25
dic 2016
AUTORE gaburro
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NATALE E RETORICA

È Natale.

Mi trovo sdraiato sul letto esausto, dopo un cenone a base di pesce davvero impegnativo.

Mi sento in colpa.

Per noi mangiare fino quasi a star male è normale. Siamo dei privilegiati e manco ce ne accorgiamo.

Penso che nel 2016 non dovrebbero esistere gli assedi. Penso che migliaia di bambini ad Aleppo vorrebbero anche solo sognarla una cena così.

Dai non facciamo retorica….

Mettere la bandiera tedesca sul proprio profilo Facebook sarebbe retorico al livello uno.

Ma contrapporre all’attentato di Berlino la tragedia Siriana è comunque retorico. Perché ci sono decine di altre situazioni altrettanto critiche al mondo che manco vengono raccontate.

E fare confronti tra occidente e oriente, tra integralismo islamico e integralismo del benessere, usando un cellulare, standosene beati a festeggiare il Natale tra mille confort è ancor più retorico. Se non patetico.

Allora che fare?

Vivere senza tanti giudizi. Specie verso ciò che non conosciamo.

Il mio spazio Blog si muove, seppur a rilento.

Sto seguendo poco il campionato di serie B.

Spesso vedo solo i gol e a volte manco quelli.

È per questo che non scrivo ultimamente sull’Hellas.

Non mi piace scrivere di ciò che non conosco.

Sto vivendo una stagione molto intensa con la Caronnese. Provo a star davanti anche se Pecchia per ora ci sta riuscendo più di me…

A proposito… lasciamolo lavorare! Lo dicevo questa estate e lo ribadisco ora. La B è un campionato lungo e difficile. E non è retorica!

È tardi… provo a dormire….

Non prima di aver esteso gli auguri a tutti i lettori.

Il calcio è la cosa più utile tra le cose più futili diceva qualcuno…

E allora seppur è azzardato sposare attualità e sport, cronaca internazionale e cronaca calcistica, riflessioni esistenziali e approfondimenti pallonari… concedetemi questa divagazione al tema.

Guardo il soffitto e penso alle assurdità del mondo d’oggi e… invidio chi riesce a fregarsene.

Il calcio da sempre serve a distrarsi…

E allora distraiamoci.

01
nov 2016
AUTORE gaburro
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LA GESTIONE DELLA ROSA IN SQUADRE DI VERTICE

Riflettevo in questi giorni sull’importanza di una buona gestione del gruppo nelle squadre di vertice da parte dell’allenatore. Per la verità questa è una cosa fondamentale in qualsiasi tipo di squadra (di alta o bassa classifica, di ogni categoria), ma credo che a seconda del numero dei calciatori che si potrebbero considerare “titolari” presenti nella rosa possa cambiare anche il modo con il quale l’allenatore decide la formazione di volta in volta e quindi prova a tenere “vivo” un numero sempre più alto di componenti.

La cosa non è scontata, si badi bene. Perché se tu alleni un gruppo, al suo interno individuerai dei valori e inevitabilmente nella tua testa ci sarà sempre un undici ideale. Allo stesso tempo però sai che con soli undici giocatori non andrai mai da nessuna parte e allora a quel punto devi capire in che punto e in che modo prevedere delle alternanze.

Alcune le detta il campo, perché vi sono di volta in volta infortuni, squalifiche o cali di condizione evidenti, per i quali è necessario pescare nella rosa per presentare una nuova formazione nella gara successiva.

E se le cose però vanno bene e non accade nulla? A volte può capitare che una squadra faccia buone prestazioni per più partite e raccolga ottimi risultati. A quel punto è giusto non cambiare nulla e dare continuità ad un undici di base che in quel momento si sta rivelando “il migliore”? O sarebbe più opportuno proprio in quel momento dare dei segnali chiari al gruppo facendo capire che i “titolari” sono davvero molti e non soltanto undici?

Non è semplice.

Anche perché insistere sullo stesso undici limitandosi ad aspettare i cambi dettati dal campo può voler dire accettare che qualcuno si “rilassi” nel suo ruolo da titolare (e qualcun altro si deprima stando fuori). E’ vero che di fronte ad un rilassamento si può sempre poi attingere ad altri elementi del gruppo, ma a quel punto si potrebbe obiettare che è troppo tardi, cioè che l’allenatore in quel caso non ha fatto appieno il suo lavoro, non riuscendo a prevedere quel calo magari con un cambio preventivo.

