20
ago 2017
AUTORE micheloni
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VERONA-NAPOLI: RIMORSI E RIMPIANTI

“Meglio vivere di rimorsi che di rimpianti”.

Vi siete mai chiesti cosa significhi realmente?
Il rimorso è il pentimento ad una azione, magari sbagliata che abbiamo compiuto e che col senno di poi non rifaremmo.
Il rimpianto è invece un sentimento più difficile da descrivere perché è la presa di coscienza che avremmo voluto o dovuto compiere un’azione ma non lo abbiamo fatto.

Tra i due, il rimorso lascia comunque una certezza (go proá ma l’è ndà mal), il rimpianto invece un dubbio (e se gavese proà?).
Il primo lascia conseguenze (negative ovviamente), il secondo solo una miriade di ipotesi destinate a rimanere in eterno senza risposta.
Che c’entra tutto questo con la partita Verona-Napoli?

Alzi la mano chi nel leggere la formazione iniziale gialloblù non ha pensato che Pecchia fosse improvvisamente impazzito.
Fuori Zuculini e Fossati, per Zaccagni e Buchel, ma soprattutto fuori il Pazzo, il solo e al momento unico attaccante dell’Hellas, a favore di un “falso nueve” (prima Bessa, poi Cerci).
Alzi la mano anche chi però nel vedere un Napoli di certo superiore imbrigliato per la prima mezz’ora nel suo sterile tiki taka (2 tiri ben parati da Nicholas ma sempre da azioni viziate da errori/regali dei nostri centrocampisti), non ha pensato che forse Pecchia non avesse poi tanto sbagliato gli undici iniziali.

L’autogol di Souprayen (molto belle le farfalle prese da Nicholas in occasione della sua sciagurata uscita) ha rotto i piani di Pecchia e il secondo gol (nato da un errato disimpegno di Rómulo) ha praticamente segnato la partita a favore dei partenopei.

In fin dei conti se ci si pensa bene la differenza tra un campione e un buon giocatore non la fa solo la classe ma anche e soprattutto la capacità di ridurre al minimo gli errori. Meno campioni più errori, più errori più gol subiti.

Ma ecco che oltre la metà del secondo tempo e addirittura sotto di 3 gol, entra Pazzini.
Rigore-gol, espulsione e Napoli in 10. E mancano meno di dieci alla fine.

Azz… nooo questo no. Non ci voleva proprio.
Perché ora lo so, tutti a dire che se si partiva con Pazzini (e magari B. Zuculini) sarebbe stata un’altra partita, che saremmo stati pericolosi (evito il “più pericolosi” perché nel primo tempo non lo siamo stati assolutamente).
Che tutto sto tatticismo per prendere tre gol, tanto valeva giocarsela apertamente che uno o due in più sempre sconfitta era.

Eh si, Verona-Napoli prima di campionato 2017/18 lascerà molti rimpianti dietro di se… ma rassegnatevi, nessuna certezza che non sia l’1-3 finale.
Nè che con Pazzini sarebbe stato diverso in positivo nè in negativo, (le goleade con risultati tennistici del Napoli di Sarri sono state tutte contro squadre che se la sono giocata apertamente).

L’Hellas di oggi è evidentemente incompleto (lo sanno bene Setti e Fusco), non è al 100% atleticamente parlando, ha molti buoni giocatori che partita dopo partita si spera tornino grandi giocatori quali sono stati.
È un Verona “working progress” insomma, chiamato subito a guardare avanti, ovvero al Crotone.

Perché se è vero che con i “ma” non si va da nessuna parte, con i “se” si rischia di andare addirittura indietro.

Se Pecchia, se Pazzini, Se… se… se… “se me nono el gavea le rue l’era na cariola”.

P.S.
Mi permetto solo un appunto su Capitan Pazzini.
Pecchia può anche aver sbagliato a lasciarlo fuori (anche se tatticamente ci sta se vuoi pressare il regista avversario con la prima punta e la tua unica prima punta ha 35 anni e poca propensione ai chilometri) ma un campione del suo livello, nonchè Capitano dell’Hellas Verona, non si deve permettere certi atteggiamenti irrispettosi nei confronti del suo allenatore.
È la seconda volta che accade. Così si delegittima il tecnico agli occhi di tutti (giocatori e tifosi). Spero vivamente si scusi con i compagni e con il Mister.
I BRUTTI CAMMINI NON SONO MAI SEGNATI DALLE SCONFITTE MA DALLA DISISTIMA NEI CONFRONTI DEL PROPRIO CONDOTTIERO.

18
ago 2017
AUTORE micheloni
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615

LE SCOMMESSE DELL’HELLAS NEL CALCIO CHE CAMBIA

Mai come oggi il calcio vive di un contrasto unico e paradossale.
Da una parte le grandi squadre, in gran parte a proprietà straniera, lanciate in acquisti mirabolanti e ingaggi proibitivi.

Dall’altra le società diciamo normali, alle quali, mancando grandi capitali da spendere, non resta che affidarsi a scambi di giocatori e acquisti per lo più a parametro zero o dal cartellino svalutato causa recenti infortuni o annate negative.
Il tutto riassumibile in un’unica parola: “Scommessa”.
Scommessa è investire su un calciatore reduce da un grave infortunio, in quanto non vi è alcuna garanzia di totale e completo recupero e ritorno ad alti livelli.
Come è pure una scommessa puntare su calciatori anche importanti che per diversi motivi si sono persi per strada e arrivano al seguito di stagioni anonime o peggio ancora disastrose.
Altra scommessa è investire sui giovani, spesso acerbi e non pronti per la massima serie, o ancora su calciatori che bene hanno figurato nelle categorie minori ma che devono ancora dimostrare di valere la serie A.

A ben guardare la nostra rosa, tolti Pazzini e Rómulo al momento integri e con un passato di tutto rispetto in serie A, il resto è davvero una grande, enorme scommessa.

