02
set 2016
AUTORE gaburro
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SCENARIO CHE A GIUGNO SEMBRAVA UTOPISTICO

Non me ne sono andato (per la delusione di qualcuno).

Ho smesso di scrivere quando ho capito che il calcio stava diventando gossip, non solo per colpe di chi scrive, ma anche perché il periodo estivo è risaputamente arido di notizie vere e diventa quasi sempre un inseguirsi di congetture, supposizioni, previsioni strampalate.

Ho smesso di scrivere quando io stesso ero in una fase di incertezza e non avevo ancora ben chiaro il mio futuro.

E’ stata un’estate turbolenta. Sono passato dal lasciare volutamente la mia vecchia società alla quasi certezza di non trovare una squadra. Dall’averla trovata in una piazza ambiziosa e che negli ultimi anni ha sempre fatto benissimo in D a essere quasi certo del ripescaggio il Lega Pro. Dall’imbastire un mercato e una squadra per la quarta serie a farlo per i professionisti e subito dopo a tornare a pensare a come provare a vincere nel massimo campionato dilettantistico nazionale.

Estate di alti e bassi, di stati d’animo contrastanti ma soprattutto di grande lavoro.

In tutto questo trambusto trovavo ingiusto e poco serio mettermi a ragionare sull’Hellas che sarebbe venuto.

Vi avevo lasciato con un pezzo che si intitolava “Lasciamo lavorare Pecchia”.

E non era nemmeno per il Verona un momento facile.

Tutti avevano negli occhi la stagione sciagurata appena conclusa e questo inevitabilmente si ripercuoteva sulle valutazioni che riguardavano la società e le sue scelte. E Pecchia rischiava di diventare vittima sacrificale di un meccanismo decisamente più grande di lui.

Faccio finta di aver chiuso gli occhi in quel momento e di averli riaperti soltanto ora.

Vedo una squadra dal tasso tecnico importante. Giocatori che sono rimasti di indiscusso valore (per la B) e innesti mirati e calibrati.

Vedo un undici che ha schiantato il Latina molto più di quanto il risultato stesso non dica. Un debutto in campionato che tutti bene o male sognerebbero di fare ma che nessuno solitamente riesce a centrare. Perché la prima è delicata. Non sempre i meccanismi sono rodati. Il ritiro estivo può rivelarsi anche un boomerang se non c’è intelligenza e chiarezza di idee in chi dirige la baracca. Si parte tutti da zero punti e fa caldo, i minuti nelle gambe sono pochi, le certezze meno. Dare quattro gol davanti al proprio pubblico al Latina significa dire a tutti, non soltanto a sé stessi e al proprio pubblico… NOI CI SIAMO.

Per farlo non servono fortuna o casualità. Servono valori. Tutti (anche gli avversari) hanno visto e preso atto della prestazione e del risultato emersi dal Bentegodi alla prima giornata.

La serie B è un percorso lungo e difficile. Serve continuità e capacità di vincere anche nei momenti neri.

Questo lo sanno bene Pecchia e Fusco.

E’ presto per lasciarsi andare all’ottimismo.

Passare, però, dai discorsi di giugno allo scenario attuale, quantomeno, aiuta a guardare al futuro con lucidità e fiducia.  

La società non ha smantellato.

La squadra è competitiva.

Il mister è inesperto in cadetteria ma ha una formazione tecnica alle spalle “alternativa” che se si inserisce nel contesto giusto può sbocciare.

La serie B è lunga ma tecnicamente non impossibile.

 

03
giu 2016
AUTORE gaburro
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LASCIAMO LAVORARE PECCHIA

Pure io ho sorriso inizialmente quando ho sentito che Fabio Pecchia era in corsa per la panchina dell’Hellas. E’ stata una reazione istintiva, visto che il curriculum lo ricordavo a memoria e ho sempre ammirato di più i tecnici che hanno fatto un percorso significativo e non coloro che (vedi Brocchi, Gattuso a suo tempo, Inzaghi) si ritrovano catapultati in realtà più grandi di loro avendo un nome da spendere ma essendo palesemente e irritabilmente impreparati. Sarà invidia magari, non so, fate voi.

D’altro canto ho sempre ammirato i presidenti capaci di fare qualche scommessa. Ovviamente dipende un po’ dal contesto, dagli obiettivi, dalle priorità, ma… Avere il coraggio di scardinare il sistema e impedire ai soliti noti di monopolizzare il mercato di una certa categoria è comunque ammirevole.

Prendiamo il mio caso: ho salutato il Pontisola senza avere una destinazione certa dopo aver centrato il play off ed aver chiuso a 61 punti una splendida stagione. Ho voglia di stimoli nuovi, me ne sono reso conto durante il play off a Lecco. Se arriveranno bene, sennò amen. Ogni tanto si deve pur rischiare. Ebbene… sono contento che qualche emergente abbia già trovato panchina nel mio girone. Mi riferisco ad esempio alla riconferma di Andreoletti a Seregno (27 anni, mi ricorda me alle origini) oppure alla scelta di qualche altro giovane possibile in altre piazze. E’ bello pensare che ci sia un flusso di idee e facce nuove!