E anche l’idea che uno abbia bisogno di giocare con continuità per trovare e mantenere condizione e rendere al massimo non è scontata. Molte volte il sentirsi “sulle spine” porta a trovare risorse insperate. E quindi a rendere di più.

Dipende molto anche dal singolo giocatore, certo… dal carattere, dalla forza interiore, dalla mentalità…

Vero.

E allora che fare?

Questo è uno degli aspetti più difficili e delicati del lavoro di allenatore. Lo faccio notare ai tifosi osservando come Pecchia, ad esempio, gestisce determinati giocatori, aspettando che sia il campo a determinarne l’esclusione ed invece altri, ultimamente soprattutto i tre di centrocampo, cercando di farli sentire tutti partecipi e prevedendone l’alternanza non soltanto in base a dinamiche scontate.

Certo, i risultati aiutano. Perché star fuori non piace a nessuno e per il mister “giustificarsi”, anche tacitamente, è più semplice di fronte ad un risultato positivo.

Come sempre la verità sta nel mezzo e l’equilibrio, il tanto osannato equilibrio, finisce con il fare la differenza in positivo.

Non irrigidirsi su una rosa troppo ristretta di titolari, quindi, sfruttando però a dovere i cambi che il campo propone di suo. Con ogni tanto (non serve farlo troppo di frequente) qualche mossa a sorpresa, che dia la sensazione al gruppo che davvero chiunque potrebbe sempre partire titolare……

19
ott 2016
AUTORE gaburro
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UN FILO SOTTILISSIMO

Avevo promesso che sarei tornato a scrivere dopo Cuneo e Caratese. Che non erano due avversarie dell’Hellas ma della mia squadra.

Si parlava dell’importanza per l’allenatore di farsi seguire, non rinunciando al proprio credo ma trovando il modo giusto per farlo “passare” al gruppo…

Da allora sono cambiate diverse cose.

Ad esempio in testa al campionato di serie B c’è la squadra di Pecchia e non il Cittadella. Il Verona si è lasciato alle spalle Salernitana e Benevento e ha inanellato una serie di risultati importante, quasi sempre supportata da prestazioni convincenti. La squadra ha continuato a giocare un calcio ricercato e fluido, forse mostrando anche un po’ di quella duttilità che non si era vista nelle primissime giornate e che è indispensabile per pensare di poter recitare un ruolo da protagonista. Pazzini ha smentito un po’ tutti (me compreso) e si è messo a segnare a raffica, dimostrando probabilmente sia che bisogna aspettare sempre a dare per morto un campione (e Buffon ne sa qualcosa), sia che la differenza tra la serie A e la B è sempre più marcata. Valoti è finalmente uscito dal guscio dandomi stavolta ragione su quanto di buono avevo scritto su di lui due anni orsono (e avendolo allenato potevo permettermelo).

Anche la mia Caronnese si è messa sui binari giusti (sembra), pur impiegandoci decisamente di più.  Però i quattro gol rifilati al Voghera domenica mi hanno, seppur solo per qualche minuto, fatto sentire come l’Hellas, che di poker ne sta rifilando a destra e a manca.

E allora quel cerchio aperto con la precedente seduta di psicanalisi è sembrato chiudersi, vedendo in parallelo e con le dovute proporzioni le due squadre assumere sempre più una fisionomia marcata, una sicurezza e… un’impronta.

La Pro Vercelli si preannunica come semplice comparsa nel film della stagione gialloblu.

Altra cosa devo dire invece io riguardo la delicatezza e l’importanza della nostra sfida col Varese.

A proposito… certo… si… proprio il Varese. Quello vero.

So che pare impossibile, ma gioca in serie D.

Giusto ricordarselo quando si eccede nelle critiche a Setti& Company.

Una gara fondamentale.

Impossibile mentre sarò in campo per me non ripensare a Sogliano e ai suoi albori. E di conseguenza all’Hellas.

Un sottilissimo filo ci terrá uniti quindi in questo weekend….

 

16
set 2016
AUTORE gaburro
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SEDUTA DI PSICANALISI

Oggi faccio terapia.

