20
mag 2018
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L'Indiscreto

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QUI QUALCOSA VA RICONTRATTATO

Dice: aspettate a vederli in azione. Giustissimo. Ma qualcosa hanno già fatto.

C’è il contratto, perdindirindina, ratificato in mezza giornata di computer rousseauiani, e in un paio d’ore di simpatici gazebo.

Dopo di che, ci sarebbe una specie di contro-contratto, che varrebbe come e più di una legge, soprattutto per chi ha chiesto voti urlando a squarciagola “onestà-tà-tà”.

Si chiama Costituzione. E dice alcune cosa che a me sembrano semplici e chiare.

Art. 54 Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi.

Art. 53 Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Art 67 Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Art. 68 I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni.

Art. 81 Ogni legge che importi nuovi o maggiori oneri provvede ai mezzi per farvi fronte.

Ecco, teniamocelo a futura memoria. D’accordo?

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27 risposte a “QUI QUALCOSA VA RICONTRATTATO”

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  1. Angelo scrive:

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        1. Attilio scrive:

          DUBBIO PRESIDENZIALE

          Siete il presidente Mattarella.

          Avete il timore che nominando Savna ministro dell’ Economia, lo spread vada a 500, sapendo che in questo momento stai massacrando i risparmi degli italiani e metti a rischio il loro benessere

          Per contro, se non nominate Savona, Salvini rompe tutto e così si va a votare a Settembre, dove Salvini dire che solo lui difende gli italiani. E’ assai probabili che sia un modo di consegnare l’ Italia a Salvini.
          Ormai, il mood è quello e Salvini vincerebbe a man bassa.

          Possibile alternativa: dimissioni di Mattarella. Va in televisione e spiega agli italiani quella che secondo lui è la vera posta in gioco: dentro o fuori dall’ Euro.

          Io sono per la terza, chi vuole dica la sua

          1. Attilio scrive:

            DUBBIO AMLETICO

            Se lo spread sale è unn indebita ingerenza oppure è una normale reazione del libero mercato

            Se la nbanca non ti dà il mutuo oppure ti oncede un fido ad un tasso molto alto, è perchè la banca è cattiva oppure perchè la banca difende il suo interesse e quello dei suoi clienti

            eh incomma, bisognerebbe darla una risposta

            io penso che sia la seconda

            • Maxhellas scrive:

              Quindi si dovrebbe ossequiosamente abbassare la testa ogniqualvolta un politico straniero apre bocca?
              A questo punto, facciamo votare direttamente tedeschi, francesi e lussemburghesi al nostro posto…

              Lo spread sale, per adesso, ma non è plausibile tarare le scelte politiche di un paese standone a guardare la tendenza giornaliera. Nel breve periodo i mercati possono anche sbagliare. Bolla internet, bolla immobiliare, sub-prime…già dimenticato? Lo si vedrà nel medio periodo cosa succederà, in Italia e di conseguenza sui mercati.

              • Norberto scrive:

                Caro Maxhellas, nessuno vuole contestare le tue convinzioni e le tue positive inclinazioni verso il nascente governo Lega-5S. Ma non si può accettare che i giudizi negativi dei mercati e l’aumento preoccupante dello spread siano considerati indebite intromissioni di terzi nella libertà e nella sovranità del popolo italiano. Non perchè lo dico io, ma perchè gli oltre 600 miliardi di euro in mano agli investitori stranieri e il debito complessivo di oltre 2000 miliardi non sono un’opinione ma un dato che preoccupa legittimamente i creditori, come preoccuperebbe anche te se fossi un creditore, nel momento in cui i debitori manifestano l’intenzione di non rispettare il proprio impegno ad onorare un debito contratto. O no?