Dunque: da allenatore e da uomo di calcio dico “lasciamo lavorare Pecchia”. Non partiamo prevenuti. E’ l’occasione della sua vita e per inseguirla ha lasciato un contratto certo al fianco di Benitez, non credo arriverà demotivato o distratto. Darà il massimo e non avrà la puzza sotto il naso. E questo spesso nel calcio paga.

E’ vero che il curriculum non è allettante, ma credo che passare anni a fianco di un bulldozer come Benitez in piazze di quel calibro aiuti a crescere, specie se dentro ti senti allenatore. Giusto non dimenticare che anche Mourinho inizialmente è stato un secondo.

La riflessione che mi nasce spontanea è però un’altra: e cioè che non dipenderà di certo da Pecchia e soltanto da Pecchia il buon esito della stagione. Anzi. Un Pecchia in versione superman potrebbe trasformare in oro anche il ferro di un’annata anonima pensata e progettata da altri.

Ci sono realtà (vedi il Chievo, per non andare troppo distanti), dove qualsiasi allenatore fa bene. Solo perché sono bravi a sceglierli? Può essere, ma non solo. Altre invece dove qualsiasi allenatore fa male (l’Inter???). Perché? Pensiamo dipenda solo dalla piazza, dai tifosi, dalla mediaticità???

La realtà è che è la società che fa la differenza. L’esperienza, la capacità, le risorse, le persone che compongono l’ambiente sono in grado di mettere allenatore e squadra nelle migliori o peggiori condizioni per lavorare. E in quel caso il curriculum passa in secondo piano. Contano le idee, il carattere, l’intelligenza.

Ora: è evidente che allenatori importanti per la categoria non avrebbero scelto Verona. Non dopo un confronto con la proprietà e un’idea chiara sui progetti reali. Cosa rimaneva? Non grandi nomi. Sento parlare di De Zerbi come fosse Allegri. Quest’anno ha fatto molto bene e gli auguro una carriera importante, ma se parliamo di curriculum non è che sia tanto superiore a quello di Pecchia (tre stagioni fa guidava il Darfo Boario in D, poi una stagione di passaggio a Foggia e infine questa decisamente importante, ma giocata con una rosa di primissimo livello).

Quindi? Quindi dobbiamo confidare in Pecchia. Soltanto lui è in grado di far sognare i tifosi. Non certo Setti. E probabilmente nemmeno Fusco. Si allestirà una squadra normale, si ripianeranno i debiti e si proverà a stupire. Se la scommessa verrà vinta si tornerà subito in A. Altrimenti c’è un altro anno a 15 milioni di paracadute per provarci. Piaccia o no.

02
mag 2016
AUTORE gaburro
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DA SIMEONE A GUARDIOLA, DA MANDORLINI A DELNERI (ISTRUZIONI PER L’USO)

Quanta confusione.

Ora tutti a elogiare l’esiguo uno a zero conquistato dall’Atletico contro il Bayern grazie, leggo, a una sorta di catenaccio moderno che incarnerebbe il dna del Cholo Simeone. Eppure nessuno aveva elogiato Garcia dopo le due pere subite all’Allianz Arena nel 2014 dalla sua Roma spaventata e rintanata dopo la batosta dell’andata.

I giornali sportivi dovrebbero sforzarsi di fare informazione e contribuire a migliorare la cultura nel nostro Paese. Così almeno dichiarava di voler fare la Gazzetta prima del suo recente restyling. Invece mi pare lavorino in funzione soltanto delle vendite. L’equazione è semplice: convinzioni popolari + titoli sensazionali = più copie vendute.

Peccato che le convinzioni popolari, basate sulla storia vissuta in prima persona dai lettori e quindi già di per loro “vecchie”, non si sposino affatto con l’aggiornamento, le conoscenze, le nuove terminologie, l’evoluzione dei concetti. E’ inutile sparare titoli sensazionali se poi l’immaginario collettivo è costretto a rievocare termini quali “catenaccio” e “tiki taka”. Parole che appartengono alla storia del calcio, non all’attualità. Si venderanno più giornali, non vi è dubbio, ma i lettori, che poi sono i tifosi, ma anche i dirigenti e gli addetti ai lavori del calcio, non cresceranno mai.

Il catenaccio era un modo di interpretare il gioco del calcio basato sull’idea di difendere la propria area di rigore, marcando asfissiatamente e individualmente le migliori fonti di gioco avversarie, eliminando la profondità e basando la propria fase offensiva soltanto su sporadici e a volte ficcanti contropiedi.

I suoi più celebri attuatori sono stati Nereo Rocco e Helenio Herrera. Parliamo del calcio degli anni cinquanta-sessanta.

Nel frattempo il gioco è cambiato.

Anche la più recente diatriba tra marcatura a uomo e a zona è tramontata. Non esiste più la prima se non in alcuni momenti della gara (palle inattive) o su qualche centrocampista avversario in sporadici casi. Ora tutte le squadre difendono a zona, anche se purtroppo spesso passa un’altra errata equazione: difesa a zona = possesso palla + calcio propositivo

Un’eresia. Perché la zona è un concetto difensivo, completamente scollegato dalla fase di possesso palla. Essa quindi può a sua volta essere interpretata in maniera propositiva o passiva, basata su un prolungato possesso palla oppure su un’accentuata verticalità di gioco.