Mi sdraio sul lettino e parlo ad alta voce.

Vedo il Verona soffrire più di quello che qualcuno si aspettava. Osservo Pecchia in panchina. Poi in sala stampa.

Vedo la mia squadra partire in campionato con quattro punti in due partite. Che non bastano. Quando vuoi vincere a volte nemmeno la vittoria basta. Osservo me in sala stampa. Mi riguardo il video.

Che ci sarà nella testa di Pecchia?

Non lo so.

Ma so bene cosa c’è nella mia.

Vincere è difficile. Vincere e convincere di più.

Credo che la vera abilità di un allenatore in questo senso stia proprio nello scegliere e modolificare in corsa il copione giusto per quel gruppo, quella piazza, quella dirigenza, quel pubblico.

I dogmi hanno bisogno di risultati per rafforzarsi. E creano nemici. Non si sa dove.

Meglio l’elasticità giusta. Ottenendo tutto piano piano…

4-3-3, 4-4-2, 3-5-2…

Gioco manovrato, contropiede…

Squadra alta, squadra bassa…

Tutto è relativo.

Servono risultati. Soprattutto in partenza. Il resto diventa poi conseguenza, anche la stima nell’allenatore stesso.

E non sto scrivendo che non conti portare un’idea. Non é un post da “fuori i coglioni”… o “la tattica non conta”…

Solo che penso sempre più sia fondamentale scegliere accuratamente il copione in base al contesto. E aggiornarlo. Plasmarlo. Stravolgerlo. Fino a quando risulti in sintonia con interpreti e piazza.

Non è poco. È tantissimo.

Ecco perché vincere è difficile.

Pecchia sta facendo questo? Non lo so. Lo spero. In fondo basta battere l’Avellino in casa per essere in linea con le aspettative.

E io?

Sto cercando di farlo.

Risentiamoci dopo Cuneo e Carate.

Vi dirò come è andata.

 

09
set 2016
AUTORE gaburro
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L’ULTIMO PASSAGGIO

Buon punto a Salerno.

Non perché fosse impossibile vincere, ci mancherebbe. E’ diffusa la sensazione che la squadra abbia un pelo smesso di giocare fino al pari per poi reagire nel finale. Ma si tratta di dinamiche che ricorrono sovente in una stagione calcistica, specie all’inizio.

Un punto a Salerno, in B, è sempre un buon punto. Questo è il ragionamento che invece si dovrebbe fare se si volesse ragionare su una prospettiva di promozione concreta.

Il Verona deve sfruttare a mille il fattore campo, forte di un numero di abbonati superiore ad ogni realtà cadetta. E tenere botta in trasferta.

Un aspetto mi ha colpito nelle principali azioni da goal della partita: spesso il portatore di palla ha “forzato” il tiro pur avendo altre soluzioni a disposizione.

Questo potrebbe essere visto come un difetto. E lo sarebbe, se fossimo a dicembre.

In questa fase, però, il pensiero tattico di Pecchia si sta trasmettendo gradatamente.

E la rifinitura (cioè la zona vicina all’area avversaria) è solitamente l’ultima a beneficiare di un lavoro mirato in settimana.

Per ora sono passati bene i concetti base di uscita (cioè la conquista della metà campo avversaria), compresa la rotazione dei tre centrocampisti centrali.

Imparare a rifinire è un po’ più difficile.

Quando si vede una squadra che arriva bene fino al limite e poi forza, si capisce che ha ancora margine di crescita.

Più diventeranno “scontati” i movimenti che portano a costruire l’azione, più la sfida diventerà pulire le situazioni che si sviluppano al limite dell’area avversaria.

E allora l’ultimo passaggio diventerà l’arma in più.

02
set 2016
AUTORE gaburro
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SCENARIO CHE A GIUGNO SEMBRAVA UTOPISTICO

Non me ne sono andato (per la delusione di qualcuno).

Ho smesso di scrivere quando ho capito che il calcio stava diventando gossip, non solo per colpe di chi scrive, ma anche perché il periodo estivo è risaputamente arido di notizie vere e diventa quasi sempre un inseguirsi di congetture, supposizioni, previsioni strampalate.

Ho smesso di scrivere quando io stesso ero in una fase di incertezza e non avevo ancora ben chiaro il mio futuro.

