03
set 2017
AUTORE gaburro
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TONI E IL BOOMERANG DELLA CONFUSIONE

Ricordo quanto fastidio mi diede la conferenza stampa di addio di Gibo nonostante fosse una persona che stimavo. Uno sfogo contro Mandorlini che capivo nella sostanza ma non nella forma.

Toni se ne è andato nel modo peggiore.

Sbattere la porta non è mai bello e quasi mai giusto. Di cosa sarebbe stato colpevole Setti? Di non averlo confermato? Di avergli preferito Fusco?

Toni in fin dei conti è vittima della confusione iniziale. Confusione che però ha accettato allegramente.

  • Forse perchè quando si è totalmente inesperti conviene partire in fianco a qualcun altro senza responsabilitá dirette, visto che difficilmente si può pretendere un’investitura a priori, per poi eventualmente farsi trovare pronti in caso di naufragio generale.

    Per fortuna dei tifosi e della societá tutta, però, non c’è stato nessun naufragio. Forse non un miracolo sportivo (come ci ha tenuto a puntualizzare Luca) ma nemmeno un patatrac che potesse anche solo lomtanamente far pensare a un cambio di consegne.

    Che consigli avrebbe dovuto ascoltare Fusco? Riguardo a cosa? E perchè? Forse il ds non avrá tutta sta esperienza e dovrá dimostrare quanto vale in A.

  • Così come Pecchia.

  • Ma pure Toni ha esperienza dirigenziale pari a zero. E quella in campo, come da lui stesso ribadito, non conta nulla.

  • Capirei di più un Fusco che si confrontasse con Sabatini o Marotta!

    Toni è stato un campione e a Verona ha fatto cose straordinarie.

  • Vietato dimenticarlo, nonostante la caduta di stile dell’uscita di scena rumorosa.

    01
    set 2017
    AUTORE gaburro
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    BABBO NATALE NON ESISTE

    È finita.

    Dopo il Borussia Dortmund, il centro sportivo di proprietá e il consolidamento in categoria, il calcio mercato dell’estate 2017 ha definitivamente seppellito le promesse e smascherato la proprietá e la sua pochezza economica.

    È un po come quando ti dicono che Babbo Natale non esiste. Subito ci stai male e ti senti tradito dal mondo, dopo un po inizi a pensare che sia meglio saperlo.

    Per la veritá Setti lo aveva detto e avevamo sottovalutato le sue parole, prendendolo in giro o pensando lo stesse facendo lui con noi: “il nostro modello sará il Crotone”. Porca vacca era vero!

    A questo punto peró la porta del calcio mercato, come ci ha abbondantemente ricordato Criscitiello durante la diretta di SI è stata chiusa e dopo la sosta ognuno ripartirá con quello che ha, almeno fino a gennaio.

    Lee e Kean sono il minimo che potesse arrivare. Anzi, se non hai un centesimo, sono il massimo. Perchè a zero euro è dura prendere giocatori. Queste almeno sulla carta sono scommesse con qualche speranza di realizzazione: due tra i migliori goovani in circolazione. A livello europeo. Non male.

    Che la squadra sia deficitaria lo abbismo detto e scritto tutti. Ed è vero. Erano sollecitazioni a mercato aperto, per sperare di smuovere una proprietá che di confusione ne ha fatta parecchia, almeno a livello comunicativo.

    Mancano un portiere, forse un terzino, un centrocampista e dei gol certi davanti (ora non puó più essere un problema di qualitá perchè sia Kean, sia Lee ne hanno da vendere, ma non danno certezze).

    E ora che si fa?

    Ora si depone l’ascia di guerra. Questo almeno dovrebbe fare chi vuole bene ai colori gialloblu.

    Preso atto che questa è l’unica proprietá possibile e che le possibilitá attuali sono queste, serve ora ricordarsi che sempre di sport si tratta, che il Verona puó salvarsi e che lottando, con le unghie e con i denti, puó arrivare a lasciarsi dietro tre squadre.