                • Maxhellas scrive:

                  Per ora nessuno ha detto che non onorerà le scadenze. La reazione di breve dei mercati dice che i mercati (in assenza di dichiarazioni in tal senso) danno all’Italia un maggiore rischio rispetto a prima del 4 marzo. Se davvero credessero che l’Italia non pagherà, ti assicuro che lo spread sarebbe oltre i 1.000 punti…
                  Come sempre, i creditori hanno tutto l’interesse ad essere pagati e i debitori a pagare, se vogliono ottenere ancora credito.
                  Starei tranquillo su questo argomento. A meno di clamorose novità.

              • Attilio scrive:

                Ma chi ha detto questo?

                • Maxhellas scrive:

                  I mercati, che prendiamo così sul serio, sono gli stessi che valutavano il barile di petrolio 160 USD al barile nel 2008 e 50 USD un anno dopo, Unicredit intorno a 200 € nel 2007 (normalizzato per aumenti di capitale e accorpamenti) e 16,3 oggi, Deutsche Bank intorno a 88 € nel 2007 e quasi 11 € oggi, Ebay 24 $ nel 2004, 5 $ nel 2009 e 38 $ oggi.

                  Quindi?, diresti tu…

                  Quindi, pare un esercizio simpaticamente inutile guardare i movimenti giornalieri dei prezzi sui mercati, normalmente influenzati da reazioni di breve periodo ai flussi di notizie (buoni per un po’ di trading). Molto più senso ha osservarne la tendenza di medio e lungo periodo, dove le oscillazioni (anche forti) di breve si perdono e si ottiene un quadro ben più interessante e sensato, buono per valutare un investimento.

                  • Maxhellas scrive:

                    Attilio, certo che il libero mercato, al pari della democrazia, è un pessimo sistema, ma rimane il migliore sperimentato finora. Poi divergono le opinioni sul ruolo della regolamentazione del mercato svolto dallo stato, ed ognuno può vederla un po’ come vuole. Perfino i partiti che di volta in volta guidano i paesi. Macron ha un suo punto di vista (non così liberista come pare in tema di apertura del mercato interno alle aziende ed investitori stranieri…), Mekel il suo (giù i salari, così facciamo dumping, finché AFD non va oltre certi livelli di consenso…), Trump il suo (liberi si, ma non fessi, quindi uso tutto il mio peso contrattuale per spuntare le migliori condizioni – vedi cedimento della Cina nell’ultimo braccio di ferro…), e così via.
                    Io sono tra quelli che vedono preminente lo Stato sul mercato, nel senso di Stato regolamentatore del mercato, onde evitarne gli eccessi e le storture in tema di posizioni dominanti, parità contrattuale e distribuzione di reddito e ricchezza.

                  • Attilio scrive:

                    ci mancherebbe anche, certo che si deve guardare le tendenze nel medio e nel lungo periodo

                    comunque hai risposta, anche per te è la seconda, cioè vale il libero mercato e non si tratta di ingerenze

                    anche la speculazione, insomma, fa parte del gioco del libero mercato che segue la domanda e l’offerta di tutte le forze esistenti, non solo di quelle che piacciono a noi

                    prendiamo l’ultimo discorso di trump che dice agli americani che lui difenderà i bravi operai americani dell’auto dai cattivi tedeschi (che esportano bmw, mercedes, audi, porsche e volkswagen)

                    per trump non è il mercato che dice che le auto tedesche sono milgiori delle auto americane, ma la cattiveria dei tedeschi

                    ma si può?

            1. bardamu scrive:

              L’ostruzionismo di Mattarella non mi sembra molto “costituzionale”. Capisco che un presidente della repubblica si possa impuntare su nomi che potrebbero essere in conflitto di interessi ( tipo il caso di scuola di Previti ministro alla giustizia ), ma che non gradisca le idee dell’uno ( il ministro in pectore della giustizia ) o il profilo dell’altro ( il ministro in pectore degli esteri ) proprio non ci sta.
              Il presidente della repubblica non può dettare la linea politica dell’esecutivo; mercati finanziari e commissari europei non sono compresi nella nostra costituzione.
              Per quanto riguarda il premier indicato anch’io ho grandi perplessità: uno che non sa scrivere un curriculum, infilandoci cose che non c’entrano nulla, che si dichiara devoto di Padre Pio e, soprattutto, che ha creduto nella validità del metodo “stamina”, mi sembra offrire il profilo dell’emerito babbeo.
              Ma anche in questo caso non credo che il presidente abbia il potere, previsto dalla costituzione, di giudicare un possibile premier in base a questi criteri.

