11
apr 2017
AUTORE gaburro
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A NOVARA SI È PERSO…

Ieri sera ho deciso di andare a Novara. Avevo qualche ora e, essendo Caronno a una cinquantina di chilometri, ho pensato che ne valesse la pena, per vedere il Verona dal vivo.

Ho assistito a un primo tempo positivo. Non eccelso in rifinitura, perché ci si affidava a cross dalla tre quarti facili prede dei tre centrali piemontesi. Ma con qualche buona giocata davanti, gol compreso. Nelle due volte in cui il Novara ha contrattaccato si è però reso pericoloso, facendo suonare qualche campanello d’allarme. Dallo stadio la sensazione era che il Novara avesse spinto davvero poco, lasciando quasi sfogare i gialloblu.

Tra i singoli un Nicolas mai sicuro, due terzini (Romulo e Suprajen) mai puliti in zona cross e drammaticamente approssimativi in fase difensiva, i centrali che ci hanno provato anche se spesso si trovavano in 2:2 e finivano col pagare ogni mezzo errore. In mediana uno Zuculini solo a interdire e due mezze ali di grande qualità che permettevano un buon fraseggio sulla tre quarti avversaria, con però non sempre il varco giusto per l’imbucata davanti. Un Pazzini non in serata ma mal servito, un Siligardi al solito abulico e un Luppi migliore in campo nei primi 45′.

Poi il buio.

Al ritorno in campo la squadra non ci ha capito molto, anche x un calo fisico in mezzo al campo che era prevedibile. Nel primo tempo infatti si era speso molto raccogliendo poco. Il gol del pareggio, meritato, il Novara lo trova su una palla inattiva ributtata dentro, stessa lacuna mostrata nel primo tempo che aveva portato a rischiare. Poi sulla foga gli uomini di Boscaglia hanno sfiorato il vantaggio, con un incrocio dei pali incredibile colpito e una successiva conclusione che ha impallato Nicolas. Sono stati dieci minuti di inferno dove nessuno ci stava capendo nulla.

E in quei frangenti Pecchia non mi è piaciuto. Sia perché se ne è stato minuti pesanti a parlottare con Corrent sul da farsi, senza incitare, richiamare, incoraggiare, correggere; sia perché spaventato ha deciso di coprirsi, passando a un 5-3-2 che parlava da solo.

Qui la squadra ha mostrato tutti i suoi limiti, anche perché è parsa incapace di interpretare un copione diverso dal solito. Fin che si poteva fraseggiare nella loro metà campo come nel primo tempo tutto era chiaro, quando si doveva uscire da basso sul loro pressing alto si finiva quasi sempre con lo sparacchiare in avanti.

Ne è uscita una ripresa oscena, dove il Novara ha sfiorato più volte il gol e infine l’ha trovato.

Pazzini ha rimesso le cose a posto dopo meno di un giro di lancette con una prodezza, ma la partita, è brutto dirlo, sul campo è stata persa.

Le domande che mi sono sorte sono parecchie: perché insistere con Romulo che sembra un ex? Non si poteva piuttosto alzarlo sulla linea degli attaccanti x lo stanco e impalpabile Siligardi mantenendo il 4-3-3? Non era il caso di intervenire prima sul centrocampo che pareva il vero problema (Zuculini e Fossati stremati) piuttosto che operare cambi dietro e davanti?

Non spettava a me rispondere. Ho lasciato lo stadio tra i tifosi del Novara delusi e inviperiti coi loro. Come a dire: tutto il mondo è paese…

 

12
mar 2017
AUTORE gaburro
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PECCHIA SI TENGA QUALCHE CARTUCCIA DA SPARARE ALLA FINE

Quando si vuole e si riesce a star davanti serve una grande capacità: la resistenza. E non intendo soltanto quella fisica alla corsa o alla forza. Intendo quella mentale a gestire un esposizione che per forza di cose risulta amplificata.

Mentre si lotta per il vertice si sta sotto i riflettori. Gli avversari ti osservano, studiano e temono. I tifosi si aspettano sempre grandi cose. La stampa e i media utilizzano la lente di ingrandimento perché sanno che alla gente interessa sapere.