    Per poterlo fare peró serve la tifoseria più forte e unita degli ultimi tempi. Serve uno spogliatoio superiore a qualsiasi gelosia o invidia (tipiche degli spogliatoi di oggi), serve un miracolo tecnico-tattico e serve che Setti getti la maschera pubblicamente, accantoni il mocassino facile e indossi l’elmetto.

    L’….. armiamoci e partite…. che lo si accetti o no, non attacca piú. Se si vuole provare a vincere la guerrala si deve combattere tutti assieme.

    20
    ago 2017
    AUTORE gaburro
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    HELLAS VERONA COME MODELLO VINCENTE

    Pecchia ha condotto il Verona in serie A. Giusto partire da questa premessa. Perché è stato un anno di turbinii mediatici pro e contro guida tecnica. E devo dire che non mi sono piaciuti.

    Il progetto di Setti era ampio, prevedeva un profondo gioco di squadra, un ds affamato di affermarsi e un allenatore che fosse sua espressione diretta. Era serio, perché ci credeva, e lo ha dimostrato difendendo i suoi uomini nelle criticità.

  • Ed era vincente, come il campo ha detto.

    Quello del Verona di quest’anno non è soltanto un successo sportivo. È la consacrazione di un modello, che dovrebbe essere la base delle progettazioni stagionali e invece nel calcio di oggi è sempre più mosca bianca: un presidente appassionato che si sceglie un ds di fiducia il quale a sua volta sceglie un suo uomo per la panchina. Facile? Non proprio.

  • Basti chiedere all’Inter per trovarne conferma.

    Le squadre non sono accozzaglie di calciatori portati da persone diverse che un malcapitato allenatore deve cercare di assemblare come un puzzle, sotto lo sguardo cupo di un ds pronto a metterne in discussione ogni mossa e un presidente che minaccia ogni secondo di cambiare protagonisti. Le squadre devono essere opere d’arte e per esserlo devono nascere da un flusso di pensieri, devono essere prima immaginate e poi dirette, e ognuno deve rispettare mansioni e persone.

    La città di Verona è tornata ad avere a che fare con la serie B e lo ha fatto con grande maturità, forse a volte scordandosi che si tratta di un campionato difficile, ma rispondendo sempre presente, quando contava, quando bisognava esserci.

    Pecchia ha messo sé stesso nel progetto e alla fine ha avuto ragione. Non ha scimmiottato nessuno, ne tatticamente ne tanto meno nello stile. Ed è riuscito a trasmettere gran parte del suo modo di essere a chi lo circondava, portando un po’ di equilibrio in un mondo che di suo ne ha gran poco.

    Abbiamo ammirato un Verona strepitoso per mesi, poi involuto, quindi pragmatico.

    Qualcuno dice che il miglior Pecchia si e visto alla fine. Io dico che è grazie a quell’inizio che lui si è imposto, ha conquistato Setti e ha gettato le basi per la vittoria finale.

    Non so se deciderà di rimanere. Ma se la base è quel modello, se Setti ha grande fiducia in Fusco e di conseguenza in lui…

    12
    ago 2017
    AUTORE gaburro
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    PECCHIA SI TENGA QUALCHE CARTUCCIA DA SPARARE ALLA FINE

    Quando si vuole e si riesce a star davanti serve una grande capacità: la resistenza. E non intendo soltanto quella fisica alla corsa o alla forza. Intendo quella mentale a gestire un esposizione che per forza di cose risulta amplificata.

    Mentre si lotta per il vertice si sta sotto i riflettori. Gli avversari ti osservano, studiano e temono. I tifosi si aspettano sempre grandi cose. La stampa e i media utilizzano la lente di ingrandimento perché sanno che alla gente interessa sapere.

    Un allenatore ha diverse armi per affrontare i vari momenti che una stagione propone.

  • A seconda del carattere può essere più o meno riflessivo irruento, focoso o docile. L’importante, però, è che non si giochi mai tutte le carte.

    Il rischio, infatti, con tutta questa esposizione, è che a furia di intervenire, esporsi, sbilanciarsi… le cartucce finiscano troppo presto e con esse la credibilità da parte del gruppo.