Si cerchi di capire quindi che si può difendere a zona ma essere assolutamente rinunciatari, giocandosi le proprie chance di far gol con azioni veloci e sviluppate con la partecipazione di pochi compagni.

Ecco un altro aspetto che viene trascurato nelle analisi giornalistiche: il numero di giocatori che partecipano solitamente alla fase offensiva in maniera attiva, proponendosi sopra la linea della palla. Un conto infatti è vedere un difensore eseguire un lungolinea e poi rimanere al proprio posto ed un altro è vederlo inserirsi. Lo stesso vale per un centrocampista che verticalizza su un attaccante. Ci sono squadre che tendono, pur difendendo secondo i principi della zona (occupazione di spazi e collaborazione reciproca) ad attaccare con pochi elementi. Altre che amano una volta recuperata palla inserimenti costanti.

Poi c’è il baricentro generale. Una squadra può apparire ad un’osservazione esterna particolarmente alta o bassa, a seconda che decida in fase di non possesso di aggredire l’avversario in qualunque punto del campo oppure di ripiegare su sé stessa, occupare spazi soltanto nella propria metà campo e lavorare sulle traiettorie di passaggio più che sul pressing vero e proprio. Cosa cambia? Ammesso che sia data per scontata la ricerca della compattezza cambia il campo che si concede all’avversario (nella sua metà campo nel caso di baricentro basso, alle spalle della propria linea difensiva nel caso di baricentro alto). Per squadre che però non vogliono o non riescono ad essere compatte può verificarsi l’ipotesi di pressione alta con difesa bassa e conseguente campo concesso tra i reparti. Ecco. Andrebbe una volta per tutte sdoganato il concetto di difensivismo da quello di baricentro. Nel senso che si può essere molto “difensivisti”, cioè esasperare la difesa della propria porta attraverso il recupero della palla, aggredendo molto alti e viceversa si può essere poco “difensivisti”, cioè accettare di difendere con meno uomini sperando di poter poi ripartire, pur non riuscendo o non volendo prendere campo con la squadra. Un esempio: il Bercellona di Guardiola aggrediva altissimo e con un buon numero di giocatori una volta persa palla, anche nella metà campo avversaria. In quei secondi la squadra era assolutamente difensivista, nel senso che badava a difendersi e soffocava l’avversario, impedendogli di fatto di giocare. Il Cagliari di Zeman nei secondi tempi delle partite spesso accusava un calo che portava la squadra a difendersi a ridosso della propria area, non rinunciando però a mantenere tre attaccanti sulla linea di centrocampo per sfruttare eventuali possibili contropiede o ripartenze che dir si voglia. Squadra bassa ma non difensivista.

L’interpretazione della fase di possesso palla, poi, può basarsi su un palleggio prolungato, fatto di trame fitte e brevi, non per forza legate al concetto di verticalità, mantenuto con l’intento di avvicinarsi alla porta avversaria tutti assieme, non perdere palla e di conseguenza far correre gli altri, preparandosi un attacco che per forza di cose dovrà essere basato su uno contro uno efficaci, combinazioni veloci o cross visto che la squadra avversaria, avendone avuto il tempo, avrà portato probabilmente tutti i suoi effettivi sotto la linea della palla a difendere la propria area e quindi la propria porta, oppure su un possesso palla più breve, orientato ad avvicinarsi nel minor tempo possibile alla porta avversaria, possibilmente giocando dietro e non davanti alla linea difensiva avversaria. Il “tiki taka” del Barcellona di Guardiola somigliava al primo. Il Napoli di Sarri somiglia decisamente più al secondo.

Il calcio, per l’appunto, cambia. E il “tiki taka” che si può riferire a quel Barcellona o alla Spagna di Del Bosque campione del mondo nel 2010 è ormai sorpassato. Come il calcio di Sacchi. O quello di Trapattoni. Di Van Gaal. Herrera o Pozzo. Perché sono riferiti a periodi passati!

Ecco perché non ha senso nell’analisi della gara Atletico-Bayern considerare la tattica adottata da Simeone come catenaccio contrapposto al tiki taka. Semplicemente perché il catenaccio non ha nulla a che vedere con il comportamento degli spagnoli in campo in fase di non possesso e Guardiola ha evoluto e velocizzato il proprio calcio, adattandolo non soltanto alle caratteristiche dei giocatori tedeschi (che evidentemente non sono quelle degli spagnoli) ma anche alle esigenze del calcio attuale, che necessità di velocità di esecuzione decisamente più elevate rispetto a quelle del primo decennio del ventunesimo secolo.

La verità è che non esiste un calcio vincente in senso assoluto e quindi un modello estendibile. Sia esso quello di Simeone o di Guardiola. Esistono vestiti da cucire su misura su quella squadra, in quel contesto, in quel periodo. E la bravura degli allenatori è proprio quella di favorire la creazione di alchimie uniche e irripetibili, che possono essere citate storicamente ma sempre riferendole ai protagonisti che le hanno rese celebri.

Non esiste un calcio vincente di Mandorlini, e nemmeno di Delneri.

Il primo ha fatto cento punti in due stagioni in serie A. Ma quest’anno con interpreti diversi non ha vinto una partita in quasi un girone di andata.

