NOI, D’INIZIO 80, GLI SFIGATISSIMI: ARRIVATI CHE LA FESTA ERA APPENA FINITA

“La mia generazione ha perso” (Giorgio Gaber)

Noi che lo scudetto lo abbiamo solo… sfiorato. Qualche immagine, pochi flash, ricordi sbiaditi. Noi che lo scudetto lo abbiamo soprattutto sentito raccontare, dai padri, dai nonni, attraverso gli scritti e gli aneddoti postumi. Noi che siamo arrivati verso fine impero e abbiamo vissuto più che altro il crepuscolo di quel Verona: l’epitaffio europeo di Brema, la pietra tombale della retrocessione di Cesena.

Noi, classe 1980 (ma vale anche per gli ‘81 o ‘79), che non ne abbiamo ancora 50, ma siamo già abbondantemente sopra i 40, a proposito di quell’epopea ci troviamo in quel limbo fastidioso delle occasioni mancate: c’eravamo già, ma è come non ci fossimo stati, troppo piccoli per vivercela davvero. Siamo la generazione che è arrivata poco dopo i fasti, quando la festa era appena finita e tutto e chiunque intorno a noi ce lo faceva capire, gli sguardi dei “vecchi”, le loro discussioni sugli spalti nei tempi morti di una partita, il loro disincanto di chi sa già che gli anni ruggenti sono passati.  Siamo stati battezzati dalla malinconia delle cose che si concludono; la nostra iniziazione è stata bagnata immediatamente dal rimpianto per qualcosa che era appena passato e non avevamo potuto afferrare.

Noi Elkjaer lo abbiamo visto al canto del cigno, mica segnare senza scarpa. Cavallo Pazzo ce lo ricordiamo al passo d’addio, con la schiena a pezzi e l’usura fisica che prima o poi ti chiede il conto (il giorno in cui L’Arena scrisse della sua cessione ero in auto che stavo andando al mare, pensate il malinconico calciomercato delle nostri estati…). Noi il miglior Bagnoli lo abbiamo visto al Genoa, mentre il Verona agonizzava verso il fallimento tenuto vivo solo da Fascetti & C.. Noi i sogni ce li frantumò quella traversa di Iachini a Brema, era il segno di un destino ormai balordo, l’incornata di Volpecina due minuti dopo fu solo beffarda illusione. Sapevamo già che il vento era girato. Noi malediciamo ancora il Condor Agostini per quel triste e troppo caldo pomeriggio del Manuzzi.

Per questo ho sempre pensato che la mia è la generazione di tifosi più sfigata, più di quelli nati negli anni 90 che pure si sono sorbiti l’infausta retrocessione di Piacenza e hanno attraversato l’adolescenza nell’inferno della serie C. Quei ragazzi quantomeno sono cresciuti più strutturati: l’humus attorno a loro infatti era diverso, eravamo già tutti più abituati agli psicodrammi, l’epopea degli Ottanta era un ricordo lontano per chiunque, la modestia sportiva ormai radicata.  

Mica come noi, arrivati con un soffio di ritardo all’appuntamento sportivo della vita. E ogni anniversario è sempre lì un po’ a ricordarcelo.   

LO SCUDETTO? 40 ANNI DI RETORICA INGENEROSA E SVILENTE. QUEL VERONA ERA FORTISSIMO, ALTRO CHE FAVOLA O MIRACOLO


Cambiamo narrazione. Ridiamo allo scudetto del Verona il lampo di verità che merita quella squadra, il club, ma anche la città di Verona. Il fatto è che, 40 anni dopo, è diventata insopportabile la solita, pigra e abusata retorica del “miracolo”, del “Davide contro Golia” in salsa calcistica anni Ottanta. Neanche il Verona fosse una squadra di scappati di casa in gita premio che ha fregato per una botta di culo i giganti. Nemmeno fossimo passati di lì per caso e solo grazie agli Dei e alla loro buona e un po’ pelosa concessione ce l’avessimo fatta.
Intendiamoci, quello scudetto è un’impresa unica nella storia del calcio mondiale, figlia di un calcio più democratico che non c’è più eccetera. Però…c’è un però grande come una casa: quel Verona era un grande club (già nel 1982-83 fummo in lotta per il titolo) ed era forte, fortissimo, con 3 fuoriclasse (Briegel, Elkjaer, Fanna) e 4 campioni (Tricella, Di Gennaro, Galdersi, Marangon) attorno a ottimi o buoni giocatori. Guidati da un allenatore tecnicamente fenomenale e dal carattere fortissimo.

