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VIETARE LA TRASFERTA E’ DARLA VINTA AI VIOLENTI

Diciamolo senza girarci troppo attorno: vietare la trasferta ai tifosi del Vicenza è una sconfitta dello Stato. È la certificazione dell’assoluta incapacità delle istituzioni di organizzare e gestire un evento sportivo che, proprio perché delicato, avrebbe richiesto preparazione, responsabilità e fermezza.

La soluzione scelta è stata invece la più semplice: vietare tutto. Chiudere il settore ospiti, cancellare il problema e presentare il provvedimento come una misura di sicurezza. Ma proibire non significa governare. Impedire a migliaia di persone perbene di assistere a una partita non significa garantire l’ordine pubblico. Significa arrendersi prima ancora di cominciare.

Non è neppure un caso isolato. È ormai un chiaro indirizzo politico nazionale: davanti a una partita considerata a rischio, si vietano le trasferte. Si colpisce indistintamente un’intera tifoseria perché non si è capaci, o non si vuole assumere la responsabilità, di isolare e controllare chi potrebbe creare problemi.

E in questa vicenda i politici veronesi, di qualsiasi partito e schieramento, hanno contato meno di zero. Appelli, dichiarazioni, prese di posizione: tutto inutile. Le loro parole non hanno spostato nulla. È un dato politico evidente e persino umiliante per una città che si è vista imporre una decisione senza riuscire minimamente a incidere.

Attenzione, perché qui nessuno vuole difendere la violenza. Nessuno intende offrire alibi a qualche deficiente che, nel 2026, pensa ancora di trasformare una partita di calcio in un’occasione per fare guerriglia urbana contro le forze dell’ordine. Quella gente non rappresenta il calcio, non rappresenta Verona e non rappresenta Vicenza.

Ma è proprio davanti a quei comportamenti che dovrebbe vedersi la forza dello Stato: nella capacità di prevenire, contenere, identificare e successivamente punire con estrema durezza chi rovina la festa a tutti. Non nel lasciare a casa famiglie, ragazzi e tifosi che volevano soltanto seguire la propria squadra.

Punire tutti perché qualcuno potrebbe sbagliare non è autorevolezza. È impotenza.

Così si uccide il calcio. Lo si scollega dalle nuove generazioni, da quei ragazzini che non hanno mai visto un derby e che avrebbero potuto scoprirne per la prima volta l’attesa, i colori, i cori, la tensione e l’emozione. A loro resterà uno stadio mutilato, un settore vuoto e una partita privata di una parte fondamentale della propria anima.

Si perde la poesia. Si calpesta la tradizione. Si banalizza la rivalità sportiva, confondendola volutamente con la violenza. Ma la rivalità è il sale del calcio: significa appartenenza, memoria, identità. È aspettare quella partita per mesi, discuterne al bar, sfottersi e poi tornare a casa. La violenza è un’altra cosa e deve essere combattuta senza esitazioni.

Verona-Vicenza senza i tifosi del Vicenza non sarà un vero derby. Sarà una partita amministrativamente più comoda, forse. Ma anche più povera, più triste e infinitamente più vuota.

E davanti a quel settore ospiti deserto non vedremo il successo delle istituzioni. Vedremo soltanto la misura del loro fallimento.

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