Scopriamo infatti che tra infortunati (Bianchetti, Albertazzi e Franco Zuculini), recuperati da infortuni più o meno gravi (Hertaux, Cerci, Cherubin, Caceres, Brosco), neofiti della serie A (Nicholas, Caracciolo, Verde, Fossati, Bessa, Bruno Zuculini, Ferrari, Silvestri), e giovani promesse (da Zaccagni a Felicioli e i tanti Primavera ) le incognite sono tante… forse troppe.
Ad essere sinceri non è che altre squadre al nostro livello chiamate a salvarsi abbiano fatto ad oggi campagne acquisti mirabolanti e straordinarie.
Anche lì le scommesse di ogni genere abbondano.
È pensiero comune tra i tifosi che Setti non voglia spendere in sede di mercato per rinforzare la squadra.
Personalmente rifuggo dai luoghi troppo comuni, preferendo spremere un po’ del mio arrugginito cervello per fare qualche ragionamento spesso eluso dai più.
Sapete quanto giocatori sono a carico del Verona pur indisponibili da tempo o che fallite le molte chances avute,difficilmente saranno utili in prospettiva campionato 2017/18?
Sarebbero molti di più ma mi limito a citarne 5, Bianchetti, Albertazzi e Fares, ai quali aggiungo i rientri dai prestiti quali Laner e Gonzales. (Al 31/08 probabilmente saranno altrove ma ora come ora sono al Verona)
Fate due conti e scoprirete che il totale degli ingaggi di questi 5 calciatori al lordo fa qualche milioncino di euro che grava sulle spalle della Società.
Soldi che potrebbero essere altrimenti utili in sede di mercato. Giusto?
Mi risulta poi difficile immaginare la risoluzione del contratto di Juanito Gomez senza una buonuscita a suo favore.
Così come i trasferimenti in prestito ad altre squadre di molti giocatori senza parte dell’ingaggio a carico dell’Hellas.
E sono quindi altri soldi che se ne vanno senza tornaconto che non siano lo snellimento della rosa e un leggero abbassamento del monte ingaggi.
Tutti comunque scritti in rosso sotto la voce “perdite”.
È solo un ragionamento ma ritengo più che attendibile, capace di spiegare come una certa politica sinora adottata, ovvero contratti troppo lunghi e particolatmente onerosi (complice una bella dose di sfiga in quanto ad infortuni), rappresenti una voce di spesa improduttiva in termini sportivi, quanto di svalutazione patrimoniale in termini economici.
Troppe infatti le variabili fisiche e tecniche che possono trasformare un ipotetico investimento capace di creare plusvalenze, in un peso passivo che sommato ad altri diventa un handicap altamente invalidante in chiave presente e futura.
Ecco perché in cuor mio spero che Fusco riesca in primis a vendere, a titolo definitivo o in prestito poco importa, purchè venda… il solo modo per recuperare budget da destinare agli ingaggi dei nuovi acquisti, il cui problema spesso non è tanto la formula con cui arrivano, quanto appunto la sostenibilità dei loro stipendi.

Nella speranza però che il tempo delle scommesse sia finito e chi arriverà sia a tutti gli effetti integro fisicamente, affidabile tecnicamente e pronto da subito alla battaglia.

Voglio quindi aver fiducia… scommetterò sulla salvezza del Verona… quanto puntare però lo deciderò il 1 Settembre, perché “fidarsi è bene e … … ”

P.S.
Il bello del calcio mercato è la capacità di smentire in pochi minuti qualsiasi teoria…compresa la presente. Cosa che mi auguro vivamente.

18
ago 2017
AUTORE micheloni
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Mai come oggi il calcio vive di un contrasto unico e paradossale.
Da una parte le grandi squadre, in gran parte a proprietà straniera, lanciate in acquisti mirabolanti e ingaggi proibitivi.

Dall’altra le società diciamo normali, alle quali mancando grandi capitali da spendere, non resta che affidarsi a scambi di giocatori e acquisti per lo più a parametro zero o dal cartellino svalutato da recenti infortuni o annate negative.

Il tutto riassumibile in un’unica parola: “Scommessa”.

Scommessa è investire su un calciatore reduce da un grave infortunio, in quanto non vi è alcuna garanzia di totale e completo recupero e ritorno ad alti livelli.

Come è pure una scommessa puntare su calciatori anche importanti che per diversi motivi si sono persi per strada e arrivano al seguito di stagioni anonime o peggio ancora disastrose.

Altra scommessa è investire sui giovani, spesso acerbi e non pronti per la
massima serie, o ancora su calciatori che bene hanno figurato nelle categorie minori ma che devono ancora dimostrare di valere la serie A.

A ben guardare la nostra rosa, tolti Pazzini e Rómulo al momento integri e con un passato di tutto rispetto in serie A, il resto è davvero una grande, enorme scommessa.

Scopriamo infatti che tra infortunati (Bianchetti, Albertazzi e Franco Zuculini), recuperati da infortuni più o meno gravi (Hertaux, Cerci, Cherubin, Caceres, Brosco), neofiti della serie A (Nicholas, Caracciolo, Verde, Fossati, Bessa, Bruno Zuculini, Ferrari, Silvestri), e giovani promesse (da Zaccagni a Felicioli e i tanti Primavera ) le incognite sono tante… forse troppe.

Ad essere sinceri non è che altre squadre al nostro livello chiamate a salvarsi abbiano fatto ad oggi campagne acquisti mirabolanti e straordinarie.

Anche lì le scommesse di ogni genere abbondano.

È pensiero comune tra i tifosi che Setti non voglia spendere in sede di mercato per rinforzare la squadra.
Personalmente rifuggo dai luoghi troppi comuni preferendo spremere un po’ del mio arrugginito cervello per fare qualche ragionamento spesso eluso dai più.

Sapete quanto giocatori sono a carico del Verona pur da tempo indisponibili o che fallite le molte chances avute difficilmente saranno utili in prospettiva campionato 2017/18?

