IUS SOLI
Sono assolutamente favorevole, e non da oggi. Chi nasce in Italia dovrebbe essere considerato un cittadino italiano. Cerco di ascoltare e capire le perplessità dei contrari, anche se non le condivido.
C’è un punto fermo da cui partire, però. Non si tratta di dare la cittadinanza “agli immigrati” come sento dire. Quei bambini nascono qui, come sono nato qui io e i miei figli. Non vengono da nessun altro posto né sono immigrati da nessuna parte, se non dalla pancia della loro madre, esattamente come me e come i miei figli. Cos’hanno di meno? I genitori?
In una società del merito come quella che desidero, conta più quello che si fa (compreso nascere che deve essere una faticaccia) che quello che si eredita. Conta chi si è, la persona in sé, non di chi si è figli. Eppoi il sangue mi fa monarchia, conti, marchesi, baroni. Volete che stiamo ancora fermi là? A dividere i bambini tra nobili e servi della gleba?
Infine: tra gli argomenti contrari che vanno per la maggiore tra le persone di buon senso, c’è che istituire lo ius soli non è la priorità per questo Paese. Ma basta che una cosa, se giusta, non sia una priorità per non farla? E soprattutto, dare un’opportunità in più a un bambino (fosse anche a un solo bambino) non è una priorità? Per me sì, comunque.
LA POLITICA E GLI SPRITZ (TAROCCATI)
Una politica di malfattori, cialtroni e ladri di qua. Una società sana, civile, onesta e operosa di là.
Questa è l’Italia che viene raccontata oggi. Soprattutto, ma non solo, da Beppe Grillo.
Poi leggi notizie come quella dei bar padovani che taroccavano gli spritz, cioè che rifilavano aperitivi all’Aperol e Campari che non contenevano Aperol e Campari facendoseli pagare come se ci fossero. In un prodotto, lo spritz appunto, che a occhio ha già un discreto ricarico di guadagno a ogni bicchiere. Mica uno di bar eh, otto. E ti chiedi se sia tutta tutta così onesta quest’Italia con la bava alla bocca verso “i politici” (indistinto). O se forse non ce ne siano pezzi di quest’Italia che hanno bisogno di un capro espiatorio (funziona sempre: ci furono gli immigrati, gli evasori…) o di una sorta di “giustificazione” o di sentirsi migliori di qualcun altro o perché no di scaricare dell’insana invidia perché molto diversamente non si sarebbero comportati.
Posto che resto dell’idea immarcescibile che chi viene eletto (e la parola lo dice) dovrebbe, anzi debba essere migliore di chi rappresenta. Accertato che ultimamente è stato troppe volte peggiore. Direi però che ne è, in buona parte lo specchio (talora un po’ deformante vabbè) dei rappresentati. Insomma che alla fin fine il Paese, ogni Paese, ha la classe politica che si merita e che si sa scegliere.
USCIAMO DALLA SECONDA REPUBBLICA PER RIENTRARE NELLA PRIMA
L’uscita dalla seconda Repubblica potrebbe coincidere con il ritorno alla Prima. Non solo per i nomi dei due grandi protagonisti, re Giorgio Napolitano, sulla soglia della riconferma al Quirinale, e Giuliano Amato, che i politologi indicano come prossimo presidente del consiglio incaricato da Napolitano per realizzare le larghe intese, condizione posta per accettare il prolungamento dell’incarico. Entrambi uomini che la Prima Repubblica l’hanno attraversata in lungo e in largo e che la Seconda hanno sempre mal digerito, nonostante i ruoli di primo piano che vi hanno ricoperto. Al di là dei giudizi di merito, entrambi lontanissimi dalla spirito corrosivo (impersonato da Grillo ma anche da Renzi) che ha portato quella seconda Repubblica a disgregarsi. Basti su tutte le pensioni d’oro di Amato o l’età anagrafica e il numero di ruoli ricoperti da Napolitano. Con già in agenda la staffetta: quando a un certo punto (2015) Napolitano abdicherà, toccherà ad Amato sostituirlo e indire nuove elezioni (oddio, era così anche per Monti e poi sappiamo come è andata).