Ma prendiamo la squadra. Elkjaer e Briegel erano tra i primi cinque-sei giocatori del mondo: Preben era arrivato in semifinale con la Danimarca nell’Europeo 84 e sarebbe entrato nella top 11 del Mondiale 86, ed è stato secondo (1985) e terzo (1984) al Pallone d’Oro. Briegel ha fatto due finali di Coppa del Mondo. Fanna oggi guadagnerebbe 5 milioni di euro l’anno: all’epoca, con Bruno Conti e Littbarski, era la miglior ala europea (Causio era a fine carriera e Donadoni agli inizi). Infatti, Pierino, con la Juve non era sempre stato comprimario, come si racconta con svogliatezza: dello scudetto bianconero 1981-82 era stato titolare e protagonista, e contribuì parecchio anche a quello del 1980-81. Pure Galderisi in bianconero disputò una stagione importante. E Marangon aveva fatto campionati di vertice con Napoli e Roma. Lo stesso Di Gennaro viene a Verona perché chiuso da un certo Antognoni, non da Gigi il Puzzone. E Tricella, sebbene non fosse Scirea (che però era già al tramonto), a metà anni 80 era il migliore (Baresi esploderà sul serio poco dopo).
Finiamola, insomma con la storia degli “scartini”, che sembra che siano venuti a giocare da noi quelli del dopo lavoro ferroviario. Il Verona, all’epoca, era club danaroso grazie alla Canon, quindi capace di andare a prendersi i calciatori di prima fascia (se non fosse venuto Briegel, tra le opzioni c’era Lothar Matthaus, futuro Pallone d’Oro e Campione del Mondo), non gli “scartini”.
In tutto questo c’è Osvaldo Bagnoli. Uno mai raccontato a sufficienza e come meriterebbe. Uno che, per la solita pigrizia intellettuale e giornalistica, si ama descrivere come un “sempliciotto” che “non parlava” e si limitava a mettere i giocatori in campo. Prendete la citazione evergreen “el terzin fa el terzin, el median fa el median…” ecc, contestualizzata spesso a minchiam. Infatti messa così sembra che potesse allenare anche Marietto lo sparapalle. Bagnoli invece è stato un tattico sopraffino, “avanti anni luce”, come ha detto rendendogli giustizia Beppe Bergomi. Walter Zenga, quando gli chiesi di lui, s’illuminò radioso, e sì che i due – entrambi caratteri forti – hanno avuto un rapporto tormentato, ma intenso. Bagnoli è stato il primo in Italia a fare il 3-5-2 (ma all’epoca sui mass media non veniva chiamato così). Ed era, a modo suo s’intende, un comunicatore: “Parlava tantissimo con i singoli calciatori”, mi ha confidato Volpati. Ed era un duro, un uomo di nervo e polso, una sorta di Muorinho ante litteram con la stampa: Elkjaer mi raccontò con quale carisma e rabbia si prese la squadra sulle spalle quando i mass media, esaurita la menata della squadra simpatia, iniziarono a mettere pressione e a gufare: fatevi raccontare come Bagnoli, per proteggere i suoi ragazzi, a un certo punto iniziò ad “accogliere” i giornalisti nazionali davanti ai cancelli di Veronello. Carisma e leadership a chili.
Sarebbe ora di dare a Cesare quel che è di Cesare, vale per quella squadra e per il suo allenatore. La retorica che sentiamo da 40 anni, anche e soprattutto in buona fede, è ingenerosa, svilisce, riduce, non accentua. Parlare e scrivere di “favola” e “miracolo” è liquidatorio. Passi per la stampa nazionale, che tratta i piccoli come reietti o intrusi, ma purtroppo a un certo racconto abbiamo contribuito anche noi a Verona. La verità è che quel Verona era un grande club, società e squadra. Sì, anche noi siamo stati grandi del calcio per un periodo. Dobbiamo ricordarlo, raccontarlo ed esserne orgogliosi.