    Il campionato di B è lunghissimo. Per questo non ho partecipato ai periodici linciaggi verso Pecchia.

  • Il Verona è al vertice dall’inizio del campionato. Cosa deve fare???

    Non si può vincere giocando sempre bene, anzi, come Allegri ha ricordato a Sconcerti qualche tempo fa, sono le partite portate a casa col minimo scarto e in giornate negative che alla fine fanno la differenza.

    Sul lungo cammino che la B propone far fatica qualche mese è fisiologico.

    Intanto se si batte l’Ascoli si è primi.

    Il resto spero che Pecchia lo tenga per il rush finale, dove serve davvero incidere e decidere.

    11
    ago 2017
    AUTORE gaburro
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    80

    LA FIDUCIA ALLA BASE DEL SUCCESSO

    Qual’è il presupposto cardine in una relazione? Ognuno ha provato a imbastirne almeno una nella vita, chi con successo e chi meno. L’attrazione? Il sentimento? La stima reciproca? No… il presupposto cardine è la fiducia. Non esiste relazione d’amore o di amicizia che sia che può avere successo se tra le parti non vi è quel collante. Basta che uno dei due smetta di fidarsi e casca il palco.

    Il rapporto tra allenatore e squadra può essere paragonato a una relazione. Ci sono tantissimi aspetti che ci ruotano attorno, come la stima professionale, l’intesa a pelle, la comunione di intenti…

    Alla base però, come in ogni relazione, c’è la fiducia.

    Se una squadra, quindi ogni suo componente, non si fida dell’allenatore ha vita breve. E al contempo se un allenatore non si fida dei suoi calciatori è destinato all’insuccesso.

    Quale è il fine ultimo di una squadra?

    Vincere. Sempre e comunque, in base agli obiettivi prefissati, per carità, ma comunque si deve vincere.

    E per farlo bisogna che la relazione cardine, quella tra tecnico e gruppo, regga.

    Beh allora è semplice. Se tutti vogliono vincere e sanno che per farlo basta fidarsi, lo si fa e si arriva tutti assieme al successo.

    Magari fosse così facile…

    Anche marito e moglie all’inizio sognano amore eterno, e sanno che la fiducia è alla base della realizzazione del sogno comune.

  • Eppure la fiducia è la prima a vacillare…

    E allora perché mentre si inseguono grandi obiettivi capita che la fiducia si incrini?

    Perché siamo uomini, quindi fondamentalmente fragili. Spesso le paure di ognuno prendono il sopravvento, così come l’orgoglio, l’egoismo, l’autoreferenza.

    A un certo punto, senza accorgersene, l’io si divora il noi, la vittoria finale diventa un obiettivo secondario, la fiducia salta e tutto va a puttane.

    Se chiedi a una giovane innamorata se vorrà per sempre stare con il suo uomo, se sogna una relazione vincente, ti risponderà di si. Se però poi le chiedi se è disposta a rinunciare a una parte di sé per ottenerlo, ti seguirà sempre meno convinta nel discorso, fino al punto che ti stopperá.

    Non basta dire che si vuole vincere per farlo.

  • Bisogna capire a cosa si è disposti a rinunciare.

  • Orgoglio? Egoismo? Autoreferenza?

    Un calciatore deve saper rinunciare a una presenza, a un gol. A due. A cento.

    Un allenatore deve saper ridiscutere le proprie idee e accettare che i protagonisti principali restano i calciatori, senzaprotagonismi.

    Tutti devono accettare il rischio che una vittoria comporta.

    Solo così il rapporto sarà più forte di ogni individualismo, la fiducia salva e il successo…

    25
    set 2016
    AUTORE gaburro
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    27

    SE IL CENTRO CLASSIFICA CONTINUA A DORMIRE…

    La sensazione è che nessuno se lo aspettasse. La maggior parte delle squadre che si trovano nella zona medio-bassa della classifica, appena sopra alla terzultima piazza, hanno dormito per almeno un paio di mesi. Le due genovesi, l’Atalanta e soprattutto Udinese e Palermo. Perché? Per un motivo soltanto: tutte hanno pensato che il discorso salvezza fosse chiuso.

