GLI EQUIVOCI DA RISOLVERE PER TROVARE CONTINUITÀ

Non è questione (solo) di “palle”, come ha detto il nostro allenatore. È questione anche (soprattutto?) di atteggiamento tattico, ergo di filosofia di gioco. Il Verona non può pensare solo di giocare arrembante e lasciare le linee di difesa scoperte. Non funziona così per chi si deve salvare e, nello specifico, non è il modus operandi più adatto alle caratteristiche della nostra rosa. Meglio un atteggiamento più equilibrato, pressing di qualche metro più basso, filtro tra mediana e difesa, ripartenze immediate e verticali. Come a Napoli. Lo puoi fare perché Nunez, Bella-Kotchap, Valentini e pure il criticato Nelsson (ultimamente appannato, ma  davvero mettiamo in discussione un nazionale danese?) sanno marcare e giocare sotto pressione; lo stesso (sottovalutato) Niasse sa soffrire e fare legna lì in mezzo. E hai i giocatori giusti per verticalizzare, guadagnare lo spazio e la profondità, con profili adatti al box to box come Orban, Giovane, Bradaric, Bernede e, quando rientra, Belghali.   

La discontinuità del Verona trova molte spiegazioni in questo equivoco di fondo: Zanetti crede in un calcio molto offensivo, lo ha sempre praticato (a Empoli il primo anno gli riuscì benissimo, ma aveva una squadra nata per attaccare), ma con questo Verona non può funzionare, vai in difficoltà nella fase di non possesso perché in transizione (cioè quando perdi palla) non sei schierato bene. Peraltro Serdar, lo stesso Niasse, Gagliardini e Al Musrati non hanno la rapidità adatta per coprire le falle sulle ripartenze avversarie. Pure l’anno scorso il nostro allenatore trovò la quadra solo nel girone di ritorno, dopo la debacle con l’Inter, quando ridisegnò un Verona più solido che fece un filotto di risultati utili consecutivi, poi decisivi per la salvezza.

Purtroppo nelle conferenze stampa la si mette sempre sull’aspetto sentimentale: le motivazioni, la retorica del cosiddetto “attaccamento alla maglia”, gli attributi ecc; se notate il nostro allenatore raramente fa disamine tattiche. È un peccato, perché ci aiuterebbe a capire.

L’altro aspetto è la tenuta atletica, la capacità di sostenere o meno certi ritmi partita. Il Verona spesso ha sprecato energie, non si è gestito sui 90 minuti e ha sofferto la battaglia: non è un caso che fatica negli scontri diretti e invece ha ben figurato contro squadre sotto ritmo come Atalanta e Napoli. Anche questo suggerirebbe che sarebbe preferibile essere meno spregiudicati, così da preservare le energie e durare l’intera partita senza crolli e sbandamenti.

LE PAROLE DI ZANZI: VERONA SOLIDO ANCHE SUL MERCATO

“Il mercato non deve portare all’agitazione. Se non avessimo giocatori richiesti da altri club, avremmo un problema. Ma l’intenzione è sempre rafforzare la squadra”.

Queste le parole al Corriere di Verona dello scorso 18 dicembre di Italo Zanzi, presidente del Verona e uomo di raccordo e rappresentanza della proprietà americana.  

Parole di sostanza perché spiegano cos’è il calcio di adesso e come va vissuto anche dal tifoso: il problema non è mai vendere questo o quel giocatore, anzi, rientra nel novero della normalità per qualsiasi club; lo snodo, la diramazione piuttosto sta nel comprare bene. E il Verona, ergo Presidio Investors, con i suoi denari e avvalendosi delle conoscenze del ds Sean Sogliano, la scorsa estate lo ha fatto: se ne è andato Tchatchoua? È arrivato Belghali, che è più forte. Via Dawidowicz, Coppola e Ghilardi? Sono arrivati Nunez, Nelson e Bella-Kotchap, che sono almeno due spanne sopra i predecessori. E in attacco Orban e Giovane hanno portato talento e freschezza e adesso si cominciano a vedere i risultati. In mezzo è arrivato Al Musrati, che finalmente sta dando solidità e peso lì dove Duda aveva obiettivamente lasciato uno spazio scoperto.

Il tutto è avvenuto non per fortuna, o grazia, ma attraverso un importante aumento del monte-ingaggi e all’intuito di Sogliano, giusto per tagliare l’aria alla retorica pauperista delle scommesse prese dalla strada. Risultato? Il Verona sul piano tecnico è decisamente più forte dell’anno scorso, al netto di una partenza drammatica dipesa da molti fattori: l’ambientamento dei nuovi, errori tattici ecc.