Un allenatore ha diverse armi per affrontare i vari momenti che una stagione propone. A seconda del carattere può essere più o meno riflessivo irruento, focoso o docile. L’importante, però, è che non si giochi mai tutte le carte.

Il rischio, infatti, con tutta questa esposizione, è che a furia di intervenire, esporsi, sbilanciarsi… le cartucce finiscano troppo presto e con esse la credibilità da parte del gruppo.

Il campionato di B è lunghissimo. Per questo non ho partecipato ai periodici linciaggi verso Pecchia. Il Verona è al vertice dall’inizio del campionato. Cosa deve fare???

Non si può vincere giocando sempre bene, anzi, come Allegri ha ricordato a Sconcerti qualche tempo fa, sono le partite portate a casa col minimo scarto e in giornate negative che alla fine fanno la differenza.

Sul lungo cammino che la B propone far fatica qualche mese è fisiologico.

Intanto se si batte l’Ascoli si è primi.

Il resto spero che Pecchia lo tenga per il rush finale, dove serve davvero incidere e decidere. Dove serve davvero sparare le cartucce migliori.

 

 

13
feb 2017
AUTORE gaburro
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COME PROVARE A RISOLVERE UNA CRISI

Mi trovo a vivere una crisi con la mia squadra: due punti nelle ultime quattro gare. Eravamo primi a +1 e ci troviamo ora a un punto dalle tre capolista.  È un campionato lento ed equilibratissimo.

Seguo a distanza il Verona e mi pare quasi che il nostro andamento sia similare. Di sicuro entrambi viviamo una crisi ed entrambi abbiamo perso il primo posto.

Non esistono soluzioni predefinite alle crisi perché le variabili sono moltissime e le situazioni uniche.

Pensavo però in questi giorni a una sorta di vademecum per cercare di uscirne.

1) fare un’analisi completa e approfondita delle ultime partite

2) capire se esiste un nesso tra loro, una recidività.

3) individuare una persona deputata a trovare una strada da percorrere

4) capire il livello di fiducia di cui gode questa persona dentro e fuori dallo spogliatoio

5) smascherare chi tende a parare il proprio culo

6) lavorare

Io provo ad applicarlo alla mia squadra… voi provate a farlo con il Verona.

Le difficoltà di applicazione sono le stesse a tutti i livelli. Partendo da analisi che siano davvero competenti, passando per la capacità di individuare il problema cardine e avere una persona (che dovrebbe essere il mister o un ds forte) capace di incidere nello spogliatoio supportata dalla vera fiducia della società.

La sindrome da paraculo è normale e umana e caratterizza tutte le crisi. Il calciatore tende a cercare colpevoli esterni, il medico si scaglia contro la preparazione o la gestione, il preparatore attacca fantomatiche lacune altrui, la società attacca la gestione tecnica, il mister se la prende con la campagna acquisti…

Se poi esistono stampa e tifosi di solito i problemi si amplificano.

L’allenatore deve avere la forza per mettere ordine in tutto questo casino. È l’unico che può farlo perché è l’unico checché se ne dica che rischia nell’immediato.

Credo che è in questi momenti che un allenatore può davvero attingere alla propria esperienza e al contempo farsene di nuova e preziosa.

Saltare i primi cinque punti e limitarsi a… lavorare… è il modo peggiore per affrontare le crisi. È un mettere la testa sotto la sabbia. È un pararsi il culo, per scelta o incapacità.

Mettersi in gioco e rischiare. Davvero. Di questo c’è bisogno nei momenti di crisi. E tocca al mister prendere l’iniziativa, cercando di non perdere mai di vista tutte le componenti, mettendole in relazione, meditando, attaccando, gestendo, scegliendo.

Un compito difficilissimo.

11
gen 2017
AUTORE gaburro
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LA FIDUCIA ALLA BASE DEL SUCCESSO

Qual’è il presupposto cardine in una relazione? Ognuno ha provato a imbastirne almeno una nella vita, chi con successo e chi meno. L’attrazione? Il sentimento? La stima reciproca? No… il presupposto cardine è la fiducia. Non esiste relazione d’amore o di amicizia che sia che può avere successo se tra le parti non vi è quel collante. Basta che uno dei due smetta di fidarsi e casca il palco.