    Mai dire gatto… come diceva il Trap… se però non l’hai già nel sacco!

    E infatti è accaduto l’imprevedibile. Il rallentamento del treno e quindi della media punti è stato talmente brusco che le due immediate inseguitrici, Carpi e Frosinone, mantenendo semplicemente la loro media punti sono riuscite a riavvicinarsi. Senza filotti, senza strisce prodigiose, semplicemente col loro passo. E così domenica la Sampdoria deve giocarsi uno scontro diretto in casa contro il Frosinone a meno due. Non il massimo della vita direi. Una partita che pesa quintali, dove sai che sbagliare significa inguaiarsi forse in maniera irreversibile.

    E il Verona?

    La squadra di Delneri in questo momento rappresenta l’ago della bilancia. Perché l’impressione è che Carpi e Frosinone da sole non siano in grado di mettere davvero pressione al centro classifica (sorpattutto se i ciociari dovessero perdere a Marassi). Se però a loro si dovessero aggiungere Toni e compagni… le cose cambierebbero.

    Perché?

    Perché il Verona è una squadra in salute, che corre e gioca a viso aperto sapendo di non essere inferiore agli altri.

  • E per chi sono mesi che passeggia, non è facile trovare intensità, mentalità e cattiveria, oltre che colpi decisivi tutto di colpo.

  • E poi perché giocare al Bentegodi non è facile per nessuno, tantomeno se quelli che potevano sembrare punti inutili (con un Verona staccato all’ultimo posto) si dovessero rivelare punti salvezza vitali. E poi tre squadre ad inseguire veramente, senza regali, abbasserebbero notevolmente la quota salvezza.

    Certo, inutile dirlo, molto passerà da Udine.

    Le sconfitte dicembrine hanno rallentato il processo di crescita della squadra e il relativo avvicinamento alla zona salvezza, ma sono state assorbite dalla media punti del girone di ritorno sommata alla dormita collettiva del blocco su citato. Adesso però le partite che mancano al traguardo finale sono molte di meno e i tre punti pesano di più, specie negli scontri diretti.

    E’ il momento del raccolto, come ha ribadito Delneri in conferenza stampa dopo il derby.

    22
    set 2016
    AUTORE gaburro
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    211

    FORSE ERA MEGLIO LA FUSIONE

    L’Hellas Verona ha salutato mestamente la serie A.

    Contro il Frosinone quella che poteva essere una gara sbarazzina, giocata con leggerezza e quindi superiorità è stata incredibilmente e masochisticamente trasformata in ultima spiaggia nelle dichiarazioni della vigilia. Detto e fatto, a farsela sotto è stata ancora una volta la squadra di Delneri.

    A Empoli ormai la passerella era soltanto per i padroni di casa, e le occasioni avute (da entrambe le parti, per la verità, giusto per chiarire quanto precisato dal mister nella conferenza stampa più veloce della storia) altro non hanno fatto che racchiudere in loro l’essenza di una stagione giocata da ultimi, iniziata da ultimi e finita da ultimi.

    Nel frattempo al Bentegodi gli stessi ragazzi di Stellone ne prendevano ben cinque dal Chievo. Giusto per rimettere subito in chiaro i valori in campo. Giusto per far capire che nessuna grande legione aveva marciato a Verona pochi giorni prima ma solo un undici disperato e alla caccia di punti.

    E’ questo confronto che ironicamente e beffardamente il campionato ci ha proposto nel giro di pochissimo tempo che deve far riflettere.

    Da una parte la squadra della città che rotola verso la cadetteria e dall’altra quella del quartiere che conquista l’ennesima salvezza in serie A.

    Il calcio è bello anche per questo. Non vi sono storia, tifosi o colori che possano invertire quello che la programmazione e la competenza da un lato e il campo dall’altro vanno dettando (Carpi, Frosinone, Crotone docet).

