10
lug 2020
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AGGETTIVI FINITI

Aggettivi finiti: abbiamo definito la squadra di Juric in questi mesi nell’ordine: straordinaria, miracolosa, incredibile, fantastica, eccezionale, generosa, superlativa. Ora però non c’è più nessun vocabolo che possa adeguatamente dipingere la qualità di questo gruppo.

Juric ha tirato fuori il sangue dalla rape, ha spremuto oltremisura questo gruppo che per quanto si faccia spremere riesce sempre a tirare fuori qualcosa di più, andando sempre oltre a quello che pareva un limite invalicabile.

Ha ragione Juric: non ci fosse stato questo maledetto lockdown causato dal maledetto covid, il Verona sarebbe finito dentro i libri di storia. L’Europa non ci sarebbe sfuggita se le gare si fossero giocate con normalità e se fosse continuato quel meraviglioso stato di grazia che faceva seguito a quella settimana perfetta che si chiuse con la vittoria contro la Juventus.

Che altro si può aggiungere, dunque, che altro si può dire che non sia già stato detto? Vedere giocare questo Verona è una bellezza, non solo estetica, ma anche un inno alla moralità, allo spirito di sacrificio, un elogio della normalità che diventa “straordinario” quando ci sono giocatori che si fondono con le idee dell’allenatore fino a diventarne ingranaggi perfetti.

La sfida che attende Juric è riuscire a ricreare questo meccanismo il prossimo anno, cambiando interpreti, tenendo la stessa filosofia. Già pensare di fare a meno di Amrabat diventerà un esercizio che dovrà impegnare a fondo la società e lo stesso allenatore alla ricerca di un adeguato sostituto. Ma l’unico insostituibile credo lo abbiate capito, così come lo ha capito il presidente Setti che tutto è meno che scemo, è Ivan Juric che bisognerà rendere capo indiscusso di un progetto che lo ha visto assoluto protagonista. Juric come Gasperini a Bergamo è imprescindibile. La società deve solo metterlo nelle condizioni di lavorare bene assecondando i suoi pensieri. Che come abbiamo visto producono risultati e plusvalenze milionarie.

06
lug 2020
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SPOMPATI, NON APPAGATI

Il Verona manca il salto di qualità, viva il Verona. Non è una colpa, è solo sano realismo. Capire perché il Verona ha sbagliato la gara con il Brescia aiuta a capire la portata del campionato dell’Hellas e che razza di miracolo abbia compiuto Juric conquistando la salvezza così anticipata.

Già il fatto di parlare di Europa è una proporzione che non sta in piedi se pensiamo alle premesse di inizio campionato. Il Verona che perde 2-0 contro il Brescia non è un Verona appagato, è un Verona spremuto come un limone che non ha più una stilla da dare. Giocatori che sono andati oltre i propri limiti e che oggi, raggiunta quota 42, si sono permessi di tirare il fiato. La rosa è quella che è, lo sappiamo. Un elenco di prestiti che si sono battuti come leoni per tutta la stagione. Non hanno mai tirato indietro la gamba, neanche quelli già ceduti a gennaio, neanche quelli che avevano il contratto in scadenza. Uno spogliatoio meraviglioso, tenuto insieme dalla coerenza e dall’onestà di Ivan Juric, l’uomo della verità.

La corsa europea era un sogno eccessivo, ma realisticamente la gara a tappe del Verona si è chiusa con la salvezza. Sebbene, c’è da giurarci, Juric ci proverà ancora e ancora e ancora e alzerà bandiera bianca solo quando la matematica e le circostanze lo costringeranno a farlo. Ma se era da matti fermarsi, è da matti anche pensare che il Verona possa lottare con il Milan e con la strabordante rosa rossonera per un posto in Europa League. La vergogna è che il Milan se la veda con il Verona, non certo la sconfitta di Brescia.

Piuttosto è più interessante sapere che Juric sta ricevendo dalla società quelle garanzie necessarie a rimanere. Se in pochi credono a Setti, in molti, compreso il sottoscritto, credono nell’allenatore croato, come marchio di qualità su un progetto serio. Sono convinto che se Setti pensasse anche solo un secondo di prendere in giro l’allenatore con false promesse, Juric lo pianterebbe in asso, anche dopo un minuto aver firmato il contratto. Juric è come una certificazione e l’unica possibilità che ha Setti di riabilitarsi agli occhi dei tifosi, delusi e disillusi dopo Pecchia e Grosso, Fusco e compagnia cantante. Non è solo una questione economica.