              • Attilio scrive:

                non sono d’accordo

                che figura farebbe Mattarella se non avesse controllato il curriculum?
                quanto lo avrebbero massacrato giustamente ?

                è più serie che il di mail e il salvini decidano di tirare i dadi a chi tra loro due deve comandare

                dai, su
                è tutta la lì la questione

              1. Norberto scrive:

                Sembra quasi che il giudizio sul nascente governo di 5S e Lega sia un confronto tra gli ottimisti e i pessimisti, tra chi vuole il cambiamento e i chi ne ha paura. Purtroppo non è così e non servono le banalizzazioni.
                Lo spartiacque passa tra chi è a favore dell’Europa, aumentandone il livello di integrazione e migliorandone il funzionamento, e chi è contro l’Europa e crede sia meglio uscirne.
                Sarebbe meglio che ognuno si pronunciasse chiaramente in materia.
                Io sono un europeista critico e vorrei si lavorasse per fare passi in avanti, non indietro.

                • Attilio scrive:

                  Borghi vuole uscire dall’euro
                  non prendiamoci per il culo

                • martello carlo scrive:

                  Non credo sia così: la differenza sta tra coloro ai quali ( nei FATTI ) l’ UE va bene così com’è e coloro che la vogliono VERAMENTE migliorare, naturalmente portando avanti i nostri interessi finché gli altri portano avanti i loro, magari dandoci gli schiaffoni in faccia, a suon di bombardamenti, di chiusure di confini, di interferenze commerciali nazionalistiche e INGERENZE POLITICHE BORDER LINE ( per dirla eufemisticamente ).
                  Chi vuole uscire dall’ Europa è una minoranza sfruttata, aumentandone la portata, a scopi terroristici, come è successo con l’ antifascismo.
                  Trattative si chiamano, cui non si può andare in ginocchio: hai presente TRUMP/CINA e TRUMP/ KIM JONG UN?
                  Uno studio sull’ eventualità dell’ uscita ci sta ( come hanno già fatto altri paesi, Germania compresa ) va approfondito e messo in previsione nelle trattative.
                  I PADOAN, i MONTI, i CONGRESSISTI IN ASSEMBLEA PERMANENTE e i loro mandanti, penso abbiano tracciato una strada ben precisa.

                  Tutto ciò indipendentemente dal matrimonio Lega/5s di cui rimango assolutamente contrario.

                • Maxhellas scrive:

                  In parziale risposta, o approfondimento, alla questione che poni, uno scritto del Prof Acocella (Univ, La Sapienza di Roma).

                  Squilibri macroeconomici in eurozona: cosa non ha funzionato?

                  Introduzione
                  Nell’Unione monetaria europea (UME) le istituzioni e le politiche intraprese hanno tollerato o alimentato asimmetrie in parte preesistenti, che hanno generato a loro volta squilibri macroeconomici. Indichiamo prima le istituzioni e le politiche europee e poi le asimmetrie. Segue qualche riflessione sulle possibili vie di uscita.