    In questi giorni ripensavo alla famosa “fusione” saltata qualche anno fa. Ogni discorso identitario è legittimo, per carità. Però non so se dal punto di vista societario e tecnico le cose sarebbero andate così male per Verona. E per Verona intendo la città, la storia, i colori e tutto quello che vi piace metterci. Tanto nel giro di qualche anno non sarebbe esistito più alcun dualismo e il Verona (forse non Hellas e manco Chievo) sarebbe stato uno e uno soltanto, con un imprenditore veronese a guidarlo e con qualche idea in più a disposizione.

    Per carità, so che i tifosi staranno rabbrividendo.

    Ma cosa ne è uscito in cambio?

    Un Chievo sempre più forte e radicato in serie A. Una realtà del calcio italiano, guidata con lungimiranza e grande conoscenza.

    Un Verona che esaurita la spinta e l’entusiasmo del ritorno in A si è ripiegato su sé stesso, con una dirigenza chiaramente disaffezionata e un brand sempre più ammuffito. Un Verona che non sarebbe nulla ripartisse dalla B, ma al momento non si capisce con che società, con che premesse, con che effettivi mezzi, con che volontà.

    E nessun veronese all’orizzonte sembra intenzionato ad avvicinarsi al club.

    Forse qualche cinese, o arabo, o russo.

    Chissà.

    In nessun caso comunque sarebbe l’amore (vedi Arvedi o Martinelli) a ispirare le azioni dei suddetti, ma solo il dio denaro, che hanno imparato a fare anche quelli della diga… ma che almeno resta sul territorio e non rimpingua tasche estranee o non ben delineate.

    22
    set 2016
    AUTORE gaburro
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    53

    E’ ARRIVATO IL MOMENTO DI PAVANEL

    Lo Tsunami si sta portando via tutto: la serie A, i proclami, i sogni e anche le scaramucce tra mandorliniani e antimandorliniani che ad un certo punto della stagione sembravano essere diventate più importanti delle sorti dell’Hellas stesso.

    Chi fa l’allenatore e legge il blog credo abbia capito da tempo il mio pensiero, sia prima quando si trattava di criticare l’operato di Mandorlini, sia poi quando ad essere passato sotto il setaccio era l’operato del suo successore Delneri. Erano troppo diversi i profili, le idee base, il calcio prodotto per poter essere trattati “alla stessa maniera”. Almeno in un’analisi “tecnica”. Se invece si diventa tifosi certe diversità sfuggono e giustamente si vanno ad osservare solo i risultati, che in passato avevano arriso a Mandorlini, che quest’anno lo avevano abbandonato, che inizialmente sembravano voler pagare il cambiamento tentato e portato da Delneri e poi hanno abbandonato anche lui.

    Io ho iniziato a formarmi come tecnico negli anni novanta, seguendo a Veronello per più stagioni gli allenamenti di Malesani. Poi Baldini. Quindi Prandelli. Infine Delneri. Sono gli allenatori che ho visto lavorare sul campo all’inizio del mio percorso formativo, quelli che mi sono rimasti dentro per concezione calcistica e metodo di lavoro. Non potevo rimanere impassibile di fronte alla grande chance che era stata affidata al baffo di Aquileia: dimostrare che un calcio diverso da quello che si era visto a Verona negli ultimi anni era possibile. Non migliore o più vincente, semplicemente diverso. Perché per chi vede il calcio a modo mio non se ne poteva veramente più di vedere un atteggiamento così rinunciatario, un baricentro tanto basso, una fase offensiva monotematica. Negli anni precedenti questo aveva prodotto risultati importanti ed è sempre stato sottolineato. Ultimamente non ci riusciva più ma la critica era a monte ed esulava dal risultato sportivo. Vedere, in breve tempo, la squadra muoversi in campo come a parer mio dovrebbe fare una squadra di calcio, con distanze e tempi di gioco completamente differenti, è stato un vero spasso. Certo, alcune partite sono state comunque perse (penso a Empoli o Palermo), altre hanno visto centrare qualche punto, ma la sensazione era positiva, si vedeva un po’ di calcio anche a Verona (sottolineo che per calcio intendo “mio calcio”, non voglio essere offensivo verso Mandorlini, non mi interessa).
    Poi il vento è cambiato, dopo il derby quello che stava prendendo le sembianze di un vero miracolo sportivo è precipitato, la squadra si è persa di nuovo, i concetti che si erano visti applicati con dedizione si sono offuscati, il pressing è calato, i limiti sono riemersi.