Sarebbero molti di più ma mi limito a citarne 5, Bianchetti, Albertazzi e Fares, ai quali aggiungo i rientri dai prestiti quali Laner e Gonzales. (Al 31/08 probabilmente saranno altrove ma ora come ora sono al Verona)

Fate due conti e scoprirete che il totale degli ingaggi di questi 5 calciatori al lordo fa qualche milioncino di euro che grava sulle spalle della Società.
Soldi che potrebbero essere altrimenti utili in sede di mercato. Giusto?

Mi risulta poi difficile immaginare la risoluzione del contratto di Juanito Gomez senza una buonuscita a suo favore.
Così come i trasferimenti in prestito ad altre squadre di molti giocatori senza parte dell’ingaggio a carico dell’Hellas.

E sono quindi altri soldi che se ne vanno senza tornaconti che non siano lo snellimento della rosa e un leggero abbassamento del monte ingaggi.
Tutti comunque scritti in rosso sotto la voce “perdite”.

È solo un ragionamento ma ritengo più che attendibile, capace di spiegare come una certa politica sinora adottata, contratti lunghi e onerosi (e una bella dose di sfiga in quanto ad infortuni), rappresenti una voce di spesa improduttiva in termini sportivi quanto di svalutazione patrimoniale in termini economici.

Troppe infatti le variabili fisiche e tecniche che possono trasformare un ipotetico investimento capace di creare plusvalenze, in un peso passivo che sommato ad altri diventa un handicap altamente invalidante in chiave presente e futura.

Ecco perché in cuor mio spero che Fusco riesca in primis a vendere, a titolo definitivo o in prestito poco importa, purchè venda… il solo modo per recuperare budget da destinare agli ingaggi dei nuovi acquisti, il cui problema spesso non è tanto la formula con cui arrivano, quanto appunto la sostenibilità dei loro stipendi.

Nella speranza però che il tempo delle scommesse sia finito e chi arriverà sia a tutti gli effetti integro fisicamente, affidabile tecnicamente e pronto da subito alla battaglia.

Voglio quindi aver fiducia… scommetterò sulla salvezza del Verona… quanto puntare però lo deciderò il 1 Settembre, perché “fidarsi è bene e … … ”

P.S.
Il bello del calcio mercato è la capacità di smentire in pochi minuti qualsiasi teoria…compresa la presente. Cosa che mi auguro vivamente.

15
ago 2017
AUTORE micheloni
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845

MALATI DI HELLAS

Dopo diversi post in cui ho aperto il cuore alle mie emozioni ho deciso di buttarla sul goliardico (ma gnanca più de tanto).
Parlerò infatti di una “malattia” chiamata “Sindrome Integralista Degenerativa da Hellas Verona” di cui sono affetto dalla nascita e che come una pandemia ha contagiato migliaia di tifosi gialloblù.
Tutti, chi più chi meno, siamo infatti “malà dell’Hellas”… e ognuno a modo suo esterna in forme diverse le follie più singolari che tale patologia comporta.
Sono certo sarà stimolante ricevere in risposta le vostre, quanto accattivante raccontarvi (alcune) delle mie.
La raccomandazione, che vale anche da premessa, è di prendere il tutto con la giusta leggerezza, un bel sorriso e l’ironia degli sfottò calcistici che non hanno mai fatto male a nessuno.

- Senza andare troppo indietro… 10 anni fa nasce mio figlio e arriva il momento di cantargli una ninna nanna (avanti e indrìo par la camara sperando che el sera i oci).
Odiando io la ninna nanna più idiota che esista “ninna nanna ninna oh, questo bimbo a chi lo do…” (ma come… te l’è pena fato, vuto sa darlo via?) e non conoscendone altre, ecco d’incanto uscirmi una ninna nanna gialloblù che consiglio e garantisco essere molto efficace, a patto di sussurrarla a bassa voce (cunando el buteleto): “Hellas, Hellas, quando in campo scenderai…”
Provate… ha effetti straordinari (se el pianse forte però no metarve a urlar come al Binti par averghela vinta sul bocia… piuttosto provate con la meno neniosa “ninanana ninanana eh, mi è sembrato di sentire Verona, Verona, ninanana… ).

- Un giorno ad una cena con persone di un certo livello e parlando di argomenti attuali quanto delicati, un commensale mi chiede: e se suo figlio le confessasse di essere gay cosa gli risponderebbe? – “Gli direi, tranquillo, siediti qui con papà e parliamone” –
Dopo i primi sorrisi di compiacimento generale alle mie parole, ho quindi aggiunto; ” se però mi dice che tifa Chievo o Rubentus… el pol ciamar el telefono azuro, rosa o gialoblù, ma lo sbato fora de casa anca se l’è minorenne”. (data la classe e ceto sociale dei presenti, direi…”un figuròn”)
Per fortuna mio figlio Manuel è cresciuto “Nel Nome dell’Hellas, del Verona e dello Spirito Gialloblù” e ha imparato talmente bene i dogmi del tifoso del Verona che un giorno vengo fermato dalla sua maestra delle elementari (frequentava la seconda), che mi dice: “Mi meraviglio di lei Sig. Micheloni. Ieri siamo andati in gita e abbiamo fatto un picnic su un prato. Notato che suo figlio però mangiava da solo in disparte, alla domanda se ci fosse qualcosa che non andava, sa cos’ha risposto? Che nel gruppo c’era un bambino di un’altra classe con cappellino e marsupio della Juve e che suo papà (cioè lei) gli ha detto che bisogna star lontani almeno 10 metri da quelli lì che sono dei ladri e per di più contagiosi… ma si rende conto? Parliamo di un bambino di 7 anni”.
Si la capisco – le ho risposto un po’ imbarazzato -ma consideri che proprio perché ha solo 7 anni non potevo certo raccontargli l’interminabile elenco di sfighe che comporta il frequentare i gobbi Agnellidiscendenti. (sarcasmo come prevedevo non colto dalla maestra).
Il top è arrivato però tre giorni dopo. Stessa maestra: “Mi scusi ancora Sig. Micheloni, suo figlio ha detto che non ha cugini, le sembra possibile? – “confermo maestra, mio figlio non ha cugini, e se li ha son dell’Hellas”. Per fortuna (della maestra) ci siamo poi trasferiti in altra città.