Il Verona deve crescere moltissimo dal punto di vista organizzativo, dello scouting, degli uomini che abbiano conoscenze e mezzi per drenare il mercato alla ricerca di talenti. Non sempre le ciambelle riescono con il buco e le casualità di questa stagione non devono illudere sulla qualità del management veronese che nel recente passato ne ha combinate di cotte e di crude (basti pensare al Messi dell’Asia e altre bestialità del genere). Auspico quindi pieni poteri a Juric, l’uomo d’oro del Verona e di Setti.

02
lug 2020
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GRAZIE

Ci sono Verona che ti entrano nel cuore. Lo fanno non solo perchè hanno scritto pagine indelebili di storia, ma perchè composte da giocatori che con il loro lavoro dimostrano prima di tutto la serietà e la professionalità. Sicuramente quello di Ivan Juric lo è diventato conquistando una salvezza che a settembre sembrava insperata. Non solo: questo Verona è riuscito a colmare quel baratro affettivo che prima Pecchia e poi ancora di più Grosso avevano scavato.

Juric è stato il condottiero di una squadra meravigliosa, che partita dopo partita ci ha fatto innamorare. Pian piano Amrabat, Rrahmani, Silvestri, Zaccagni, Lazovic, Di Carmine, capitan Pazzini sono diventati degli eroi che hanno condotto il Verona a diventare addirittura la rivelazione del campionato.

Il merito, lo scriviamo da tempo ha un solo grande protagonista: Ivan Juric. Arrivato in mezzo alla diffidenza, Juric ha fatto parlare i fatti. Poche parole, chiarissime, onestà, una comunicazione finalmente non artefatta ma naif, pulita, corretta. Aveva promesso solo che gli avversari avrebbero dovuto sudare tantissimo per battere il Verona. E così è stato. Non solo: nel frattempo la squadra migliorava, Juric limava schemi e movimenti, la forma cresceva e il verona vinceva. Fino a quella settimana magica e terribile in cui affrontò Milan Lazio e Juventus una dietro l’altra, settimana che si chiuse con CR7 battuto al Bentegodi. Il covid19 ha fermato quella macchina perfetta, un’altra diversa abbiamo ritrovato quasi quattro mesi dopo. Ma sempre con la voglia di far sudare le vittorie agli avversari. Da quando il campionato è ripreso il Verona ha conquistato 7 punti. Due vittorie, un pareggio (al 97′) e una sconfitta (immeritata). E’ un Verona che ha varcato quota 40 punti e che è salvo a nove giornate dalla fine. Per tutto questo e per quello che ancora riuscirà a fare questo Verona merita il nostro imperituro grazie.

29
giu 2020
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LA SALVEZZA E’ UN MIRACOLO, L’EUROPA E’ UN’UTOPIA

Cosa ci dice il 3-3 di Sassuolo? La prima cosa: il Verona ha pareggiato contro una rosa che vale dieci volte di più. Questo testimonia il grande, immenso lavoro di Juric che a dieci giornate dalla fine del campionato ha portato in porto la piccola barchetta gialloblù che a inizio stagione pareva destinata a girare una puntata di Scherzi a parte nel campionato di serie A.

Ci dice anche, però, che lottare per l’Europa è un’utopia. Le nozze con i fichi secchi Juric le ha fatte ma non è che adesso possiamo chiedergli anche di arrivare con una squadra costruita a costo zero in finale di Champions League. Esagero, ovviamente per spiegare che purtroppo per perseguire un sogno europeo serve una squadra di ben altra struttura rispetto a questo Verona.

Che ha sicuramente dodici, tredici ottimi giocatori ma che ha una rosa molto inferiore a chi in questo momento ambisce ad un posto in Europa League. Juric ha tirato fuori il sangue dalle rape, ma nemmeno lui ha poteri taumaturgici capaci di trasformare degli asini in cavalli purosangue. Tanto per dire: se l’allenatore ha sempre fatto giocare Faraoni e Lazovic sulle fasce, senza dare spazio ad altri un motivo ci sarà. E si è visto stasera, quando lo spaesato Adjapong giocava al ciapanò mentre quelli del Sassuolo lo schivavano senza pietà. Insomma non stiamo girarci troppo in tondo: giocando ogni tre giorni e dovendo quei dodici tredici di cui sopra tirare il fiato, assorbire infortuni, riprendere forze, servirebbe una panchina da cui attingere di ben altra consistenza.

