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LE (MERAVIGLIOSE) UTOPIE DI TUDOR. L’ADRENALINA DI D’AMICO

Maledetta vita degli allenatori. Condannati a non essere mai, davvero, felici, Se il popolo del Verona gode e si lascia trasportare dagli attimi di euforia, il governo Tudor, dopo il ko inflitto alla Juventus, alza la posta e butta già lo sguardo in là: “Non siamo al top, perché il top non esiste mai”, mi ha detto l’allenatore di Spalato sabato sera in sala stampa.

Mi ha colpito anche la dialettica: in dieci minuti di conferenza il tecnico quasi non ha parlato di quello che aveva appena fatto, cioè della memorabile pagina appena scritta. Sarebbe stato normale, cullarsi anche solo per una sera su quell’impresa. Tudor invece, già un minuto dopo, parlava del futuro, anche perché il croato si rende perfettamente conto che il “suo” Verona comincia a vedersi solo ora, dopo qualche settimana in cui lui ha potuto lavorare sul campo quotidianamente. La fase difensiva è migliorata e i “mammasantissima” là davanti, Simeone su tutti, continuano a infierire sui malcapitati avversari.

Eppure Tudor me l’ha spiegata la sua (meravigliosa) utopia: “Un allenatore, se è bravo, deve continuare a rompere (…) ai suoi giocatori, altrimenti si perdono anche le cose buone. Nello stesso tempo devi migliorare quello che ancora non ti piace. Ma non c’è un ideale di dove vuoi arrivare, solo il fatto di non voler rinunciare a nulla e quindi di vedere la tua squadra forte davanti e pure dietro, equilibrata in tutto”,

Poi c’è Tony D’Amico, che ha abbracciato a lungo Tudor sulle scale che dagli spogliatoi salgono verso la zona mista. L’ho incrociato fuori sul piazzale, il diesse. Due chiacchiere, la sua sigaretta che cercava (vanamente) di placargli un po’ la tensione accumulata. D’Amico è un giovane 40enne ambizioso e totalmente assorbito da questi suoi anni che vive a cento allora. Lo capisco, siamo coetanei. Non ha il cinismo o la calma di un dirigente navigato, mentre nelle movenze e nell’oratoria cogli l’energia adrenalinica del carpe diem da prendere al volo. Tudor è il “suo” allenatore, come lo era Juric. Tra loro si ritrovano tra simili, per temperamento, istinto, fame, passione, esuberanza. Grosso e Di Francesco, entrambi pescati nel suo Abruzzo ( in un certo senso nemo propheta in patria), invece con lui non c’entrano nulla. Ora, credo, lo sa anche lui.

Un commento - 3.016 visite Commenta

Stefano

Complimenti Francesco Barana, bell’articolo! Il vero fuoriclasse di questo Verona è Tony D’Amico. Eppure anch’io all’inizio mi ero sbagliato sul suo conto. Finché lui rimane all’hellas, possiamo dormire sonni tranquilli! Forza Hellas

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