LIMITI MORALI E SCELTE SBAGLIATE. NO PANIC, MA SERVE UMILTÀ

È come un déjà vu. Fa male la sconfitta in uno scontro diretto (regola numero uno, mai perderli quando si è in posizione di vantaggio); fa ancora più male perché con un pareggino di maniera si sarebbe chiusa la pratica salvezza (la quota verosimile è 33 punti) e avresti perfino potuto permetterti di perdere l’ultima a Empoli. Ma quello che avvilisce è l’atteggiamento morale della squadra nella partita più importante della stagione, quello che lascia perplessi è l’ennesima caduta in tentazione di Zanetti, che ha stravolto il centrocampo, quindi i recenti e rassicuranti equilibri, preferendo la tecnica di calciatori evidentemente fuori condizione (Serdar), a qualche mediano più muscolare.

Del resto, il nocciolo è sempre quello: il nostro è un allenatore culturalmente offensivista, che solo per necessità (e forse nemmeno troppo convinto), dopo la debacle con l’Atalanta si è convertito al senso pratico. Però ieri il Verona, alla vulnerabilità difensiva ha unito l’evanescenza offensiva. Peggio che andar di notte.

Però guardiamo anche alla sostanza e restiamo lucidi, perché qui a Verona siamo facili alla depressione e ai piagnistei. Siamo pur sempre a +7 dalla zona rossa, ma ora a quattro giornate dalla fine: un margine rassicurante, per di più con il Lecce che ha il Napoli e chiude con la Lazio; il Venezia che ha Fiorentina e Juventus, l’Empoli che ha sempre la Lazio e lo scontro diretto con il Parma. E Lecce ed Empoli le affrontiamo. Pertanto, no panic, la situazione rimane (molto) buona e soprattutto siamo noi a dare le carte.

Tuttavia diventa urgente e preminente cambiare mentalità. Tradotto: quando sei invischiato nella bassa classifica il pareggino è sempre oro, ancor più negli scontri diretti. Invece, anche alla vigilia del Cagliari, ho sentito troppi discorsi presupponenti, semplicistici e quasi arroganti racchiusi nell’esaltato e cieco: “Dobbiamo vincere”. Serve più umiltà, da parte di tecnico e squadra, ma anche dell’ambiente attorno. Occorre essere pratici, anche a costo di essere sparagnini. Bisogna portare a casa la pagnotta, e basta. Anche a San Siro, già con l’Inter. E finiamola con i piccoli e grandi esperimenti, basta inopinati cambi di spartito: deve giocare chi dà garanzie atletiche ancor prima che tecniche, davanti alla difesa va messo chi sa fare legna e proteggere i nostri scostanti centrali. Non perdiamo i fragili equilibri che, a fatica, abbiamo conquistato. 

L’IMPERATIVO? RIPARTIRE DA SOGLIANO

Viviamo il tempo in cui tutto brucia in fretta. Se il campo ormai ha poco da raccontare (mancano un paio di punti alla salvezza), lo sguardo è già al futuro. La settimana scorsa sono rimbalzate vorticose e minacciose le voci sul futuro di Sean Sogliano, il vero deus ex machina del Verona, accostato ad Atalanta e Bologna nel valzer di direttori sportivi che si preannuncia questa estate.

Ora, che Sogliano sia tra i più bravi manager di calcio in circolazione non lo diciamo noi, ma i risultati. Negli anni ha pure ammorbidito quel carattere e quel pizzico di narcisismo che una decina di anni fa, quando era il ds italiano emergente, ne bloccarono l’ascesa. Che sia pronto per il salto di qualità è nei fatti e lui stesso potrebbe avere la (legittima) ambizione di misurarsi con budget più alti e un tipo di mercato diverso. L’eterna condizione pauperista può stancare anche chi del Verona è innamorato (Sogliano lo è sul serio, senza stuccehvoli ruffianerie o istinti da capopopolo): non è semplice ricominciare ogni anno da zero; è logorante ogni stagione sentirsi riproporre la pantomima del “vendi tutto e spendi poco”; e non sempre può funzionare il complicato balletto con procuratori e club, con tanto di formule arzigogolate, per strappare giocatori di talento a costo contenuto.