E’ stata un’estate turbolenta. Sono passato dal lasciare volutamente la mia vecchia società alla quasi certezza di non trovare una squadra. Dall’averla trovata in una piazza ambiziosa e che negli ultimi anni ha sempre fatto benissimo in D a essere quasi certo del ripescaggio il Lega Pro. Dall’imbastire un mercato e una squadra per la quarta serie a farlo per i professionisti e subito dopo a tornare a pensare a come provare a vincere nel massimo campionato dilettantistico nazionale.

Estate di alti e bassi, di stati d’animo contrastanti ma soprattutto di grande lavoro.

In tutto questo trambusto trovavo ingiusto e poco serio mettermi a ragionare sull’Hellas che sarebbe venuto.

Vi avevo lasciato con un pezzo che si intitolava “Lasciamo lavorare Pecchia”.

E non era nemmeno per il Verona un momento facile.

Tutti avevano negli occhi la stagione sciagurata appena conclusa e questo inevitabilmente si ripercuoteva sulle valutazioni che riguardavano la società e le sue scelte. E Pecchia rischiava di diventare vittima sacrificale di un meccanismo decisamente più grande di lui.

Faccio finta di aver chiuso gli occhi in quel momento e di averli riaperti soltanto ora.

Vedo una squadra dal tasso tecnico importante. Giocatori che sono rimasti di indiscusso valore (per la B) e innesti mirati e calibrati.

Vedo un undici che ha schiantato il Latina molto più di quanto il risultato stesso non dica. Un debutto in campionato che tutti bene o male sognerebbero di fare ma che nessuno solitamente riesce a centrare. Perché la prima è delicata. Non sempre i meccanismi sono rodati. Il ritiro estivo può rivelarsi anche un boomerang se non c’è intelligenza e chiarezza di idee in chi dirige la baracca. Si parte tutti da zero punti e fa caldo, i minuti nelle gambe sono pochi, le certezze meno. Dare quattro gol davanti al proprio pubblico al Latina significa dire a tutti, non soltanto a sé stessi e al proprio pubblico… NOI CI SIAMO.

Per farlo non servono fortuna o casualità. Servono valori. Tutti (anche gli avversari) hanno visto e preso atto della prestazione e del risultato emersi dal Bentegodi alla prima giornata.

La serie B è un percorso lungo e difficile. Serve continuità e capacità di vincere anche nei momenti neri.

Questo lo sanno bene Pecchia e Fusco.

E’ presto per lasciarsi andare all’ottimismo.

Passare, però, dai discorsi di giugno allo scenario attuale, quantomeno, aiuta a guardare al futuro con lucidità e fiducia.  

La società non ha smantellato.

La squadra è competitiva.

Il mister è inesperto in cadetteria ma ha una formazione tecnica alle spalle “alternativa” che se si inserisce nel contesto giusto può sbocciare.

La serie B è lunga ma tecnicamente non impossibile.

 

03
giu 2016
AUTORE gaburro
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LASCIAMO LAVORARE PECCHIA

Pure io ho sorriso inizialmente quando ho sentito che Fabio Pecchia era in corsa per la panchina dell’Hellas. E’ stata una reazione istintiva, visto che il curriculum lo ricordavo a memoria e ho sempre ammirato di più i tecnici che hanno fatto un percorso significativo e non coloro che (vedi Brocchi, Gattuso a suo tempo, Inzaghi) si ritrovano catapultati in realtà più grandi di loro avendo un nome da spendere ma essendo palesemente e irritabilmente impreparati. Sarà invidia magari, non so, fate voi.

D’altro canto ho sempre ammirato i presidenti capaci di fare qualche scommessa. Ovviamente dipende un po’ dal contesto, dagli obiettivi, dalle priorità, ma… Avere il coraggio di scardinare il sistema e impedire ai soliti noti di monopolizzare il mercato di una certa categoria è comunque ammirevole.

Prendiamo il mio caso: ho salutato il Pontisola senza avere una destinazione certa dopo aver centrato il play off ed aver chiuso a 61 punti una splendida stagione. Ho voglia di stimoli nuovi, me ne sono reso conto durante il play off a Lecco. Se arriveranno bene, sennò amen. Ogni tanto si deve pur rischiare. Ebbene… sono contento che qualche emergente abbia già trovato panchina nel mio girone. Mi riferisco ad esempio alla riconferma di Andreoletti a Seregno (27 anni, mi ricorda me alle origini) oppure alla scelta di qualche altro giovane possibile in altre piazze. E’ bello pensare che ci sia un flusso di idee e facce nuove!