Il rapporto tra allenatore e squadra può essere paragonato a una relazione. Ci sono tantissimi aspetti che ci ruotano attorno, come la stima professionale, l’intesa a pelle, la comunione di intenti…

Alla base però, come in ogni relazione, c’è la fiducia.

Se una squadra, quindi ogni suo componente, non si fida dell’allenatore ha vita breve. E al contempo se un allenatore non si fida dei suoi calciatori è destinato all’insuccesso.

Quale è il fine ultimo di una squadra?

Vincere. Sempre e comunque, in base agli obiettivi prefissati, per carità, ma comunque si deve vincere.

E per farlo bisogna che la relazione cardine, quella tra tecnico e gruppo, regga.

Beh allora è semplice. Se tutti vogliono vincere e sanno che per farlo basta fidarsi, lo si fa e si arriva tutti assieme al successo.

Magari fosse così facile…

Anche marito e moglie all’inizio sognano amore eterno, e sanno che la fiducia è alla base della realizzazione del sogno comune. Eppure la fiducia è la prima a vacillare…

E allora perché mentre si inseguono grandi obiettivi capita che la fiducia si incrini?

Perché siamo uomini, quindi fondamentalmente fragili. Spesso le paure di ognuno prendono il sopravvento, così come l’orgoglio, l’egoismo, l’autoreferenza.

A un certo punto, senza accorgersene, l’io si divora il noi, la vittoria finale diventa un obiettivo secondario, la fiducia salta e tutto va a puttane.

Se chiedi a una giovane innamorata se vorrà per sempre stare con il suo uomo, se sogna una relazione vincente, ti risponderà di si. Se però poi le chiedi se è disposta a rinunciare a una parte di sé per ottenerlo, ti seguirà sempre meno convinta nel discorso, fino al punto che ti stopperá.

Non basta dire che si vuole vincere per farlo. Bisogna capire a cosa si è disposti a rinunciare. Orgoglio? Egoismo? Autoreferenza?

Un calciatore deve saper rinunciare a una presenza, a un gol. A due. A cento.

Un allenatore deve saper ridiscutere le proprie idee e accettare che i protagonisti principali restano i calciatori, senzaprotagonismi.

Tutti devono accettare il rischio che una vittoria comporta.

Solo così il rapporto sarà più forte di ogni individualismo, la fiducia salva e il successo… raggiungibile.

07
gen 2017
AUTORE gaburro
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RISULTATI O BEL GIOCO?

Leggo di gente che si lamenta che il Chelsea non gioca poi così bene.

Premetto che a me Conte sta antipatico. A pelle. Ma questo non significa che non sia in grado di riconoscere la qualità del suo lavoro.

Il Chelsea vince. Questo chiedono a Conte e questo lui cerca di fare.

Credo vi sia una confusione storica sul concetto di identità di squadra e quindi di squadra capace di giocare un bel calcio.

Identità e modulo sono la stessa cosa?

Penso alle squadre di Zeman. Un maestro se vogliamo.  Ma di un solo tipo di calcio. E Guardiola? Il suo livello di elasticità tattica è superiore a quella di Zeman, ma anche lui arriva fino a un certo punto. Poi quando non riesce più a essere propositivo… paga. Le squadre di entrambi hanno risaputamente grande identità.  E tutti e due sono ritenuti a loro volta dei grandi proprio perché sanno dare un’impronta indelebile alle proprie squadre.

Il problema però sta proprio nella rigidità delle idee contrapposta alle necessità di campo.

Mourinho prima, Conte ora, lavorano sulla squadra seguendo un altro percorso, che porta al risultato, non alla bellezza.

E sono così in antitesi i due concetti?

Una volta pensavo di no. Ora invece sono convinto del contrario.

Saper vincere vuol dire avere mentalità, intensità, applicazione. Non solo. Vuol dire avere duttilità tattica e mentale.

Di fronte a queste esigenze, che permettono di ottimizzare le risorse durante una stagione, il modulo e anche la rigidità di concetti possono solo, prima o poi, diventare un limite.

Nessuna squadra vince giocando sempre bene. E i campionati li vincono le squadre che sanno vincere le partite in cui non giocano bene.