Giusto per dire: De Zerbi ha potuto schierare stasera dalla panchina un fuoriclasse assoluto come Boga, un diavolaccio come Rogerio, un altro buon giocatore come Traorè. Con questi uomini, pensate un po’ il Sassuolo è addirittura migliorato rispetto all’undici iniziale, mentre il Verona annaspava, salvato dalle super parate di Silvestri.

Toglie qualcosa tutto questo a Juric e al Verona? Nemmeno per sogno. Anzi, semmai ne amplifica i meriti. Perché in realtà il Sassuolo con tutto questo ben di dio stava addirittura per soccombere, salvato solo al minuto 97′. Il capolavoro di Juric si è concluso con questa salvezza anticipata e con l’incredibile incremento in termini di valutazione di alcuni giocatori che peraltro in queste ultime partite mi sono sembrati un pochino meno lucidi e meno brillanti rispetto a febbraio. Mi riferisco a Rrahmani e a Kumbulla, ossia due degli uomini mercato del Verona.

Su quest’ultimo, 19 anni, iper e stravalutato dal circo mediatico, si è consumata in settimana la calata a Roma del presidente Setti. Uno spettacolo, in termini di forma, a cui mai si assiste in serie A e che, valutazione personale, mi è apparso avvilente. Un presidente di una squadra che ha un gioiello da cedere che addirittura va lui a offrire questo gioiello nella sede di un altra società dimostra la tremenda debolezza finanziaria di questo presidente. Ditemi quello che volete, ma da chi gestisce una società come l’Hellas Verona io mi aspetto molto di più anche sotto questo punto di vista formale. Aggiungo che non ho mai visto Percassi o Pozzo, per dire di due presidenti di squadre a livello del Verona, andare nella sede di altre società a vendere i propri giocatori. L’effetto di tutto questo circo poi sul ragazzo è abbastanza evidente. Kumbulla è un ragazzo d’oro ma inevitabilmente sto can can lo ha frastornato. E chissà in cuor suo Juric che cosa penserà di tutto ciò.

23
giu 2020
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ERAVAMO QUATTRO AMICI AL VAR…

Fermateli. Fermateli per favore, prima che sia troppo tardi. Prima che il calcio diventi un altro sport. Fermateli perché se continua così il più bello sport del mondo ne uscirà distrutto. Dopo Verona-Napoli, dopo l’ennesima decisione presa dai quattro amici al Var, è necessario che ogni appassionato si alzi e invochi un ritorno alle origini. L’aberrazione televisiva che non tiene conto del principio stesso dell’agonismo calcistico, oltre che creare danni, sta creando un altro mondo parallelo.

Ogni episodio analizzato fuori dal contesto della partita modifica il corso di una gara, ne altera gli equilibri precari, provoca una discrezionalità totale. Tre episodi clamorosi contro il Verona nella gara con il Napoli (gol di Milik da angolo inesistente, gol annullato per mano appoggiata involontariamente sul pallone nel tentativo di reggersi in piedi di Zaccagni, gol di Lozano con salto della cavallina su Faraoni) inducono a pesanti riflessioni e dubbi su ogni intervento. L’arbitro non dirige più la gara, non interpreta il movimento del corpo, non riesce più a capire cosa è calcio e cosa non lo è. Analizza l’azione in una moviola in cui si accentua l’entrata, lo slow motion amplifica, cambia modifica la percezione, perdendo quella naturalezza che aveva reso il calcio uno sport di contatto all’interno di regole e di fair play.

Pasqua di Tivoli è la logica conseguenza di questa confusione generata dalle macchine e dai designatori che interpretano le macchine. Manca una linea di oggettività. Alcuni falli sono guardati altri no, altri ancora sono guardati solo se qualcuno protesta. L’arbitro diventa un piccolo arbitrino senza personalità che per lavarsi la coscienza, al pari di Ponzio Pilato che chiedeva al pubblico chi salvare tra Gesù e Barabba, chiede al Var di prendere le decisioni più importanti della partita, quelle che lui non può o non sa più prendere.