    Il giudizio sull’ultimo Delneri non può che essere negativo. E lo scrive uno che ha una grande ammirazione verso il mister. Ma come io mi aspettavo obiettività (non sempre colta) da parte dei tifosi mandorliniani una volta in cui nemmeno i risultati assistevano più quell’idea di calcio, la pretendo da me stesso di fronte al rendimento attuale della squadra. Attenuanti ce ne sarebbero (difficile cambiare in corsa le sorti di una squadra, grossi disastri erano stati fatti d’estate, eccetera, eccetera) ma non bastano a giustificare questo crollo. Il giocattolo si è inceppato sul più bello, forse schiacciato dai suoi stessi principi base. L’imporre sempre e comunque il proprio gioco, il soffocare l’avversario, l’essere propositivi… Tutti i dogmi del calcio delneriano si sono scontrati con la realtà, con il peso mentale che certi scontri diretti portano con loro, con l’inappellabilità dei risultati. Peccato per chi come me ama quelle idee. E peccato soprattutto per il Verona che ha visto svanire anche l’ultima speranza di restare aggrappato alla categoria.

    Ancora una volta la società è riuscita a stupirmi (in negativo). Quella che il campo aveva quest’anno più volte battezzato come la “fatal Carpi” non è stata fatale per nessuno dei due tecnici che si sono avvicendati alla guida della squadra. Carpi doveva essere presa come occasione (l’ennesima) di cambiare guida tecnica in quel momento, non perché fosse colpa di Mandorlini (mai pensato e mai scritto), ma perché in quel momento il tecnico sembrava aver esaurito gli argomenti. E (non me ne voglia il maestro) doveva essere fatale anche a Delneri. Perché se la logica è difendere all’infinito l’0perato del proprio allenatore (vedi Frosinone), non si cambia mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Se invece Mandorlini ad un certo punto paga per i risultati che non arrivano si dà il La a un modo di intendere il calcio e quindi la figura dell’allenatore che fatico a condividere ma che è ormai prassi. E quindi arriva Delneri per tentare di risollevare la squadra. E quindi dopo la sconfitta interna contro il Carpi e la sua stessa ammissione in sala stampa (espressioni e “non detti” valgono più di mille parole) si è chiuso anzitempo anche il motivo della sua permanenza in gialloblu. Ha provato a raccontare una nuova “favola”, per un po’ ci è quasi riuscito, di sicuro è servito a rivitalizzare seppur brevemente l’andazzo di una stagione disgraziata, ma ora non ha più nulla da dire.

    Per la verità mi aspettavo le dimissioni. Avrebbero reso onore ad un tecnico che ha già dimostrato di essere straordinario e soprattutto non avrebbero visto eclissare anche il ricordo di quella breve parentesi di discreto calcio che ci ha proposto. Le ultime giornate saranno un’agonia e solo chi è in grado di lavorare per la società disinteressatamente può reggere l’urto con la piazza e uscire sempre a testa alta. Serve un traghettatore per la B.

    E’ arrivato il momento di Pavanel, è evidente.

    19
    set 2016
    AUTORE gaburro
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    22

    UN FILO SOTTILISSIMO

    Avevo promesso che sarei tornato a scrivere dopo Cuneo e Caratese.

  • Che non erano due avversarie dell’Hellas ma della mia squadra.

    Si parlava dell’importanza per l’allenatore di farsi seguire, non rinunciando al proprio credo ma trovando il modo giusto per farlo “passare” al gruppo…

    Da allora sono cambiate diverse cose.