Andrebbe fatta definitivamente chiarezza sul punto. E i tifosi che vogliono vincere dovrebbero smetterla di chiedere al loro allenatore anche sempre il bel gioco.

Le strade che portano al successo e alla bellezza sono differenti. E solo in alcuni momenti combaciano.

Che ci piaccia o no.

 

25
dic 2016
AUTORE gaburro
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NATALE E RETORICA

È Natale.

Mi trovo sdraiato sul letto esausto, dopo un cenone a base di pesce davvero impegnativo.

Mi sento in colpa.

Per noi mangiare fino quasi a star male è normale. Siamo dei privilegiati e manco ce ne accorgiamo.

Penso che nel 2016 non dovrebbero esistere gli assedi. Penso che migliaia di bambini ad Aleppo vorrebbero anche solo sognarla una cena così.

Dai non facciamo retorica….

Mettere la bandiera tedesca sul proprio profilo Facebook sarebbe retorico al livello uno.

Ma contrapporre all’attentato di Berlino la tragedia Siriana è comunque retorico. Perché ci sono decine di altre situazioni altrettanto critiche al mondo che manco vengono raccontate.

E fare confronti tra occidente e oriente, tra integralismo islamico e integralismo del benessere, usando un cellulare, standosene beati a festeggiare il Natale tra mille confort è ancor più retorico. Se non patetico.

Allora che fare?

Vivere senza tanti giudizi. Specie verso ciò che non conosciamo.

Il mio spazio Blog si muove, seppur a rilento.

Sto seguendo poco il campionato di serie B.

Spesso vedo solo i gol e a volte manco quelli.

È per questo che non scrivo ultimamente sull’Hellas.

Non mi piace scrivere di ciò che non conosco.

Sto vivendo una stagione molto intensa con la Caronnese. Provo a star davanti anche se Pecchia per ora ci sta riuscendo più di me…

A proposito… lasciamolo lavorare! Lo dicevo questa estate e lo ribadisco ora. La B è un campionato lungo e difficile. E non è retorica!

È tardi… provo a dormire….

Non prima di aver esteso gli auguri a tutti i lettori.

Il calcio è la cosa più utile tra le cose più futili diceva qualcuno…

E allora seppur è azzardato sposare attualità e sport, cronaca internazionale e cronaca calcistica, riflessioni esistenziali e approfondimenti pallonari… concedetemi questa divagazione al tema.

Guardo il soffitto e penso alle assurdità del mondo d’oggi e… invidio chi riesce a fregarsene.

Il calcio da sempre serve a distrarsi…

E allora distraiamoci.

01
nov 2016
AUTORE gaburro
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LA GESTIONE DELLA ROSA IN SQUADRE DI VERTICE

Riflettevo in questi giorni sull’importanza di una buona gestione del gruppo nelle squadre di vertice da parte dell’allenatore. Per la verità questa è una cosa fondamentale in qualsiasi tipo di squadra (di alta o bassa classifica, di ogni categoria), ma credo che a seconda del numero dei calciatori che si potrebbero considerare “titolari” presenti nella rosa possa cambiare anche il modo con il quale l’allenatore decide la formazione di volta in volta e quindi prova a tenere “vivo” un numero sempre più alto di componenti.

La cosa non è scontata, si badi bene. Perché se tu alleni un gruppo, al suo interno individuerai dei valori e inevitabilmente nella tua testa ci sarà sempre un undici ideale. Allo stesso tempo però sai che con soli undici giocatori non andrai mai da nessuna parte e allora a quel punto devi capire in che punto e in che modo prevedere delle alternanze.

Alcune le detta il campo, perché vi sono di volta in volta infortuni, squalifiche o cali di condizione evidenti, per i quali è necessario pescare nella rosa per presentare una nuova formazione nella gara successiva.

E se le cose però vanno bene e non accade nulla? A volte può capitare che una squadra faccia buone prestazioni per più partite e raccolga ottimi risultati. A quel punto è giusto non cambiare nulla e dare continuità ad un undici di base che in quel momento si sta rivelando “il migliore”? O sarebbe più opportuno proprio in quel momento dare dei segnali chiari al gruppo facendo capire che i “titolari” sono davvero molti e non soltanto undici?