Usciamo dalla seconda Repubblica perché è la fine della contrapposizione da guerra civile (dittatore catodico contro comunisti), o la sua trasfigurazione in concorrenza, tra Berlusconi e centrosinistra (o progressisti o ds, pds, pd) che, al 2015 (data minima di scadenza del patto siglato oggi) governeranno insieme, volenti o nolenti, da oltre tre anni.
E ora prendete il biglietto e salite sulla giostra delle suggestioni (e delle forzature).
Rientriamo nella prima perché al governo ci sarà un blocco di maggioranza ampia (e turbolenta) che reggerà il “sistema”, di fatto senza un’alternativa “praticabile”. Comprenderà una grande forza conservatrice (e il peccato che questa parola in Italia abbia un connotato negativo) che prima era la Dc e ora il PdL (la prima nata sugli altari delle chiese, la seconda su quelli delle tivù ma entrambe emancipatesi politicamente dalla loro genesi), una di area social-progressista insofferente alla convivenza con l’altro partner ma ad essa più o meno obbligata che allora era il Psi e ora potrebbe diventare il Pd, con il contorno di due-tre forze “minori”, allora Pri, Pli e Psdi, oggi Lega, Scelta Civica e magari Fratelli d’Italia, capaci di entrare o uscire da quella maggioranza ritagliandosi ruoli di peso variabile.
Fuori una grande forza anti-sistema, il movimento 5 stelle (allora fu il Pci) che potrebbe rientrare in gioco fra chissà quanti anni e solo una volta “mondato” dal sospetto di voler farla davvero, anche per tentativi, la totale rivoluzione annunciata. E forse una (piccola?) forza di sinistra aggregatasi intorno a Sel e un pezzo (pezzetto?) di Pd, dai risultati incerti e sopravvissuta al rimpianto di aver avuto per un attimo a portata di mano la possibilità di avere in Italia un governo di sinistra-sinistra a guida Bersani venato da imbizzarrimenti a 5 stelle e con Stefano Rodotà al Quirinale (incubo dei “moderati” di questo Paese, sogno di buona parte di quel variegato “popolo della sinistra” più evocato che rappresentato in Parlamento).
Lo so, il comunicato di Napolitano già smentisce. Attendo smentite anche dalla realtà dei prossimi due anni.
Per altro, dove sia il bene e il male per questo Paese martoriato dalla crisi economica, in realtà nessuno oggi come oggi lo sa.
LA COSTITUZIONE E LA POLITICA
Mettiamola sotto l’albero, anche per come ce l’ha fatta riscoprire Roberto Benigni.
“La Costituzione non è un codice di condotta, del tipo d’un codice penale, che mira a reprimere comportamenti difformi dalla norma. È invece la proposta d’un tipo di convivenza, secondo i principi ispiratori che essa proclama. Il rispetto della Costituzione non si riduce quindi alla semplice non-violazione, ma richiede attuazione delle sue norme, da assumersi come programmi d’azione politica conforme. L’Italia, o la Repubblica, “riconosce”, “garantisce”, “rimuove”, “promuove”, “favorisce”, “tutela”: tutte formule che indicano obiettivi per l’avvenire, per raggiungere i quali occorre mobilitazione di forze. La Costituzione guarda avanti e richiede partecipazione attiva alla costruzione del tipo di società ch’essa propone. Vuole suscitare energie, non spegnerle. Vuole coscienze vive, non morte. Queste energie si riassumono in una parola: politica, cioè costruzione della pòlis”. (Gustavo Zagrebelsky)
MONTI L’ANTI ITALIANO
C’è davvero poco di italiano, dell’italiano della politica ma anche dell’italiano del bar dello sport, in Mario Monti. Lo conferma quest’ultimo gesto, l’abbandono nel momento esatto in cui ha capito che non ce n’era più. Ma anche nel modo: l’attesa dei mercati chiusi per danneggiare meno possibile il paese (ahi, quanto pochi mettono lui, questo bistrattato Paese che con la p maiuscola siamo tutti noi, prima del proprio interesse e visibilità) evitandosi anche il “muoia Sansone con tutti i filistei” di non approvare la legge di stabilità.