Da due partite il Verona è fortemente penalizzato, con il Cagliari è andata bene comunque, con il Napoli, squadra fortissima che gioca come una provinciale, è arrivata una sconfitta. Ora ci sarebbe da discutere se il Verona fosse stanco e meno brillante rispetto a quei fantastici quaranta minuti con il Cagliari, se la panchina offre qualità e alternative a Juric, se inevitabilmente con la vista della salvezza a due passi, arrivi di conseguenza un po’ di appagamento. Ma sarebbe ingeneroso nei confronti di una squadra che continua a onorare maglia e campo e a cui il 2-0 contro la squadra di Gattuso appare una punizione eccessiva. Senza i quattro amici al Var, siamo certi, sarebbe andata diversamente.

21
giu 2020
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MA QUALI DUBBI: JURIC E’ UN FENOMENO E QUESTA E’ UNA SQUADRA BELLISSIMA

Sono bastati tre minuti per capire che non era cambiato niente. Tre minuti in cui il Verona ha turbinato il solito calcio, mordendo alle caviglie gli avversari, buttandosi negli spazi, verticalizzando. Ma quali dubbi… Quando c’è una squadra che ha così chiaro il suo timbro d’origine, quando hai un allenatore fenomeno che ha tracciato un solco profondo, così profondo che non c’è Covid nè lockdown che possano scalfirla.

Il Verona è ripartito esattamente da là, dai concetti di gioco del suo allenatore, dalla sua identità, dalla sua alchimia. Per quaranta minuti il Cagliari è stato in balia del Verona, spazzato via come una nave di balsa in mezzo all’Atlantico. Poi ci ha pensato il Var ancora prima ancora dell’arbitro a ridare fiato ai sardi che mai, comunque, hanno spaventato la truppa scaligera se non in quell’unica sbavatura difensiva che ha portato al gol di Simeone. Stropicciatevi gli occhi: finisse oggi il Verona sarebbe in Europa League. Roba da non credere. Ma stando seri, mancano due punti ad una salvezza che comunque ha del miracoloso viste le premesse.

Una considerazione va fatta su Samuel Di Carmine. Il ragazzo sta emergendo nonostante il generale scetticismo ed è forse ancora più forte visto che si dice sia molto sensibile, troppo forse. Di Carmine è talentuoso, ha colpi, però ha bisogno di fiducia. Ha probabilmente trovato dentro di sè quella rabbia di dimostrare che l’etichetta di non esser adatto alla serie A è sbagliata. E’ salito a quota cinque e la sua rete, la seconda, è stata fantastica. Forse è lui il bomber che cercavamo. Ce l’avevamo in casa solo che non lo sapevamo e probabilmente neanche lui lo sapeva. Ma qui a Verona abbiamo esempi di attaccanti che sono passati dall’essere vituperati da un’intero stadio ad essere idoli assoluti: chiedere a Nicola Ferrari detto Iron Nick per informazioni.

Infine: non si può prescindere dal pensare che l’autore di questa meravigliosa squadra abbia un solo nome e cognome: Ivan Juric. La differenza l’ha fatta lui se è vero che solo pochi mesi fa stavamo assistendo al più grande schifo calcistico a cui mai si sia assistito da queste parti. Il miracolo è suo, Setti ha il merito indubbio di aver trovato un fenomeno. Siccome è dimostrato che non è facile cogliere nel calcio fiori così belli, ora il presidente ha l’obbligo di non perderlo. Tocca a lui fare le mosse vincenti per trattenere a Verona un allenatore così bravo.

15
giu 2020
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CINQUE PUNTI E POI… BLINDARE JURIC

Cos’è cambiato dallo schifo a cui abbiamo assistito con Pecchia e Grosso e questo Verona? Una sola cosa: l’allenatore. Va da sè che i risultati di questo Verona sono solo ed esclusivamente merito di Ivan Juric. Il merito di Setti sta a monte: aver capito quanto schifo ha propinato con Pecchia e Grosso e pur senza mai pronunciare la frase “ho sbagliato” aver cambiato repentinamente strada. E’ una pratica a cui Setti ci ha abituato del resto. Come quando defenestrò Bigon (per fortuna) a cui mesi prima aveva suonato il violino. Di Pecchia disse che era destinato a grandi club, mentre Grosso venne esonerato “a malincuore”. Vabbè: meglio non star qui a rimestare questo passato così compromettente per il presidente del Verona. Meglio (molto meglio) pensare al futuro. Che non può proprio prescindere da Juric.