Dunque non mi preoccuperei per gennaio, quando non ci saranno grandi sovvertimenti in uscita e penso che qualcosa verrà fatto in entrata. Voglio dire, riferendomi soprattutto a chi è arrivato a rimpiangere il passato: il Verona, oggi, non ha un problema di società, intesa come proprietà. Presidio Investors evidentemente fa finanza e su questo fondo americano non sarei pronto a giurare nel lungo periodo (soprattutto se non andasse in porto il progetto dello stadio), ma stando al presente occorre riconoscere che ha ridato forza e struttura al Verona, che sul piano economico-finanziario un anno fa non se la passava benissimo.

Pertanto i mezzi per salvarci ci sono, ora l’Hellas ha rialzato la testa anche sul campo e deve rimettersi fuori dalla zona retrocessione. Dopo l’avvio negativo ci vorrà del tempo per colmare il gap, visto anche il calendario del prossimo mese. Ma, indipendentemente dalle onde emotive di questa o quella partita (che poi il lato passionale è il bello del calcio), l’analisi deve essere razionale: il Verona ha tutto per restare in serie A.  

A FIRENZE NON È L’ULTIMA SPIAGGIA (ALTRIMENTI PERCHÉ TENERE ZANETTI?)

Bando all’emotività. L’errore fatale ora sarebbe quello di pensare che tutto è a posto, risolto, compiuto, che siamo guariti. Invece il Verona è ancora sedato e attenzionato, la riabilitazione lunga, i pericoli di recidiva dietro l’angolo. Va trovata continuità: di prestazione, di attenzione, di risultati. La classifica rimane molto critica, il treno della salvezza ancora distante quattro punti. E, chiariamoci, la prestazione con l’Atalanta non basta, occorre alzare ulteriormente il livello per essere pronti contro avversari che, indipendentemente dalla qualità, saranno più agguerriti e aggressivi.

Ma l’errore sarebbe pure quello di caricare di troppe aspettative e significati la partita di Firenze. Sappiamo tutti che è importante, ca va sans dire, tuttavia non va affrontata con la pressione dell’ultima spiaggia, del tipo “o vinco o muoio”. In questo momento il Verona deve guardare dentro se stesso, non farsi condizionare troppo dalla classifica, o dal calendario (che poi è tosto con Milan, Torino, Napoli, Lazio, Bologna); meglio concentrarsi sul medio periodo, quindi sull’obiettivo di rimanere costanti, prendere sicurezza, trovare un fil rouge di identità, struttura, consapevolezza.

Sogliano ha scelto di confermare Zanetti nel momento più critico. Scelta molto opinabile per chi scrive, ma che conferma il metodo del diesse di provare a risolvere le cose dal “di dentro”, senza scossoni. Una scelta spartiacque, senza ritorno. Significa che ora questa decisione va portata avanti con coerenza, indipendentemente dai risultati nel breve termine. Ergo: se Zanetti deve essere, non si pensi da qui a domenica, ma da qui a due mesi. Dopo la Fiorentina, dicevamo, il ciclo di partite è dannatamente complicato, l’unico fattore realistico è tenere botta. Il Verona invece potrà-dovrà davvero risalire la china da metà gennaio a metà febbraio, quando avrà in fila Cremonese, Udinese, Cagliari, Pisa, Parma. Confidando anche nei rinforzi della finestra invernale di mercato.

ORA PERÒ TOCCA A SOGLIANO

Ora la palla ce l’ha Sogliano. Possiamo dire e scrivere qualunque cosa su Zanetti (è risaputo che in estate avessi delle forti perplessità sulla sua riconferma), ma sarebbe acqua fresca. Il punto adesso è capire come uscirne: e tocca al direttore sportivo – uomo dai pieni poteri in via Olanda – trovare la soluzione. Avanti con l’allenatore, fino in fondo, come l’anno scorso? Oppure cambiare? Sicuramente fino a sabato (Genoa a Marassi) non succederà nulla.   Tuttavia con 6 punti in 12 partite e una squadra che involve anziché migliorare, è tempo di avviare serie riflessioni sul futuro.