                  I difetti delle istituzioni dell’Unione Monetaria Europea.
                  L’UME, entrata in vigore il 1° gennaio 1999, è caratterizzata da una politica monetaria unica, con la quale la Banca Centrale Europea (BCE) stabilisce un unico tasso di interesse nominale valido in tutti i paesi membri. La BCE è un’istituzione indipendente dal potere politico e conservatrice, avente per obiettivo un tasso di inflazione inferiore – ma vicino – al 2%. Soltanto in via subordinata, quando questo obiettivo predominante sia soddisfatto, la Banca può perseguire altri obiettivi come l’occupazione e la stabilità finanziaria, che invece costituiscono obiettivi di pari dignità dell’inflazione per altre banche centrali, come la Federal Reserve statunitense. La BCE agisce da prestatore di ultima istanza per il sistema creditizio che abbia bisogno di rifinanziarsi, ma non può prestare – almeno direttamente – agli stati membri. Gli interventi che finora sono serviti ad attuare la politica monetaria sono in larga misura basati sull’acquisto (o vendita) di titoli pubblici già in essere. In questo senso, si può dire che la BCE può aver indirettamente facilitato il finanziamento pubblico.

                  Ovviamente, l’unione monetaria implica l’impossibilità di ricorrere a manovre del tasso di cambio. Non sono pertanto possibili le svalutazioni con le quali i paesi periferici ristabilivano la competitività perduta per effetto della maggiore dinamica inflazionistica interna.

                  La politica fiscale è demandata agli stati e deve rispettare il Patto di Stabilità e Crescita (PSC), che fissa un obiettivo di pareggio o avanzo del bilancio pubblico per l’intero ciclo economico, con la possibilità di deficit non superiori al 3% in periodi di recessione. Negli anni più recenti, dopo la crisi (2012), è intervenuto anche il Fiscal Compact, che prevede deficit minori, al fine di ridurre di 1/20 all’anno l’eccesso rispetto al 60% del rapporto fra debito pubblico e Pil. Se attuata integralmente, questa norma richiederebbe l’azzeramento del deficit anche in tempi di recessione per un paese come l’Italia, che finora ha goduto di proroghe e attenuazione della regola. Essa, dunque, dato l’aumento del debito a seguito della crisi finanziaria, impone una tendenza recessiva all’intera Unione, che si accentua per i paesi più colpiti dalla crisi, ossia i paesi periferici, come Italia, Grecia, Spagna e Portogallo.

                  D’altra parte, la Procedura per gli Squilibri Macroeconomici (Macroeconomic Imbalance Procedure) introdotta nel 2011 prevede limiti diversi da osservare per i saldi fra esportazioni ed importazioni rispetto al Pil (- 4% e 6%). L’asimmetria fra limite del disavanzo e limite del surplus commerciale praticamente consente alla Germania di perseguire una politica di sviluppo guidato dalle esportazioni, a danno dei paesi deficitari. La Germania non ha comunque rispettato la norma, facendo ampiamente superare il limite del 6% ai suoi avanzi commerciali.

                  Non sono previste altre politiche macroeconomiche, come la politica dei redditi. Fino a pochissimi anni fa (prima dell’istituzione dell’Unione bancaria) non era in vigore neanche una comune regolamentazione finanziaria, microeconomica o macroeconomica.

                  Le politiche microeconomiche, industriali, regionali, sociali ed ambientali sono affidate ad un bilancio europeo da sempre estremamente limitato e sceso di recente all’1% rispetto al Pil europeo.

                  Le asimmetrie e gli squilibri
                  Contrariamente alle opinioni allora prevalenti, i mutamenti strutturali e comportamentali attesi nello stadio di preparazione alla costituzione dell’Unione monetaria europea mancarono o furono soltanto parziali o effimeri, almeno nei paesi periferici del Sud dell’Europa. Mancò la sincronizzazione degli andamenti economici e finanziari nonché dei sottostanti ‘fondamentali’. Non furono sanate le inefficienze nei settori pubblico e privato. A fronte di queste inefficienze, i paesi del Centro dell’Europa, principalmente la Germania, attuarono politiche di riduzioni salariali sia prima sia dopo la costituzione dell’UME. La conseguenza delle asimmetrie è stato l’insorgere o l’accrescersi degli squilibri macroeconomici, in termini di bilancio pubblico e saldo commerciale con l’estero. Né le politiche attuate successivamente in sede europea né le istituzioni dell’Unione hanno eliminato questi squilibri e li hanno forse ulteriormente accresciuti. Cercheremo brevemente di spiegare perché.

