COSTRUIRE IL FUTURO

C’è un’inversione di tendenza: mentre la società prova a crescere (vedi Lasagna), si inchioda la squadra, scarica contro Roma e Udinese.

In realtà, messa giù così, la dicotomia è eccessivamente cruda: la dirigenza è semmai solo all’inizio di un percorso più virtuoso (insomma, una rondine non fa primavera e aspettiamo con buone intenzioni l’estate per avere conferme…), mentre la squadra sta accusando un momento di comprensibile calo dopo un girone d’andata decisamente sovrastimato.  Juric ha fatto un mezzo miracolo  a conquistare 30 punti in metà torneo (i 26 dello scorso anno rispecchiavano maggiormente il valore della squadra) ed è fisiologico che in questa seconda metà potremmo anche farne una decina in meno, non sarebbe uno scandalo.  Lo dice la storia della squadre medio-piccole che si ritrovano grandi nel girone d’andata, lo suggerisce soprattutto qualche limite di organico che lo stesso allenatore non ha mai nascosto. Poco male, lunedì contro il modesto Parma c’è la possibilità di un immediato riscatto, poi il calendario si fa un po’ in salita. Ma la salvezza è a 5-6 punti e quindi non vedo particolari problemi.

Credo invece che questo girone di ritorno possa servire a gettare le basi per il 2021-22, con Juric evidentemente. Abbiamo giocatori sui cui costruire  il nucleo del prossimo futuro: oltre a Lasagna, direi Kalinic,  a cui va dato ancora credito e tempo perché difficilmente il Verona potrà ingaggiare uno più bravo di lui. Poi Barak, Faraoni, il redivivo Bessa (maltrattato dalla società e da qualche ex dirigente in un recente e infausto passato e dato ingiustamente in pasto ai tifosi), Di Marco, Lazovic, Lovato, Silvestri e Magnani. Aggiungete altri due colpi “alla Lasagna” (intendo per spessore e investimenti) e allora sì che ci sarà il famoso consolidamento tante volte annunciato.

JURIC E LA STRADA DEL FUTURO…

Juric sta superando se stesso. Il suo calcio, antico, che ripropone la tradizione dei duelli individuali e del gioco verticale, è in realtà la cosa più moderna che oggi esista in Italia. Re Mida trasforma in oro ciò che tocca, ergo rigenera giocatori (Barak) e ne lancia di nuovi (Zaccagni e ora Tamezé). Il Verona che schiaccia il Napoli è una macchina perfetta, gira a 30 punti (erano 26 lo scorso anno), a soli quattro dall’Europa. Può ambirci? Molto dipenderà dal mercato, e Lasagna in tal senso sarebbe un innesto importantissimo.

Un anno fa, sul più bello (vittoria casalinga con la Juventus), ci fu il Covid a rubare il ritmo all’Hellas, che alla ripresa post lockdown non fu più lo stesso . “Senza la pausa con questa squadra saremmo arrivati in Europa” disse a fine stagione Juric. Chissà, certamente quel nono posto è bugiardissimo. Questo campionato è diverso: c’è una spaccatura tra le prime nove e le altre, ciò significa che per conquistare il sesto posto potrebbero servire più punti dei 66 del Milan nel 2019-20.

Ora siamo in corsa e pare averlo capito anche la società, che se dovesse concludere l’operazione Lasagna a 9,5 milioni di riscatto lancerebbe un segnale preciso. Saremmo di fronte per la prima volta nell’era Setti a un investimento per un ottimo giocatore nel pieno della carriera. Certo, non fanno piacere (e Juric  lo ha rimarcato) le continue dichiarazioni dei procuratori che offrono i nostri migliori giocatori a destra e a manca. Non fa piacere sentire un noto agente che sostiene che il Verona non può tenere Zaccagni, così, a prescindere. Sembriamo la vittima sacrificale, segno di una società che –  a differenza della squadra – è ancora piccola e deve crescere se vuole farsi rispettare.

E’ questo il punto dirimente: capire se si può alzare il monte ingaggi in modo che i Zaccagni di turno si possano tenere e, casomai, dopo, rivendere a cifre nettamente più alte con più forza in sede di trattativa. Capire se i giocatori più bravi  si possono confermare, oppure se si dovrà ancora una volta ricominciare daccapo.  Capire se Juric  può essere “solo” il valore aggiunto di un ingranaggio che si sviluppa, oppure l’uomo a cui continueremo a votarci totalmente (ammesso che rimanga in quelle condizioni).

