23
mar 2017
AUTORE Mario Zwirner
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E’ IMPOSSIBILE DIFENDERCI

Se c’era un dubbio l’attacco al cuore di Londra conferma che è impossibile difenderci dai terroristi islamici. Puoi solo intervenire con grande rapidità ed efficienza a limitare i danni, come hanno fatto gli inglesi, ma solo dopo che l’attentatore ha colpito.
Prevenire puoi farlo in teoria solo con i gruppi organizzati – che nell’organizzarsi lasciano tracce – ma non con questi lupi solitari. Che possono essere chiunque: un islamico falsamente integrato, un europeo convertito all’islam, uno (caso italiano) arrivato coi barconi. Di armi non hanno bisogno: un coltellaccio, come quello usato per ammazzare l’agente britannico, lo trovi in ogni cucina. Auto, suv ci sono ovunque; anche ammesso che sia uno dei tanti sospetti, vigilati e seguiti, quando sale in auto non puoi sapere se va al pub o se sta per lanciarsi sulla folla.
Può colpire il cuore di Londra, come un qualunque mercatino di Natale, un lungomare, una stazione ferroviaria o un aeroporto, un luogo di ritrovo; su un trasporto pubblico.
Non cambiamo stile e abitudini di vita, non perché non siamo consapevoli del pericolo, ma per rassegnazione, perché è inutile farlo. Quando colpiscono? Dove colpiscono? In teoria sempre ed ovunque. La difesa preventiva è impossibile.
Aggiungiamo che non aiuta un diffuso tafazzismo ideologico: è colpa nostra che abbiamo scatenato la guerra, che abbiamo depredato i loro Paesi; è colpa del capitalismo che genera povertà! Come se fosse la povertà che spinge a colpire e non il fanatismo religioso…
Non resta che consolarci con le statistiche: sono molti di più i morti per incidenti stradali, per gli omicidi comuni, per il rifiuto dei vaccini, rispetto alle vittime del terrorismo islamico.
Almeno per il momento…

21
mar 2017
AUTORE Mario Zwirner
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SINDACO E CAMPI DI CONCENTRAMENTO

A margine della gestione, sempre più sconsiderata, dei migranti emerge anche una terminologia altrettanto sconsiderata. Capintesta il sindaco di Bagnoli, Roberto Milan, che parlando del grande centro di accoglienza, ospitato nel suo comune nell’ex base militare di San Siro, lo definisce “campo di concentramento”. E continua a ripetere Milan che “i campi di concentramento vanno chiusi”.
Da un lato cerca di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte: non potendo negare il forte disagio sociale, la paura, prodotto dai migranti ai cittadini del suo comune, tenta di aggiungere che anche i migranti stessi sono vessati e maltrattati all’interno dei “campi di concentramento”.
Ma usare questo termine è un’infamia, un oltraggio alla memoria di chi i veri campi di concentramento li ha subiti e conosciuti sulla propria pelle.
Spesso i campi di concentramento vengono identificati con i campi di sterminio, con i lager o i gulag dove furono massacrati milioni di persone. E non risulta che negli hub ci siano né camere a gas né forni crematori né i lavori forzati coatti.
Tuttavia, anche nell’accezione più rigorosa, i campi di concentramento – ad esempio quelli inglesi dove furono detenuti i nostri soldati fatti prigionieri durante la seconda guerra mondiale – erano tutt’altra cosa dagli hub: campi di prigionia dove non eri né servito né riverito, dove non ti lavavano la biancheria né ti garantivano pasti sostanziosi. Dove – soprattutto – non potevi uscire a piacimento per tentare di violentare una donna del circondario o dedicarti alla prostituzione gay. Dove – soprattutto – non potevi nemmeno sognarti di sequestrare per una notte intera gli addetti alla gestione, come hanno fatto tranquillamente ed impunemente i migranti ospitati nel vicino hub di Conetta.
Una piccola differenza che evidentemente sfugge al sindaco Roberto Milan.
Così come a tanti nostri insegnanti – a conferma della loro crassa ignoranza – sfugge la differenza tra chi deve trasferirsi per avere la garanzia del posto pubblico a vita e a prescindere (dal lavoro svolto) e chi venne deportato, all’interno di vagoni blindati dove eri stipato e costretto con le armi ad entrare, destinato a morte certa nei campi di sterminio.