Dunque: da allenatore e da uomo di calcio dico “lasciamo lavorare Pecchia”. Non partiamo prevenuti. E’ l’occasione della sua vita e per inseguirla ha lasciato un contratto certo al fianco di Benitez, non credo arriverà demotivato o distratto. Darà il massimo e non avrà la puzza sotto il naso. E questo spesso nel calcio paga.

E’ vero che il curriculum non è allettante, ma credo che passare anni a fianco di un bulldozer come Benitez in piazze di quel calibro aiuti a crescere, specie se dentro ti senti allenatore. Giusto non dimenticare che anche Mourinho inizialmente è stato un secondo.

La riflessione che mi nasce spontanea è però un’altra: e cioè che non dipenderà di certo da Pecchia e soltanto da Pecchia il buon esito della stagione. Anzi. Un Pecchia in versione superman potrebbe trasformare in oro anche il ferro di un’annata anonima pensata e progettata da altri.

Ci sono realtà (vedi il Chievo, per non andare troppo distanti), dove qualsiasi allenatore fa bene. Solo perché sono bravi a sceglierli? Può essere, ma non solo. Altre invece dove qualsiasi allenatore fa male (l’Inter???). Perché? Pensiamo dipenda solo dalla piazza, dai tifosi, dalla mediaticità???

La realtà è che è la società che fa la differenza. L’esperienza, la capacità, le risorse, le persone che compongono l’ambiente sono in grado di mettere allenatore e squadra nelle migliori o peggiori condizioni per lavorare. E in quel caso il curriculum passa in secondo piano. Contano le idee, il carattere, l’intelligenza.

Ora: è evidente che allenatori importanti per la categoria non avrebbero scelto Verona. Non dopo un confronto con la proprietà e un’idea chiara sui progetti reali. Cosa rimaneva? Non grandi nomi. Sento parlare di De Zerbi come fosse Allegri. Quest’anno ha fatto molto bene e gli auguro una carriera importante, ma se parliamo di curriculum non è che sia tanto superiore a quello di Pecchia (tre stagioni fa guidava il Darfo Boario in D, poi una stagione di passaggio a Foggia e infine questa decisamente importante, ma giocata con una rosa di primissimo livello).

Quindi? Quindi dobbiamo confidare in Pecchia. Soltanto lui è in grado di far sognare i tifosi. Non certo Setti. E probabilmente nemmeno Fusco. Si allestirà una squadra normale, si ripianeranno i debiti e si proverà a stupire. Se la scommessa verrà vinta si tornerà subito in A. Altrimenti c’è un altro anno a 15 milioni di paracadute per provarci. Piaccia o no.

02
mag 2016
AUTORE gaburro
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DA SIMEONE A GUARDIOLA, DA MANDORLINI A DELNERI (ISTRUZIONI PER L’USO)

Quanta confusione.

Ora tutti a elogiare l’esiguo uno a zero conquistato dall’Atletico contro il Bayern grazie, leggo, a una sorta di catenaccio moderno che incarnerebbe il dna del Cholo Simeone. Eppure nessuno aveva elogiato Garcia dopo le due pere subite all’Allianz Arena nel 2014 dalla sua Roma spaventata e rintanata dopo la batosta dell’andata.

I giornali sportivi dovrebbero sforzarsi di fare informazione e contribuire a migliorare la cultura nel nostro Paese. Così almeno dichiarava di voler fare la Gazzetta prima del suo recente restyling. Invece mi pare lavorino in funzione soltanto delle vendite. L’equazione è semplice: convinzioni popolari + titoli sensazionali = più copie vendute.

Peccato che le convinzioni popolari, basate sulla storia vissuta in prima persona dai lettori e quindi già di per loro “vecchie”, non si sposino affatto con l’aggiornamento, le conoscenze, le nuove terminologie, l’evoluzione dei concetti. E’ inutile sparare titoli sensazionali se poi l’immaginario collettivo è costretto a rievocare termini quali “catenaccio” e “tiki taka”. Parole che appartengono alla storia del calcio, non all’attualità. Si venderanno più giornali, non vi è dubbio, ma i lettori, che poi sono i tifosi, ma anche i dirigenti e gli addetti ai lavori del calcio, non cresceranno mai.

