20
mag 2017
AUTORE gaburro
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HELLAS VERONA COME MODELLO VINCENTE

Pecchia ha condotto il Verona in serie A. Giusto partire da questa premessa. Perché è stato un anno di turbinii mediatici pro e contro guida tecnica. E devo dire che non mi sono piaciuti.

Il progetto di Setti era ampio, prevedeva un profondo gioco di squadra, un ds affamato di affermarsi e un allenatore che fosse sua espressione diretta. Era serio, perché ci credeva, e lo ha dimostrato difendendo i suoi uomini nelle criticità. Ed era vincente, come il campo ha detto.

Quello del Verona di quest’anno non è soltanto un successo sportivo. È la consacrazione di un modello, che dovrebbe essere la base delle progettazioni stagionali e invece nel calcio di oggi è sempre più mosca bianca: un presidente appassionato che si sceglie un ds di fiducia il quale a sua volta sceglie un suo uomo per la panchina. Facile? Non proprio. Basti chiedere all’Inter per trovarne conferma.

Le squadre non sono accozzaglie di calciatori portati da persone diverse che un malcapitato allenatore deve cercare di assemblare come un puzzle, sotto lo sguardo cupo di un ds pronto a metterne in discussione ogni mossa e un presidente che minaccia ogni secondo di cambiare protagonisti. Le squadre devono essere opere d’arte e per esserlo devono nascere da un flusso di pensieri, devono essere prima immaginate e poi dirette, e ognuno deve rispettare mansioni e persone.

La città di Verona è tornata ad avere a che fare con la serie B e lo ha fatto con grande maturità, forse a volte scordandosi che si tratta di un campionato difficile, ma rispondendo sempre presente, quando contava, quando bisognava esserci.

Pecchia ha messo sé stesso nel progetto e alla fine ha avuto ragione. Non ha scimmiottato nessuno, ne tatticamente ne tanto meno nello stile. Ed è riuscito a trasmettere gran parte del suo modo di essere a chi lo circondava, portando un po’ di equilibrio in un mondo che di suo ne ha gran poco.

Abbiamo ammirato un Verona strepitoso per mesi, poi involuto, quindi pragmatico.

Qualcuno dice che il miglior Pecchia si e visto alla fine. Io dico che è grazie a quell’inizio che lui si è imposto, ha conquistato Setti e ha gettato le basi per la vittoria finale.

Non so se deciderà di rimanere. Ma se la base è quel modello, se Setti ha grande fiducia in Fusco e di conseguenza in lui… perché no?

Riuscire a mantenere la stessa unità interna anche in serie A rappresenta la prima sfida per il futuro.

18
mag 2017
AUTORE gaburro
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NIENTE MAGHEGGI A CESENA

È stata una settimana ricca di emozioni.

Sono passato dal sollievo per aver centrato i play off con la mia Caronnese alla speranza, solo accarezzata, di poter eliminare il Varese. Dalla tensione per la difficile gara interna contro il Carpi alla gioia per quanto stava avvenendo in campo e soprattutto quanto emergeva dalla radio.

A Cesena basta un punto?

Non è corretto. Serve almeno un punto. È diverso.

La partita è meno scontata di quel che si pensa per il semplice fatto che il punto, a loro, non serve.

Diverso sarebbe stato se il Cesena cercasse un punto per la matematica salvezza.

Quindi?

Possono subentrare miliardi di fattori, anche individuali e non controllabili da mister e società avversari.

Credo che in questi casi si muova il mondo. E il Frosinone faccia di tutto per regalarsi una possibilità che le cose vadano a suo vantaggio.

Io spero che ne esca una gara vera e che il Verona vinca. Il nostro calcio deve liberarsi di un retaggio eterno che porta i tifosi a immaginare sempre biscotti, accordi, magheggi vari.

Ogni tifoso del Verona dovrebbe augurarsi che il Cesena giochi alla morte e che la propria squadra vinca perché più forte. Sul campo.

Sennò non cresceremo mai.

