07
gen 2017
AUTORE gaburro
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Sport

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RISULTATI O BEL GIOCO?

Leggo di gente che si lamenta che il Chelsea non gioca poi così bene.

Premetto che a me Conte sta antipatico. A pelle. Ma questo non significa che non sia in grado di riconoscere la qualità del suo lavoro.

Il Chelsea vince. Questo chiedono a Conte e questo lui cerca di fare.

Credo vi sia una confusione storica sul concetto di identità di squadra e quindi di squadra capace di giocare un bel calcio.

Identità e modulo sono la stessa cosa?

Penso alle squadre di Zeman. Un maestro se vogliamo.  Ma di un solo tipo di calcio. E Guardiola? Il suo livello di elasticità tattica è superiore a quella di Zeman, ma anche lui arriva fino a un certo punto. Poi quando non riesce più a essere propositivo… paga. Le squadre di entrambi hanno risaputamente grande identità.  E tutti e due sono ritenuti a loro volta dei grandi proprio perché sanno dare un’impronta indelebile alle proprie squadre.

Il problema però sta proprio nella rigidità delle idee contrapposta alle necessità di campo.

Mourinho prima, Conte ora, lavorano sulla squadra seguendo un altro percorso, che porta al risultato, non alla bellezza.

E sono così in antitesi i due concetti?

Una volta pensavo di no. Ora invece sono convinto del contrario.

Saper vincere vuol dire avere mentalità, intensità, applicazione. Non solo. Vuol dire avere duttilità tattica e mentale.

Di fronte a queste esigenze, che permettono di ottimizzare le risorse durante una stagione, il modulo e anche la rigidità di concetti possono solo, prima o poi, diventare un limite.

Nessuna squadra vince giocando sempre bene. E i campionati li vincono le squadre che sanno vincere le partite in cui non giocano bene.

Andrebbe fatta definitivamente chiarezza sul punto. E i tifosi che vogliono vincere dovrebbero smetterla di chiedere al loro allenatore anche sempre il bel gioco.

Le strade che portano al successo e alla bellezza sono differenti. E solo in alcuni momenti combaciano.

Che ci piaccia o no.

 

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9 risposte a “RISULTATI O BEL GIOCO?”

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  1. el Santo scrive:

    Caro Marco, ovviamente non ti sono sfuggite tutte le contaddizioni che potevi creare in chi ti legge, tu non sei “solo” un allenatore.
    Le hai anticipate, mettendo in campo la “dialettica”, che sostanzialmente è un METODO dove i fattori “tesi e antitesi” possono essere cambiati.
    Nemmeno la SINTESI ti si è presentata difficile, nemmeno a me che parto da infimi presupposti rispetto ai tuoi:
    A) io sono un “impressionista” del calcio, guardo le sfumature, i gesti continuativi (le cosiddette “giocate”, se episodiche, hhmm non mi dicono), come si rapportano tra loro i compagni di squadra, con il Mister e così via;
    B) però io voglio la SERIE A, sì alla mia età il solo tifare non mi soddisfa più in modo completo; voglio vedere la mia squadra in grandi confronti, vincere o perdere con onore.
    Quindi OGNI SISTEMA (lecito!) mi va bene.
    ;)

    • Maxx scrive:

      Il gol senza scarpa di Preben è mitologico, ma ha poco a che vedere col “gioco del calcio” e molto a che vedere col “gioco di Elkjær”. Il gol di Pazzini col Carpi è, per me, la sintesi perfetta del gioco del calcio (gioco di squadra, ovvio!). A volte i capolavori portano punti, altri no. A volte la partita perfetta porta punti altre volte è la dea fortuna a farteli avere (mi sovvengono le partite con Torino (andata) e Roma dello scudetto). Il calcio esula dalla matematica.
      Chi ama il calcio ama il bel gioco, chi ama una squadra tende ai 3 punti. Il bel gioco coi tre punti fa felici entrambi. Lapalissiano che “evviva i tre punti in qualsiasi modo arrivino”, ma se oltre a perdere ti dicono “Sei lo scemo di turno che, per paura, non ci ha nemmeno provato” le pale girano il triplo.

    • paperinik scrive:

      Le giocate sono proprio “l’arte” di questo sport. Tifare per tifare si può tifare per una buona squadra di Rugby. Sport per molti versi più figo, ma meno legato alle giocate funamboliche.

    1. paperinik scrive:

      Mister, dobbiamo ricordarci che il piacere di un tipo di gioco è sempre soggettivo. C’è chi ama una disposizione ultradifensivista, con ribaltamenti di fronte veloci ed efficaci nel gioco di rimessa. Magari a palla lunga con zero manovra. Personalmente Pecchia non mi sta dispiacendo, nonostante la squadra sia lunghetta talvolta. Si vedono delle buone giocate di prima e delle triangolazioni ai limiti dell’area che non si vedevano da un bel pò di tempo.Sempre dell’idea però, che i piedi migliori di una squadra devono essere quelli messi nella condizione di dettare le giocate.
      A me non piace particolarmente come gioca Conte. Ma indubbiamente sa trasmettere qualcosa.