Il catenaccio era un modo di interpretare il gioco del calcio basato sull’idea di difendere la propria area di rigore, marcando asfissiatamente e individualmente le migliori fonti di gioco avversarie, eliminando la profondità e basando la propria fase offensiva soltanto su sporadici e a volte ficcanti contropiedi.

I suoi più celebri attuatori sono stati Nereo Rocco e Helenio Herrera. Parliamo del calcio degli anni cinquanta-sessanta.

Nel frattempo il gioco è cambiato.

Anche la più recente diatriba tra marcatura a uomo e a zona è tramontata. Non esiste più la prima se non in alcuni momenti della gara (palle inattive) o su qualche centrocampista avversario in sporadici casi. Ora tutte le squadre difendono a zona, anche se purtroppo spesso passa un’altra errata equazione: difesa a zona = possesso palla + calcio propositivo

Un’eresia. Perché la zona è un concetto difensivo, completamente scollegato dalla fase di possesso palla. Essa quindi può a sua volta essere interpretata in maniera propositiva o passiva, basata su un prolungato possesso palla oppure su un’accentuata verticalità di gioco.

Si cerchi di capire quindi che si può difendere a zona ma essere assolutamente rinunciatari, giocandosi le proprie chance di far gol con azioni veloci e sviluppate con la partecipazione di pochi compagni.

Ecco un altro aspetto che viene trascurato nelle analisi giornalistiche: il numero di giocatori che partecipano solitamente alla fase offensiva in maniera attiva, proponendosi sopra la linea della palla. Un conto infatti è vedere un difensore eseguire un lungolinea e poi rimanere al proprio posto ed un altro è vederlo inserirsi. Lo stesso vale per un centrocampista che verticalizza su un attaccante. Ci sono squadre che tendono, pur difendendo secondo i principi della zona (occupazione di spazi e collaborazione reciproca) ad attaccare con pochi elementi. Altre che amano una volta recuperata palla inserimenti costanti.

Poi c’è il baricentro generale. Una squadra può apparire ad un’osservazione esterna particolarmente alta o bassa, a seconda che decida in fase di non possesso di aggredire l’avversario in qualunque punto del campo oppure di ripiegare su sé stessa, occupare spazi soltanto nella propria metà campo e lavorare sulle traiettorie di passaggio più che sul pressing vero e proprio. Cosa cambia? Ammesso che sia data per scontata la ricerca della compattezza cambia il campo che si concede all’avversario (nella sua metà campo nel caso di baricentro basso, alle spalle della propria linea difensiva nel caso di baricentro alto). Per squadre che però non vogliono o non riescono ad essere compatte può verificarsi l’ipotesi di pressione alta con difesa bassa e conseguente campo concesso tra i reparti. Ecco. Andrebbe una volta per tutte sdoganato il concetto di difensivismo da quello di baricentro. Nel senso che si può essere molto “difensivisti”, cioè esasperare la difesa della propria porta attraverso il recupero della palla, aggredendo molto alti e viceversa si può essere poco “difensivisti”, cioè accettare di difendere con meno uomini sperando di poter poi ripartire, pur non riuscendo o non volendo prendere campo con la squadra. Un esempio: il Bercellona di Guardiola aggrediva altissimo e con un buon numero di giocatori una volta persa palla, anche nella metà campo avversaria. In quei secondi la squadra era assolutamente difensivista, nel senso che badava a difendersi e soffocava l’avversario, impedendogli di fatto di giocare. Il Cagliari di Zeman nei secondi tempi delle partite spesso accusava un calo che portava la squadra a difendersi a ridosso della propria area, non rinunciando però a mantenere tre attaccanti sulla linea di centrocampo per sfruttare eventuali possibili contropiede o ripartenze che dir si voglia. Squadra bassa ma non difensivista.