11
mag 2017
AUTORE gaburro
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FIATO SOSPESO

A questo punto la squadra deve trattenere il respiro… e con lei la città. Qualsiasi discorso fatto in precedenza, piu o meno motivato, va congelato. Ho sentito critiche sul gioco e sul mister. Avevo scritto in tempi non sospetti di far lavorare Pecchia. E avevo ricordato che la B è lunga e dura. Non si può essere sempre brillanti. E nemmeno pensare di asfaltare sempre.

Pecchia era inesperto? Vero… ed è stato una scommessa della società. Se non salirà in A si potrà contestare. Ma se centra l’obiettivo…

A me sembra che la sua idea di calcio, quella pura, si sia apprezzata all’inizio. Ed è difficile dire che non fosse bella o redditizia. Poi quando la squadra è tornata sulla terra serviva più gestione che pallone, e in questo mi è parso di vedere che all’inesperienza del tecnico si sia sommata quella di una società non sempre in grado di capire i momenti, comunicare nel modo giusto, tutelare.

Non dimentichiamoci che anche Luca Toni era alle prime armi.

La squadra è cambiata, si è adattata alla categoria, ha imparato a vincere anche quando la gamba non ha girato.

Mi pare che soffra ancora molto le squadre che la sanno aggredire. Ma ci prova almeno a cercare altre vie x costruire.

Pazzini è stato risorsa e in certi momenti limite. Risorsa x i gol. Limite per una partecipazione alla manovra non sempre brillante. Averne di giocatori così, ma ai suoi cali di forma è spesso coinciso un calo della squadra.

Meglio a volte affiancargli uno? Il 433 è stato un modulo non sempre ideale?

Cazzate.

Il Verona è a un passo dall’obiettivo.

Ora tutti si deve concentrarsi su quello.

Alla fine il calcio resta legato ai risultati.

Il resto son chiacchiere.

11
apr 2017
AUTORE gaburro
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A NOVARA SI È PERSO…

Ieri sera ho deciso di andare a Novara. Avevo qualche ora e, essendo Caronno a una cinquantina di chilometri, ho pensato che ne valesse la pena, per vedere il Verona dal vivo.

Ho assistito a un primo tempo positivo. Non eccelso in rifinitura, perché ci si affidava a cross dalla tre quarti facili prede dei tre centrali piemontesi. Ma con qualche buona giocata davanti, gol compreso. Nelle due volte in cui il Novara ha contrattaccato si è però reso pericoloso, facendo suonare qualche campanello d’allarme. Dallo stadio la sensazione era che il Novara avesse spinto davvero poco, lasciando quasi sfogare i gialloblu.

Tra i singoli un Nicolas mai sicuro, due terzini (Romulo e Suprajen) mai puliti in zona cross e drammaticamente approssimativi in fase difensiva, i centrali che ci hanno provato anche se spesso si trovavano in 2:2 e finivano col pagare ogni mezzo errore. In mediana uno Zuculini solo a interdire e due mezze ali di grande qualità che permettevano un buon fraseggio sulla tre quarti avversaria, con però non sempre il varco giusto per l’imbucata davanti. Un Pazzini non in serata ma mal servito, un Siligardi al solito abulico e un Luppi migliore in campo nei primi 45′.

Poi il buio.

Al ritorno in campo la squadra non ci ha capito molto, anche x un calo fisico in mezzo al campo che era prevedibile. Nel primo tempo infatti si era speso molto raccogliendo poco. Il gol del pareggio, meritato, il Novara lo trova su una palla inattiva ributtata dentro, stessa lacuna mostrata nel primo tempo che aveva portato a rischiare. Poi sulla foga gli uomini di Boscaglia hanno sfiorato il vantaggio, con un incrocio dei pali incredibile colpito e una successiva conclusione che ha impallato Nicolas. Sono stati dieci minuti di inferno dove nessuno ci stava capendo nulla.

E in quei frangenti Pecchia non mi è piaciuto. Sia perché se ne è stato minuti pesanti a parlottare con Corrent sul da farsi, senza incitare, richiamare, incoraggiare, correggere; sia perché spaventato ha deciso di coprirsi, passando a un 5-3-2 che parlava da solo.