Senza urla, senza videomessaggi, senza accuse di tradimento, senza interviste sprezzanti a reti unificate, lasciandolo correttamente annunciare al Quirinale e nemmeno alle 20 in punto per arrivare dritto nell’apertura dei tg, senza prendersela con l’arbitro, i poteri forti o le congiure. Ma senza rinunciare a far sapere e far capire le proprie ragioni, duro ma lontano da insultare chi gli ha voltato le spalle. Disappunto più che rabbia, come scrive il suo amico di famiglia e antico conoscente Ferruccio De Bortoli sul Corriere.
Così poco italiano Monti da aver persino (quasi) convinto il resto del mondo che possiamo essere un Paese serio, con la p maiuscola. Non che sia l’unico fatto così, il Mario col suo loden. Ce ne sono. In tutti i campi, di tutte le età e di tutte le opinioni. Ma da un trentennio almeno, con la scusa di uscire dal grigiore, in Italia sono una minoranza. Un po’ soffocata dalle urla di chi sta sul palco, un po’ coperta dal vociare caciarone delle curve, un po’ ai margini perché altera e poco propensa a mettersi in gioco e metterci la faccia.
Non è un giudizio sulle politiche di questo governo. Su quelle la discussione è aperta e i dubbi sono scritti sulla pietra dei risultati. E’ una riflessione sull’uomo, anzi sull’interpretazione del ruolo istituzionale ricoperto. Avercene di personaggi così.
IL GRANDE ESODO (COME AVREI VOLUTO DIRLO IO)
Ho fatto gli stessi pensieri, ma Massimo Gramellini su La Stampa di oggi lo dice come meglio non si potrebbe. E allora ne approfitto e copioincollo, evitando la fatica (e la furbata) di reimpastare parole.
“Oggi è il gran giorno che non c’è più. Il primo sabato d’agosto, quello del Grande Esodo, con il suo armamentario di frasi fatte a uso dei telegiornali: il caldo opprimente, le partenze intelligenti, le code da bollino nero. Ebbene: avremo il caldo, le code e le partenze intelligenti, ma lo siamo abbastanza anche noi per sapere che si tratta di una finta.
Da un lato la parola Esodo si è disgregata – chi può va in vacanza fuori stagione, quando gli alberghi costano meno -, dall’altro si è rimpicciolita e immalinconita. Evoca poveri cristi senza stipendio né pensione, gli esodati. E risuona sarcastica alle orecchie di quegli italiani che non hanno più i soldi e nemmeno lo spirito per staccare davvero la spina.
Un tempo neanche troppo lontano – vent’anni fa – un impiegato in viaggio con la famiglia nel primo sabato d’agosto poteva permettersi tre settimane di villeggiatura a pensione completa. Poi le tre settimane si sono ridotte a due, a una e infine a questa mancia di divertimento preso a morsi.
Un paio di giorni e si torna in città a lavorare o semplicemente a non fare nulla, perché il lavoro non c’è oppure l’ufficio ha chiuso per ferie e nessuno sa se a settembre riaprirà ancora.
Le vacanze di massa erano il rito di un’Italia consumista e benestante. A tratti grottesco come tutti i riti collettivi, ma carico di significati simbolici. Le migliaia di persone che si ritrovavano sudaticce al casello partecipavano a una festa sgangherata di ringraziamento. Rendevano omaggio al dio del Boom che le aveva fatte nascere nella parte ricca del pianeta e offrivano ai figli e a se stessi quella possibilità di evadere dalla realtà quotidiana che era stata preclusa ai loro avi. Qualsiasi viaggio è una fuga, ma anzitutto una rinascita. Ci si trasferisce in un altrove per poter svuotare la tensione accumulata e ricaricarsi di energia. Staccare e riaccendere l’interruttore, con la speranza che nell’attimo di buio che separa le due operazioni succeda qualcosa – un amore, un’intuizione – che ci restituisca alla vita di tutti i giorni profondamente rinnovati.