Ma attenzione, qualsiasi sia la scelta, non può dipendere, nel bene o nel male, solo dal risultato di sabato prossimo a Marassi. Prima o poi il Verona una vittoria la beccherà, è la legge dei grandi numeri, il nodo vero è capire se questa squadra – così allenata, così disposta, così gestita – è in grado di fare un filotto che risistemi la classifica. Non si può vivere alla giornata, altrimenti si perde solo tempo. Bisogna sapere guardare il quadro generale, affidarsi alla giusta miscela di ragione e istinto per capire se ci sono ancora i margini per la continuità, o se sia meglio voltare pagina.

Sappiamo che Sogliano è un conservativo, fosse per lui non cambierebbe mai. Ha scelto lui Zanetti, col quale ha costruito un feeling umano e dialettico totale. Sogliano, si sa, è un ds anomalo, “ingombrante” nel senso di totalizzante. Vuole esserci, incidere, essere sul campo. E quando trova un rapporto con un tecnico che accetta queste sue caratteristiche, non vorrebbe mai cambiarlo.

E’ chiaro dunque che Sogliano preferirebbe, come nella scorsa stagione, provare ad agire dall’interno, senza scossoni. Ma basterà? Ogni campionato fa storia a sé e questa è una squadra diversa dall’anno scorso. Manca del tutto un gruppo storico, anche ridotto,  e lo spogliatoio è una babele di lingue, comportamenti, culture, con calciatori di livello internazionale che, seppur seri professionisti, hanno e avranno sempre mercato. Insomma, non ci sono riferimenti morali a cui aggrapparsi (succede al Verona e succede dappertutto, è il nichilismo del calcio di oggi, ma siamo noi a essere ultimi in classifica e a dover rimediare).

Tradotto, la crisi non si risolve con l’etica, che non sarebbe capita dallo spogliatoio, ma dando semplicemente ai giocatori riferimenti tecnici e tattici più solidi. La lingua del calcio oggi è quella: non servono predicozzi, o discorsi motivazionali, ma strumenti di calcio per andare in campo più sicuri. Con Zanetti, o senza.

SFORTUNA? SÌ, PERÒ MANCHIAMO NEI DETTAGLI

Sento dire che siamo sfortunati. Di certo non ci gira dritta. Ma davvero vogliamo passare la vita (la stagione) a commiserarci? Certo, è un balsamo rassicurante, auto-assolutorio, che ci allontanata da inquietudini e conflitti interiori. Sentimenti fastidiosi, quelli, complessi da vivere, mica una passeggiata di salute. Epperò sentimenti che, se gestiti nel modo giusto, possono essere sani, costruttivi. Poi, per carità, possiamo continuare a buttarla sul fato, la cattiva sorte: ma siamo sicuri che sia la via maestra? Minimizzare aiuta? Mah.

Credo che sia più salutare la presa d’atto dei propri errori, che pure ci sono, perché dieci partite (12 con la Coppa Italia) senza vittorie, con sei gol fatti e 16 subiti, non possono essere imputabili (solo) alla sfortuna. Il punto è che il Verona è organizzato, ha buone trame e una discreta identità, ma manca clamorosamente nei dettagli. Che poi in serie A sono quelli che fanno la differenza e segnano le stagioni.  Il dettaglio, per esempio, di non mettere degli uomini in marcatura fuori area nei corner (primo gol dell’Inter); il dettaglio, se vogliamo, di non fare pressing su Barella al 94° e dargli modo e tempo di crossare comodamente (la sfortuna è l’autogol di Frese, ma non è sfortuna la situazione che l’ha creata). Il dettaglio di approcci troppo morbidi alle partite, con la conseguenza di subire gol nei primi minuti (con Lazio, Juve, Como e Inter). Il dettaglio di schiacciarsi troppo indietro nei momenti caldi, andando così nel panico per prestare il fianco facilmente a gol in zona Cesarini (con Cagliari, Como e Inter) – segno questo di fragilità emotiva e scarsa personalità.

Il diavolo si annida nei dettagli. Meglio rendersene conto in fretta, altrimenti continueremo a buttare via punti e occasioni. E, certo, ci faranno e ci faremo i complimenti. E ci diranno e ci diremo che siamo belli da morire. Ma non c’è niente di più beffardo delle pacche sulla spalla che riceve un vinto. E’ un falò delle vanità che brucia in fretta il vano narcisismo.