    Ad esempio in testa al campionato di serie B c’è la squadra di Pecchia e non il Cittadella. Il Verona si è lasciato alle spalle Salernitana e Benevento e ha inanellato una serie di risultati importante, quasi sempre supportata da prestazioni convincenti. La squadra ha continuato a giocare un calcio ricercato e fluido, forse mostrando anche un po’ di quella duttilità che non si era vista nelle primissime giornate e che è indispensabile per pensare di poter recitare un ruolo da protagonista.
    Pazzini ha smentito un po’ tutti (me compreso) e si è messo a segnare a raffica, dimostrando probabilmente sia che bisogna aspettare sempre a dare per morto un campione (e Buffon ne sa qualcosa), sia che la differenza tra la serie A e la B è sempre più marcata.
    Valoti è finalmente uscito dal guscio dandomi stavolta ragione su quanto di buono avevo scritto su di lui due anni orsono (e avendolo allenato potevo permettermelo).

    Anche la mia Caronnese si è messa sui binari giusti (sembra), pur impiegandoci decisamente di più. Però i quattro gol rifilati al Voghera domenica mi hanno, seppur solo per qualche minuto, fatto sentire come l’Hellas, che di poker ne sta rifilando a destra e a manca.

    E allora quel cerchio aperto con la precedente seduta di psicanalisi è sembrato chiudersi, vedendo in parallelo e con le dovute proporzioni le due squadre assumere sempre più una fisionomia marcata, una sicurezza e… un’impronta.

    La Pro Vercelli si preannunica come semplice comparsa nel film della stagione gialloblu.

    Altra cosa devo dire invece io riguardo la delicatezza e l’importanza della nostra sfida col Varese.

    A proposito…

  • certo… si… proprio il Varese. Quello vero.

    So che pare impossibile, ma gioca in serie D.

    Giusto ricordarselo quando si eccede nelle critiche a Setti& Company.

    Una gara fondamentale.

    Impossibile mentre sarò in campo per me non ripensare a Sogliano e ai suoi albori.

    12
    set 2016
    AUTORE gaburro
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    60

    NON CONTA SOLO IL RISULTATO

    Poco più di un mese fa l’Olimpico di Roma fischiava al termine dello 0 a 0 che aveva permesso alla propria squadra di accedere al turno successivo di Champions League.

    Domenica il Bentegodi incitava la propria squadra durante tutto il match, nonostante una classifica vergognosa e una retrocessione che sembra evitabile solo da un miracolo (per i credenti).

    Segnali.

    Probabilmente anche in Italia una certa cultura sportiva sta avanzando, seppur lentamente.

    Nell’era del potere delle televisioni a pagamento, dove il tifoso sembra destinato alla parte di comparsa, ovviamente pagante, del grande spettacolo, qualcosa inizia a muoversi.

    Il risultato non è più l’unica cosa che conta, come invece in Italia da sempre si dice.

    A furia di slogan che cercano di mutare il tifoso in spettatore, convincendolo che vale la pena spendere per assistere a più gare possibili, perché si tratta di spettacolo, la gente inizia ad apprezzare il gioco e non solo la vittoria fine a sé stessa.

    Siamo ancora distanti da altre culture, anglosassone in primis, ma qualcosa si muove.

    Mi piace immaginare uno stadio che fischia nonostante un successo, perché il pubblico non si è divertito.

    Ed è stato bellissimo sentire il Bentegodi domenica incitare in quel modo la propria squadra.

    Delneri ha più volte parlato di dignità. E ha fatto centro.

    A chi sostiene che con il cambio di guida tecnica non è cambiato nulla, faccio notare solo questo.

    I risultati sono gli stessi (per ora). Il resto, tutto il resto, no.

    E soprattutto in tempi di vacche magre, il tifoso vuole assistere ad una gara che sia degna di questo nome. Vuole vedere i giocatori correre. Dall’inizio alla fine. La squadra difendere, concedere poco o nulla se possibile. E soprattutto attaccare, tirare in porta, cercare di segnare.

    I risultati saranno pur deludenti, ma tra ilVerona di Mandorlini e quello di Delneri, permettetemelo, c’è un abisso.

  • Lascio a voi la fase dei rimpianti, a me non interessa.