Il secondo ha fatto entrare nella storia il Chievo, non solo grazie ad una storica promozione ma anche per il calcio spettacolare che proponeva. Ma quest’anno non è riuscito a risollevare le sorti di una squadra in crisi nonostante abbia avuto più di un match point a disposizione.

Ci sono allenatori che possono ottenere scarsissimi risultati da gruppi potenzialmente competitivi. Ma difficilmente ci possono essere colleghi capaci di fare miracoli con gruppi clamorosamente…inadeguati.

22
apr 2016
AUTORE gaburro
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FORSE ERA MEGLIO LA FUSIONE

L’Hellas Verona ha salutato mestamente la serie A.

Contro il Frosinone quella che poteva essere una gara sbarazzina, giocata con leggerezza e quindi superiorità è stata incredibilmente e masochisticamente trasformata in ultima spiaggia nelle dichiarazioni della vigilia. Detto e fatto, a farsela sotto è stata ancora una volta la squadra di Delneri.

A Empoli ormai la passerella era soltanto per i padroni di casa, e le occasioni avute (da entrambe le parti, per la verità, giusto per chiarire quanto precisato dal mister nella conferenza stampa più veloce della storia) altro non hanno fatto che racchiudere in loro l’essenza di una stagione giocata da ultimi, iniziata da ultimi e finita da ultimi.

Nel frattempo al Bentegodi gli stessi ragazzi di Stellone ne prendevano ben cinque dal Chievo. Giusto per rimettere subito in chiaro i valori in campo. Giusto per far capire che nessuna grande legione aveva marciato a Verona pochi giorni prima ma solo un undici disperato e alla caccia di punti.

E’ questo confronto che ironicamente e beffardamente il campionato ci ha proposto nel giro di pochissimo tempo che deve far riflettere.

Da una parte la squadra della città che rotola verso la cadetteria e dall’altra quella del quartiere che conquista l’ennesima salvezza in serie A.

Il calcio è bello anche per questo. Non vi sono storia, tifosi o colori che possano invertire quello che la programmazione e la competenza da un lato e il campo dall’altro vanno dettando (Carpi, Frosinone, Crotone docet).

In questi giorni ripensavo alla famosa “fusione” saltata qualche anno fa. Ogni discorso identitario è legittimo, per carità. Però non so se dal punto di vista societario e tecnico le cose sarebbero andate così male per Verona. E per Verona intendo la città, la storia, i colori e tutto quello che vi piace metterci. Tanto nel giro di qualche anno non sarebbe esistito più alcun dualismo e il Verona (forse non Hellas e manco Chievo) sarebbe stato uno e uno soltanto, con un imprenditore veronese a guidarlo e con qualche idea in più a disposizione.

Per carità, so che i tifosi staranno rabbrividendo.

Ma cosa ne è uscito in cambio?

Un Chievo sempre più forte e radicato in serie A. Una realtà del calcio italiano, guidata con lungimiranza e grande conoscenza.

Un Verona che esaurita la spinta e l’entusiasmo del ritorno in A si è ripiegato su sé stesso, con una dirigenza chiaramente disaffezionata e un brand sempre più ammuffito. Un Verona che non sarebbe nulla ripartisse dalla B, ma al momento non si capisce con che società, con che premesse, con che effettivi mezzi, con che volontà.

E nessun veronese all’orizzonte sembra intenzionato ad avvicinarsi al club.

Forse qualche cinese, o arabo, o russo.

Chissà.

In nessun caso comunque sarebbe l’amore (vedi Arvedi o Martinelli) a ispirare le azioni dei suddetti, ma solo il dio denaro, che hanno imparato a fare anche quelli della diga… ma che almeno resta sul territorio e non rimpingua tasche estranee o non ben delineate. Non arricchisce, insomma, facce-fantasma.

 

13
apr 2016
AUTORE gaburro
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3.513

CAMPANE A MORTO

Campane a morto in vista. Quella di domenica contro il Frosinone rischia di diventare una gara tra retrocesse.

Probabile una vittoria del Verona. Perché? Semplice, lo ha detto lo stesso Pisano: “non si ha nulla da perdere”. Appunto. Quindi non si rischia il black out generale visto contro il Carpi. Non essendo una gara decisiva il Verona può vincerla.

Ma lo è per i ciociari, potrebbe obiettare qualcuno.

Il Frosinone in questo momento sembra lontano parente della squadra compatta e aggressiva vista fino a un mese fa. Zero gol segnati nelle ultime tre partite. Un punto nelle ultime quattro perdendo anche lo scontro diretto contro il Carpi. E’ sfasato, disunito. Ha paura. E infatti probabilmente retrocederà.

Inoltre Stellone ha fatto un errore tanto macroscopico quanto deleterio: ha perso i due difensori centrali titolari contro l’Inter sapendo che nella gara successiva avrebbe giocato al Bentegodi. Imperdonabile.

L’Hellas affronterà quindi una squadra terrorizzata e, memore delle ultime brutte figure in casa, giocherà una gara di cuore e di idee. Anzi, probabile anche la mezza goleada.

Se così non dovesse essere si sancirebbe ufficialmente quello che già tutti sanno: retrocessione e serie B. E amen.

Il problema che si pone ora è un altro: basterà battere il Frosinone per tornare in corsa?

Molto improbabile.

Primo perché Carpi-Genoa è una gara a rischio.