VERONA FRAGILE MENTALMENTE. NIENTE PROCESSI, MA GLI ALIBI SONO PERICOLOSI

C’è un tema che va al di là dei cambi (sbagliati) di Zanetti. Ed è la fragilità psicologica che sembra avere il Verona. Credo che questo, oggi, sia un fattore che va anche al di là dell’aspetto tattico, dove un equilibrio grosso modo è stato trovato (ma andrebbe sfruttato meglio il potenziale dei due attaccanti). Ma fa pensare una squadra che, pur avendo sempre (Olimpico a parte, con la Lazio) dimostrato qualità difensiva, improvvisamente è capace (si fa per dire…) di farsi rimontare due gol in mezz’ora dal Cagliari.  

Significa che è divorata dall’ansia, dal “braccino” si direbbe nel tennis. Chiamala paura di vincere, affanno dell’ultimo tornante. È chiaro che se, con le sostituzioni, abbassi la squadra e rendi vulnerabile la tua fascia destra, lanci un messaggio sbagliato e offri il fianco all’avversario anche tatticamente, però andrebbe analizzato l’ambito mentale di una squadra sì camaleontica, ma in senso negativo. Come definire, se non fragile, un Verona che per settimane non subisce granché ma non segna, e che quando finalmente trova il gol si fa riprendere?

Situazioni così, dicevo, sono più psicologiche che tattiche o tecniche. Ma vanno risolte, perché il crinale è stretto e il confine sottile. Poi è facile che un problema se ne tiri dietro altri. Di calcio ne abbiamo visto a sufficienza per vivere con il giusto disincanto. Quest’anno, rispetto allo scorso, siamo più fiduciosi perché sappiamo di avere buoni giocatori e una difesa e un centrocampo decisamente solidi. E un gruppo più sano, che il tecnico ama allenare. Però la classifica (deficitaria) va letta nella sua verità, senza processi, ma anche senza alibi o giustificazioni. Meglio qualche pensiero in più, che una serafica ma pericolosa tranquillità. Le cose, se dette ad alta voce, possono già essere risolte per metà. Minimizzare invece potrebbe essere esiziale.

PRESIDIO INVESTORS FA SUL SERIO: BANCABILITÀ, RICAPITALIZZAZIONI, SVILUPPO COMMERCIALE E L’OBIETTIVO STADIO

Tra mille dubbi e chiari di luna (la squadra, la classifica, il gol che non arriva), c’è una componente che dà conforto al Verona: la società. L’arrivo degli americani, come ogni novità, ha sortito le normali perplessità in città e tra i tifosi. Giusto, perché come si dice “prima vedere cammello e poi dare moneta”.  Ma ci sono dei fatti e delle indiscrezioni, che chi scrive ha raccolto, che ci portano ad avere buoni motivi di pensare che Presidio Investors sta operando per rendere più forte e strutturato il club.

In primis, la nuova proprietà sul piano finanziario e bancario è solida. Sappiamo che Setti era arrivato col fiato corto e in affanno alla fine della sua corsa: ebbene, quelle criticità oggi sono in via di risoluzione. Teniamo conto che il monte ingaggi è stato alzato di qualcosa già quest’anno, ma è prevedibile che dal prossimo ci sarà un ulteriore up grade. I giocatori arrivati sono buoni giocatori, magari sconosciuti ai più in Italia (ma qui ci sarebbe da aprire una riflessione sul perimetro limitato di conoscenza degli addetti ai lavori italiani), ma ben referenziati e anche già con un discreto bagaglio di esperienza internazionale. Tradotto: ok la retorica delle scommesse, ma non sono arrivati scartini, tutt’altro.  

Presidio è un fondo d’investimento, non gigante, ma nemmeno di scappati di casa: la dimensione del Verona può quindi essere di medio raggio, in modo da consolidarsi per davvero in serie A. Consolidamento non è solo contare i campionati di fila nella massima categoria, ma è anche come ci stai in A, con quali obiettivi, quale standing, quindi come operi sul mercato, come compri e come vendi. Ecco, a differenza di ciò che abbiamo visto in questi anni, l’intento degli americani è costruire squadre per non soffrire (che non significa spendere per accontentare la piazza, ma prendere i calciatori che ci si è prefissati e si considerano adeguati alle ambizioni) e realizzare una gestione economico-finanziaria tale da non doversi mai trovare nelle condizioni di svendere (ovvio che un giocatore se ha offerte più importanti lo devi cedere, ma occorre farlo in condizioni contrattuali di forza e non di debolezza).    