Sogliano ha 54 anni, è nel pieno della maturità e della carriera, prima di tornare a Verona ha buzzatianamente attraversato il deserto dei tartari (tra B e C pur di avere agibilità manageriale) e ha saputo risalire mantenendo l’integrità professionale e l’amor proprio. Adesso sa che può anche essere arrivato il momento di raccogliere quanto seminato, di prendersi quel che gli è sfuggito nella prima fase rampante della sua carriera (2010-15). È consapevole di vivere il momento in cui certi treni magari passano, con tanto di domanda esistenziale che in questi casi sorgerebbe spontanea a tutti: se non ora, quando?

Ma c’è una verità, che è anche il solco in cui si dovrebbe infilare la nuova proprietà americana. Sogliano, dicevamo, ama il Verona e Verona, e il suo primo pensiero (e auspicio) è vivere il suo upgrade con l’Hellas. Budget più alto, mercato di fascia media (sulla falsariga di Torino e Genoa), qualche ambizione in più. Il ds avrebbe già tutto chiaro in testa: con maggiori disponibilità saprebbe già in quale direzione di mercato andare, quali giocatori confermare e quali inseguire e trattare. Attenzione, il suo metodo non cambierebbe: si andrebbe sempre perlopiù su giocatori mitteleuropei (Germania, Francia, Paesi Bassi, Slovacchia) e sudamericani da valorizzare e lanciare, ma di fascia più alta, quindi più forti e più pronti (anche fisicamente). E ci sarebbe spazio anche per qualche italiano.

Ma, dicevamo, spetta appunto a Presidio Investors cogliere i desiderata di Sogliano, tocca agli americani declinare in chiave razionale (leggi programmazione) i sentimenti del nostro ds, la cui volontà e passione sono un buon punto di partenza, ma da sole non bastano. Al di là delle “supercazzole” oratorie del buon Zanzi, ancora oggi non sappiamo sostanzialmente nulla delle idee della nuova proprietà. Parole più concrete sarebbero gradite, ripartire da Sogliano però sarebbe una garanzia ancora più importante.

SALVEZZA (IMPROVVISAMENTE) QUIETA. E COSÌ NEMMENO CE LA GODIAMO

L’animo è quieto, ed è singolare per chi ha scelto la causa dell’Hellas Verona, abituato com’è all’ansia domenicale, all’incertezza dei giorni, al vivere ai bordi e perennemente sul ciglio del burrone. Eppure, diciamocelo, dopo la vittoria di Udine, l’aria che si respira – fuori da ogni frase dovuta alla prammatica – è quella che la salvezza è roba quasi fatta. L’Empoli – terz’ultima – non vince una partita dai tempi di Sparta e Atene e sette punti di margine a sette partite dalla fine sono rassicuranti. Perlopiù il nostro calendario è abbastanza agevole per quel poco che ancora ci serve. Ma soprattutto il Verona da qualche partita, come già sottolineato, ha trovato la quadra tattica: atteggiamento più solido e attento, meno spericolato e volubile. Non a caso, subendo meno, si è trovata quella continuità di risultati che prima mancava. Nel calcio non si inventa nulla, la palla può essere tonda finché volete, in realtà una logica c’è sempre. E la logica dice che servirebbe un harakiri per ritrovarsi nelle secche. Vi lascio essere scaramantici, ma chi scrive ha un approccio illuminista alla vita e in casi del genere non si scompone più di tanto.