Secondo perché Zamparini nonostante tutto è un uomo dalle mille risorse.

Terzo: il Verona potrà fare bene in una gara che ancora non conta, ma tornerà a ingolfarsi di fronte a sfide più decisive, quando la distanza dalla quartultima dovesse ridursi ulteriormente.

Solo teorie?

Certamente. Che però scaturiscono da una lettura obiettiva di quanto visto in campo finora.

Questo sarà il campionato dei rimpianti. E pare diventarlo sempre di più.

Nell’anno di Carpi e Frosinone in serie A, del Palermo che cambia mille allenatori, della quota salvezza più bassa della storia, serviva un grandissimo impegno e un’impressionante fantasia per riuscire a sfoderare una simile pochezza tecnica.

Dopodichè vengono i miracoli.

Ma questo blog non è lo spazio adatto per affrontare questioni mistiche (campane a morto a parte).

22
mar 2016
AUTORE gaburro
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3.797

E’ ARRIVATO IL MOMENTO DI PAVANEL

Lo Tsunami si sta portando via tutto: la serie A, i proclami, i sogni e anche le scaramucce tra mandorliniani e antimandorliniani che ad un certo punto della stagione sembravano essere diventate più importanti delle sorti dell’Hellas stesso.

Chi fa l’allenatore e legge il blog credo abbia capito da tempo il mio pensiero, sia prima quando si trattava di criticare l’operato di Mandorlini, sia poi quando ad essere passato sotto il setaccio era l’operato del suo successore Delneri. Erano troppo diversi i profili, le idee base, il calcio prodotto per poter essere trattati “alla stessa maniera”. Almeno in un’analisi “tecnica”. Se invece si diventa tifosi certe diversità sfuggono e giustamente si vanno ad osservare solo i risultati, che in passato avevano arriso a Mandorlini, che quest’anno lo avevano abbandonato, che inizialmente sembravano voler pagare il cambiamento tentato e portato da Delneri e poi hanno abbandonato anche lui.

Io ho iniziato a formarmi come tecnico negli anni novanta, seguendo a Veronello per più stagioni gli allenamenti di Malesani. Poi Baldini. Quindi Prandelli. Infine Delneri. Sono gli allenatori che ho visto lavorare sul campo all’inizio del mio percorso formativo, quelli che mi sono rimasti dentro per concezione calcistica e metodo di lavoro. Non potevo rimanere impassibile di fronte alla grande chance che era stata affidata al baffo di Aquileia: dimostrare che un calcio diverso da quello che si era visto a Verona negli ultimi anni era possibile. Non migliore o più vincente, semplicemente diverso. Perché per chi vede il calcio a modo mio non se ne poteva veramente più di vedere un atteggiamento così rinunciatario, un baricentro tanto basso, una fase offensiva monotematica. Negli anni precedenti questo aveva prodotto risultati importanti ed è sempre stato sottolineato. Ultimamente non ci riusciva più ma la critica era a monte ed esulava dal risultato sportivo. Vedere, in breve tempo, la squadra muoversi in campo come a parer mio dovrebbe fare una squadra di calcio, con distanze e tempi di gioco completamente differenti, è stato un vero spasso. Certo, alcune partite sono state comunque perse (penso a Empoli o Palermo), altre hanno visto centrare qualche punto, ma la sensazione era positiva, si vedeva un po’ di calcio anche a Verona (sottolineo che per calcio intendo “mio calcio”, non voglio essere offensivo verso Mandorlini, non mi interessa). Poi il vento è cambiato, dopo il derby quello che stava prendendo le sembianze di un vero miracolo sportivo è precipitato, la squadra si è persa di nuovo, i concetti che si erano visti applicati con dedizione si sono offuscati, il pressing è calato, i limiti sono riemersi.

Il giudizio sull’ultimo Delneri non può che essere negativo. E lo scrive uno che ha una grande ammirazione verso il mister. Ma come io mi aspettavo obiettività (non sempre colta) da parte dei tifosi mandorliniani una volta in cui nemmeno i risultati assistevano più quell’idea di calcio, la pretendo da me stesso di fronte al rendimento attuale della squadra. Attenuanti ce ne sarebbero (difficile cambiare in corsa le sorti di una squadra, grossi disastri erano stati fatti d’estate, eccetera, eccetera) ma non bastano a giustificare questo crollo. Il giocattolo si è inceppato sul più bello, forse schiacciato dai suoi stessi principi base. L’imporre sempre e comunque il proprio gioco, il soffocare l’avversario, l’essere propositivi… Tutti  i dogmi del calcio delneriano si sono scontrati con la realtà, con il peso mentale che certi scontri diretti portano con loro, con l’inappellabilità dei risultati. Peccato per chi come me ama quelle idee. E peccato soprattutto per il Verona che ha visto svanire anche l’ultima speranza di restare aggrappato alla categoria.

