22
feb 2019
AUTORE Mario Zwirner
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TENEMOS POCOS HUEVOS

Tutti indignati, qui da noi, con quel “troglodita” (Repubblica dixit) di Diego Simeone che, dopo aver asfaltato la Juve col suo l’Atletico, ha mostrato gli attributi al pubblico dello stadio madrileno. Los huevos, come li chiamano gli spagnoli.

I quali, spagnoli, indignati non lo sono per niente; tant’è che El Pais – il quotidiano iberico più diffuso – ha titolato fiero: “Tenemos muchos huevos!”

Se vogliamo, più che scandalizzarci per il gestaccio volgare di Simeone, dovremmo forse riflettere su un problema per così dire collaterale: che noi italiani in genere, e non solo i giocatori della Juventus, “tenemos pocos huevos”…non facciamo quasi mai mostra di avere attributi.

Attributi indispensabili se vuoi difendere l’identità, la cultura e anche il ruolo internazionale del tuo Paese. Tanto per citare gli ultimi: Berlusconi, Monti, Renzi e Gentiloni nelle trattative con la Ue a Bruxelles hanno mostrato, non pocos, ma zero huevos…Quindi Conte è la norma, non certo l’eccezione.

Saranno, come ci ricorda l’inno nazionale, i tanti secoli in cui fummo “calpesti e derisi” che ci hanno portato ad essere accoglienti, più accomodanti che combattenti. In larga misura (e con le dovute eccezioni) noi italiani siamo un popolo bio (degradabile), preoccupato anzitutto di mangiare biscottini “senza olio di palma”, di mettere la mascherina per difenderci dall’inquinamento, di fare jogging (non proprio un arte marziale). Emblematici anche i nostri calciatori: invece che impegnarsi a vivere da atleti, il loro primo pensiero da fighetti è l’ultima moda dell’acconciatura (ora stile Kim Jong-un), è che tatuaggio mettere nell’ultimo centimetro di pelle disponibile.

Siamo così anche a prescindere dai nostri regimi. Il Duce alla fine divenne il servitor cortese di Hitler, i governi repubblicani del dopo guerra ascari degli Stati Uniti, per poi finire in ginocchio da Frau Merkel. Quando ci ordinarono, contro i nostri interessi, di bombardare Gheddafi rispondemmo in coro “sì sior!”. Huevos nostrani non pervenuti.

Pensiamo anche al modo in cui affrontiamo le tante riforme radicali di cui avrebbe bisogno il nostro Paese: una marea di chiacchiere che alla fine si traducono in biscottini senza olio di palma che le tante corporazioni (prime responsabili della paralisi italiana) sgranocchiano con piacere.

Sarà significativo di quanto ci siano estranei gli attributi: appena uno tenta di mostrarli e – comunque lo si giudichi – è il caso di Matteo Salvini, subito viene definito “un troglodita” esattamente come Diego Simeone…

Perché noi invece siamo autentici gentlemen. Doveva ricordarsene Allegri: di fronte al collega allenatore che esibiva los huevos, lui doveva mettersi prono e col sederino al vento; da educato gentiluomo appunto.

12
feb 2019
AUTORE Mario Zwirner
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1.226

SALVINI E I TANTI AIUTINI

Interista dalla nascita detesto la Juventus, la chiamo con disprezzo la “Rubentus”. Ma il tifo neroazzurro non mi rende cieco al punto di non vedere la realtà: Ronaldo è, incomparabilmente, il miglior calciatore che gioca nel campionato italiano.

Fatto l’esempio, proseguo. Non ho mai votato lega. Ma le mie idee politiche non mi impediscono di constatare che Matteo Salvini è il Ronaldo della politica italiana. Gli altri, al confronto, mi ricordano Montolivo (il centrocampista che, quando giocava nel Milan, faceva solo passaggetti laterali o all’indietro, mai un lancio per mandare gli attaccanti in porta).

Martina? Un Montolivo appunto, incapace di lanciare gli elettori al voto; Zingaretti? Tanto valeva candidare alle primarie suo fratello, il mitico commissario Montalbano. In Forza Italia, con Berlusconi pensionato, per anni ha imperversato Brunetta “l’energumeno tascabile” (D’Alema dixit), e adesso siamo a Tajani…Non parlo di Di Maio e Di Battista perché, come noto, è da vili uccidere uomini già morti.