Nemmeno nelle più rosee previsioni ci si poteva immaginare un impatto simile di Juric sul Verona. Ha fatto le nozze con i fichi secchi e con l’unica eccezione di Bocchetti (per la verità anche sfortunato), ha indirizzato la società verso ottimi acquisti a costi praticamente nulli. Si è trovato senza goleador con un attaccante che probabilmente non gli era troppo gradito, unica scelta lasciata completamente nelle mani della società, ma sta pilotando la squadra verso l’Europa. Grazie al suo gioco ha valorizzato giocatori che forniranno plusvalenze milionarie. Per tutto questo e molto altro ancora Juric non può essere considerato alla stregua di un normale tassello del Verona. Non è sostituibile e se se ne andrà, Setti avrà perso l’occasione di costruire un ciclo d’oro.

Tutti stanno aspettando Setti al varco: la permanenza di Juric, da convincere con ingaggio adeguato (non credo sia un problema) e adeguato programma (non chiamiamolo progetto che mi pare non calzare all’orizzonte temporale di Setti sempre a breve raggio, con la cessione immediata di qualsiasi talento abbia un minimo di mercato) è cosa da fare non appena si raggiungerà la salvezza matematica.

L’errore più grande che Setti possa fare adesso è ritenere Juric un allenatore come un altro per non dargli troppo potere contrattuale e troppo potere all’interno della società. Invece è proprio così che deve andare. Per i tifosi del Verona l’unica garanzia è proprio l’allenatore croato. Per il resto… vedere Pecchia e Grosso…

01
giu 2020
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IL BRAND SENZA TRICOLORE

Mi ricordo perfettamente quando Saverio Guette nel 1995 mi fece vedere in anteprima il nuovo logo del Verona. Lo presi in mano e mi piacque subito. Saverio, uomo di intelligenza finissima e di grande cultura, che era milanese, ma nel tempo era diventato più veronese di noi veronesi, aveva dato un senso a tutto. Aveva recuperato l’ovale che era stato il primo logo del Verona, quello con la sola scritta Hellas (mi si accappona la pelle quando oggi qualche ragazzetto su instagram critica l’ovale…), una scelta precisa che era dettata a quel tempo dalla necessità di legare il nome Hellas a quello della società, nome che si era perso dopo l’acquisizione nel 1991 del fallito Hellas Verona AC dal Verona fc 1991. Saverio aveva persino creato undici linee gialloblù (contatele) che rappresentavano gli undici calciatori del Verona che scendevano in campo. Alberto Mazzi, assieme all’avvocato Dario Donella aveva lavorato moltissimo per riportare la denominazione Hellas e quel logo aveva lo scopo di celebrare quel nome riconquistato (sebbene più di un giurista sia ancora oggi propenso a ritenere che la denominazione Hellas appartenga ancora al vecchio Hellas Verona AC, società “in bonis”, oppure ad un’altra società iscritta regolarmente ai campionati Figc con la denominazione Hellas Verona, ma questa è un’altra questione…).

Poi Saverio ci aveva inserito un piccolo baffo tricolore a ricordo perenne della più grande impresa di una squadra provinciale. Un segno della storia che oggi nel nuovo logo di Setti si è perso.

Mi chiedo: c’era davvero bisogno di cambiare il logo del Verona, non era sufficientemente bello e rappresentativo quello del 1995? Gli uomini del marketing moderno e spregiudicato che notoriamente non godono della mia simpatia fanno sapere sulla brochure di presentazione del nuovo marchio che “il restyling ha come intento quello di semplificare e attualizzare il brand Hellas: due soli colori, il giallo e blu e infinite possibilità di utilizzo in monocromia sulla base dello sfondo e della superficie sulla quale andrà utilizzato e posizionato”. In pratica, per farla breve, si sono ritagliati i due mastini che Chiampan si era inventato nel 1984 in modo da poterli appiccicare più facilmente ovunque ci sia indizio di un business. Non c’è nemmeno da spendere tanti soldi per farli a colori. Sono i tempi, bellezza. Senza sapore e senza odore. Come un sintomo del Covid19.