Ma quali sono le leve di crescita? Ricapitalizzazioni dei soci, innalzamento del valore della rosa, potenziamento commerciale e infrastrutture. Con quale finalità? Trattandosi di un fondo, quindi di finanza, lo scopo sarà prima o poi rivendere per ritornare dall’investimento e guadagnarci. Tuttavia, da quanto risulta al sottoscritto, l’avventura di Presidio non dovrebbe essere a corto raggio. Ma molto dipenderà dal grande obiettivo, taciuto ma reale: realizzare lo stadio, entrando direttamente nel pool d’investitori. I rumors danno Presidio fiduciosa su questo fronte. A mio avviso un dato rimane comunque imprescindibile: se un nuovo impianto si vuole realizzare, per forza di cose dovrà essere privato e collegato direttamente alla proprietà del club.

IL PARON ROCCO E LA MANCANZA DEL GOL: IL VERONA NON HA ANCORA IL SUO “MONA”

Viene in mente l’allegorico e pittoresco Nereo Rocco, il paron: “La squadra perfetta deve avere un portiere che para, un assassino in difesa, un genio a centrocampo e un mona che segna”.

Soprassediamo un attimo sul portiere – chi scrive, sapete, in questi anni spesso ha sottolineato i limiti strutturali di Montipò –, si pone il tema dell’attacco: il Verona ha realizzato soli due gol in cinque partite (uno su rigore). Orban e Giovane hanno talento da vendere, ma – restando all’eterno paron – per ora ci manca ancora quel “mona” che ci fa vincere le partite. Inteso, quel giocatore che butta dentro anche i palloni sporchi, che non pensa troppo, ma è puro istinto e sa cogliere l’attimo. Inzaghi, vent’anni dopo, sarebbe stato l’incarnazione perfetta della massima di Rocco.

L’Hellas di Zanetti, anche all’Olimpico contro la Roma, ha confermato di essere squadra, di avere un’identità, di saper difendere e anche creare occasioni. Ma non la butta dentro. Perché? Un mix di cose, metti anche un pizzico di sfortuna, ma l’allenatore su un fattore può e deve incidere: affinare l’intesa dei nostri due attaccanti, che tendono ancora a muoversi solo individualmente. Orban la verticalità e la capacità di andare in porta ce l’ha nel sangue (la precisione arriverà, i suoi errori non sono mancanza di qualità, ma a volte di postura e posizionamento); Giovane, va detto, pare ancora un po’ acerbo sul piano tattico (ma qui deve lavorarci l’allenatore) e del temperamento.  Un problema forse è che lì davanti siamo un po’ corti di alternative, anche se Mosquera il suo contributo lo può dare, mentre Sarr rimane un’incompiuta.

La nota positiva è che potrebbe non servire chissà che in termini di realizzazioni, l’Hellas è strutturato per subire poco (gli otto gol subiti non fanno testo, 4 sono della debacle isolata con la Lazio), quindi concettualmente potrebbe bastare trovare il golletto che ti cambia l’inerzia e la trama della partita (contro la Roma se Orban sull’1-0 avesse segnato anziché prendere la traversa a porta vuota, avremmo letto un altro copione). Ma il Verona, se vuole cominciare a raccogliere ciò che merita, deve sbloccarsi. 

ZANETTI HA UNA NUOVA LUCE NEGLI OCCHI: HA TROVATO LA CHIAVE

Sean Sogliano ha costruito una squadra solida e completa. Sul piano individuale abbiamo tecnica, corsa e personalità: pensate al centrocampo, Gagliardini, Bernéde, Serdar e Akpa-Akpro si completano, e in attacco e difesa abbiamo alzato decisamente il tasso tecnico e di carisma.

Cremonese e Juventus ci dicono che Zanetti forse ha trovato una quadra tattica e anche un blocco nell’undici titolare. Due fattori l’anno scorso mai pervenuti (per gli infortuni, per caratteristiche sbilanciate della rosa, ma anche per gli errori di valutazione del tecnico).

Questo, se mi permettete, vale più dei (quattro) punti persi con Cremonese e Juve. Quelli, se c’è quella che ieri Zanetti ha definito “la nostra identità”, il Verona se li andrà a riprendere con gli interessi.