Se c’era un dubbio su Salvini, Ronaldo della nostra politica, bastava ascoltarlo lunedì sera da Vespa: un linguaggio chiaro, diretto, comprensibile da tutti, per parlare di temi sentiti dai cittadini comuni. E poi una capacità democristiana di girare la torta e minimizzare i contrasti con i 5 Stelle (che pure sono tanti e insuperabili).

Il paradosso è che un campione come Ronaldo non ha bisogno di aiutini. Mentre a Salvini piovono dal cielo quotidianamente.

Quei “radical chic”, così li ha definiti il leader leghista, che a Sanremo hanno fatto vincere Mahmood cosa hanno ottenuto? Da bravi Tafazzi di portare ancora voti in più alla Lega. Esattamente come i pm, di Magistratura democratica, decisi a processare il ministro degli Interni. Solo aiutini non richiesti…

Quanto ai 5 Stelle è ovvio che Salvini non ha alcun interesse a interrompere il governo con loro. Perché il confronto è disarmante. A Ronaldo non dispiacerebbe di giocare la partita assieme a Montolivo: alla fine lui prenderebbe 9 in pagella, e l’ex milanista 3.

Elementare Watson. Elementare anche per gli elettori che guardano la partita politica e poi votano le pagelle a confronto nell’urna.

05
feb 2019
AUTORE Mario Zwirner
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MISTER CARD, UN REPLICANTE

Nel programma dei 5 Stelle un conto è la sostanza, i contenuti, un conto la forma cioè come vengono presentati

Sui contenuti ci stanno tutte le critiche; ad esempio quella di Confindustria al reddito di cittadinanza che “scoraggia la ricerca di lavoro”.

Ma è ridicolo fermarsi alla forma, cioè al mini show con cui Luigi Di Maio ha esibito la card per l’accesso al reddito. Il Manifesto lo ha chiamato “Mister Card”, come se fosse la prima volta che vediamo un politico allestire una sceneggiata per pubblicizzare il suo programma. Mentre Di Maio è solo un replicante.

Ci siamo forse dimenticati di Silvio Berlusconi che va da Vespa e firma su Rai1 il “contratto con gli italiani”? Pure promesse, impegni non mantenuti al 99%. Ma intanto lo show elettorale aveva avuto il suo effetto. Questo lo ricordiamo

Magari è uscito dalla memoria un precedente ancor più clamoroso che risale al luglio 1988: il “Bacio di Achille”.

In prima pagina del Venerdì di Republica la foto di Achille Occhetto che bacia teneramente sulle labbra la moglie Aureliana Alberici il tutto – scrive il settimanale – nella “dacia” di Capalbio.

Cosa c’entra il bacio di Achille con la politica, con i programmi di quello che presto non sarebbe stato più il Pci per diventare il Pds?

Occhetto aveva semplicemente colto il cambiamento dei tempi. Era stato eletto segretario un mese prima, aveva capito che il comunismo era ai titoli di coda e, in vista della famosa “svolta della Bolognina”, volle dare un segnale preciso che riguardava la forma, i comportamenti privati, il modo di rapportarsi in pubblico.

Fin’ora i vecchi compagni erano stati ipocriti esattamente come i vecchi democristiani: apparentemente casti e morigerati, relegavano sesso e amori – spesso frenetici – dietro le quinte.

Achille Occhetto volle dimostrare che era arrivata anche a sinistra una nuova generazione che poteva baciare in pubblico e sulla bocca la propria donna; facendosi fotografare e finendo in prima pagina che tutti vedessero. Uno show sul cambiamento di costume, che nulla aveva a che fare coi contenuti politici e il programma di governo, ma che fece scalpore nell’opinione pubblica

Quindi Luigi Di Maio è solo l’ultimo arrivato sul palcoscenico degli showmen della politica. La memoria è utile per collocare gli episodi in successione nella giusta dimensione.

30
gen 2019
AUTORE Mario Zwirner
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1.011

“PIU’ NE PRENDI, PIU’ NE VERRANNO”

“Più ne prendi e più ne verranno”. Ovviamente si parla di migranti ma questa affermazione non la fa Salvini. Lo dichiara l’illustre storico scozzese Niall Ferguson intervistato dal Corriere della sera.