- Io sono talmante “malato” che quando per andare alla Bassona in macchina taglio per il lungo Canal Camuzzoni, trattenendo puntualmente il fiato all’altezza del cartello Chievo e respirando una media di tre sole volte prima di uscirne (quattro col semaforo rosso). Ci tengo alla salute e certa aria è preferibile non respirarla… o quanto meno, respirarla poco.

- Sono talmente malato che un Natale di alcuni anni fa, un amico si è presentato a casa mia con il pandoro prodotto dalla ditta del presidente clivense. Ho fatto entrare lui e buttato il pandoro in giardino tra lo sbigottimento dei presenti. (è stato poi donato ai poveri della parrocchia che però essendo quasi tutti dell’Hellas l’hanno girato a loro volta ai Rom che per paura di raid ultrà lo hanno dato alle galline… che hanno fatto le uova da cui sono nati i pulcini… gialli? no bianco-azzurri (come i veri colori sociali della squadra del paròn del pandoro).
Si, lo ammetto come padre-tifoso non sarò certamente il massimo in quanto ad esempio, ma garantisco che l’altra metà di me (quella razionale e intellettualmente onesta) non ha mai mancato di riconoscere in ogni occasione i meriti alla squadra della Diga (o “in fondo a Via Galvani”, che dir si voglia) che grazie a persone serie e preparate a livello dirigenziale (quello che è mancato e in parte manca ancora oggi a noi dell’Hellas) merita a pieno titolo di essere dov’è. (ritornassero colori e simboli ai legittimi proprietari aumenterebbero a mio avviso di credibilità e rispetto… a partire da me).
Per decenza ho evitato di raccontare gli eccessi a cui tale patologia mi ha portato, in quanto considerati poco edificanti in primis dal sottoscritto che li ha compiuti. (tra questi il più deprecabile è stato sicuramente “ciocàr a parole” con un’anziana signora al seguito della figlia abbonata del Verona, colpevole di aver esultato in modo eccessivo quando sul tabellone è apparso il vantaggio esterno del Chievo in serie A (mentre noi si era in svantaggio in casa in Lega Pro)… e al proposito colgo l’occasione per scusarmi ancora in questa sede con la figlia per la maleducazione dimostrata.

Insomma avrete capito che tanto normale a causa di questa “Sindrome Integralista Degenerativa da Hellas Verona” non sono.
Mi sono quindi rivolto ad un anziano psicanalista esperto in materia.
Ma niente da fare… l’era sta in gioventù un butel de la curva e a dirla tutta, l’era quasi quasi più malà de mi.

Referto: INGUARIBILE

09
ago 2017
AUTORE micheloni
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939

EROI GIALLOBLÙ

Ognuno di noi ha la sua personale interpretazione del concetto di “eroe”. Anche in fatto di calcio, e nello specifico del Verona Hellas.
Ma chi sono realmente gli Eroi Gialloblù?
A qualcuno verrà spontaneo sciorinare l’intera rosa del mitico Verona Campione d’Italia ’84-’85… o ancora grandi calciatori e allenatori che hanno legato la loro storia sportiva ai successi in Gialloblù.
Con tutto il rispetto per Elkjaer, Galderisi & Co. il mio concetto di eroe è ben diverso dall’immaginario collettivo della maggior parte delle persone.
Per me l’eroe è colui che mette se stesso in secondo piano rispetto ad un evento, una situazione, un pericolo, un fine.
Magari come spesso purtroppo succede, rimettendoci anziché guadagnarci.
Ecco perché il mio ideale di eroe Gialloblù risponde al nome di Giovanni Martinelli.
Ci voleva tutto l’amore per l’Hellas per prendere la Società nel momento più buio della sua gloriosa storia. Ereditare i danni incalcolabili dell’era Pastorelliana passando dal compianto, quanto purtroppo ingenuo, Conte Arvedi.
Martinelli è mio eroe perché troppo facile sarebbe stato perseguire la fusione proposta da Campedelli ed evitare un dissanguamento di parte dei suoi beni personali.
Una volta compreso il totale dissenso da parte dell’intera tifoseria gialloblù egli non ha tuttavia esitato a rispondere “rifiuto l’offerta e vado avanti”.
Egli ha evitato negando la fusione il peggiore quanto imperdonabile errore in 114 anni oggi di vita sportiva del Verona Calcio.
In quanto ad allenatori anche qui ho il mio concetto di eroi.
Lo è Osvaldo Bagnoli, per la rabbia e l’orgoglio con cui pronunciò l frase ” Se cercate i ladri sono nell’altro spogliatoio” rivolta ai carabinieri al termine del “furto” juventino nel ritorno di Coppa Campioni a porte chiuse, con la regia dell’arbitro Wurtz.
Lo è anche Andrea Mandorlini… che scegliendo di rimettersi in gioco dalla Serie C ha affrontando a testa alta l’arroganza intimidatoria dei campi più caldi del sud. Colui che più di ogni altro ha incarnato l’anima della parte più calda della tifoseria. (ndr. È risaputa al riguardo la mia personale idiosincrasia per l’uomo e allenatore Mandorlini, ma l’onestà intellettuale mi impone di riconoscerne i meriti quali quelli appena descritti oltre ai risultati innegabili che ne hanno fatto uno degli allenatori più vincenti della storia Gialloblù … sul gioco e sagacia tattica resto coerentemente con quanto da sempre espresso).
Parlando di calciatori sarebbero molti a meritare l’appellativo di eroe. Io ne ho scelti tre e ognuno per una diversa ragione.
Juanito Gomez, una vita in gilloblu, dalle stalle degli anni bui alle stelle della ritrovata serie A. Mai una polemica. Mai una parola fuori posto. Ha sputato l’anima nella lunga parentesi Mandorliniana. È l’emblema del “mai arrendersi” e i due gol siglati al Bentegodi nei minuti di recupero di due finali di stagione contro la stellare Juventus ne sono l’emblema.