Qui la squadra ha mostrato tutti i suoi limiti, anche perché è parsa incapace di interpretare un copione diverso dal solito. Fin che si poteva fraseggiare nella loro metà campo come nel primo tempo tutto era chiaro, quando si doveva uscire da basso sul loro pressing alto si finiva quasi sempre con lo sparacchiare in avanti.

Ne è uscita una ripresa oscena, dove il Novara ha sfiorato più volte il gol e infine l’ha trovato.

Pazzini ha rimesso le cose a posto dopo meno di un giro di lancette con una prodezza, ma la partita, è brutto dirlo, sul campo è stata persa.

Le domande che mi sono sorte sono parecchie: perché insistere con Romulo che sembra un ex? Non si poteva piuttosto alzarlo sulla linea degli attaccanti x lo stanco e impalpabile Siligardi mantenendo il 4-3-3? Non era il caso di intervenire prima sul centrocampo che pareva il vero problema (Zuculini e Fossati stremati) piuttosto che operare cambi dietro e davanti?

Non spettava a me rispondere. Ho lasciato lo stadio tra i tifosi del Novara delusi e inviperiti coi loro. Come a dire: tutto il mondo è paese…

 

12
mar 2017
AUTORE gaburro
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PECCHIA SI TENGA QUALCHE CARTUCCIA DA SPARARE ALLA FINE

Quando si vuole e si riesce a star davanti serve una grande capacità: la resistenza. E non intendo soltanto quella fisica alla corsa o alla forza. Intendo quella mentale a gestire un esposizione che per forza di cose risulta amplificata.

Mentre si lotta per il vertice si sta sotto i riflettori. Gli avversari ti osservano, studiano e temono. I tifosi si aspettano sempre grandi cose. La stampa e i media utilizzano la lente di ingrandimento perché sanno che alla gente interessa sapere.

Un allenatore ha diverse armi per affrontare i vari momenti che una stagione propone. A seconda del carattere può essere più o meno riflessivo irruento, focoso o docile. L’importante, però, è che non si giochi mai tutte le carte.

Il rischio, infatti, con tutta questa esposizione, è che a furia di intervenire, esporsi, sbilanciarsi… le cartucce finiscano troppo presto e con esse la credibilità da parte del gruppo.

Il campionato di B è lunghissimo. Per questo non ho partecipato ai periodici linciaggi verso Pecchia. Il Verona è al vertice dall’inizio del campionato. Cosa deve fare???

Non si può vincere giocando sempre bene, anzi, come Allegri ha ricordato a Sconcerti qualche tempo fa, sono le partite portate a casa col minimo scarto e in giornate negative che alla fine fanno la differenza.

Sul lungo cammino che la B propone far fatica qualche mese è fisiologico.

Intanto se si batte l’Ascoli si è primi.

Il resto spero che Pecchia lo tenga per il rush finale, dove serve davvero incidere e decidere. Dove serve davvero sparare le cartucce migliori.

 

 

13
feb 2017
AUTORE gaburro
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2.813

COME PROVARE A RISOLVERE UNA CRISI

Mi trovo a vivere una crisi con la mia squadra: due punti nelle ultime quattro gare. Eravamo primi a +1 e ci troviamo ora a un punto dalle tre capolista.  È un campionato lento ed equilibratissimo.

Seguo a distanza il Verona e mi pare quasi che il nostro andamento sia similare. Di sicuro entrambi viviamo una crisi ed entrambi abbiamo perso il primo posto.

Non esistono soluzioni predefinite alle crisi perché le variabili sono moltissime e le situazioni uniche.

Pensavo però in questi giorni a una sorta di vademecum per cercare di uscirne.

1) fare un’analisi completa e approfondita delle ultime partite

2) capire se esiste un nesso tra loro, una recidività.

3) individuare una persona deputata a trovare una strada da percorrere

4) capire il livello di fiducia di cui gode questa persona dentro e fuori dallo spogliatoio

5) smascherare chi tende a parare il proprio culo

6) lavorare

Io provo ad applicarlo alla mia squadra… voi provate a farlo con il Verona.