Al di là che sia illustre o meno, le sue considerazioni sul fenomeno dell’immigrazione e sulla possibilità di governarlo meritano almeno una riflessione.

Dimensioni. “Il potenziale per l’immigrazione di massa da Africa, Medio Oriente e Asia del Sud – dice Ferguson – è vasto e non abbiamo ancora visto niente…Centinaia di milioni di persone dicono sì all’idea di migrare”

Capacità Ue di gestire il problema. “Credo che le istituzioni europee non siano in grado di affrontarlo. Sono state disegnate per circostanze completamente diverse, la difesa dei confini davvero non era la priorità. Non credo siano capaci di decisioni che siano sia legittime che efficaci”

Quale può essere l’impatto politico per la Ue, gli chiede Federico Fubini del Corriere. “In queste circostanze il percorso dell’integrazione europea è probabilmente terminato. La sola vera domanda riguarda la velocità della disintegrazione. Mi ha colpito vedere che il governo danese ha deciso di costruire una barriera al confine con la Germania giustificandola con la necessità di tenere fuori i cinghiali tedeschi. E’ quello che chiamo populismo per eufemismi quando i politici non populisti adottano misure populiste. Fanno i populisti ma pretendono di no”.

Vado a sintetizzare il resto dell’intervista. Niall Ferguson conclude che è inevitabile che ogni Paese agisca per conto proprio. La prima è stata la Germania della Merkel nel 2015, per giunta utilizzando fondi europei e senza aver consultato alcun Paese Ue, per finanziare il blocco del corridoio balcanico.

Secondo lui i Paese più esposti sono Italia, Spagna e Grecia. Sugli aspetti umanitari del soccorso in mare anche di donne e bambini, Ferguson non lascia spazio e risponde:” E’ semplice: più ne prendi e più ne verranno”

Infine esclude che funzioni anche la formula aiutiamoli a casa loro perché spiega: “gli europei non dovrebbero mettere solo denaro, dovrebbero sorvegliare il buon funzionamento delle istituzioni in Africa. E a questo punto l’accusa di neo-colonialismo sarebbe dietro l’angolo”.

 

24
gen 2019
AUTORE Mario Zwirner
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IL PROBLEMA E’ L’UNESCO, NON BANFI

Che scandalo mandarci un comico come Lino Banfi all’Unesco! Serve un uomo di grande cultura!

Ma il problema è chi vi va o cosa fa questo baraccone partorito dall’Onu?

Vi leggo da Wikipedia quali avrebbero dovuto essere gli obiettivi da perseguire. “Unesco-Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, istituita a Parigi 4 novembre 1946, è nata dalla generale consapevolezza che gli accordi politici ed economici non sono sufficienti per costruire una pace duratura e che essa debba essere fondata sull’educazione, la scienza, la cultura e la collaborazione tra nazioni, al fine di assicurare il rispetto universale della giustizia, della legge, dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che la Carta delle Nazioni Unite riconosce a tutti i popoli, senza distinzione di razza, di sesso, di lingua o di religione”

Libertà fondamentali senza distinzione di sesso. Ed è, infatti, grazie all’Unesco che le donne islamiche non sono più sottomesse all’uomo; sono libere di togliersi il velo e vivere come piace a loro…

Ma il compito fondamentale era garantire la pace duratura. Infatti, sempre grazie all’azione molto incisiva dell’Unesco, non ci sono più guerre religiose o tribali né in Siria né in Libia né in alcun altro Paese…

In compenso scoppiano le guerriglie locali, anche nel nostro Veneto. Ad esempio fra Treviso e Padova. Treviso vuole che venga riconosciuto anzitutto il prosecco come “patrimonio dell’Unesco”; Padova invece vorrebbe dare la precedenza al ciclo pittorico di Giotto.

Questo fa all’atto pratico l’organizzazione dell’Onu: distribuisce bollini che promuovono il turismo, i prodotti, i luoghi. Come ironizzava un mio amico di Selinunte: “Pretendo che l’Unesco dichiari patrimonio dell’umanità anzitutto la minchia siciliana!”