Ecco, è la passione a passare in sordina in casi del genere. Abbiamo vissuto mesi appesi a un filo e in quella condizione di fragilità si trovava un senso. Adesso che ne siamo venuti fuori siamo più contenti e sereni, ovvio, ma ci ritroviamo involontariamente anche meno attaccati alla contingenza. Quasi che aspettassimo il prossimo campionato, la prossima sofferenza, o comunque il prossimo significato

Del resto funziona così: se lottiamo nell’affanno, soffriamo, ma anche ci divertiamo (è una sorta di sindrome di Stoccolma, forse), viviamo con emozione le partite, litighiamo, ci arrabbiamo, discutiamo, malediciamo, ma anche godiamo e gioiamo. È perché c’è un obiettivo nella nostra fatica. Appena quell’obiettivo è praticamente raggiunto (pensiamo anche agli anni di Juric o i primi di Mandorlini in A…), non avendone più altri, lasciamo tutto scorrere con placida e tiepida soddisfazione annacquata di indifferenza.

È la serie A a venti squadre con tre sole retrocessioni che porta a questo: un sistema controverso per le cosiddette piccole, alle quali garantisce la sopravvivenza (quote salvezze bassissime consentono modesti investimenti), ma anche ne paralizza le ambizioni. Siamo condannati al minimo sindacale, alla modesta gioia piccolo-borghese. E per goderla appieno necessitiamo di raggiungerla in extremis, dopo aver visto i fantasmi. Sennò non ci piace del tutto. Sennò non ce la ricordiamo. E subentra subito la voglia di girare pagina.

LA MATURAZIONE DI ZANETTI, DA “IDEOLOGICO” A PRAGMATICO. FASE NUOVA DELLA SUA CARRIERA

La svolta c’è stata dopo il naufragio con l’Atalanta. Paolo Zanetti ha cambiato idea di calcio, lasciando perdere la squadra “alta” e il gioco offensivo, e badando al sodo. La filosofia del “primo non prenderle” sta pagando: vittorie di misura con Fiorentina e Udinese, sconfitte onorevoli (con tanto di recriminazioni) con Juventus e Bologna, quando – rammento – ci hanno annullato un gol (Juve) e non concesso un rigore (Bologna) sullo 0-0, a dimostrazione che la trama della nostra partita era corretta.

Qui, nel nostro piccolo, lo avevamo suggerito a suo tempo, non lo scriviamo per vezzo o ego, ma per sottolineare un passaggio a nostro avviso utilissimo: la critica, anche la più radicale e antipatica, quanto ha contenuti è sempre costruttiva. Zanetti si è convinto tardi e (forse) solo per disperazione che il canovaccio tattico andava riscritto. Ma, dal momento che se n’è convinto, è riuscito a trasmetterlo rapidamente alla squadra. Non era scontato ed è un suo merito.

Il fatto è che il calcio, pur in continua evoluzione tecnico-tattica, ha dei principi di fondo immutabili: se tu hai talento offensivo (e il Verona innegabilmente ce l’ha per la bravura dei singoli e la cultura tattica dell’allenatore) e limiti difensivi soprattutto in transizione tra le due fasi (per la lentezza dei tuoi centrali e l’assenza di mediani veri), la prima cosa che devi fare è proteggere la tua fragilità, confidando poi che le qualità che hai davanti emergano. Tradotto: l’imperativo è giocare per non prendere gol, perché in un secondo momento puoi sempre farlo. Se invece ti esponi e capitoli subito, poi metti la partita in salita. Quante volte abbiamo preso gol nel primo tempo, addirittura nella prima mezz’ora? È come prendere la bici e cominciare a pedalare sul Mortirolo.

C’è una consapevolezza e anche un pizzico di rimpianto: il Verona avrebbe potuto disputare un campionato più brillante. Infatti appena ha trovato l’equilibrio tattico si è tirato fuori dalle secche. Credo però che Zanetti in questi mesi abbia imparato qualcosa, si sia evoluto e completato. In una parola: è maturato. È il passaggio obbligato di (quasi) tutti gli allenatori idealisti e “ideologici”: a un certo punto della carriera, se vogliono restare a determinati livelli, abbandonano il dogmatismo della prima fase – quella in cui sei e ti senti rampante e vuoi vincere con il tuo credo, a prescindere dalle caratteristiche dei giocatori – per adottare uno stile più pragmatico e pratico; “perché poi sono i calciatori a determinare” (Capello e Allegri dixit), o come ha dichiarato di recente l’ex nostro terzino Gigi De Agostini: “Non ho mai visto un grande allenatore vincere con giocatori scarsi, ma ho visto allenatori scarsi vincere con grandi giocatori”.