Le difficoltà di applicazione sono le stesse a tutti i livelli. Partendo da analisi che siano davvero competenti, passando per la capacità di individuare il problema cardine e avere una persona (che dovrebbe essere il mister o un ds forte) capace di incidere nello spogliatoio supportata dalla vera fiducia della società.

La sindrome da paraculo è normale e umana e caratterizza tutte le crisi. Il calciatore tende a cercare colpevoli esterni, il medico si scaglia contro la preparazione o la gestione, il preparatore attacca fantomatiche lacune altrui, la società attacca la gestione tecnica, il mister se la prende con la campagna acquisti…

Se poi esistono stampa e tifosi di solito i problemi si amplificano.

L’allenatore deve avere la forza per mettere ordine in tutto questo casino. È l’unico che può farlo perché è l’unico checché se ne dica che rischia nell’immediato.

Credo che è in questi momenti che un allenatore può davvero attingere alla propria esperienza e al contempo farsene di nuova e preziosa.

Saltare i primi cinque punti e limitarsi a… lavorare… è il modo peggiore per affrontare le crisi. È un mettere la testa sotto la sabbia. È un pararsi il culo, per scelta o incapacità.

Mettersi in gioco e rischiare. Davvero. Di questo c’è bisogno nei momenti di crisi. E tocca al mister prendere l’iniziativa, cercando di non perdere mai di vista tutte le componenti, mettendole in relazione, meditando, attaccando, gestendo, scegliendo.

Un compito difficilissimo.

11
gen 2017
AUTORE gaburro
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1.627

LA FIDUCIA ALLA BASE DEL SUCCESSO

Qual’è il presupposto cardine in una relazione? Ognuno ha provato a imbastirne almeno una nella vita, chi con successo e chi meno. L’attrazione? Il sentimento? La stima reciproca? No… il presupposto cardine è la fiducia. Non esiste relazione d’amore o di amicizia che sia che può avere successo se tra le parti non vi è quel collante. Basta che uno dei due smetta di fidarsi e casca il palco.

Il rapporto tra allenatore e squadra può essere paragonato a una relazione. Ci sono tantissimi aspetti che ci ruotano attorno, come la stima professionale, l’intesa a pelle, la comunione di intenti…

Alla base però, come in ogni relazione, c’è la fiducia.

Se una squadra, quindi ogni suo componente, non si fida dell’allenatore ha vita breve. E al contempo se un allenatore non si fida dei suoi calciatori è destinato all’insuccesso.

Quale è il fine ultimo di una squadra?

Vincere. Sempre e comunque, in base agli obiettivi prefissati, per carità, ma comunque si deve vincere.

E per farlo bisogna che la relazione cardine, quella tra tecnico e gruppo, regga.

Beh allora è semplice. Se tutti vogliono vincere e sanno che per farlo basta fidarsi, lo si fa e si arriva tutti assieme al successo.

Magari fosse così facile…

Anche marito e moglie all’inizio sognano amore eterno, e sanno che la fiducia è alla base della realizzazione del sogno comune. Eppure la fiducia è la prima a vacillare…

E allora perché mentre si inseguono grandi obiettivi capita che la fiducia si incrini?

Perché siamo uomini, quindi fondamentalmente fragili. Spesso le paure di ognuno prendono il sopravvento, così come l’orgoglio, l’egoismo, l’autoreferenza.

A un certo punto, senza accorgersene, l’io si divora il noi, la vittoria finale diventa un obiettivo secondario, la fiducia salta e tutto va a puttane.

Se chiedi a una giovane innamorata se vorrà per sempre stare con il suo uomo, se sogna una relazione vincente, ti risponderà di si. Se però poi le chiedi se è disposta a rinunciare a una parte di sé per ottenerlo, ti seguirà sempre meno convinta nel discorso, fino al punto che ti stopperá.

Non basta dire che si vuole vincere per farlo. Bisogna capire a cosa si è disposti a rinunciare. Orgoglio? Egoismo? Autoreferenza?

Un calciatore deve saper rinunciare a una presenza, a un gol. A due. A cento.

Un allenatore deve saper ridiscutere le proprie idee e accettare che i protagonisti principali restano i calciatori, senzaprotagonismi.