16
mar 2017
AUTORE Mario Zwirner
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SIAMO (QUASI) TUTTI POPULISTI

Gli elettori olandesi hanno dello stop al populista Geert Wilders (è cresciuto, ma non ha trionfato). Ma questo Wilders, oltre che populista, è anche xenofobo, islamofobo, nazionalista, antieuropeista?
Qui comincia la confusione. Perché, se da noi i cosiddetti populisti sono Grillo e Salvini coi loro elettori, è però difficile trovare un cittadino che non chieda un controllo molto più rigoroso dell’immigrazione; che non sia nazionalista, cioè che non pensi che bisogna anzitutto occuparsi degli abitanti del nostro Paese prima che degli abitanti del mondo intero; che non si domandi se l’integrazione degli immigrati islamici sia possibile e compatibile con il nostro stile di vita.
Per carità, trovi anche il contrario. Trovi l’Unità che oggi in prima pagina scrive “Come Barcellona. Continua la nostra campagna per scendere in piazza come nella città catalana a favore dell’accoglienza dei migranti”.
Non credo però che Pd e Unità interpretino il comune sentire. Direi che la larga maggioranza dei cittadini su questi temi è “populista”.
Anche perché il record di sbarchi – 250 mila previsti dal Viminale nell’anno in corso, 70 mila in più del record 2016 – è tutto nostro, non degli olandesi
Gli europeisti poi sono parecchio antieuropeisti. Non sostengono cioè l’uscita dall’euro e dalla Ue, ma non ce n’è uno che non dica che questa Europa non funziona, che va radicalmente cambiata…
Marco Gervasoni, sul Gazzettino, ricorda che anche il premier olandese, il liberale Rutte “ha inseguito i populisti. Da mesi infatti va dicendo che per rilanciare la Ue occorre meno Europa (cioè meno integrazione) che l’Olanda non può accogliere tutti gli immigrati”.
Per concludere tra coloro che il prossimo 25 Aprile festeggiano la liberazione dai nazifascisti (evento fondamentale, ma non proprio d’attualità) e quelli come Salvini che sostengono invece la necessità di poter festeggiare la liberazione dai criminali, chi tra costoro sono i veri populisti?…

06
mar 2017
AUTORE Mario Zwirner
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CENTRI D’ACCOGLIENZA: UN CASINO

I centri d’accoglienza da casini in senso metaforico – luoghi dove succede di tutto – sono diventati casini in senso letterale: luoghi della prostituzione, della prostituzione gay a beneficio di clienti italiani.
Come è inevitabile che succeda di tutto – proteste, rivolte, risse – quando la gestione e affidata a privati (i “volontari” inesperti delle coop) e non ai professionisti, forze dell’ordine o reparti speciali dell’esercito. Così è inevitabile che chi desideri comprarsi le prestazioni di maschi giovani e aitanti, vada la dove la “merce” abbonda…
Fatta salva la giusta condanna della prostituzione coatta, quella libera non può essere contestata. In un’epoca in cui si è affermato il principio del diritto individuale di fare di se stessi ciò che più aggrada – anche di scegliere come e quando darsi la morte – non si vede come possa essere negata la libertà di vendere pure il proprio corpo.
Se mai la discussione si apre sul motivo che induce a prostituirsi.
Don Luca Favarin, fondatore della coop Percorso vita, propugna l’accoglienza diffusa in alternativa ai grandi hub di Bagnoli e Conetta, e non si dice sorpreso dalla notizia della prostituzione maschile che avviene in questi luoghi. La causa sarebbe la povertà.
Dichiara infatti al Gazzettino: “Ci troviamo di fronte a persone poverissime, ed un povero per uscire dalla situazione di miseria in cui vive usa tutti i mezzi che ha, in questi casi solo il suo corpo da vendere”.
Ragionamento che non trovo convincente per due motivi. Primo: se è la povertà ad indurti alla prostituzione, la pratichi anche se sei accolto in una piccola casa privata e non solo in un grande hub. Secondo: abbiamo 4 milioni e mezzo di italiani sotto la soglia di povertà e non risulta che siano tutti pronti e costretti dalla miseria a vendere il proprio corpo.
Al di fuori della scontata retorica pauperista, già in voga nell’Ottocento, oggi la libera prostituzione è una scelta libera anche perchè più remunerata di altre prestazioni lavorative. Punto.

23
feb 2017
AUTORE Mario Zwirner
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1.558