Adrian Mutu, il solo nello spogliatoio di Piacenza a versare una lacrima per una retrocessione assurda e solo apparentemente inspiegabile.
Ma anche il solo che ebbe il coraggio di dire NO alla proposta di Pastorello di firmare la liberatoria nonostante non fosse stato pagato dallo stesso quando dovuto ai giocatori. Grazie a lui tutti i compagni (compreso alcuni mercenari) percepirono tutti gli arretrati di lì a un mese.

In ultimo, ma primo della mia lista, un giocatore che ha rischiato con il suo comportamento schivo ad oltranza di finire addirittura nel dimenticatoio degli artefici del tricolore. Mai ad una festa, mai un’intervista, mia alle commemorazioni, anche le più importanti come quella dei 110 anni dell’Hellas Verona in Arena.
Ha vinto uno scudetto e si è ritirato a vita privata, come se il calcio e quel successo storico fossero null’altro che una breve parentesi della sua vita.
L’uomo è la sua felicità… prima di tutto, anche della gloria.
Il mio eroe gialloblù ha quindi il silenzioso, timido e quasi burbero volto di Mauro Ferron.
Colui che fermò i più grandi attaccanti del mondo che militavano nel campionato italiano e una volta vinto lo scudetto disse “basta”. Basta col calcio e la popolarità.
Qualcuno ha magari visto nel suo disertare tutti gli eventi commemorativi una qual mancanza di rispetto per il Verona e i suoi tifosi.
Non so perché ma con un po’ di romanticismo io la vedo all’opposto, ovvero come il più grande attestato di amore per la maglia Gialloblù.
Come se Mauro Ferron avesse voluto dire… “con questi colori sono arrivato al Paradiso calcistico di uno scudetto. Potrò mai avere di piu? NO! Voi tutti mi chiedete di ricordarlo… io preferisco portarlo addosso”.

CAMPION GHE NE UNO SOLO SI CHIAMA HELLAS VERONA E LE’ UN VERO CAMPION

P.S
E i vostri eroi chi sono?

04
ago 2017
AUTORE micheloni
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1.147

SETTI, ME NONA E EL CONTO DE LA SERVA

La storia societaria dell’Hellas Verona aggiunge un nuovo misterioso capitolo. Per la Guardia di Finanza il vero Patron del Verona è il petroliere Volpi.

Il nome di Volpi va detto circola dal giorno stesso dell’arrivo di Setti, il quale va altrettanto ricordato ha sempre puntualmente smentito che dietro di lui ci fosse il milionario ligure.

Ora benché non sia un fan delle Fiamme Gialle, trovo alquanto strano inventino di sana pianta la proprietà da parte di Volpi di una Società professionistica di Calcio di Serie A, così tanto per fare una boutade estiva.
Qualche carta, documento, se non notarile quanto meno privato, lo devono pur aver trovato.

Ma visto che di più non sappiamo, sputare ognuno la propria verità è in questo caso esercizio inutile quanto inutile è lo spreco di energie nel provare a cercarla.

Un pizzico di preoccupazione però per chi ha l’Hellas nel cuore non può non esserci… almeno questo ci sia concesso.
Qualcosa sotto c’è. Cosa non lo so. Ma c’è.

Mia nonna spesso quando voleva vederci chiaro “coi schèi” usava il termine “i conti de la serva” di cui ignoro l’origine e il nesso, ma che corrisponde più o meno al concetto di “conti a spanne”, che va da sè, sono lungi dall’essere attendibili.

Da tifoso (che via Belgio l’ha percorsa solo in qualche giro in Zai) ho quindi provato per gioco a mettere insieme un po’ di questi conti, che volutamente però non pubblico, lasciando a voi il passatempo estivo di sommare cifre e trovare totali. Tanto ciò che conta più che le cifre è il ragionamento.

Paracadute + introiti dal mercato in uscita fa un bel pò di milioni di euro per “affrontare” la serie B.
Quello in entrata è storia recente con acquisti quasi tutti a costo zero o a poco (in ogni caso per alcuni giocatori un vero affare a seguito della promozione, se parliamo dei vari Luppi, Bessa, Fossati ecc.).

Ne esce un totale da tutti considerato più che idoneo per “sostenere” la scorsa stagione di Serie B.

Una differenza quella tra “sostenere” e “affrontare” che reputo molto importante e che spero possiate leggere e comprendere tra le righe.

Ora nasce spontaneamente una domanda. Anzi due.

PRIMA DOMANDA – Per quale motivo Setti ha chiesto all’Assemblea di Lega la scorsa estate di poter disporre tutti e subito dei milioni del paracadute (facendo incazzare al riguardo il presidente del Napoli ADL)?
Soldi che va detto sarebbero dovuti servire per ammortizzare e appunto “sopportare” le spese a carico per la stagione successiva (di B) e non per coprire buchi di bilancio di quella malamente appena conclusa (di A).

Ricordo infatti che la reale funzione del paracadute, al contrario di quanto pensa la grande maggioranza dei tifosi, non è un regalo della Lega a chi retrocede per rinforzare la rosa e risalire subito in Serie A (il che sarebbe scorretto quanto inaccettabile da parte delle altre società di B che non godono di tali benefici), quanto invece per non patire difficoltà economiche (che porterebbero molte società a fallire come accaduto in passato), a fronte di ingaggi sottoscritti in A e difficilmente sostenibili con le minori entrate della B. (Rómulo, Pazzini, Gomez, ecc. per fare un esempio).

Perché quindi tanta urgenza di liquidità appena retrocessi e ancora lontani dalla programmazione per la B ? non sono bastati i soldi della A per “sostenere” quella stagione in A?

SECONDA DOMANDA – Se la scorsa stagione in cadetteria si doveva “sostenere” con le entrate dalla Lega B più il paracadute, (il cui totale ritengo che tutti considerino bastare e avanzare per coprire i costi), perché in primavera la Società ha intrapreso una procedura (del tutto legale sia chiaro) finalizzata a farsi anticipare da un istituto di credito l’equivalente dei 15 milioni della seconda parte del paracadute garantiti dalla Lega anche a fronte di mancata promozione?
Mettiamola così.
Pur ammettendo che il mio ragionamento sia completamente sbagliato da capo a piedi, a me questo rincorrere denaro cash da parte della Società prima dei tempi stabiliti inquieta e non poco.