Tutti devono accettare il rischio che una vittoria comporta.

Solo così il rapporto sarà più forte di ogni individualismo, la fiducia salva e il successo… raggiungibile.

07
gen 2017
AUTORE gaburro
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RISULTATI O BEL GIOCO?

Leggo di gente che si lamenta che il Chelsea non gioca poi così bene.

Premetto che a me Conte sta antipatico. A pelle. Ma questo non significa che non sia in grado di riconoscere la qualità del suo lavoro.

Il Chelsea vince. Questo chiedono a Conte e questo lui cerca di fare.

Credo vi sia una confusione storica sul concetto di identità di squadra e quindi di squadra capace di giocare un bel calcio.

Identità e modulo sono la stessa cosa?

Penso alle squadre di Zeman. Un maestro se vogliamo.  Ma di un solo tipo di calcio. E Guardiola? Il suo livello di elasticità tattica è superiore a quella di Zeman, ma anche lui arriva fino a un certo punto. Poi quando non riesce più a essere propositivo… paga. Le squadre di entrambi hanno risaputamente grande identità.  E tutti e due sono ritenuti a loro volta dei grandi proprio perché sanno dare un’impronta indelebile alle proprie squadre.

Il problema però sta proprio nella rigidità delle idee contrapposta alle necessità di campo.

Mourinho prima, Conte ora, lavorano sulla squadra seguendo un altro percorso, che porta al risultato, non alla bellezza.

E sono così in antitesi i due concetti?

Una volta pensavo di no. Ora invece sono convinto del contrario.

Saper vincere vuol dire avere mentalità, intensità, applicazione. Non solo. Vuol dire avere duttilità tattica e mentale.

Di fronte a queste esigenze, che permettono di ottimizzare le risorse durante una stagione, il modulo e anche la rigidità di concetti possono solo, prima o poi, diventare un limite.

Nessuna squadra vince giocando sempre bene. E i campionati li vincono le squadre che sanno vincere le partite in cui non giocano bene.

Andrebbe fatta definitivamente chiarezza sul punto. E i tifosi che vogliono vincere dovrebbero smetterla di chiedere al loro allenatore anche sempre il bel gioco.

Le strade che portano al successo e alla bellezza sono differenti. E solo in alcuni momenti combaciano.

Che ci piaccia o no.

 

25
dic 2016
AUTORE gaburro
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NATALE E RETORICA

È Natale.

Mi trovo sdraiato sul letto esausto, dopo un cenone a base di pesce davvero impegnativo.

Mi sento in colpa.

Per noi mangiare fino quasi a star male è normale. Siamo dei privilegiati e manco ce ne accorgiamo.

Penso che nel 2016 non dovrebbero esistere gli assedi. Penso che migliaia di bambini ad Aleppo vorrebbero anche solo sognarla una cena così.

Dai non facciamo retorica….

Mettere la bandiera tedesca sul proprio profilo Facebook sarebbe retorico al livello uno.

Ma contrapporre all’attentato di Berlino la tragedia Siriana è comunque retorico. Perché ci sono decine di altre situazioni altrettanto critiche al mondo che manco vengono raccontate.

E fare confronti tra occidente e oriente, tra integralismo islamico e integralismo del benessere, usando un cellulare, standosene beati a festeggiare il Natale tra mille confort è ancor più retorico. Se non patetico.

Allora che fare?

Vivere senza tanti giudizi. Specie verso ciò che non conosciamo.

Il mio spazio Blog si muove, seppur a rilento.

Sto seguendo poco il campionato di serie B.

Spesso vedo solo i gol e a volte manco quelli.

È per questo che non scrivo ultimamente sull’Hellas.

Non mi piace scrivere di ciò che non conosco.

Sto vivendo una stagione molto intensa con la Caronnese. Provo a star davanti anche se Pecchia per ora ci sta riuscendo più di me…

A proposito… lasciamolo lavorare! Lo dicevo questa estate e lo ribadisco ora. La B è un campionato lungo e difficile. E non è retorica!

È tardi… provo a dormire….

Non prima di aver esteso gli auguri a tutti i lettori.