Mai come adesso avremmo bisogno di un Grande Esodo. Spegnere e accendere l’interruttore per guardare le cose da un’altra prospettiva. In questa estate del nostro scontento, chi non ha soldi e impieghi non sa come trovarne e chi li possiede ancora ha paura di perderli all’improvviso. Il sentimento dominante non è più l’attesa, ma la disillusione. I politici costano ancora troppo ma non contano più nulla. Gli intellettuali e i capi partito non tirano fuori un’idea di futuro che non sia la riproposizione improponibile di modelli del passato. Gli europei senza sole del Nord non hanno intenzione di dare un soldo a quelli del Sud, che considerano dei privilegiati. I signori della finanza non hanno pagato il conto della crisi provocata dalla loro avidità e continuano gelidi a spadroneggiare. Due eventi inediti e meravigliosi – la scomparsa delle guerre in Europa e il prolungamento della vita media – hanno prodotto l’effetto collaterale di una società vecchia e ingessata, che non ha spazio per i quarantenni, figuriamoci per i ventenni. L’attesa spasmodica del Leader Messianico è stata definitivamente frustrata dalla mesta parabola del buon Obama, partito per cambiare il mondo e finito a giocarsi la difficile riconferma contro un bellimbusto sovvenzionato da Wall Street. L’economia che sta conquistando il mondo è quella che maltratta i lavoratori e non rispetta la natura.
Se questo è il quadro, a chi affidarsi se non a se stessi? Ma come si fa ad affidarsi a se stessi, quando si è deboli, malati, modesti? Molti riesumano le vacanze della seconda metà degli Anni Quaranta, consumate fra le macerie della guerra. Ma allora il morale era inversamente proporzionale allo stato delle abitazioni. Costruire il benessere regala sempre più gioia che difenderlo. Il nostro tarlo è tutto lì: sembriamo anziani aggrappati al borsellino con le unghie, per il terrore (più che giustificato) che qualcuno ce lo scippi. Invece l’unica rivoluzione possibile è tornare a pensarci come bambini che ricominciano da zero. Riandare a quel tempo della nostra infanzia in cui il Grande Esodo d’agosto non era tanto una vacanza, ma uno scatto interiore per esplorare in maniera più limpida la vita”.
(Massimo Gramellini, La Stampa sabato 3 agosto 2012)
SPIGOLANDO IL CORRIERE DELLA DOMENICA
Non c’è niente da fare, secondo me (de gustibus eh…) il Corriere della Sera resta il migliore, anche da sfogliare in vacanza la domenica. Negli altri ci trovi singole cose, lì ci trovi (quasi) tutto.
Tipo un pezzo di Indro Montanelli datato 1945 e mai pubblicato. Nel quale racconta, con il suo stile asciutto e senza giri di parole, che nella Milano post 25 aprile erano “rivoluzionari solo i muri”, ovvero scritte e manifesti. Ma che il cosiddetto “vento del nord” (quello rosso, non quello verde dei giorni nostri) era in realtà un refolo limitato a gruppi dirigenti e militanti. E che perciò, lo spauracchio di una rivoluzione dietro l’angolo, sotto il quale democrazia e Repubblica hanno vissuto per un quarantennio, agli occhi di un osservatore seri era inesistente già agli albori. Ma forse troppo utile a tutti, persino al Montanelli degli anni a venire, per essere tolto dal tavolo della realtà possibile.
Interessante uguale il fondo in prima pagina di Alesina e Giavazzi. Che spiegano come finora con la crisi ci abbiamo sostanzialmente scherzato e che ora è tempo di fare sul serio. Come se le (tante) nuove tasse e i (meno tanti) tagli fatti fin qui, quasi non esistessero. E che per fare sul serio (semplifico e brutalizzo) le prossime manovre finanziarie ce le deve scrivere l’Europa, quella rigorista di frau Merkel. Come se finora la più incisiva riforma delle pensioni, quella del lavoro, le maggiori imposte e tutto il resto ce le avesse suggerite, meglio imposte il mago Otelma e non Bruxelles in provincia di Berlino. E mai che davanti ai risultati conseguiti fin qui (occhiata rapida allo spread) e a quello che è successo in Grecia, a due delle menti più lucide dell’editorialismo economico, venga un solo dubbio che la cura possa non essere quella giusta e finisca invece per non avere effetti, se non per aggravare i mali. Il dubbio, dico. Invece di liquidare con sufficienza strada (ed effetti ottenuti) imboccati da Obama di là dell’oceano. Il rischio ora mi pare quello di rimanere vittime di una sorta di ideologia rigorista, senza più la capacità di riflettere sulla spirale che sembra aver messo in moto.