Ancora una volta la società è riuscita a stupirmi (in negativo). Quella che il campo aveva quest’anno più volte battezzato come la “fatal Carpi” non è stata fatale per nessuno dei due tecnici che si sono avvicendati alla guida della squadra. Carpi doveva essere presa come occasione (l’ennesima) di cambiare guida tecnica in quel momento, non perché fosse colpa di Mandorlini (mai pensato e mai scritto), ma perché in quel momento il tecnico sembrava aver esaurito gli argomenti. E (non me ne voglia il maestro) doveva essere fatale anche a Delneri. Perché se la logica è difendere all’infinito l’0perato del proprio allenatore (vedi Frosinone), non si cambia mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Se invece Mandorlini ad un certo punto paga per i risultati che non arrivano si dà il La a un modo di intendere il calcio e quindi la figura dell’allenatore che fatico a condividere ma che è ormai prassi. E quindi arriva Delneri per tentare di risollevare la squadra. E quindi dopo la sconfitta interna contro il Carpi e la sua stessa ammissione in sala stampa (espressioni e “non detti” valgono più di mille parole) si è chiuso anzitempo anche il motivo della sua permanenza in gialloblu. Ha provato a raccontare una nuova “favola”, per un po’ ci è quasi riuscito, di sicuro è servito a rivitalizzare seppur brevemente l’andazzo di una stagione disgraziata, ma ora non ha più nulla da dire.

Per la verità mi aspettavo le dimissioni. Avrebbero reso onore ad un tecnico che ha già dimostrato di essere straordinario e soprattutto non avrebbero visto eclissare anche il ricordo di quella breve parentesi di discreto calcio che ci ha proposto. Le ultime giornate saranno un’agonia e solo chi è in grado di lavorare per la società disinteressatamente può reggere l’urto con la piazza e uscire sempre a testa alta. Serve un traghettatore per la B.

E’ arrivato il momento di Pavanel, è evidente. Strano che la società non se ne sia accorta…

16
mar 2016
AUTORE gaburro
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E’ FACILE PAREGGIARE A FIRENZE…

Pareggiare a Firenze è più facile che battere la Sampdoria in casa. E anche di fare risultato a Udine.

Non è un paradosso, è il calcio.

Mi rendo conto che per il tifoso sia un concetto difficile da digerire, ma se si guarda bene, è così.

La squadra di Delneri, al quale si chiedeva (e si chiede ancora) un vero miracolo (non dimentichiamo che Mandorlini ha dichiarato che era preferibile retrocedere assieme, giusto per far capire quanto lui non credesse nell’impresa) ha finora mancato gli appuntamenti più importanti, se non quelli decisivi.

Da questo punto di vista ha deluso.

Attenzione, però… La delusione è la conseguenza di un’illusione. E se è giusto sottolineare i flop contro Sampdoria e Udinese è altrettanto giusto far notare che nelle gare precedenti la squadra era cresciuta a dismisura, più nelle prestazioni che negli stessi risultati, tanto da giustificare, con le vittorie con Atalanta e Chievo e una manciata di pareggi, le aspettative concrete nei due scontri diretti successivi.

Complimenti quindi per essere almeno riusciti ad illuderci.

Poi il patatrac…

Come è possibile?

Allora hanno mollato?

Nossignori, subito dopo ecco lì il pareggio di Firenze, che poteva anche diventare vittoria.

Che confusione…

E’ vero. Potrebbe sembrare tutto un non senso. E invece una logica c’è.

Per una squadra nelle condizioni mentali del Verona, è più facile fare risultato in gare proibitive almeno sulla carta rispetto a partite da vincere ad ogni costo.

Alla fase della sorpresa verso tutti (la prima di Delneri, nonostante alcuni scivoloni casalinghi potrebbero far pensare il contrario… ma le sconfitte con Empoli e Palermo avevano mostrato una squadra decisamente superiore a quella vista di recente per intensità, spavalderia e coraggio) è seguita quella del rispetto. Ed è li che i ragazzi e il mister hanno toppato. Proprio sul più bello…

Un conto però è giocare liberi di testa, quando non hai nulla da perdere e tutto da guadagnare e un altro è gestire gare dove anche l’avversario si gioca tutto.

L’Udinese si giocava la stagione in una gara. Idem la Samp. Il Verona sono decine di partite che si gioca la stagione. E’ diverso. Perché per squadre che comunque hanno organico (almeno alla pari, a oggi, se non superiore) è più facile preparare al meglio un’unica gara.

Ma non c’è solo questo.

Delneri in quelle due gare ha peccato di presunzione. E questo non va tanto attribuito alla scelta di Fares rispetto ad Albertazzi in sé. Il concetto (come ama definirlo spesso il mister) è molto più ampio. Il Verona ha preparato e affrontato le gare di Udine e con gli uomini di Montella come partite da “asfaltare”. Come che la prestazione del derby (del primo tempo) dovesse per forza progredire in altre ancora più arrembanti che consentissero alla squadra di sovrastare atleticamente e tatticamente se non ogni avversario, almeno quelli di bassa classifica. Errore enorme.

A Udine si doveva andare per non perdere (capisco che sia contro la filosofia del mister, ma è un dato di fatto). Non ci si doveva far sopraffare dall’appetito. E con la Samp andava preparata una gara attenta, che tenesse la squadra in partita e al limite consentisse “alla lunga” di cercare colpi vincenti.

Perché ci sono anche gli avversari e non si possono ignorare.

Poi puoi anche andare a Firenze a giocartela a viso aperto. Come puoi farlo con l’Inter in casa o al Meazza contro il Milan. Perché in quelle gare non hai nulla da perdere mentre l’avversario ha solo da rimetterci.