L’interpretazione della fase di possesso palla, poi, può basarsi su un palleggio prolungato, fatto di trame fitte e brevi, non per forza legate al concetto di verticalità, mantenuto con l’intento di avvicinarsi alla porta avversaria tutti assieme, non perdere palla e di conseguenza far correre gli altri, preparandosi un attacco che per forza di cose dovrà essere basato su uno contro uno efficaci, combinazioni veloci o cross visto che la squadra avversaria, avendone avuto il tempo, avrà portato probabilmente tutti i suoi effettivi sotto la linea della palla a difendere la propria area e quindi la propria porta, oppure su un possesso palla più breve, orientato ad avvicinarsi nel minor tempo possibile alla porta avversaria, possibilmente giocando dietro e non davanti alla linea difensiva avversaria. Il “tiki taka” del Barcellona di Guardiola somigliava al primo. Il Napoli di Sarri somiglia decisamente più al secondo.

Il calcio, per l’appunto, cambia. E il “tiki taka” che si può riferire a quel Barcellona o alla Spagna di Del Bosque campione del mondo nel 2010 è ormai sorpassato. Come il calcio di Sacchi. O quello di Trapattoni. Di Van Gaal. Herrera o Pozzo. Perché sono riferiti a periodi passati!

Ecco perché non ha senso nell’analisi della gara Atletico-Bayern considerare la tattica adottata da Simeone come catenaccio contrapposto al tiki taka. Semplicemente perché il catenaccio non ha nulla a che vedere con il comportamento degli spagnoli in campo in fase di non possesso e Guardiola ha evoluto e velocizzato il proprio calcio, adattandolo non soltanto alle caratteristiche dei giocatori tedeschi (che evidentemente non sono quelle degli spagnoli) ma anche alle esigenze del calcio attuale, che necessità di velocità di esecuzione decisamente più elevate rispetto a quelle del primo decennio del ventunesimo secolo.

La verità è che non esiste un calcio vincente in senso assoluto e quindi un modello estendibile. Sia esso quello di Simeone o di Guardiola. Esistono vestiti da cucire su misura su quella squadra, in quel contesto, in quel periodo. E la bravura degli allenatori è proprio quella di favorire la creazione di alchimie uniche e irripetibili, che possono essere citate storicamente ma sempre riferendole ai protagonisti che le hanno rese celebri.

Non esiste un calcio vincente di Mandorlini, e nemmeno di Delneri.

Il primo ha fatto cento punti in due stagioni in serie A. Ma quest’anno con interpreti diversi non ha vinto una partita in quasi un girone di andata.

Il secondo ha fatto entrare nella storia il Chievo, non solo grazie ad una storica promozione ma anche per il calcio spettacolare che proponeva. Ma quest’anno non è riuscito a risollevare le sorti di una squadra in crisi nonostante abbia avuto più di un match point a disposizione.

Ci sono allenatori che possono ottenere scarsissimi risultati da gruppi potenzialmente competitivi. Ma difficilmente ci possono essere colleghi capaci di fare miracoli con gruppi clamorosamente…inadeguati.

22
apr 2016
AUTORE gaburro
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FORSE ERA MEGLIO LA FUSIONE

L’Hellas Verona ha salutato mestamente la serie A.

Contro il Frosinone quella che poteva essere una gara sbarazzina, giocata con leggerezza e quindi superiorità è stata incredibilmente e masochisticamente trasformata in ultima spiaggia nelle dichiarazioni della vigilia. Detto e fatto, a farsela sotto è stata ancora una volta la squadra di Delneri.

A Empoli ormai la passerella era soltanto per i padroni di casa, e le occasioni avute (da entrambe le parti, per la verità, giusto per chiarire quanto precisato dal mister nella conferenza stampa più veloce della storia) altro non hanno fatto che racchiudere in loro l’essenza di una stagione giocata da ultimi, iniziata da ultimi e finita da ultimi.

Nel frattempo al Bentegodi gli stessi ragazzi di Stellone ne prendevano ben cinque dal Chievo. Giusto per rimettere subito in chiaro i valori in campo. Giusto per far capire che nessuna grande legione aveva marciato a Verona pochi giorni prima ma solo un undici disperato e alla caccia di punti.

E’ questo confronto che ironicamente e beffardamente il campionato ci ha proposto nel giro di pochissimo tempo che deve far riflettere.

Da una parte la squadra della città che rotola verso la cadetteria e dall’altra quella del quartiere che conquista l’ennesima salvezza in serie A.