Ma in mancanza d’altro non mi resta che fidarmi del nostro Presidente Setti, che dati alla mano, pur con qualche evitabile errore, ha sinora ben operato e al quale rinnovo la mia personale fiducia affinchè operi per un futuro sereno nella massima serie del nostro amatissimo Hellas Verona.

Fiducia che di conseguenza da a questo mio post l’equivalente di un passatempo da spiaggia “giusto par parlar”… soto el caldòn de sto can de Lucifero.

P.S.
Ah… dimenticavo.
Stanotte mi è apparsa In sogno la mia adorabile nonna che mi ha detto: “Caro neòdo, el sarà anca el conto de la serva e mi de balòn no capirò un ostia, ma par mi in sti du ani, come se ciamelo el presidente?.. ah si Maurissio Seti el debito col Volpin del petrolio, tanìn più tanìn meno, el dovaria averlo altro che estinto… la prosima olta però par ste robe qua ciama to nono che la dominica l’andava sempre al stadio visin a Porta Noa a vedar vintidu semi che core drio a un balon. Mi più de conti de late e ovi faso fadiga a capirghe qualcossa de sti casini chi”.
…A CHI LO DICI NONNA

29
lug 2017
AUTORE micheloni
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1.665

E Quando i Blu… …

Si notano in curva, tra le mille bandiere e striscioni Gialloblù, i piccoli lenzuoli bianchi con poche parole scritte con lo spray.
A volte sono manifesti di benvenuto a figli di tifosi ultrà… altre volte purtroppo il saluto della curva a un “Butel” che non c’è più.
La scritta è quasi sempre un “ciao” seguito da un nome.
Spesso dietro questo nome ci sono storie tristi o tragedie improvvise.
Approfitto del blog per raccontare una che mi ha colpito al cuore solo pochi mesi fa.
Mi scuso se questo post poco ci azzecca con il sapore di vacanze, allegria e voglia di divertirsi.
Ma una volta partito il campionato si perderebbe nei meandri delle opinioni tecnico tattiche legate al risultato di una partita.
Spero quindi mi perdonerete per aver scelto un argomento tutt’altro che gioioso ma che parte dal mio cuore.

Un ragazzo (l’età non conta tanto i butei iè butei anca a 80 anni) grande tifoso dell’Hellas Verona e molto conosciuto in curva viene a casa mia con mio cognato suo grande amico.
È simpatico ma soprattutto come me “matto perso per l’Hellas.
Parliamo ore del Verona e nonostante egli sia più giovane del sottoscritto conosce quasi tutti i protagonisti di un lontano passato.
Una bella serata. Come tutte quelle in cui si parla dell’Hellas.
Da allora ci siamo visti ancora un paio di volte… l’argomento, sempre e solo Hellas Verona.
Poi, all’improvviso la notizia che mai vorresti ricevere.
Quel Butel ha un tumore a uno stato avanzato e davanti a se solo pochi mesi di vita.
Quest’ultimo implacabile dettaglio però lui non lo sa e lotta contro la malattia come colui che alla fine vuole uscirne alla grande.
Arriva il ricovero in ospedale (da cui purtroppo non uscirà più) e attraverso mio cognato ricevo foto che mi lasciano senza parole.
La sua stanzetta d’ospedale è tutta Gialloblù. Una grande bandiera aperta dietro al letto, cappellini, gagliardetti e sciarpe attaccati dappertutto (anche alla boccia della flebo).
Ma c’è di più. Ha chiesto e ottenuto dal personale sanitario di cambiare cuscino, lenzuola e coperta con quelli del suo letto di casa, rigrigorosamente a grandi quadri gialli e blu.
Anche la maglia non è quella del pigiama ma sempre una diversa dell’Hellas.
Sorride nelle foto… ci crede alla vita… e la sua forza è quella del guerriero.
Ancora altre foto con gli amici (della curva naturalmente) che un giorno lo fanno quasi piangere quando gli portano una maglia dell’Hellas firmata da tutti giocatori e staff tecnico.
Ma gli amici vanno oltre e gli portano a far visita nientemeno che Gigi Sacchetti eroe dello scudetto, uomo dal cuore d’oro.
Foto. Tante foto. Tutte che parlano sempre e solo del suo grande amore per l’Hellas Verona e quasi fanno dimenticare la triste location… una stanza d’ospedale, reparto oncologia.
Il Verona, il suo Hellas Verona è per lui il domani… la prossima partita è il futuro. È il senso della vita che mette in archivio la precedente giornata in funzione della successiva.
Vincere o perdere fa lo stesso… l’importante è giocarla.
Giorno dopo giorno la malattia lo consuma, ma lui è sempre sorridente nella sua stanza di ospedale colorata di giallo e di blu.
Quel Butel se ne è andato in silenzio poco prima della promozione in A.
La partita successiva alla sua morte, un lenzuolino bianco con un ciao e il suo nome…il saluto della curva che ricorda sempre i butei.
Ora si.
Ora capisco perché quel coro che esplode puntualmente in Curva ha sempre una forza straordinaria.
Una potenza ineguagliabile.
Deve arrivare lontano dove nessun altro coro può… deve arrivare lassù.
“E quando i blu, saranno in ciel, e quando i blu saranno in ciel, voglio essere con loro e quando i blu saranno in ciel”

(RIP “Fuss” e tutti i butei su in ciel)

27
lug 2017
AUTORE micheloni
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LONTANO DAGLI OCCHI…

“Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”… così cantava Sergio Endrigo nel lontano 1969. Sarà vero?
Forse si. Ma… se l’amor lontano è la tua squadra del cuore e risponde al nome di Hellas Verona, allora no, non c’è distanza che tenga.
Fuori dal Bentegodi gli spazi si annullano e siano uno, mille o diecimila chilometri non c’è differenza.
Soffri, su un divano davanti alla TV o guardando la partita su Sky Go dal cellulare, dove la palla più che vederla quasi te la immagini, tanto piccolo è lo schermo.
O ancora segui il TG Gialloblù o i risultati sulle app sportive.
Urli come fossi in Curva, canti da solo, salti e gioisci ad ogni gol, che a poterti rivedere sembri più un invasato in preda a schizofrenici raptus di follia… roba da immediato internamento in una struttura psichiatrica.
Solo… ti senti solo, anzi di più… “solo contro tutti”.
Perché quando vivi lontano da Verona sei circondato da orde di tifosi delle solite “big” e quel che peggio da un’epidemia di zebrati juventini pronti ad assalirti appena pronunci “Hellas Verona” (no parlemo po dei napoletani).
Le estati sono un continuo passare da un sito all’altro di calciomercato aspettando un acquisto importante che gasi le tue giornate e alimenti i tuoi sogni.
Il resto è attesa.
Attesa dei 90 minuti in cui spegnere il mondo perché esiste solo l’Hellas con i suoi colori giallo e blu, con il suo tifo da brividi, i cori che escono dal televisore e ti entrano nell’anima come una spada, a ricordarti che no, non sei sugli spalti, ma fottutamente lontano, troppo lontano.
Ma poco importa… chi tifa da lontano spinge l’Hellas al pari di chi riempie le tribune.
Perché la fede per l’Hellas viaggia nel tempo e la “voce” del Bentegodi è la voce di tutti i tifosi gialloblù sparsi sul pianeta.
Una fede smisurata, a volte esagerata, che affonda le radici in 114 anni di storia e un orgoglio senza pari.
Orgoglio che senti dentro, nelle vene, che non ti fa mai abbassare lo sguardo di fronte a nessun tifoso al mondo.
Hai imparato a tenere la schiena dritta negli anni bui della Lega Pro… rialzandoci e lottando, passando dai Pastorello, dai campi irregolari del Sud, dai tanti e troppi inciuci del “Palazzo” che ci hanno negato una netta quanto meritata risalita. Tanti torti… quanti? “Massa”.
È l’orgoglio di chi la merda l’ha mangiata e tanta… e nonostante tutto è lì, se occorre pronto a rimangiarla ma mai a rimangiarsi la fede per l’Hellas Verona.
Alla faccia di chi è abituato a “vincere facile”.
Figuriamoci se ci spaventa un gobbo, o un milanista, un napoletano, romanista o interista.
Il nostro orgoglio è sopra a tutto e a tutti e non nasce ne dallo scudetto ne dalle vittorie.
Nasce dal Vecio Bentegodi, dai nostri bisnonni e i nostri nonni nonni che come noi urlavano, imprecavano, gioivano o soffrivano.
Nasce dal Binti senza copertura nell’era dei Pizzaballa Nanni Sirena… dei Bui, Traspedini, Bonatti.
Nasce dai miti come Zigogol e Preben Elkiaer Larsen.
Dalla grandezza e umiltà dei Bagnoli, Volpati, Tricella.
Dallo striscione diventato una sorta di reliquia delle Brigate Gialloblù.
Dalle foto seppiate dei tempi lontani e dalle mille maglie gialloblù indossate in questo secolo e rotti di grande storia calcistica.
Per questo pur lontano dagli occhi non mi sarà mai possibile essere lontano dal cuore.
Per questo, in ogni angolo del globo, orgogliosamente io sono e sempre sarò “uno dell’Hellas”.

(Dedicato a tutti i tifosi gialloblù sparsi nel mondo.)

27
lug 2017
AUTORE micheloni
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LONTANO DAGLI OCCHI…

“Lontano dagli occhi, lontano dal cuore”… così cantava Sergio Endrigo nel lontano 1969. Sarà vero?
Forse si. Ma… se l’amor lontano è la tua squadra del cuore e risponde al nome di Hellas Verona, allora no, non c’è distanza che tenga.
Fuori dal Bentegodi gli spazi si annullano e siano uno, mille o diecimila chilometri non c’è differenza.
Soffri, su un divano davanti alla TV o guardando la partita su Sky Go dal cellulare, dove la palla più che vederla quasi te la immagini, tanto piccolo è lo schermo.
O ancora segui il TG Gialloblù o i risultati sulle app sportive.
Urli come fossi in Curva, canti da solo, salti e gioisci ad ogni gol, che a poterti rivedere sembri più un invasato in preda a schizofrenici raptus di follia… roba da immediato internamento in una struttura psichiatrica.
Solo… ti senti solo, anzi di più… “solo contro tutti”.
Perché quando vivi lontano da Verona sei circondato da orde di tifosi delle solite “big” e quel che peggio da un’epidemia di zebrati juventini pronti ad assalirti appena pronunci “Hellas Verona” (no parlemo po dei napoletani).
Le estati sono un continuo passare da un sito all’altro di calciomercato aspettando un acquisto importante che gasi le tue giornate e alimenti i tuoi sogni.
Il resto è attesa.
Attesa dei 90 minuti in cui spegnere il mondo perché esiste solo l’Hellas con i suoi colori giallo e blu, con il suo tifo da brividi, i cori che escono dal televisore e ti entrano nell’anima come una spada, a ricordarti che no, non sei sugli spalti, ma fottutamente lontano, troppo lontano.
Ma poco importa… chi tifa da lontano spinge l’Hellas al pari di chi riempie le tribune.
Perché la fede per l’Hellas viaggia nel tempo e la “voce” del Bentegodi è la voce di tutti i tifosi gialloblù sparsi sul pianeta.
Una fede smisurata, a volte esagerata, che affonda le radici in 114 anni di storia e un orgoglio senza pari.
Orgoglio che senti dentro, nelle vene, che non ti fa mai abbassare lo sguardo di fronte a nessun tifoso al mondo.
Hai imparato a tenere la schiena dritta negli anni bui della Lega Pro… rialzandoci e lottando, passando dai Pastorello, dai campi irregolari del Sud, dai tanti e troppi inciuci di “Palazzo” che ci hanno negato una netta quanto meritata risalita. Tanti torti… quanti? “Massa”.
È l’orgoglio di chi la merda l’ha mangiata e tanta… e nonostante tutto è lì, se occorre pronto a rimangiarla ma mai a rimangiarsi la fede per l’Hellas Verona.
Alla faccia di è abituato a “vincere facile”.
Figuriamoci se ci spaventa un gobbo, o un milanista, un napoletano, romanista o interista.
Il nostro orgoglio è sopra a tutto e a tutti e non nasce ne dallo scudetto ne dalle vittorie.
Nasce dal Vecio Bentegodi, dai nostri bisnonni e i nostri nonni nonni che come noi urlavano, imprecavano, gioivano o soffrivano.
Nasce dal Binti senza copertura nell’era dei Pizzaballa Nanni Sirena… dei Bui, Traspedini, Bonatti.
Nasce dai miti come Zigogol e Preben Elkiaer Larsen.
Dalla grandezza e umiltà dei Bagnoli, Volpati, Tricella.
Dallo striscione diventato una sorta di reliquia delle Brigate Gialloblù.
Dalle foto seppiate dei tempi lontani e dalle mille maglie gialloblù indossate in questo secolo e rotti di grande storia calcistica.
Per questo pur lontano dagli occhi non mi sarà mai possibile essere lontano dal cuore.
Per questo, ogni angolo del globo, orgogliosamente io sono e sempre sarò “uno dell’Hellas”.