Quindi il problema non è chi ci va. Un Paese serio non manderebbe nessuno in questo baraccone inutile che costa più di cento redditi di cittadinanza senza produrre alcun risultato rispetto agli obiettivi per cui è stato istituito. Smetterebbe anche di finanziarlo.

E se proprio vuoi mandare un commissario, altro che un bravo attore comico come Lino Banfi. Un clown è più che sufficiente, anzi perfetto.

 

22
gen 2019
AUTORE Mario Zwirner
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657

COME LA FRANCIA COLONIZZA L’AFRICA

Diamo atto a Di Maio e ai 5 Stelle di aver sollevato un’enorme questione politica, ignorata non solo dai nostri precedenti governi ma anche da tutti gli altri Paesi della Ue: 14 ex colonie africane della Francia che hanno come moneta il franco francese.

Imposto loro dalla Francia o scelto liberamente? Domanda per certo verso ridicola di fronte ad una realtà: nessuno dei tanti Paesi coloniali – Italia, Gran Bretagna, Portogallo, Spagna, Olanda etc. – si è sognato di imporre o “regalare” la propria moneta alle ex colonie.

Vi immaginate l’Italia che – ovviamente per il bene di Libia, Somalia ed Etiopia – suggerisce loro di tenersi la lira? La Gran Bretagna la sterlina a Kenya e Sudafrica?

La balla che ci racconta oggi Macron, e ieri gli altri presidenti francesi, è che l’hanno fatto per il bene delle loro ex colonie, libere naturalmente di rifiutare o accettare il franco francese…

Ma il direttore di Italia Oggi, Pierluigi Magnasci, ricorda che quando i presidenti di Togo e Mali vollero liberarsi del franco francese subirono entrambi un colpo di stato orchestrato – guarda caso – da ex legionari francesi…

La Francia inoltre mantiene propri militari nell’area sub-sahariana, ed ha rifiutato che arrivassero nostri soldati, pur con la benedizione della Ue, a controllare i flussi migratori…Anche questa un’eccezione assoluta: nessuno dei Paesi coloniali ha propri soldati nelle ex colonie. Quelli francesi serviranno a garantire la libertà o la sottomissione dei 14 Paesi africani?…

Resta poi una precisa considerazione di fondo: stampare moneta è la condizione fondamentale per garantire libertà e indipendenza di un Paese.

Tant’è che gli Stati degli Stati Uniti possono avare una moneta comune, il dollaro, perché sono un solo Paese federale. Mentre è assurdo che l’euro sia diventata la moneta unica di un una Unione Europea che non è un Paese unico, non lo è diventata essendo rimasto un’accozzaglia di 27 Paesi; dove la Germania la fa da padrona, grazie all’Euro, e la Francia continua a colonizzare 14 Paesi africani grazie al franco francese.

Doveva arrivare il “dilettante allo sbaraglio” di Luigi Di Maio per provare ad aprirci gli occhi.

14
gen 2019
AUTORE Mario Zwirner
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1.078

CARLO NORDIO SU BATTISTI

Come spesso accade, l’osservazione più interessante su Cesare Battisti l’ha fatta l’ex magistrato Carlo Nordio sul Gazzettino.

Chi è il primo responsabile di 40 anni di latitanza del terrorista del Pac, Proletari armati per il comunismo, condannato all’ergastolo per 4 omicidi? Risposta sintetica: l’Unione europea.

Cioè un Europa che si è preoccupata solo di varare la moneta unica e non – per dirne una – anche una giustizia penale omogenea per tutti i Paesi dell’Unione. E così la Francia ha offerto – per ben 24 anni, dal 1981 al 2004 dopo la sua evasione dal carcere di Frosinone! – ha offerto asilo e assistenza a Battisti come se fosse un perseguitato.

Tanto per capirci come se noi avessimo offerto asilo e assistenza ai terroristi islamici autori della strage al Bataclan…

Per carità c’è stata anche una nostra “perversa cultura progressista” – Nordio la chiama così – che ha minimizzato se non giustificato la responsabilità dei terroristi. (Ricordate il “soccorso rosso” lanciato dal Nobel Dario Fo?). Ci sono stati i regimi del Sudamerica. Ma la cosa più clamorosa è ciò che ha fatto per Battisti un Paese civile e occidentale come la Francia.