                  I conti economici nazionali stabiliscono identità fondamentali che legano saldo del bilancio pubblico, saldo commerciale e differenza fra risparmi e investimenti privati. Lo squilibrio fra esportazioni ed importazioni può nascere in presenza di deficit pubblico o eccesso di spesa per investimenti rispetto al risparmio privato disponibile. Orbene, soltanto nel caso della Grecia e del Portogallo il comportamento irresponsabile dello Stato può aver causato lo squilibrio delle importazioni nette.

                  Per evitare i tre squilibri sono necessari tre strumenti di politica economica, che possono essere: la regolamentazione finanziaria o una politica monetaria indipendente a disposizione di ogni paese, capaci di tenere sotto controllo le spese per investimenti; le politiche di finanza pubblica, per contenere i deficit (o gli avanzi) del bilancio pubblico; le misure strutturali o la politica monetaria o del cambio, per assicurare la necessaria competitività.

                  Se si guarda alle istituzioni europee, quasi tutte queste politiche non sono (o non sono state fino a pochissimi anni fa) disponibili ai vari paesi (né è previsto l’intervento europeo in materia): non la politica di regolamentazione finanziaria (salvo che da poco) o la politica monetaria indipendente; non la politica del cambio. È vero che la politica fiscale rimane a disposizione dei singoli paesi, entro i limiti del PSC e del fiscal compact. Ma il comportamento virtuoso che sarebbe stato richiesto per questa politica non è stato attivato per varie ragioni né da alcuni paesi deficitari né da paesi eccedentari come la Germania. D’altro canto, a parte le indicazioni di importanti studiosi come Blanchard e Giavazzi, che invitavano a non preoccuparsi degli squilibri fra esportazioni e importazioni (colmabili attraverso movimenti di capitale), nei primi anni 2000 i paesi periferici furono indotti in errore nei loro comportamenti dalle condizioni favorevoli che si determinarono nei bilanci pubblici prima per la riduzione del costo del debito e poi dalle bolle speculative indotte dagli afflussi di capitale dai paesi del centro. Dopo il 2004, la sanatoria ricevuta da Francia e Germania per lo sforamento del deficit rispetto al 3% previsto dal PSC, fornì l’alibi che alcuni paesi ardentemente desideravano (fra questi paesi, l’Italia stessa, forse complice dell’assoluzione di Francia e Germania, perché in procinto di commettere la stessa violazione). Gli afflussi di capitale alimentarono la bolla fino allo scoppio della crisi finanziaria e si tradussero poi in pesanti ritiri di capitale e in crisi finanziaria privata e pubblica quando il salvataggio della Grecia dimostrò l’esistenza di un consistente rischio paese.

                  Pertanto, i motori dello sviluppo in Europa furono: le esportazioni, nei paesi del centro, e gli afflussi di capitale e il credito, nei paesi periferici. Nessun ruolo propulsivo è stato svolto a livello dell’UME, con la parziale eccezione di quello offerto dalla politica monetaria dopo il 2012.

                  Le vie di uscita
                  Non è semplice indicare soluzioni convenienti e praticabili, almeno al livello dei paesi periferici, visto che l’egemonia esercitata da quelli del centro non sarà certamente corretta a favore di una maggiore collaborazione per la ricerca di una strategia di sviluppo comune. Infatti, i paesi del centro hanno convenienza a mantenere gli altri in uno stato di sottomissione e di evitare però che questi escano dall’Unione Monetaria, perché minaccerebbero la loro competitività e supremazia.