La seconda strada sarebbe comprensibile, ma sbagliata. E’ una scorciatoia, tra l’altro, demagogica, accontenterebbe i tifosi, ma ti lascerebbe al palo.  Juric certamente va accontentato, lo abbiamo scritto e lo ribadiamo, perché lui oggi è il dominus che va protetto e coccolato. Ma va fatto all’interno di una strategia più a lungo termine, che possa sopravvivere un giorno allo stesso Juric. Insomma il metallaro di Spalato deve essere un “cavallo di Troia”, non il Messia.

 

 

 

 

POCHI SOLDI E LA DIPENDENZA DA JURIC

Cercasi qualità. Ma quella costa e D’Amico ha già messo le mani avanti: “E’ un mercato difficile”. Traducete voi dal politichese…

Il Verona naviga tranquillo e potrebbe pure stare così con l’obiettivo salvezza ormai a una manciata di punti. La sconfitta di Bologna conferma alcuni limiti creativi nella  manovra, a cui si è supplito finora efficacemente con l’organizzazione tattica, la definitiva consacrazione di Zaccagni e l’esplosione di Dimarco. Niente di nuovo: delle difficoltà fisiche del vecchio Veloso si sapeva, dell’assenza di un vero trequartista anche (per intenderci non c’è un Pessina e nemmeno un Borini).

Non mi faccio grandi illusioni sul quel che sarà, da anni chiediamo invano a Setti la crescita. Ci troviamo in affanno con il nostro gioiello (Zac), che senza (improbabile) rinnovo dovremo svendere; Dimarco è in prestito e Lovato già in offerta. Il punto è un altro: se non si vogliono investire denari, si devono avere idee. Che è un concetto diverso da scommessa, da ciambella che esce con il buco di tanto in tanto, dal fare strike per puro culo. Juric ha portato a Verona un buon scouting e credo che mercati come quello franco-belga-olandese siano interessanti, mentre quello balcanico è un terno al lotto.  Non offre invece molto la serie B, anche se abbiamo i giocatori giusti da scambiare per arrivare a quel poco di buono che c’è. Ma dobbiamo intenderci se si vuole fare calcio vero, oppure operazioni stravaganti come quella che ha portato qui Cetin come parziale contropartita di Kumbulla. Un disastro se parliamo solo di pallone…

Le nostre fortuna sono legate a re Mida Juric, lo sappiamo. In prospettiva è un limite e non un bene, questo deve essere chiaro. Ma questo limite oggi è l’unica reale forza che abbiamo e perciò siamo obbligati a cullarlo e blandirlo. L’allenatore deve essere accontentato.

ZAC E IL TIFOSO CONTABILE

Non rubateci i sogni. Almeno per qualche giorno. Zaccagni ha segnato in rovesciata con il Verona, questo conta. E invece, già ieri, si disquisiva sull’impennata del valore del cartellino, sulla prossima plusvalenza della società eccetera.

Non siamo più tutti solo allenatori, in questo Paese anche di santi, navigatori e poeti. Siamo anche, o forse soprattutto, manager e contabili del calcio. Già, il tifoso generalmente è il primo ormai a essere assuefatto dalle logiche del calcio moderno. Non vive più l’esclusiva emozione in sé (per un gesto tecnico, una vittoria…), ma già ragiona contando i soldi (che incassano gli altri). Noto e leggo molti commenti che rimbalzano sui social: si parla sempre più spesso di soldi, “Tizio vale dieci”, perché “se Sempronio lo vendono a 15, per il nostro Caio allora devono chiedere il doppio”. E via discorrendo. E tutti a leggere e a citare, ca va sans dire, siti specializzati in calcio finanziario.

Quanto sono lontani i tempi (qualche anno fa, non secoli) in cui ancora si resisteva culturalmente a questa deriva economicistica e commerciale. Il tifoso neanche si azzardava a pensare – per citare un canzone cult di Rino Gaetano – “che Chinaglia può passare al Frosinone”. Invece noi oggi, qui a Verona, diamo per scontato che Zaccagni presto se ne andrà e spariamo il toto-cifre. Sul piano sentimentale (sfera del tifoso) è contro natura.

Ma non solo. Setti ci ha assuefatto al punto che accettiamo come normale, logico, giusto, che si venda presto e comunque (e magari al ribasso, come spesso è accaduto). Sul piano culturale (in senso lato) ha vinto lui ed è anche per questo che difficilmente faremo il salto di qualità come club. Si è rassegnato persino Juric, che ha compreso che parlava al vento, che le sue “ovvietà” sul mercato passavano per rivoluzionarie e quindi infastidivano,  facendolo addirittura passare per antipatico o rompicoglioni. Non un buon segnale, perché meglio la rabbia dell’indifferenza.