(Dedicato a tutti i tifosi gialloblù sparsi nel mondo.)

25
lug 2017
AUTORE micheloni
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MATI SI’, MONA NO

Ebbene lo ammetto. Tutto avrei pensato tranne che scrivere il primo post sul mio nuovo blog del TG Gialloblù all’indomani dell’ennesima gag comica degna del miglior “Scherzi a Parte”.

Protagonista, Antonio Cassano da Bari Vecchia, soprannome “Fantantonio”, che alla veneranda soglia dei 35 anni (un po’ la terza età per un calciatore) ha scoperto dopo 15 giorni di ritiro che la squadra a cui si era contattualmenge legato, tale Hellas Verona, non partecipava alla Champions League e nemmeno alla UEFA League, ma quel che è peggio, puntava all’onesto traguardo di salvezza possibilmente anticipata.

I primi sintomi di demenza senile (sempre sportivamente parlando si intende)  nel calcio professionistico arrivano solitamente quando la pancia piena (di milioni di euro)  aumenta a dismisura la fatica degli allenamenti e spegne l’interruttore sui sogni.

Senza fame è dura correre, sudare, superare le crisi, non mollare mai.

Se poi il paziente è recidivo in quanto ad atteggiamenti degni di un check up psichiatrico dall’Esimio Prof.  Vittorino Andreoli, beh, ecco allora che un recupero anche parziale delle funzioni cognitive e razionali del genere umano, assurge alla sfera del soprannaturale, ovvero del “miracolo”.

Ma davvero pensa tale Antonio Cassano, coniugato Marcialis,  che noi tifosi veronesi ci beviamo la storia della nostalgia per la famiglia?

Se c’è sotto qualcos’altro o meno non lo sappiamo, ma la storia della nostalgia… suvvia Antonio da Bari… a Verona si dice “mati si… mona no!”

Così come la storia del tweet “sbagliato” della moglie, tale Carolina (su cui confido nel detto “Dio li fa e poi li accoppia, sennò “pora dona”) che avrebbe male interpretato le sue intenzioni.

Antoniooo… suvvia Antoniooo… per capirti servirà pure un codice criptato in dotazione solo alla CIA, ma dare la colpa a lei… edddaiii Antonioooo… nel tweet aveva capito e tradotto esattamente ciò che tra un “ecchecchezzo” e l’altro ripetevi a voce alta.

Ma pensaci Antonio… secondo te lei si inventava che non smettevi col calcio ma semplicemente non eri stimolato a proseguire col Verona?

Antoniooo… guardaci negli occhi… anzi un po’ sopra agli occhi.

Ti sembra che sulla fronte abbiamo attaccato un cartello con la scritta “codeghin” ?

Il nostro livello intellettivo non sarà eccelso ma è sufficiente  a capire che Fantantonio da Bari  Fantasticava una Fantasmagorica stagione, ricca di Fantamagie e Fantatitoloni… invece si è ritrovato a sgobbare come un matto su e giù per i boschi del Trentino, guardando colleghi che tranquillamente tenevano in campo ritmi per lui proibitivi.

Nonostante questo tantissimi tifosi lo hanno sostenuto ad ogni allenamento o partita, pur di ammirare anche solo una sua giocata d’autore.

Si, perché i tifosi dell’Hellas amano il bel calcio e ammirano la classe. Da sempre.

Non che di fuoriclasse in riva all’Adige ne siano passati tanti  e forse proprio per questo un po’ tutti speravamo in un Cassano artista sopraffino a pennellare giocate (anca da fermo) con la maglia gialloblù.

Ecco perché  la delusione di questo tragicomico epilogo è ancora maggiore… perché da troppi anni (non lo diciamo ma è così) ci manca il godimento unico che in tempi lontani hanno saputo regalarci campioni come Dirceu e Stoikovich e che magari in una manciata di minuti finali avrebbe saputo certamene regalarci anche Antonio Cassano, “fora come un pogiolo” ma genio del pallone (“col servèl nei piè” diremmo dalle nostre parti).

È stato un sogno soltanto accarezzato, dal risveglio infelice.

Ma la notte è passata, inizia la giornata e bisogna lavorare lasciando i sogni alla loro evanescenza.

C’è una salvezza da conquistare anche senza il fantasista barese.

Forse il suo abbandono è stata una fortuna… o forse no… di certo questo non lo sapremo mai.

Una cosa però questa ennesima “Cazzanata” (perché di questo si tratta) mi ha insegnato… e cioè che “la madre degli ignoranti è sempre incinta” ma talvolta sa generare individui dal talento unico.