      1. Simone scrive:

        Al solito, pezzo interessante e sicuramente non banale sul calcio. Dico la mia sul concetto di bel gioco: per bel gioco credo si intenda una sorta di armonia estetica di squadra che si sviluppa soprattutto nel settore offensivo. Secondo me, una squadra che sa accelerare in maniera spettacolare negli ultimi trenta metri è una squadra che produce bel gioco. Si sbaglia quando si associa alla bellezza offerta dal Barcellona, per esempio, il famoso tiki-taka di Guardiolana memoria (ora con Luis Enrique un po’ meno) a livello di centrocampo. Quella serie fitta di passaggi mi pare servisse di più che tenere palla, e quindi non farla vederre all’avversario (che nagari rincorreva a vuoto per tentare di prenderlam perdendo spesso inutilmente energie), e a cercare contemporaneamente dei varci al momento giusto. Il vero tiki-taka, queklo che faceva e fa divertire, sta nei passaggi di prima che la squadra fa davanti, e che la fanno arrivare in porta così. L’accelerata spettacolare che porta al tiro. Una sorta di arte se vogliamo. Chiaro che per arrivare a questo ci vogliono però giocatori di talento. Che però se messi appunto a servizio del collettivo innazlano ulteriormente le loro qualità. Poi: vero che il tifoso è inevitabilmente legato ai risultati, Ma fino ad un certo punto, come la storia. Il Milan di Sacchi non vinse come il Milan di Capello, e anzi fu ricordato anche per certe sconfitte e per non aver vinto quanto probabilmetne avrebbe potuto. Ma nel cuore dei tifosi del Milan, ho sempre avuto l’impressione che quello è il Milan che hanno maggiormente nel cuore. non quello di Capello. Altro esempio leggendario l’Olanda di Cruijff Neeskens e Krol. Nazionale che non vinse nulla, e perse due finali mondiali. Ma che viene tutt’ora ricordata come una delle più belle realtà calcistiche di tutti i tempi. E così l’Ungheria degli anni ’50, eccetera. A volte il romanticismo impresso nella memoria passa più dal gioco che dalle vittorie iridate.

        1. Maxx scrive:

          Mi piace molto il tuo blog.
          Purtroppo scrivi poco. E sei seguito anche meno.
          Un allenatore di calcio, che capisce di calcio, che ha studiato calcio e che parla di calcio su un sito che teoricamente tratta di calcio dovrebbe essere la punta di diamante. Ma a molti il calcio non interessa: interessa tutto ciò che gravita attorno all’Hellas.
          E’ il nostro limite, ma nello stesso tempo la peculiarità che ci distingue, che fa essere il tifoso del Verona diverso (in qualche modo) dagli altri tifosi.

          Io sono di quelli a cui piace il bel gioco e che vorrebbe vincere giocando. Spesso mi sono scontrato con sostenitori del risultato fine a se stesso, del “solo i 3 punti contano”.
          Non mi piaceva il modo in cui quasi sempre si entrava in campo con Mandorlini. E questo fin dai tempi della lega pro. Mi seccavano le battaglie al risparmio con Pavia, Pergocrema, Sorrento & C. Ovviamente il fine erano i 3 punti e Andrea non ha mancato questo obiettivo, dalla C alla A.
          Lode a lui, ma “…’l modo ancor m’offende” direbbe Dante
          (poi ci sarebbe da discutere sulla terzina “abbondante” successiva:
          “Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
          mi prese del costui piacer sì forte,
          che, come vedi, ancor non m’abbandona.

          Amor condusse noi ad una morte…”.)

          Indubbiamente Mandorlini non ha mancato gli obiettivi. Eppure in un escalation più che vincente, molti storcevano il naso (io ero fra questi, pur rendendo merito al ravennate per tutto ciò che ha fatto). Non è solo il risultato che conta, come non è solo lo spettacolo che conta. L’equilibrio tanto importante in una squadra, dovrebbe essere altrettanto importante nell’allenatore: vincere magari un po’ meno, però nemmeno scendere SEMPRE in campo come vittima sacrificale giocando esclusivamente sull’errore dell’avversario e mirando ai 3 punti. O meglio, farlo se sei REALMENTE costretto a subire un avversario che SUL CAMPO dimostra di essere più forte o più in forma di te.

          Non abbiamo una rosa ed una società che ci permettono voli pindarici, ma nemmeno meritiamo di essere tacciati come praticatori di anticalcio come succedeva spesso.

          Non siamo una strisciata, siamo il piccolo Verona.
          Non siamo una strisciata, siamo il grandissimo Verona.

          1. RH scrive:

            Siamo sicuri che l’obiettivo del calcio di oggi, a certi livelli, sia vincere?

            1. Ma scrive:

              Nel calcio il fine giustifica i mezzi.
              Quindi la vittoria è il fine e lo si deve raggiungere giocando bene o giocando male, segnando poco o segnando molto, sta ad ogni allenatore trovare i mezzi giusti a seconda della rosa a disposizione per arrivare all’obiettivo.
              Il bel gioco fine a sé stesso serve a poco, non serve nemmeno allo spettacolo, perché lo spettatore comunque vada vuole vincere.

              1. zz scrive:

                Bel tema Marco, dal sapore ancestrale: come l’eterna lotta tra il bene e il male.
                Io sono perfettamente in linea con le tue attuali convinzioni.

                Lo sport agonistico, per definizione, DEVE puntare al risultato (con buona pace di De Coubertin), con qualsiasi mezzo lecito.
                Ciò che punta alla bellezza, si chiama arte.

                Il Calcio, è lapalissiano, rientra nella prima categoria.

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