Per questo immortalo il fotogramma di ieri: la rovesciata di Zac in gialloblu, con il Verona. Mi tengo e godo i sogni, finché durano.

LEGATI A JURIC (E NON È UN BENE)

Juric e Setti non se le mandano a dire. Sembra una telenovela, le stoccate tre i due infatti sono ormai un appuntamento quasi settimanale. L’ultima è di ieri con il presidente che risponde all’allenatore dicendo che “deve maturare”. Detta a un uomo di 45 anni che da ragazzo, a Spalato, ha visto la guerra. Detto a un signore proveniente da una famiglia che ai tempi di Tito ne visse di tutti i colori, tra umiliazioni e declassamenti. Bisognerebbe misurare le parole, anche perché Juric finora non è mai andato sul personale ma, giusto o sbagliato, ha sempre evidenziato i limiti programmatici di una società che dopo 8 anni, come in un grande gioco dell’oca, è sostanzialmente alla casella di partenza: vendere tutti (quelli bravi s’intende) e appena è possibile.

Comunque, poco male. Chi scrive non ritiene particolarmente grave la diatriba tra i due (la squadra non ne risente). Che, pare, non si parlino molto di persona: preferiscono i mass media e di loro sponte visto che le domande spesso latitano. Quello tra Setti e Juric è un gioco delle parti, una commedia, tra un allenatore che smania perché vuole diventare grande (o qui o altrove) e un presidente che – smargiassate a parte – sa che non può andare oltre.

Ecco, se vogliamo, il problema vero è questo: il Verona, inteso come società, sta costruendo? L’impressione è che se dovesse andare via Juric (prima o poi capiterà, come succede agli allenatori, speriamo molto “poi”, ma la sostanza del ragionamento non cambia) si ripartirebbe da zero, poiché lo scouting, i giri di mercato e il settore tecnico sono molto legati alla sua figura. Un po’ come successe con Sogliano nel 2015.

L’obiettivo invece dovrebbe essere diventare indipendenti da allenatori e figure tecniche, che passano. Sarebbe questo il consolidamento tanto sbandierato a parole. Sarebbe questo il vero bene del Verona.

LA (GIUSTA) PRUDENZA DI JURIC

Ivan Juric è un allenatore antico, che riporta il calcio al suo senso più profondo: trovare la chiave per vincere, mescolando anche le carte, puntando sull’uomo (il giocatore) e non sui moduli. Altroché “talebano”, come era stato frettolosamente etichettato: il metallaro spalatino adatta il suo credo alle caratteristiche dei giocatori e degli avversari, fatti salvi due principi: si gioca uno contro uno in tutte le zone del campo e in verticale, sempre, con la palla tra i piedi.

E così il Verona 2020-21, con meno giocatori di tocco e di manovra, imposta meno, attende e scatta in contropiede, giocando sull’avversario: ecco quindi Tameze “falso nueve” perché – ha spiegato il giocatore – “la Lazio non doveva impostare”; ecco perciò spiegata l’aggressività feroce e organizzata di una squadra che come ha detto Silvestri “è appiccicata al nostro portabandiera Juric”. Ecco pertanto che si capisce perché ci esprimiamo meglio con le grandi che con avversari più chiusi che ci costringono a giocare in spazi stretti (non ne siamo ancora capaci, ha detto ieri Juric).

Juric però che è uomo di profonda intelligenza anche fuori dal campo. Il croato spezza la retorica celebrante: “Non parliamo di Europa, se abbassiamo la guardia per noi è finita, stasera siamo stati avvantaggiati dalla stanchezza della Lazio dopo la Champions”. Un po’ quello che era successo con l’Atalanta. Tradotto: è ancora troppo presto per capire cosa faremo da grandi, certamente Juric sta compiendo un mezzo miracolo con una squadra nuova, senza i suoi due giocatori più rappresentativi arrivati dal mercato (Benassi e Kalinic). Un allenatore gigantesco, un maestro di calcio, un hombre vertical, capace di supplire al piccolo cabotaggio societario. Godiamocela tutta.