Zanetti è un profondo conoscitore di calcio sul piano teorico e didattico, può e deve crescere nella lettura della partita e nella gestione del gruppo (troppo emotiva), mentre si sta completando tatticamente. Credo che questo ultimo mese se lo ricorderà per sempre: a Verona sta scrivendo il suo romanzo di formazione. Potrebbe essere la svolta della sua carriera.

LA STRADA È GIUSTA

Al netto del pessimo arbitraggio di ieri con il Bologna, della delusione per la sconfitta, quel che conta, ora, è che il Verona sia squadra. È la tendenza che rassicura e assicura: sia con il Bologna che la settimana prima allo Juventus Stadium si è vista solidità e continuità nell’atteggiamento tattico. Sono arrivate due sconfitte, vero, ma non sono le sconfitte di qualche mese fa: adesso l’Hellas ha logica e identità. La qualità c’è sempre stata e con Tengstedt e presto Serdar aumenteremo la cilindrata per le partite decisive. Taccio per carità di patria sui limiti del nostro portiere, li conosciamo da anni, lì si sarebbe dovuti intervenire la scorsa estate e non lo si è fatto. Un errore.

Certo, questo non è il Verona che Zanetti immaginava a inizio campionato. Il tecnico, conscio di avere a disposizione delle buone individualità e dopo un avvio positivo, aveva altre ambizioni di classifica, però per mesi si è intestardito con un gioco offensivo non adatto a questa squadra, che è senza veri interditori in mezzo e dispone di difensori non rapidissimi che faticano negli uno contro uno a campo aperto. Ma queesto, ora, è il Verona che serve per affrontare la lotta per la salvezza. Squadra coperta, attenta, che cerca di non prestare il fianco, per poi colpire. Con Juve e Bologna ci eravamo anche riusciti (rispettivamente un gol annullato e un rigore negato sullo 0-0), mentre con la Fiorentina abbiamo raccolto tre punti vitali. Significa che è la strada giusta e si può affrontare il finale di campionato con una certa convinzione. Avrei firmato per raccogliere due punti nelle cinque partite di fuoco (dall’Atalanta al Bologna), ne abbiamo presi tre. Per salvarsi ne bastano altri dieci in queste ultime dieci partite. Si può fare.

Ma quel che più conta è la classifica reale: quattro punti dall’Empoli terz’ultimo sono un buon vantaggio. E il calendario non è impossibile: sabato c’è l’Udinese, ma è dopo la sosta che si decide tutto, il Verona non deve perdere gli scontri diretti con Parma, Cagliari, Lecce ed Empoli; si è messo nelle condizioni di poterli giocare con due risultati su tre a disposizione. Ma deve mantenere questo atteggiamento. Prima non prenderle, che davanti sa far male in ogni momento.

ZANETTI “REDENTO”, HA RINUNCIATO AL SUO IDEALE IN NOME DELL’OBIETTIVO FINALE

Siano lodati gli infortuni. Probabilmente sono le assenze, o la disperazione, o forse un po’ tutto questo, che hanno suggerito a Zanetti di rimodellare il Verona secondo un pensiero più pragmatico e realista, tradotto nel vecchio e caro “prima non prenderle”.

Lo si era predicato, quasi sempre invano. Copriti, Zanetti. Copriti. Stupefatti, invece abbiamo assistito per mesi a un Verona che – incurante di tutto – perseverava nel giocare alto, spregiudicato, come nel dna del suo allenatore, che ama i trequartisti e predilige il gioco offensivo. Epperò il risultato erano imbarcate, o comunque gol lampo subiti, partite quasi subito compromesse, coperture preventive assenti e difensori così messi in condizione di sbagliare, condannati all’affanno di uno contro uno spericolati e spesso esiziali. Zanetti non rinunciava a se stesso in nome di una visione più ampia, del cosiddetto quadro generale.