Non è semplice.

Anche perché insistere sullo stesso undici limitandosi ad aspettare i cambi dettati dal campo può voler dire accettare che qualcuno si “rilassi” nel suo ruolo da titolare (e qualcun altro si deprima stando fuori). E’ vero che di fronte ad un rilassamento si può sempre poi attingere ad altri elementi del gruppo, ma a quel punto si potrebbe obiettare che è troppo tardi, cioè che l’allenatore in quel caso non ha fatto appieno il suo lavoro, non riuscendo a prevedere quel calo magari con un cambio preventivo.

E anche l’idea che uno abbia bisogno di giocare con continuità per trovare e mantenere condizione e rendere al massimo non è scontata. Molte volte il sentirsi “sulle spine” porta a trovare risorse insperate. E quindi a rendere di più.

Dipende molto anche dal singolo giocatore, certo… dal carattere, dalla forza interiore, dalla mentalità…

Vero.

E allora che fare?

Questo è uno degli aspetti più difficili e delicati del lavoro di allenatore. Lo faccio notare ai tifosi osservando come Pecchia, ad esempio, gestisce determinati giocatori, aspettando che sia il campo a determinarne l’esclusione ed invece altri, ultimamente soprattutto i tre di centrocampo, cercando di farli sentire tutti partecipi e prevedendone l’alternanza non soltanto in base a dinamiche scontate.

Certo, i risultati aiutano. Perché star fuori non piace a nessuno e per il mister “giustificarsi”, anche tacitamente, è più semplice di fronte ad un risultato positivo.

Come sempre la verità sta nel mezzo e l’equilibrio, il tanto osannato equilibrio, finisce con il fare la differenza in positivo.

Non irrigidirsi su una rosa troppo ristretta di titolari, quindi, sfruttando però a dovere i cambi che il campo propone di suo. Con ogni tanto (non serve farlo troppo di frequente) qualche mossa a sorpresa, che dia la sensazione al gruppo che davvero chiunque potrebbe sempre partire titolare……

19
ott 2016
AUTORE gaburro
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UN FILO SOTTILISSIMO

Avevo promesso che sarei tornato a scrivere dopo Cuneo e Caratese. Che non erano due avversarie dell’Hellas ma della mia squadra.

Si parlava dell’importanza per l’allenatore di farsi seguire, non rinunciando al proprio credo ma trovando il modo giusto per farlo “passare” al gruppo…

Da allora sono cambiate diverse cose.

Ad esempio in testa al campionato di serie B c’è la squadra di Pecchia e non il Cittadella. Il Verona si è lasciato alle spalle Salernitana e Benevento e ha inanellato una serie di risultati importante, quasi sempre supportata da prestazioni convincenti. La squadra ha continuato a giocare un calcio ricercato e fluido, forse mostrando anche un po’ di quella duttilità che non si era vista nelle primissime giornate e che è indispensabile per pensare di poter recitare un ruolo da protagonista. Pazzini ha smentito un po’ tutti (me compreso) e si è messo a segnare a raffica, dimostrando probabilmente sia che bisogna aspettare sempre a dare per morto un campione (e Buffon ne sa qualcosa), sia che la differenza tra la serie A e la B è sempre più marcata. Valoti è finalmente uscito dal guscio dandomi stavolta ragione su quanto di buono avevo scritto su di lui due anni orsono (e avendolo allenato potevo permettermelo).

Anche la mia Caronnese si è messa sui binari giusti (sembra), pur impiegandoci decisamente di più.  Però i quattro gol rifilati al Voghera domenica mi hanno, seppur solo per qualche minuto, fatto sentire come l’Hellas, che di poker ne sta rifilando a destra e a manca.

E allora quel cerchio aperto con la precedente seduta di psicanalisi è sembrato chiudersi, vedendo in parallelo e con le dovute proporzioni le due squadre assumere sempre più una fisionomia marcata, una sicurezza e… un’impronta.

La Pro Vercelli si preannunica come semplice comparsa nel film della stagione gialloblu.

Altra cosa devo dire invece io riguardo la delicatezza e l’importanza della nostra sfida col Varese.

A proposito… certo… si… proprio il Varese. Quello vero.