UN ATTO DI FEDE

Diciamoci la verità: Juric sta compiendo un mezzo “miracolo”. Virgolette d’obbligo, perché mica ha la bacchetta magica il metallaro di Spalato: il suo “miracolo” è fatto di lavoro, idee, carisma, conoscenza e cultura. I giocatori, tolti Zaccagni, Silvestri e Lovato perlopiù onesti pedatori del pallone o acerbi talentini, così seguono con cieca fiducia la loro guida. Per lui si buttano nel fuoco, giocano, soffrono e, sornioni, vincono.

Il Verona che espugna Bergamo è un atto di fede: di un gruppo che Setti ha smembrato (“abbiamo venduto tutto il possibile” ha ribadito Juric ieri a chi gli chiedeva dell’Europa League) e che si è riplasmato nel credo del suo allenatore. Quest’anno chi scrive si sta emozionando ancor più dello scorso, perché il Verona operaio (“ruvido rock” scrivevo qualche settimana fa) ci riporta a una dimensione romantica, antica; perché vincere soffrendo è – checché ne dicano i figli di Sacchi del dominio sempre e comunque – è essenza, specificità e identità di questo gioco semplice (alla fine bisogna farne e non prenderne, il resto è masturbatio grillorum per dirla alla Brera) ma complesso, dacché può sfuggire alla logica e al controllo  – non per nulla si gioca con gli arti inferiori. Ci è successo, perdendo senza merito, con il Sassuolo; si è ripetuto ieri, ma questa volta siamo noi a vincere, con l’Atalanta.

Juric è un tecnico moderno che sa di antico. Recupera i vecchi fondamentali, vedi le marcature a uomo di Lovato su Zapata e di Dawidowicz su Gomez. Educa al gioco ma anche alla sofferenza; è un maestro che migliora anche l’individualità del singolo, così prende un gruppo di ragazzini e li trasforma in calciatori di serie A. E, fuori dai canoni melensi e ipocriti del calcio italiano, parla franco alla stampa e alla pubblica opinione (“progetto a Verona? Siamo ancora lontani dall’iniziarlo, abbiamo mezza squadra in prestito” l’ipse dixit alla vigilia).

15 punti messi in saccoccia. Senza farsi grandi illusioni, sappiamo che è fieno in cascina.

RUVIDO ROCK

Sul piano emozionale è forse più bello dell’anno scorso. Perché più inaspettato e anche più difficile. I “bambini” di Juric rompono il copione scritto, pirateschi e avanguardisti. Non c’è eleganza nelle trame o nella posa, c’è però quel suono ruvido dell’hard rock o del metal tanto caro a Ivan Juric. Non è tempo di sonetti, o poesia cavalleresca, qui l’Ivan di Spalato ci dà una sua versione della scapigliatura.

Il Verona è corsaro nei modi. Il Verona aggredisce, corre bene e tanto. Il Verona poi cala (è successo anche allo Juventus Stadium, giocare più di corsa e meno di tecnica è la cifra del Verona attuale ), ma resiste, commovente, in trincea. Non c’è più Veloso a impostare, ma Dawidowicz (chi lo avrebbe mai detto?) trasformato in diga di mezzo; orfani del tocco inventivo e degli inserimenti di Pessina, abbiamo il redivivo Barak a correre di spada nelle difese avversarie. Ma è Zaccagni, in formato Nazionale (complimenti!), a caricarsi il peso del nostro gioco offensivo: irresistibile.  Ecco Zac, simbolo di questo nuovo Verona che in campo ci riempie d’orgoglio.

Roba da saltare sul divano: roba da sudare, giocare anche noi senza essere lì. Quest’anno più che mai. Eravamo a un passo dalla storia, dopo il rigore in tribuna di Ibra sembrava segnata a nostro favore, sebbene il forcing del Milan si fosse fatto asfissiante. Finale al cardiopalmo, l’appuntamento con la prima volta a San Siro ancora rinviato.

Cosa resta il giorno dopo? Be’ la convinzione che questa è una squadra che non ci farà mai vivere momenti piatti, anonimi. Soffrirà, perderà pure, ma avremo sempre da vivere, emozionarci, “sentire” la partita. Sul piano squisitamente tecnico invece è ancora presto per capire che campionato sarà: come ho scritto, saranno indicative le prossime sette giornate con, tra le altre, Sassuolo e Inter in casa e Atalanta, Lazio e Fiorentina fuori. Molto dipenderà dalla crescita di Kalinic, l’unico che ci può permettere di arrivare al gol con più qualità e meno dispendio di energie; poi conterà anche recuperare qualche giocatore determinante in mezzo al campo per avere geometria e maggior peso individuale, così da essere più incisivi e far correre di più la palla e meno le gambe. Dietro è importante valutare la continuità di Lovato, sperando che Magnani possa mantenersi ai livelli di ieri.

