario alieno alla brava gente che lavora, quasi una cricca di invasori. Purtroppo non è così. Tra casta e popolo c’è osmosi, e un continuo, costante passaggio di consegne. Fiorito non nasce ricco e non nasce potente. Fiorito è un prodotto della democrazia. Molti italiani che oggi sbraitano contro la casta, ove ne facessero parte, sarebbero identici a Franco Fiorito, per il semplice fatto che sono identici a Franco Fiorito anche adesso. Non si cambia un paese se non cambia il suo popolo, non migliora un paese se non migliorano le persone, la loro cultura, le loro ambizioni. Il mito della “democrazia diretta” non mi cattura perché non tiene conto di un micidiale dettaglio: se a decidere direttamente chi dovrà rappresentarli sono i Franco Fiorito, eleggeranno in eterno Franco Fiorito”.
La domanda è: ma allora il problema è la democrazia?
SE IL PDL VUOL FARE LA PADANIA
Quindi è nato il PdL del Nord. Per far nascere la macroregione Veneto-Lombardia-Piemonte. Ovvero, correggetemi se sbaglio, il PdL, sotto l’ombrellone di Formigoni, vuol fare la Padania. Fuori tempo massimo?
Mah. Il governatore Luca Zaia oggi ci ha messo un paio di puntini sulle i. Intanto ha ribadito il copyright leghista sull’idea, senza però precisare il perché l’han lasciata cadere. Poi ha puntualizzato che se si sta discutendo di una superLombardia non se ne parla nemmeno. E infine ha fatto il botto chiarendo che, ai tempi della crisi, tenersi il 60% delle tasse come fa l’autonomissimo Friuli, non basta più. Per fare la Baviera serve l’80%. Che vale, anzi varrebbe ben più di un referendum sull’indipendenza.
Se non è l’ennesimo obiettivo irraggiungibile, fissato apposta per poi poter dire “non ce l’hanno fatto fare”.
LA SICILIA VINCE SEMPRE
Destra (lega inclusa), sinistra, tecnici: la Sicilia vince sempre. A un passo dalla bancarotta, o anche a due oltre, Prodi Berlusconi o Monti, saltano fuori soldi freschi e sonanti per salvare baracca e burattini, anzi pupi e puparo. Senza manco imporre un taglio o un obbligo che sia.
Non ho mai creduto al “Grande vecchio”, ma se esiste mi sa che è nato a Palermo e vive a Caltanissetta.
NAPOLITANO NELLA TRINCEA TAV
Napolitano rifiuta di incontrare i sindaci contrari alla Tav. I sindaci. No “el pecorella” o chi sale sui tralicci o gli “infiltrati a volto coperto”. I sindaci. Eletti. Legittimi rappresentanti delle comunità. Segnale netto e durissimo. “Non è mi compito” dice girando le spalle il Presidente, sempre in campo, anzi stavolta in trincea. Chissà se avrebbe incontrato quelli favorevoli, avessero voluto lamentarsi di blocchi e manifestazioni.
PROVINCE E POLTRONE
Quindi restano le Province. E aumentano i doppi incarichi. Eh no, non eravamo mica d’accordo così, professor Monti