 

29
mag 2020
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SURROGATO DI CALCIO

Dice Gravina: il calcio è un’industria. Il problema è che ha ragione. E’ proprio vero. Il calcio di Lotito, Setti, e compagnia non è più un romantico rifugio della passione della gente ma è diventato un gigantesco mercato, in cui quella passione è arata e concimata al fine di ottenere soldi soldi soldi. E’ ineccepibile il discorso: svuotato quasi completamente della passione della gente, il pallone tornerà per esigenza di bilancio a giocare. Senza la gente. Una bestemmia assoluta, un controsenso al pari di un rapporto incestuoso. Come si può dire che quello è calcio? No non lo è. Il calciatore, uno come Zigoni, o come Elkjaer o tutti gli altri campioni che abbiamo avuto a Verona vivono dell’esaltazione del momento, del trasporto della gente, il loro egocentrismo li porta a superare e a superarsi, come ha spiegato benissimo Valdano in una recente intervista. La gente è per il calcio come il sangue per il cuore. Senza non esiste cuore, nè battito. Non sarà calcio. Sarà la ciofeca, tristissima imitazione del caffè in tempi autarchici, sarà il surrogato del cioccolato, sarà una rappresentazione di un’industria che non poteva fermarsi pena il default. Ci dovremo abituare, ma non diteci che quella cosa lì che andrà in onda in chiaro e a pagamento ci deve anche piacere.

06
mag 2020
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VI SALVERANNO (FORSE) I PLAY OFF

C’è una straordinaria occasione davanti al calcio italiano: quella di cogliere dalla terribile esperienza dovuta all’emergenza del coronavirus un’opportunità unica: ragionare in maniera diversa rispetto a questi ultimi anni fatti di egoismi, miopia, incapacità imprenditoriale e in definitiva l’allontanamento dei tifosi dagli stadi, mai così vuoti.

Diciamoci la verità: la cosa più giusta sarebbe sospendere tutto. Non è morale davanti ai morti, agli ospedali, ai medici, agli infermieri, ai tamponi che non ci sono e se ci sono sono per pochi, creare ancora una volta un mondo parallelo, dorato e al limite del finto, una nuova frattura.

In più: che senso ha un calcio senza tifosi, senza gente allo stadio? La serie A, ancora una volta, ragiona con la protervia del più forte, con l’intento di accaparrarsi gli ultimi spiccioli dell’ultima rata delle televisioni che possa colmare in parte le follie di un classe di presidenti che da tempo ha smesso di investire nel calcio e dove da tempo si prosciugano la passione e le tasche dei tifosi che non smettono di spendere soldi per spettacoli che certe volte sono tra l’indecente e il vergognoso (ogni riferimento agli ultimi Verona di Setti con Pecchia e Grosso alla guida è puramente voluto).

Dato però che l’unica colpa che non si può fare a questa generazione di presidenti è quella del coronavirus che ha solo messo in risalto tutta la loro pochezza, ecco che la straordinarietà può essere tramutata in un’occasione.

Da tempo sostengo che l’unica possibilità di chiudere in qualche maniera questo campionato, l’unica vera via d’uscita che darebbe un senso anche all’incredibile situazione che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo, è quella di giocare i play-off per lo scudetto e i play-out per non retrocedere.

Ora, immaginate solo per un attimo che venga “congelata” la classifica e che venga data la possibilità alle prime otto di giocare una fase finale ad eliminazione diretta e alle ultime sei la retrocessione.

Una specie di mondiale che si giochi a porte chiuse, ovviamente, in due tre sedi in quelle regioni e città dove il maledetto virus ha colpito di meno. Vi immaginate il pathos, l’emozione e l’interesse che comunque si creerebbe anche in una situazione del genere? Immaginatevi un Verona-Juventus al meglio delle tre partite con il vantaggio, ovviamente a chi è meglio classificata di passare, come succede in serie C…

Non se ne avvantaggerebbero anche le tv a pagamento ora dissanguate nell’auditel e negli ascolti che sono precipitati? E non sarebbe un bel modo di assegnare un tricolore che altrimenti avrebbe poco senso? Qualcuno mi dice: non si cambiano le regole in corsa… Ma in pratica le regole sono già cambiate perchè il campionato è già falsato da un sacco di fattori perchè di fatto quello nuovo sarà totalmente un campionato diverso ed allora quanto sarebbe affascinante vedere duelli e gare con questa posta in palio?

Mi rendo conto conto che è tutto troppo alto, troppo bello, persino troppo semplice e che alla fine prevaranno le solite bottegucce romane, laziali, lotito-agnelliane-celliniane in cui la soluzione sarà di basso profilo e con la solita orchestrina che suona mentre gli iceberg si avvicinano.