Intanto godiamoci il momento.

 

 

 

 

MENTALITÀ

“Mentalità” è la parola che ha usato Ivan Juric per spiegare i risultati del suo Verona, che dopo 6 giornate è quinto a 11 punti, in coabitazione con Roma, Inter e Napoli.  E’ presto per mettersi qui a discutere di classifica e sarebbe lunare ora presagire eventuali sogni, più interessante è leggere quel 3-2-1 nella colonnina rispettivamente delle partite vinte, pareggiate e perse. Chiaro, una delle tre vittorie è quella a tavolino con la Roma (sul campo la successione sarebbe 2-3-1), ma l’Hellas di Juric sta mantenendo due caratteristiche delle passata stagione: la continuità di risultati e la capacità di non perdere mai (e vincere spesso) con le squadre più piccole.

Segnali incoraggianti, come è incoraggiante il mantenimento di alcune certezze (Zaccagni su tutti, pronto per la Nazionale) e la crescita di alcuni nuovi (si veda Barak, meno brillante nelle partite scorse).  Ma la migliore garanzia resta Juric che non si illude e ci fa rimanere tutti con i piedi ben ancorati a terra. Per poter capire la dimensione del Verona in questo strano (e per certi versi indecifrabile) campionato, credo occorra aspettare almeno altre otto partite, nelle quali incroceremo – tra le altre – Milan, Atalanta, Lazio, Fiorentina fuori casa e il sorprendente Sassuolo e l’Inter al Bentegodi. Attraversate quelle forze caudine avremo gli strumenti per formulare un giudizio compiuto.

Intanto rincuora che al valore tecnico della rosa, sufficiente per una salvezza abbastanza tranquilla, si è aggiunta già oggi una chimica di squadra che non era affatto scontata dopo la rivoluzione estiva.

Come dice Juric è un fatto di mentalità.

 

 

 

 

ORA SÌ SIAMO OPERAI (SENZA RETORICA)

C’è un paradosso nel (bellissimo) Verona dello Juventus Stadium. La nobiltà di un pari in casa di Madama che non accadeva dal 1988, mostra la mutazione di un Verona quest’anno sì davvero operaio. Definizione che l’anno scorso apparteneva alla pigra e conformistica retorica a cui sono condannate a prescindere le neopromosse, quest’anno invece perfettamente calzante.

Juric si è adeguato in fretta ai cambiamenti della rosa: c’è meno tecnica (pensate alla mediana e alla trequarti priva di Veloso e Pessina e dello stesso Amrabat straordinario in entrambe le fasi) e quindi si supplisce con un’aggressività straordinaria, un temperamento encomiabile. Oltre – ma  era arcinoto – a una mirabile organizzazione tattica. Questo spiega il vistoso (e fisiologico) calo degli ultimi 20-25 minuti. Il Verona della passata stagione (in pre-Covid) era invece capace di gestire e di gestirsi sui novanta minuti, a leggere e a cambiare pelle nel corso della partita (giocarne tante in una) con una maturità e un’abilità straordinarie. Perché poteva permettersi di correre meno (ma sempre bene). Ora, se vogliamo, siamo costretti a essere più lineari, a puntare sulla quantità finché i muscoli reggono. Insomma, siamo più “provinciali”.

L’eventuale surplus futuro di qualità – in attesa del mercato del vicino gennaio (Pessina?) – oggi è legato a delle variabili dipendenti: la crescita di condizione di Kalinic e quella in termini di esperienza e concretezza di Colley. E, forse, dal rientro di Veloso in mezzo, che però sappiamo essere giocatore fragile fisicamente e con un anno in più sul groppone.

La classifica permette una certa serenità di lavoro per portare la “macchina” a pieni giri. Sono otto punti, ma nell’analisi tecnica ovviamente sarebbero 6, con una classifica che in quel caso sarebbe allineata al livello preventivato (sopra la zona rossa di 3-4 posizioni). Juric però credo di una cosa sia consapevole ed è giusto che tutti ce la mettiamo  in testa per evitare passi falsi o illusioni: il calcio non è matematica e sebbene possa suonare blasfemo affermarlo, ci saranno avversari meno forti ma più difficili della Juve del mediocre Pirlo, perché tatticamente meno scomposti e con un’identità più delineata.

Non perdiamo di vista la nostra dimensione. Operaia.