                  Largamente con il senno del poi, la nostra partecipazione all’UME è stata deleteria, per insipienza nostra e per eccesso di potere degli altri. L’Unione si è rivelata una strettoia, nella quale è difficile ora districarsi. L’unica strategia possibile è quella di tentare di riposizionarci. Questo potrebbe avvenire in due modi: attraverso un’opera lenta e faticosissima di ricostruzione economica e sociale del paese; oppure, attraverso la minaccia credibile di uscita dall’euro, ossia una minaccia che andrebbe messa in atto ove nostre richieste di ricontrattazione od osservanza delle regole comunitarie non abbia esito positivo. Ambedue le opzioni presentano enormi difficoltà. Contro la prima, vanno osservate le proibitive condizioni politiche, che denunciano lacerazioni sociali sottostanti. Contro la seconda, la necessità di assicurare segretezza dell’opzione uscita (per evitare fughe di capitali), che contrasta con le esigenze di democrazia e di accordo sociale e politico sulla ripartizione dei pesanti costi da sostenere nei 3-4 anni successivi all’uscita. La conclusione non può essere che poco confortante: non ci tocca che … piangere. Ed è forse giusto che raccogliamo il frutto negativo della nostra insipienza.

                  *Memotef. Sapienza Università di Roma

                  • Attilio scrive:

                    e quindi ?

                    • Maxhellas scrive:

                      E quindi, trattasi di approfondimento. Le conclusioni può trarle ciascuno. E non è necessario che siano tutte concordi. Solo mi interessava proporre un approfondimento “tecnico” su ciò che oggettivamente non ha funzionato e che mette in luce quali siano i punti critici sul tavolo.

                1. Attilio scrive:

                  secondo voi il punto è il rispetto della Costituzione ?

                  se è così, mi arrendo davanti a tanta insipienza

                  è chiaro chiarissimo e sono stra-d’accordo: lo snodo è se stare in Europa oppure no

                  Inutile pensare di “starci dentro ma cambiandola come vogliamo noi”

                  Il popolo scelga davanti ad una domanda molto precisa: volete voi stare in Europa oppure uscirne (vedi Brexit) ?

                  Il fatto è che il popolo è convinto che questa NON sia la domanda vera

                  1. Maxhellas scrive:

                    Farei un appello alla calma!

                    Se il governo non rispetterà la Costituzione, esiste un organo (Corte Costituzionale) che ha proprio il compito di cassare le leggi in difetto di costituzionalità. Proprio come accaduto al governo Renzi ed alla legge elettorale da lui proposta (Ops!). Direi quindi che possiamo stare abbastanza tranquilli.

                    Per la progressività, ha correttamente risposto Gaton. Se poi le aliquote fossero due, si starebbe nella classica “botte di ferro”.

                    La questione del vincolo di mandato dovrà essere affrontata come modifica di un articolo della Costituzione, quindi con vincoli di maggioranza qualificata e un iter particolare. Deciderà il Parlamento, che rappresenta il Popolo, il quale, sempre per la Costituzione, detiene la sovranità. Mi pare che anche in questo caso non ci sia molto da temere.

                    L’articolo 81 è sempre stato “simpaticamente” turlupinato da chi ha governato sin qui, tant’è che il debito pubblico non ha mai cessato di crescere. Si è invocata a più riprese flessibilità, con le giustificazioni più diverse. Evidentemente quando le invocazioni erano in accento toscano, davano meno fastidio…. Bene comunque che tanti “non vedo, non sento, non parlo” si sentano improvvisamente vocati al ruolo di sentinelle del pareggio di bilancio.

                    1. Attilio scrive:

                      Gufo.

                      1. Gatón scrive:

                        Una semplice osservazione matematica.
                        L’art. 53 sancisce il principio della progressività, ma non ne stabilisce la curva.
                        Anche nel caso di aliquota fissa, uguale per tutti, semplicemente stabilendo una quota esente uguale per tutti comporta una progressività dell’aliquota effettiva.
                        Che poi questa diventi irrilevante è altro discorso, ma la Costituzione sarebbe comunque rispettata.

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