Grazie appunto ad una Ue che non ha una giustizia comune, che non ha leggi tributarie comuni, che non ha una politica per l’immigrazione.

Un edificio – scrive sempre Nordio – “senza criterio, senza progetto e senza fondamenta”.

E qui la vicenda di Cesare Battisti si proietta sul voto europeo del Maggio prossimo. Perché – comunque la si pensi – anche chi crede e vuole più Europa deve essere consapevole che non puoi aggiungere piani ad un edificio senza fondamenta.

Qui o crolla l’Europa oppure deve essere ricostruita a partire dalle fondamenta. Che sono leggi condivise e non certo solo la moneta unica.

27
set 2018
AUTORE Mario Zwirner
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14.465

AUTODIFESA PRONTO CASSA

Difficile dimenticare la drammatica ricostruzione fatta dai due coniugi di Lanciano rapinati e pestati in casa dai banditi. Lui, in ospedale col volto tumefatto, ricordava che i banditi più volte gli dicevano “faremo a pezzi te e tua moglie se non ci dite dov’è la cassaforte”.

Vien da pensare qual è la prima autodifesa – non dal furto ma dal pestaggio – una cassaforte aperta e piena di contanti, l’autodifesa cash o pronto cassa.

Concordo con l’anziano medico. Inutile avere la pistola in casa per una questione di competenza: i criminali sanno usare le armi molto meglio di noi, specie se anziani. Pensare di usarle significa solo aumentare la possibilità di venire da loro ammazzati.

Possiamo credere che furti e rapine diminuiranno? No, per varie ragioni: oggi non si ruba più per fame, come una volta, ma per guadagno. Nel senso che guadagna molto più un rapinatore di un operaio o un impiegato. Lui, il criminale, guadagna di più, non paga le tasse e rischia poco nulla. Nel senso che pochi di loro vengono individuati e meno ancora puniti in modo adeguato.

Quindi i rapinatori dilagheranno nel nostro Paese, sapendo che continueranno a farla franca.

Ha senso autodifendersi con sistemi d’allarme e telecamere? Questo serve – eventualmente – ad individuare a posteriori i banditi. Non certo ad evitare il pestaggio.

Quindi torniamo al pronto cassa. Chi può permetterselo tenga in casa qualche migliaia di euro, pronto ad offrirli con un inchino ai rapinatori che irrompono nella sua abitazione: non sogniamoci di poter evitare i furti, speriamo di risparmiarci almeno la tortura delle botte e il lobo dell’orecchio mozzato.

21
set 2018
AUTORE Mario Zwirner
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2.159

ARRIVANO LE DOMENICHE “FASCISTE”

Le chiamano domeniche ecologiche o domeniche senza auto o anche mobility day. Ma forse sarebbe più corretto chiamarle domeniche “fasciste”. Perché lo scopo dichiarato dagli amministratori locali (di qualunque colore politico) che stanno promuovendole in tutti i capoluoghi veneti e quello di educare il popolo. Educarlo a usare i mezzi pubblici e non l’auto privata.

Proprio come il sabato fascista doveva servire ad educare il popolo; proprio come le tante manifestazioni di massa organizzate dai regimi comunisti dovevano servire ad educare il popolo…

I nostri amministratori infatti – ammesso che la priorità sia combattere l’inquinamento – sanno benissimo che il blocco delle auto nei capoluoghi non serve a nulla. Perché continuano a transitare nei comuni contermini, sulle autostrade e nelle tangenziali. Per un minimo risultato servirebbe bloccare traffico (e riscaldamento) nell’intera pianura Padana.

Ma loro spiegano, appunto, che intanto si ottiene il risultato di educare i cittadini all’uso dei mezzi pubblici.

Peccato che nei Paesi civili e democratici i cittadini si educhino, non con i divieti, ma con gli interventi concreti. Londinesi, berlinesi, parigini non usano quasi più l’auto, non grazie ai divieti educativi, ma perché dispongono di un trasporto pubblico moderno ed efficiente.