Dopo la goledada rimediata contro l’Atalanta, qualcosa è cambiato. Sia a San Siro che ieri con la Fiorentina, il tecnico ha optato per un atteggiamento più accorto e misurato. Nessuna barricata, però il Verona ha pensato soprattutto a non prestare il fianco e ad aspettare il momento buono. Lo ha ammesso lo stesso Zanetti alla fine, memore di trascorsi turbolenti: “Noi dovevamo chiudere il primo tempo senza subire gol, è stato fondamentale quello”. A Milano un calo (mentale e fisico) nella ripresa e la tecnica (per quanto indolente e pigra) del Milan ci hanno condannato, con la Viola il copione è stato simile, ma a ruoli invertiti: Verona in crescendo rossiniano, Fiorentina a un certo punto in apnea. Morale? Il Verona finalmente gioca da umile convitata, da squadra che si deve salvare, con praticità, senza presunzione e inutili orpelli. Poi, certo, ci vuole anche la fortuna, ma anche i gol in zona cesarini non sono mai del tutto casuali: se tu tieni la partita in piedi, poi la zampata può sempre arrivare.

Attenzione, ciò non significa che con questo atteggiamento più sparagnino, automaticamente andrà sempre bene. Squadre compassate, senza ritmo e in crisetta come Milan e Fiorentina possono aver aiutato, potrebbe essere diverso con squadre più verticali e dinamiche. Ma quel che conta è aver concepito il cambio di mentalità, aver acquisito la consapevolezza che le salvezze le costruisci sulla fase difensiva, a costo anche di essere meno penetrante davanti (e comunque i rientri di Serdar e Tengstedt alzeranno la qualità offensiva).

La svolta vera è che l’allenatore ha rinunciato a un po’ di sé, al suo ideale calcistico, per lo scopo finale. In ritardo, certo, ma i tecnici emergenti, si sa, non brillano quasi mai per flessibilità, in passato è accaduto anche ai più grandi (l’Ancelotti di Parma). Ma saper cambiare è segno di intelligenza e Zanetti forse ha capito (imparato) qualcosa di più. Aiuterà anche la sua carriera.

ZANZI(BAR)

A Zanzibar dicono “pole pole” (che in swahili significa adagio adagio) e “Hakuna Matata” (no pensieri/no problemi). Un linguaggio, uno stile di vita. Fatto suo, ieri, scusate il gioco di parole, anche da Zanzi, di nome Italo, il nuovo presidente esecutivo del Verona, 50enne avvocato, manager, fu sportivo ed ex politico, che nel 2006 – ai tempi della sua candidatura alle elezioni di Midterm con i Repubblicani a New York (dove è nato) – venne definito dal progressista New York Times “carismatico, istruito, combattivo e anche glamour”.

E, aggiungo, tuttora “politico”. Già, perché ieri la montagna ha partorito il topolino.  L’attesa conferenza stampa dell’ex Ceo della Roma, in un divertente italiano spagnoleggiante (i suoi genitori sono cileni e ha lavorato a lungo con l’America Latina), non ha chiarito per nulla cosa è, cosa vuole e come agirà Presidio Investors, il fondo d’investimento da poco proprietario del club.