Ecco dove il mister ha sbagliato, non nel gioco in sé (differenza palese e disarmante rispetto a prima), ma proprio in quella preparazione psicologica delle gare più importanti che lui stesso andava rivendicando come suo punto forte.

Se dichiari dopo la Samp che non sei riuscito a fare la gara che avevi preparato, significa che pensavi di poter aggredire i blucerchiati, di metterli là, di rullarli. E invece lo hanno fatto loro. Il problema non è stata quindi la loro partenza, ma la tua aspettativa. La Samp è una signora squadra, con giocatori di qualità, che si riposava praticamente da due mesi ma che andava soprattutto rispettata.

Ora arriva il Carpi. Sulla carta le caratteristiche sono esattamente quelle delle gare incriminate di recente.

Speriamo che la lezione sia servita…

 

25
feb 2016
AUTORE gaburro
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SE IL CENTRO CLASSIFICA CONTINUA A DORMIRE…

La sensazione è che nessuno se lo aspettasse. La maggior parte delle squadre che si trovano nella zona medio-bassa della classifica, appena sopra alla terzultima piazza, hanno dormito per almeno un paio di mesi. Le due genovesi, l’Atalanta e soprattutto Udinese e Palermo. Perché? Per un motivo soltanto: tutte hanno pensato che il discorso salvezza fosse chiuso.

Mai dire gatto… come diceva il Trap… se però non l’hai già nel sacco!

E infatti è accaduto l’imprevedibile. Il rallentamento del treno e quindi della media punti è stato talmente brusco che le due immediate inseguitrici, Carpi e Frosinone, mantenendo semplicemente la loro media punti sono riuscite a riavvicinarsi. Senza filotti, senza strisce prodigiose, semplicemente col loro passo. E così domenica la Sampdoria deve giocarsi uno scontro diretto in casa contro il Frosinone a meno due. Non il massimo della vita direi. Una partita che pesa quintali, dove sai che sbagliare significa inguaiarsi forse in maniera irreversibile.

E il Verona?

La squadra di Delneri in questo momento rappresenta l’ago della bilancia. Perché l’impressione è che Carpi e Frosinone da sole non siano in grado di mettere davvero pressione al centro classifica (sorpattutto se i ciociari dovessero perdere a Marassi). Se però a loro si dovessero aggiungere Toni e compagni… le cose cambierebbero.

Perché?

Perché il Verona è una squadra in salute, che corre e gioca a viso aperto sapendo di non essere inferiore agli altri. E per chi sono mesi che passeggia, non è facile trovare intensità, mentalità e cattiveria, oltre che colpi decisivi tutto di colpo. E poi perché giocare al Bentegodi non è facile per nessuno, tantomeno se quelli che potevano sembrare punti inutili (con un Verona staccato all’ultimo posto) si dovessero rivelare punti salvezza vitali. E poi tre squadre ad inseguire veramente, senza regali, abbasserebbero notevolmente la quota salvezza.

Certo, inutile dirlo, molto passerà da Udine.

Le sconfitte dicembrine hanno rallentato il processo di crescita della squadra e il relativo avvicinamento alla zona salvezza, ma sono state assorbite dalla media punti del girone di ritorno sommata alla dormita collettiva del blocco su citato. Adesso però le partite che mancano al traguardo finale sono molte di meno e  i tre punti pesano di più, specie negli scontri diretti.

E’ il momento del raccolto, come ha ribadito Delneri in conferenza stampa dopo il derby. E il raccolto non deve e non può fermarsi alla stracittadina.

Battere l’Udinese (che è in grande crisi tecnica) è indispensabile per affrontare la Sampdoria in casa con la giusta convinzione.

Anche perché proprio i friulani (con il Palermo) sono a mio avviso i principali indiziati a rimanere ancor più invischiati nei bassifondi.

Con rispetto per Carpi e Frosinone, perché quando verrà il momento di batterle, non sarà affatto scontato.

12
feb 2016
AUTORE gaburro
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L’ILLUSIONE È UN DIRITTO

Sinceramente non capisco e non condivido tutto questo disfattismo. Premesso che la società ha sbagliato praticamente tutto fino al cambio in panchina… (premessa doverosa prima di ogni considerazione)… non vedo perché perdendo a Roma diventi tutto nero e fino a prima della gara fosse tutto bianco.

1) Sì è perso a Roma con la Lazio, non in casa col Carpi. Se uno ci credeva prima della gara deve continuare a farlo anche dopo.

2) Per pressare un avversario che palleggia in quel modo serve gamba e i giocatori non l’avevano. Non vedo perché bisogna credere a Delneri se dice che può far bene a Roma e poi non credergli più quando spiega perché non ci è riuscito. Non ho visto gente svogliata (Romulo meriterebbe un capitolo a sé) ma semplicemente prima non brillante e poi stanca (oltre che tecnicamente inferiore come penso fosse prevedibile)

3) Pur essendo stati costretti dalla Lazio (non aver deciso) a stare bassi… nel primo tempo non si è concesso nulla se non campo. Anzi… due mezze occasioni le ha avute proprio l’Hellas. Per una giornata in cui non stai bene di gamba non è  male…

4) Il gol subito dopo fallo evidente allo scadere del primo tempo ha inciso enormemente sulla ripresa. Finire 0-0 la prima frazione ci stava e a livello mentale cambiava molto.