Il calcio è bello anche per questo. Non vi sono storia, tifosi o colori che possano invertire quello che la programmazione e la competenza da un lato e il campo dall’altro vanno dettando (Carpi, Frosinone, Crotone docet).

In questi giorni ripensavo alla famosa “fusione” saltata qualche anno fa. Ogni discorso identitario è legittimo, per carità. Però non so se dal punto di vista societario e tecnico le cose sarebbero andate così male per Verona. E per Verona intendo la città, la storia, i colori e tutto quello che vi piace metterci. Tanto nel giro di qualche anno non sarebbe esistito più alcun dualismo e il Verona (forse non Hellas e manco Chievo) sarebbe stato uno e uno soltanto, con un imprenditore veronese a guidarlo e con qualche idea in più a disposizione.

Per carità, so che i tifosi staranno rabbrividendo.

Ma cosa ne è uscito in cambio?

Un Chievo sempre più forte e radicato in serie A. Una realtà del calcio italiano, guidata con lungimiranza e grande conoscenza.

Un Verona che esaurita la spinta e l’entusiasmo del ritorno in A si è ripiegato su sé stesso, con una dirigenza chiaramente disaffezionata e un brand sempre più ammuffito. Un Verona che non sarebbe nulla ripartisse dalla B, ma al momento non si capisce con che società, con che premesse, con che effettivi mezzi, con che volontà.

E nessun veronese all’orizzonte sembra intenzionato ad avvicinarsi al club.

Forse qualche cinese, o arabo, o russo.

Chissà.

In nessun caso comunque sarebbe l’amore (vedi Arvedi o Martinelli) a ispirare le azioni dei suddetti, ma solo il dio denaro, che hanno imparato a fare anche quelli della diga… ma che almeno resta sul territorio e non rimpingua tasche estranee o non ben delineate. Non arricchisce, insomma, facce-fantasma.

 

13
apr 2016
AUTORE gaburro
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CAMPANE A MORTO

Campane a morto in vista. Quella di domenica contro il Frosinone rischia di diventare una gara tra retrocesse.

Probabile una vittoria del Verona. Perché? Semplice, lo ha detto lo stesso Pisano: “non si ha nulla da perdere”. Appunto. Quindi non si rischia il black out generale visto contro il Carpi. Non essendo una gara decisiva il Verona può vincerla.

Ma lo è per i ciociari, potrebbe obiettare qualcuno.

Il Frosinone in questo momento sembra lontano parente della squadra compatta e aggressiva vista fino a un mese fa. Zero gol segnati nelle ultime tre partite. Un punto nelle ultime quattro perdendo anche lo scontro diretto contro il Carpi. E’ sfasato, disunito. Ha paura. E infatti probabilmente retrocederà.

Inoltre Stellone ha fatto un errore tanto macroscopico quanto deleterio: ha perso i due difensori centrali titolari contro l’Inter sapendo che nella gara successiva avrebbe giocato al Bentegodi. Imperdonabile.

L’Hellas affronterà quindi una squadra terrorizzata e, memore delle ultime brutte figure in casa, giocherà una gara di cuore e di idee. Anzi, probabile anche la mezza goleada.

Se così non dovesse essere si sancirebbe ufficialmente quello che già tutti sanno: retrocessione e serie B. E amen.

Il problema che si pone ora è un altro: basterà battere il Frosinone per tornare in corsa?

Molto improbabile.

Primo perché Carpi-Genoa è una gara a rischio.

Secondo perché Zamparini nonostante tutto è un uomo dalle mille risorse.

Terzo: il Verona potrà fare bene in una gara che ancora non conta, ma tornerà a ingolfarsi di fronte a sfide più decisive, quando la distanza dalla quartultima dovesse ridursi ulteriormente.

Solo teorie?

Certamente. Che però scaturiscono da una lettura obiettiva di quanto visto in campo finora.

Questo sarà il campionato dei rimpianti. E pare diventarlo sempre di più.

Nell’anno di Carpi e Frosinone in serie A, del Palermo che cambia mille allenatori, della quota salvezza più bassa della storia, serviva un grandissimo impegno e un’impressionante fantasia per riuscire a sfoderare una simile pochezza tecnica.

Dopodichè vengono i miracoli.

Ma questo blog non è lo spazio adatto per affrontare questioni mistiche (campane a morto a parte).