So che pare impossibile, ma gioca in serie D.

Giusto ricordarselo quando si eccede nelle critiche a Setti& Company.

Una gara fondamentale.

Impossibile mentre sarò in campo per me non ripensare a Sogliano e ai suoi albori. E di conseguenza all’Hellas.

Un sottilissimo filo ci terrá uniti quindi in questo weekend….

 

16
set 2016
AUTORE gaburro
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3.046

SEDUTA DI PSICANALISI

Oggi faccio terapia.

Mi sdraio sul lettino e parlo ad alta voce.

Vedo il Verona soffrire più di quello che qualcuno si aspettava. Osservo Pecchia in panchina. Poi in sala stampa.

Vedo la mia squadra partire in campionato con quattro punti in due partite. Che non bastano. Quando vuoi vincere a volte nemmeno la vittoria basta. Osservo me in sala stampa. Mi riguardo il video.

Che ci sarà nella testa di Pecchia?

Non lo so.

Ma so bene cosa c’è nella mia.

Vincere è difficile. Vincere e convincere di più.

Credo che la vera abilità di un allenatore in questo senso stia proprio nello scegliere e modolificare in corsa il copione giusto per quel gruppo, quella piazza, quella dirigenza, quel pubblico.

I dogmi hanno bisogno di risultati per rafforzarsi. E creano nemici. Non si sa dove.

Meglio l’elasticità giusta. Ottenendo tutto piano piano…

4-3-3, 4-4-2, 3-5-2…

Gioco manovrato, contropiede…

Squadra alta, squadra bassa…

Tutto è relativo.

Servono risultati. Soprattutto in partenza. Il resto diventa poi conseguenza, anche la stima nell’allenatore stesso.

E non sto scrivendo che non conti portare un’idea. Non é un post da “fuori i coglioni”… o “la tattica non conta”…

Solo che penso sempre più sia fondamentale scegliere accuratamente il copione in base al contesto. E aggiornarlo. Plasmarlo. Stravolgerlo. Fino a quando risulti in sintonia con interpreti e piazza.

Non è poco. È tantissimo.

Ecco perché vincere è difficile.

Pecchia sta facendo questo? Non lo so. Lo spero. In fondo basta battere l’Avellino in casa per essere in linea con le aspettative.

E io?

Sto cercando di farlo.

Risentiamoci dopo Cuneo e Carate.

Vi dirò come è andata.

 

09
set 2016
AUTORE gaburro
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L’ULTIMO PASSAGGIO

Buon punto a Salerno.

Non perché fosse impossibile vincere, ci mancherebbe. E’ diffusa la sensazione che la squadra abbia un pelo smesso di giocare fino al pari per poi reagire nel finale. Ma si tratta di dinamiche che ricorrono sovente in una stagione calcistica, specie all’inizio.

Un punto a Salerno, in B, è sempre un buon punto. Questo è il ragionamento che invece si dovrebbe fare se si volesse ragionare su una prospettiva di promozione concreta.

Il Verona deve sfruttare a mille il fattore campo, forte di un numero di abbonati superiore ad ogni realtà cadetta. E tenere botta in trasferta.

Un aspetto mi ha colpito nelle principali azioni da goal della partita: spesso il portatore di palla ha “forzato” il tiro pur avendo altre soluzioni a disposizione.

Questo potrebbe essere visto come un difetto. E lo sarebbe, se fossimo a dicembre.

In questa fase, però, il pensiero tattico di Pecchia si sta trasmettendo gradatamente.

E la rifinitura (cioè la zona vicina all’area avversaria) è solitamente l’ultima a beneficiare di un lavoro mirato in settimana.

Per ora sono passati bene i concetti base di uscita (cioè la conquista della metà campo avversaria), compresa la rotazione dei tre centrocampisti centrali.

Imparare a rifinire è un po’ più difficile.

Quando si vede una squadra che arriva bene fino al limite e poi forza, si capisce che ha ancora margine di crescita.

Più diventeranno “scontati” i movimenti che portano a costruire l’azione, più la sfida diventerà pulire le situazioni che si sviluppano al limite dell’area avversaria.

E allora l’ultimo passaggio diventerà l’arma in più.