5) Sul due a uno la traversa ha salvato la Lazio.

6) Il gol del 3 a 0 era in netto fuorigioco. E col senno di poi ha inciso non poco.

7) Ciò nonostante la squadra non ha mollato, e seppur in modo disordinato si è alzata (ovviamente perché la Lazio si è abbassata e lo ha permesso). In quel momento ha segnato due gol, riaprendo la gara.

8) Sul 3-2 a un quarto d’ora falla fine poteva succedere di tutto. La frittata Romulo-Greco è stata grave perché ha impedito di capire quanto avrebbe potuto soffrire nel finale la squadra di casa.

9) Il rigore del quinto gol non fa testo.

10) Sì è giocato male, non si è riusciti a dare intensità e si è prodotto tutto questo. Come su può dire che i giocatori non ci credano o abbiano mollato???

Ora: andare a Roma contro la Lazio e trovarsi sul 3-2 a quindici minuti dalla fine in una giornata del cavolo non è poi così male. Si poteva pareggiare, è andata male.

Le esigue possibilità di salvarsi restano immutate. Si potrà lasciarsi prendere dallo sconforto se e quando la squadra sbaglierá scontri diretti in casa, non trasferte di questo tipo.

E a chi dice che ci si era illusi con Delneri rispondo… E TI PARE POCO? Certo che ci si è illusi. Ma l’illusione, quando vieni da un girone di andata come quello visto quest’anno… è un diritto del tifoso, non un errore. Perché illudersi significa continuare a sperare e quindi arrivare al pre-partita con un altro spirito. Viverla diversamente! Attualmente le probabilità di salvezza si aggirano attorno al 10-15%. Prima erano dello 0%. Non è uguale.

Quindi il lavoro di Delneri (che ogni tanto può sbagliare qualche mossa non credo sia infallibile) va valutato nel medio periodo, cercando di arrivare al rush finale al terzultimo posto e “a tiro”. Non vincendole tutte…

Se questo accadrà avrà già fatto un miracolo. Se poi salvezza non sarà ci si potrà accontentare di essersi illusi… che di questi tempi è già tanta, tanta, tanta roba.

05
feb 2016
AUTORE gaburro
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Sport

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ORA NULLA È IMPOSSIBILE

La vittoria del Verona con l’Atalanta altro non è stata che logica conseguenza delle partite precedenti e del lavoro di Delneri.

Ci sono infatti diversi tipi di vittoria.

C’è quella casuale. Quella che non meriti. Quella cinica. Quella schiacciante. Quella rubata. Quella regalata. Quella strappata e voluta.

Ecco… il Verona la vittoria, la prima agognata vittoria, l’ha soprattutto voluta.

E non a parole. E nemmeno con timore. L’ha voluta con l’atteggiamento, le scelte, le giocate, gli occhi, il cuore.

Il tifoso giustamente guarda molto a risultati e classifica e lascia influenzare da questi i propri giudizi. L’allenatore invece quando osserva una partita nota altre cose, che vanno oltre. È normale.

Ebbene, credo che ogni allenatore avesse notato il repentino cambio di tendenza poco dopo l’arrivo di Delneri. Atteggiamento tattico, altezza del pressing, distanze, verticalità della giocata, orientamento del possesso palla. Certo… I risultati non arrivavano, quindi i più sostenevano che non era cambiato niente… invece stava cambiando tutto.

La prima vittoria è come il primo bacio, non si scorda mai. E soprattutto è indispensabile affinché possano essercene altre.

Non credo che dall’esterno si possa capire cosa significhi per un gruppo non riuscire MAI a vincere. Diventa tutto più difficile, pesante, preoccupante. Ogni passaggio. Ogni cross o tiro sembra fatto con un pallone di cemento, che si appesantisce ogni settimana di più.

Per questo la vittoria con l’Atalanta è stata fondamentale. Chi dice che non fa testo perché ottenuta contro una squadra in crisi, in dieci e in rimonta… non mastica molto di calcio. Non conta come o contro chi. Conta che ci si è riusciti. I propositi si sono tramutati in fatti.

Ogni squadra basa il suo percorso stagionale su uno storico, rappresentato dalle partite giocate, che evolve e cresce sempre più.  Se in quello storico non si è mai vinto, la stagione non ha fatti, basi positive sulle quali poggiare.

E più passano i mesi e più tale assenza diventa un paradosso.

Da domenica inizia un nuovo campionato. Difficile, in salita, non vi sono dubbi. Ma nuovo.

Per questo sostengo che Mancini non potrebbe affrontare avversario peggiore. Non perché il Verona sia più forte di Napoli o Juventus.  Ma perché scendere in campo al Bentegodi in questo momento, con un pubblico del genere, contro una squadra che sa anche vincere, è affamata di punti e rinvigorita, non è semplice.

E parliamo di un Inter convalescente, forte davanti ma imbarazzante dietro, che se non piglia gol vince uno a zero, ma che se lo piglia probabilmente non vince.

Ecco perché la attaccherei, senza tanti calcoli, a testa bassa, con le gambe e con l’anima in mano.

E così credo vorrà fare Delneri.

Da questo momento in poi… nulla è impossibile.