Zanzi, uomo brillante, educato, affabile, pragmatico e camaleontico – nel 2008 sostenitore sfegatato di McCain contro Obama, pochi anni dopo a cena accanto all’allora presidente degli Stati Uniti in una serata romana – ieri è stato vago, generico, quasi ineffabile, impermeabile alla sostanza. Non ha svelato alcun dettaglio economico, né dell’acquisizione né sulle future ricapitalizzazioni per dare slancio al progetto (“i termini sono riservati”). Ha detto che la società ha potenzialità commerciali, ma non ha chiarito come avverrà l’up grade; sullo stadio ha ammesso non esserci nulla di concreto e che comunque non è cruciale e non rientra nel business plan; ha detto che Presidio ha fiducia nella squadra (“ha potenziale”) e non c’è la paura di retrocedere, salvo non specificare quale sarebbe il piano qualora accadesse (si è limitato a un “siamo pronti in qualsiasi caso”). Certo, ha definito “infelice” l’uscita pubblica di Setti su Belahyane e Lotito, ma quello è sembrato un bonario rimbrotto (“non facciamo drammi”), il minimo sindacale date le circostanze, più che una reale presa di distanza. È stato sfuggente sul futuro dello stesso Setti, definito – con una certa ambiguità nel sottotesto – “consulente esterno”, mentre è parso più deciso sulla centralità di Simona Gioè (dg) e Sean Sogliano (ds); e non si è pronunciato sul futuro tecnico del Verona (“è prematuro parlare della prossima sessione di mercato”).  La conferenza si è chiusa con il trito e ritrito “appello” agli imprenditori veronesi ad “entrare nel progetto” (quale?) investendo come sponsor. 

Insomma, ancora non ci è dato a sapere qual è la leva economica-finanziaria, il motivo di business che giustifica l’acquisto del club, dal momento che non è lo stadio e assodato che i ricavi li incrementi restando in serie A (eppure a gennaio la squadra, in lotta per non retrocedere, è stata indebolita). Sappiamo invece, come ha riportato Calcio e Finanza, che è stata creata una catena di controllo che da Austin, dove ha sede il fondo e dove è ubicata l’attività centrale, passa anche per società in Delaware e Lussemburgo. Tutto molto finanziario e complesso.

Il resto, dicevamo, rimane ignoto e non chiarito da Zanzi in un’ora di conferenza. A proposito, viene in mente quel cronista che a fine anni 80 intercettò in Transatlantico a Montecitorio l’allora segretario della Dc Arnaldo Forlani dicendogli: “Lei parla molto senza dire niente”. E l’altro di rimando: “Potrei andare avanti per ore”.

IL VERONA NON È PIÙ DI SETTI, MA (DI FATTO) È ANCORA DI SETTI

“Praticamente continuo a fare tutto io” ha detto ieri Maurizio Setti a una testata online laziale.  “Ma lo dico in senso buono…” ha aggiunto. Tu pensa se lo diceva con cattive intenzioni…

Dichiarazioni che lasciano storditi tifosi e opinione pubblica veronese, che pensavano che con l’arrivo del fondo americano, Setti, al di là delle fumose (e inglesizzanti) formule embedded (o cazzo! un inglesismo…), fosse da appuntare alla voce passato.

E invece Maurizio è sempre tra noi, fiero, perfino loquace ora (con i colleghi laziali), uno che andreottianamente “si eclissa ma non tramonta mai” (come raccontavano ammirati dall’inner circle del Divo Giulio), e non manca di dircelo – in senso buono, s’intende – giusto appunto per fugare i dubbi di chicchessia, rispedire al mittente prematuri epitaffi e segnare il territorio.

Del resto, il calciomercato ha seguito il medesimo copione: vendo quelli forti (o “regalo” citando proprio Setti su Belahyane alla Lazio), compro a pochi soldi scommesse in giro per il mondo (affidandosi all’intuito di Sogliano).

Solito Setti, solito mercato, solita gestione rasoterra, consueti affari con Lotito: gattopardianamente è cambiato tutto (Presidio Investors) per non cambiare nulla (Setti e il “praticamente continuo a fare tutto io”). Tradotto: il Verona non è più di Setti, ma di fatto è ancora di Setti. Sembra uno scioglilingua, un labirinto concettuale per sinapsi forti, nasconde però un connubio esistenziale che pare inscalfibile: si possono costruire tutti i perimetri societari di questo mondo, nominare board con tizio e caio, dagli States alla Germania, ma Setti è il Verona di quest’epoca, si è preso il suo corpo e pure la sua anima. Perché fa quel che vuole, pure “regalare” Belahyane, e lo sbandiera pure ai quattro venti. Mentre dagli Stati Uniti giunge il rumoroso (rumorosissimo) silenzio di Presidio Investors.