UNIONI CIVILI “TECNICHE”
Il Pd ci si è sbriciolato contro come un cracker. Casini ci ha fatto una capriola sopra da acrobata senza rete e si è spiaccicato. Altri ci girano alla larga per evitare guai simili o peggiori. Insomma le unioni… dividono. Persino dentro i partiti.
Inutilmente, secondo gli osservatori attestati sulla sponda della realpolitik, visto che di regolamentare le convivenze, etero o omo senza differenze sessuali, non se ne parlerà prima della prossima legislatura.
Forse invece l’unica possibilità di fare un passo avanti nelle sabbie mobili tutte italiane di questo tema, sarebbe d’affidarlo al governo tecnico. Capace di varare unioni civili… tecniche. Ovvero quel minimo di regole di civiltà per chi si vuol bene e convive (di sesso diverso o uguale non va nemmeno specificato), sulle quali persino il Vaticano fatica ormai ad opporsi davvero, se non per una sorta di dovere di dottrina.
Un provvedimento che potrebbe passare con una maggioranza larga ma che non chiederebbe unanimismo di partito e permetterebbe ai singoli di piantare le loro bandierine.
Fatto quello si potrebbe affidare allo scannatoio della campagna elettorale la questione dei matrimoni gay, agitato come spettro o bandiera ogni volta che si arriva sulla soglia di garantire quei diritti dei conviventi che il resto dei paesi europei più evoluti considera irrinunciabili.
BERSANI, LA POLITICA, IL PAESE
Il Paese sprofonda, è terremotato, si suicida per debiti, cerca disperatamente lavoro e certezze, sul conto questa settimana gli toccherà la mazzata dell’Imu e lui, Pierluigi Bersani, leader del primo partito italiano (figuriamoci gli altri) nel discorso alla direzione propone un percorso in tre punti: 1) legge elettorale, 2) alleanze, 3) primarie (qui si può verificare).
Ora, quando un italiano si sentirà più sereno nella sue difficoltà quotidiane grazie alla nuova legge elettorale (da vent’anni indicata come la madre di tutte le soluzioni e siamo di nuovo qua), quando un giovane troverà lavoro grazie alle alleanze e alle coalizioni (aperte alle foto di qua e ai moderati di là), quando col voto alle primarie ci pagherà l’Imu (prima, seconda e terza rata), allora potremo finalmente dire che si è finalmente azzerata la distanza tra i cittadini e la politica. E festeggiare.
Sempre che nel frattempo non sia la politica a ricominciare sorprendentemente a occuparsi dei problemi dei cittadini (invece magari di lamentarsi perché a questi gli vengono i sentimenti “anti”).
MONTI E I POTERI FORTI
Ho avuto finalmente tempo di leggere l’editoriale a firma Giavazzi e Alesina, pubblicato sul Corriere della Sera del 6 giugno sotto il titolo “La direzione è sbagliata”, che avrebbe ispirato al professor Monti la riflessione di aver perso l’appoggio dei poteri forti.
Ora francamente, quell’editoriale muove appunti concreti, legittimi, ma non così profondi da far poter far pensare a Monti che, altro che i poteri forti (quali? nessuno che glielo abbia chiesto?) manco il Corrierone, che pure è stato il suo house organ per il suo primo semestre, abbia voltato le spalle. Non lo invita né a mollare, né ad abdicare, né a fare spericolate inversioni a U.
Più che dei poteri forti, Monti pare aver perso l’appoggio della realtà, se è vero che a fronte delle durissime manovre (fiscali) messe in campo, il Paese non tende a risollevarsi, anzi. Non c’è indicatore che ci dica bene. E allora, insomma, quell’editoriale è il… minimo sindacale che un giornale poteva fare in questi giorni.
Quanto ai poteri forti, sennò, viene fino il sospetto che queste nomine di banchieri o manager del mondo finanziario (persino) in Rai, siano una sorta di sacrificio agli dèi per riconquistarne i favori.