Ecco, Zanetti. A differenza della scorsa stagione, l’allenatore è visibilmente contento della rosa a disposizione. Lo si vede in campo e traspare chiaramente nelle interviste. Zanetti ora gioca con equilibrio e, fateci caso, ha cambiato radicalmente sguardo, posa e narrazione nelle conferenze stampa, nelle quali parla di calcio, si sofferma su disamine tecniche prima mai sentite, e cita diffusamente e loda i giocatori. L’allenatore ha una nuova luce negli occhi. Questo Verona lo sente suo, ama allenarlo, gli dà entusiasmo. Non che Zanetti l’anno scorso difettasse di passionalità, anzi, ma quella era più frutto di una sua predisposizione caratteriale, mentre ora è alimentata dal contesto attorno.

Quel che conta, adesso, è gestire questo entusiasmo con la dovuta razionalità. Zanetti è stato chiaro, non vuole più gli alti e bassi e certe imbarcate che nella sua gestione abbiamo visto fino alla debacle dell’Olimpico con la Lazio. Ma il suo 3-5-2 può diventare una garanzia: la chiave è sempre il centrocampo: con Serdar in salute, non servono trequartisti di fioretto, meglio centrocampisti di sostanza. L’anno scorso non li avevamo, adesso con Gagliardini, Akpa, Bernede e ci metto pure Yellu Santiago, siamo a posto. E Nelson e Nunez sono difensori forti (e ci manca Valentini e non abbiamo ancora visto Bella-Kotchap). Il paradosso è che Zanetti, allenatore culturalmente offensivo, può creare una squadra Maginot: e subendo poco, gli ottimi Orban e Giovane possono crescere con qualche pressione in meno e, nel tempo, farci la differenza (e allora i pareggi diventeranno vittorie)

P.S. Con la nuova proprietà americana, il Verona oggi è una società più forte. Rispetto a Setti è cambiato molto, se non tutto, altro che medesimo copione. Ci torneremo.

LA SQUADRA C’È. NO AL PESSIMISMO E AGLI ALIBI.

Se il calcio di agosto è falso, le impressioni di settembre tendono a essere un po’ confuse e incerte. Come la omonima canzone cantata dalla Pfm e scritta da Mauro Pagani e Mogol. Prendiamo il Verona, con i tifosi e parte della critica delusi dal mercato per il mancato arrivo di Baldanzi e condizionati negativamente dalla quaterna presa all’Olimpico dalla Lazio (ennesima goleada della gestione Zanetti).

C’è troppa emotività e ingiustificato pessimismo.  Invece condivido ciò che ha detto con molto equilibrio Sogliano: sono partiti giocatori bravi, ma ne sono arrivati di altrettanto validi; e Baldanzi non era la chiave di tutto, ma semmai un qualcosa in più per alzare il livello. Tradotto: la squadra per salvarsi c’è. Chiaro, serve tempo per amalgamarla, questo è lo scotto da pagare quando sei costretto a cambiare molto per esigenze di bilancio. Ma è lo scotto che tanti club pagano nel calcio di oggi. Quindi giusto non avere fretta e sarebbe sbagliato pretendere tutto subito, ma guai anche mettere le mani avanti e darsi già alibi.

Il compito di unire i puntini e dare una logica e un’organizzazione alla qualità, che pure c’è (in attacco e in difesa siamo individualmente più attrezzati), tocca all’allenatore, Paolo Zanetti. Un mestiere, il suo, che è cambiato radicalmente nel corso degli anni: in passato si gettavano le fondamenta nel lavoro estivo, ritiro in primis, mentre oggi quasi tutti i tecnici si ritrovano rose rivoluzionate e costruite in extremis, e pezzi da sistemare all’ultimo minuto (il Verona dello scorso anno però aveva quasi tutto l’organicco al completo ai primi di agosto). Fa parte del gioco, piaccia o meno, e allenare significa anche coltivare il talento dell’aggiustatore, senza troppe filosofie o ideologie, senza ortodossie ma con molto senso pratico.

Credo che sia necessario trovare la quadra attraverso un calcio semplice, pragmatico, prioritariamente attento alla fase difensiva, e dove in quella offensiva si mettano i migliori giocatori nelle condizioni di esprimersi. Vorrei un Verona organizzato quando difende e libero di essere creativo quando attacca. Rimpiangiamo Suslov, che però l’anno scorso ha fatto poco o nulla rispetto alle sue qualità e spesso giocava troppo defilato (chi scrive è un estimatore dello slovacco); e rivorremmo Duda, tassello importantissimo, eppure la sua partenza può essere l’occasione per dare un assetto più coperto ed equilibrato alla mediana. Voglio dire, le mancanze possono diventare nuove opportunità, il Verona però va ridisegnato, con umiltà e convinzione.