Il calcio è la cosa più utile tra le cose più futili diceva qualcuno…

E allora seppur è azzardato sposare attualità e sport, cronaca internazionale e cronaca calcistica, riflessioni esistenziali e approfondimenti pallonari… concedetemi questa divagazione al tema.

Guardo il soffitto e penso alle assurdità del mondo d’oggi e… invidio chi riesce a fregarsene.

Il calcio da sempre serve a distrarsi…

E allora distraiamoci.

01
nov 2016
AUTORE gaburro
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LA GESTIONE DELLA ROSA IN SQUADRE DI VERTICE

Riflettevo in questi giorni sull’importanza di una buona gestione del gruppo nelle squadre di vertice da parte dell’allenatore. Per la verità questa è una cosa fondamentale in qualsiasi tipo di squadra (di alta o bassa classifica, di ogni categoria), ma credo che a seconda del numero dei calciatori che si potrebbero considerare “titolari” presenti nella rosa possa cambiare anche il modo con il quale l’allenatore decide la formazione di volta in volta e quindi prova a tenere “vivo” un numero sempre più alto di componenti.

La cosa non è scontata, si badi bene. Perché se tu alleni un gruppo, al suo interno individuerai dei valori e inevitabilmente nella tua testa ci sarà sempre un undici ideale. Allo stesso tempo però sai che con soli undici giocatori non andrai mai da nessuna parte e allora a quel punto devi capire in che punto e in che modo prevedere delle alternanze.

Alcune le detta il campo, perché vi sono di volta in volta infortuni, squalifiche o cali di condizione evidenti, per i quali è necessario pescare nella rosa per presentare una nuova formazione nella gara successiva.

E se le cose però vanno bene e non accade nulla? A volte può capitare che una squadra faccia buone prestazioni per più partite e raccolga ottimi risultati. A quel punto è giusto non cambiare nulla e dare continuità ad un undici di base che in quel momento si sta rivelando “il migliore”? O sarebbe più opportuno proprio in quel momento dare dei segnali chiari al gruppo facendo capire che i “titolari” sono davvero molti e non soltanto undici?

Non è semplice.

Anche perché insistere sullo stesso undici limitandosi ad aspettare i cambi dettati dal campo può voler dire accettare che qualcuno si “rilassi” nel suo ruolo da titolare (e qualcun altro si deprima stando fuori). E’ vero che di fronte ad un rilassamento si può sempre poi attingere ad altri elementi del gruppo, ma a quel punto si potrebbe obiettare che è troppo tardi, cioè che l’allenatore in quel caso non ha fatto appieno il suo lavoro, non riuscendo a prevedere quel calo magari con un cambio preventivo.

E anche l’idea che uno abbia bisogno di giocare con continuità per trovare e mantenere condizione e rendere al massimo non è scontata. Molte volte il sentirsi “sulle spine” porta a trovare risorse insperate. E quindi a rendere di più.

Dipende molto anche dal singolo giocatore, certo… dal carattere, dalla forza interiore, dalla mentalità…

Vero.

E allora che fare?

Questo è uno degli aspetti più difficili e delicati del lavoro di allenatore. Lo faccio notare ai tifosi osservando come Pecchia, ad esempio, gestisce determinati giocatori, aspettando che sia il campo a determinarne l’esclusione ed invece altri, ultimamente soprattutto i tre di centrocampo, cercando di farli sentire tutti partecipi e prevedendone l’alternanza non soltanto in base a dinamiche scontate.

Certo, i risultati aiutano. Perché star fuori non piace a nessuno e per il mister “giustificarsi”, anche tacitamente, è più semplice di fronte ad un risultato positivo.

Come sempre la verità sta nel mezzo e l’equilibrio, il tanto osannato equilibrio, finisce con il fare la differenza in positivo.

Non irrigidirsi su una rosa troppo ristretta di titolari, quindi, sfruttando però a dovere i cambi che il campo propone di suo. Con ogni tanto (non serve farlo troppo di frequente) qualche mossa a sorpresa, che dia la sensazione al gruppo che davvero chiunque potrebbe sempre partire titolare……