Noi abbiamo uno storico ritardo negli interventi (la prima linea metropolitana a Milano fu realizzato un secolo più tardi rispetto alle capitali europee) e – soprattutto – come sempre avviene nel pubblico, i servizi non sono a beneficio dell’utente ma del dipendente. Nella fattispecie degli autisti che godono di orari e privilegi tali da garantire l’inefficienza del trasporto pubblico, a Roma e non solo.

La solita Italia delle corporazioni che se ne frega dei cittadini e delle loro aspettative.

Se l’Anpi servisse a qualcosa dovrebbe combattere contro la vera, pesantissima, eredità fascista che sono le corporazioni e gli ordini professionali; residuato degli anni Trenta che impedisce la modernizzazione del nostro Paese. Invece i partigiani d’Italia hanno in mente il cane poliziotto che si chiama “Decima Mas” o il gruppetto di nostalgici che hanno fatto il saluto fascista ad un funerale in Sardegna…

Se l’inquinamento fosse la priorità, dicevo. Perché dove c’è la natura incontaminata si muore di fame (vedi le carestie della Cina preindustriale); mentre l’inquinamento garantisce attività produttive, commercio e benessere (oltre alla più alta aspettativa di vita). Gli operai dell’Ilva – gente concreta e non fighetti ecologisti – non hanno avuto dubbi: al 95% hanno votato sì alla ripartenza dello stabilimento. Per lavorare, guadagnare e non finire morti di fame senza stipendio a tutela dell’ambiente…

13
set 2018
AUTORE Mario Zwirner
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2.729

DA ROMA LADRONA A VENEZIA LADRONA

La parola d’ordine dell’ormai antica Lega Nord di Umberto Bossi era “Roma ladrona!”: guerra alla capitale centralista coi suoi ministeri traboccanti di risorse e dipendenti. Partirono così le battaglie federaliste, con la variante indipendenza della Padania, che miravano a trasferire sul territorio risorse e poteri togliendoli alla Roma ladrona.

Oggi si parla di autonomia, del Veneto e della Lombardia, che il presidente Luca Zaia ha così sintetizzato: “prendere i soldi a chi li ha e portarli a chi non li ha”. Chi non li ha sono le regioni del Nord, penalizzate dal residuo fiscale (rapporto tra tasse versate a Roma e fondi nazionali restituiti); chi li ha sono le regioni del Sud favorite dal residuo fiscale, che ricevono invece molto più denaro di quanto ne versano alla fiscalità generale.

Ma c’è un piccolo problema: oggi la Lega si chiama solo così e non più Lega Nord; da partito territoriale è diventato partito nazionale che pesca consensi in tutta Italia. Ovunque le battaglie per l’autonomia sono state condotte e vinte solo da forti partiti territoriali; ai partiti nazionali non interessano, perché per loro sarebbero solo penalizzanti.

Oggi al governo abbiamo due partiti nazionali: Lega impegnata ad allargare i proprio consensi al Sud, i 5 Stelle che al Sud hanno il loro principale bacino elettorale. E’ pensabile che il governo giallo-verde conceda l’autonomia a Veneto e Lombardia, togliendo risorse al Sud per destinarle a due regioni di per se già considerate benestanti? Mi pare piuttosto improbabile. Penso che alla fine in Veneto arriverà un po’ di manfrina più che la vera autonomia.

Aggiungiamo che tutte le regioni autonome – dalla Sicilia al Trentino Alto Adige – al di là della diversa capacità di finalizzare le risorse, hanno tutte un numero spropositato di pubblici dipendenti in più rispetto alle regioni ordinarie.

Quindi la prima mossa della nostra regione, per attuare le 23 nuove competenze previste dall’autonomia, sarebbe quella di assumere nuovi dipendenti a raffica.

Quindi avremmo un nuovo centralismo regionale, con tante risorse, poteri e pubblici dipendenti in più a Venezia, cioè in regione. Quando invece la storia secolare del nostro Paese è quella dei municipi, non delle regioni ultime arrivate una cinquantina d’anni fa. Ci vorrebbe dunque un federalismo sì, ma municipale: con poteri e risorse ai comuni, ai sindaci che sono i primi, veri, interlocutori dei cittadini e dei loro problemi.

In caso contrario con l’autonomia del Veneto, voluta da Zaia e dai tanti che hanno votato il referendum, rischieremmo di passare solo da Roma ladrona a…Venezia ladrona.