OGGI GLI ALBANESI SIAMO NOI

Era il 7 Marzo del 1991 quando al porto di Brindisi arrivarono 27 mila profughi albanesi. Il muro di Berlino era crollato due anni prima e, di conseguenza, era entrato in crisi il regime comunista di Albania che prima impediva qualunque fuga all’estero degli abitanti.
Ricordo un dirigente socialista di Verona che commentò così quel flusso migratorio “Vedono le nostre televisioni, con tanto di pubblicità del Kit Kat: loro muoiono di fame, noi abbiamo cibo da dare anche agli animali. Inevitabile che vengano qui…”
Sono passati 26 anni, gli spot di crocchette e bocconcini per cani e gatti si sono moltiplicati all’infinito, ma di albanesi in Italia non ne arrivano più. Anzi: gli albanesi siamo diventati noi, noi italiani in marcia verso Tirana come loro navigarono su Brindisi. Le parti si sono invertite.
Lo ha documentato in questi giorni Libero con un titolone in prima pagina: “20.000 italiani in Albania”. “Emigrati per lavorare”.
La cosa più sorprendente è che non ci sono solo gli imprenditori che delocalizzano per sfruttare il minor costo del lavoro e una pressione fiscale incomparabile alla nostra: tetto massimo 15%! Burocrazia pressochè inesistente…Ma la grandissima parte degli italiani emigrati in Albania, 16 mila, hanno un contratto da lavoratori dipendenti.
E’ vero che gli stipendi sono più bassi, una media di 300 euro il mese che arriva anche a 1.000 per i lavoratori più qualificati. Ma il costo della vita in Albania è cinque volte inferiore al nostro Paese. Da noi l’economia ristagna, mentre là si registra una crescita del 3,5% l’anno.
Chiaro che le condizioni di partenza sono più basse. Ma si vive una situazione simile al nostro dopoguerra quando, anno dopo anno, c’era la convinzione di andare a stare sempre meglio.
Ultimo dato: sono diversi anche i nostri pensionati che, grazie al basto costo della vita, scelgono l’Albania in alternativa alle Canarie.
In conclusione, il dato è questo: 26 anni fa eravamo la terra promessa per gli albanesi, oggi l’Albania è la terra promessa per sempre più italiani.

17
feb 2017
AUTORE Mario Zwirner
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800

PENSIONI D’ORO, SICILIA PIGLIATUTTO

E’ il titolo in prima pagina di Italia Oggi che spiega:” Su 30 mila superassegni in tutta Italia, ben 16.500 sono per gli ex dipendenti della regione autonoma”.
Sono considerate pensioni doro quelle con una media annuale di 49 mila euro, con punte da 175 mila. Punte riservate indovinate a chi? Ma ai giudici della Consulta, of course.
I nostri giornaloni, Corriere-Repubblica, hanno ben altro di cui occuparsi: Trump, le beghe interne al Pd che appassionano gli italiani. Sulla Sicilia pigliatutto stendono un velo di silenzio.
Leggo il titolo e penso alla nostra Regione che dice “prima i Veneti!”, prima i bimbi veneti in asilo nido e materne. La Sicilia non lo dice, lo fa: coprendo d’oro, non di accesso ai nidi, i propri funzionari regionali.
Con una piccola differenza. La nostra Regione vuole favorire chi vive e lavora in Veneto da quindici anni, siciliani residenti compresi. Mentre andate a cercare col lanternino tra i dipendenti della Regione Sicilia uno solo che siciliano non sia, che sia veneto…
Questo veneto orrendo che vuole discriminare i figli degli ultimi arrivati! E questa Italia orrenda che discrimina i propri cittadini: italiani di seria A quelli che vivono e lavorano, non solo in Sicilia, ma in tutte le cinque regioni a statuto speciale; italiani di serie B quelli che hanno la sventura di abitare nelle regioni a statuto ordinario? Bene così?
Viva, viva l’uguaglianza!

14
feb 2017
AUTORE Mario Zwirner
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670

COLPA NOSTRA, NON DELL’EURO

Quanto a crescita economica siamo la maglia nera in Europa: l’unico, tra i 27 Paesi Ue, ad avere avuto nell’ultimo anno una crescita del pil inferiore all’1%: Solo lo 0,9%, e già ci è andata bene perché le previsioni erano ferme allo 0,7%…
Il confronto con la crescita degli altri Paesi ci dimostra che il tanto vituperato euro, da molti indicato come la causa principale dei mali economici italiani, non c’entra una beata minchia. Due esempi tra i tanti: la Svezia non ha l’euro ed è cresciuta del 2,4%, la Spagna ce l’ha e registra una crescita pressoché uguale 2,3%. La Gran Bretagna ha la sterlina, crescita dell’1,5%. L’Irlanda ha l’euro, crescita impetuosa: 3,4%
Scrive il Fatto: ”Per debito e crescita siamo il malato d’Europa”. Abbiamo cioè il debito più alto e la crescita più bassa. Se esiste una logica dovrebbe risultare evidente che è inutile, anzi dannoso, chiedere di sforare i vincoli europei: la realtà italiana dimostra infatti che più spesa pubblica non genera più crescita ma il contrario, più decrescita. Perché ammazza l’economia reale (Es: se mi assumono come usciere chiudo la bottega artigiana)
Ci mancano le riforme strutturali che rilancino l’economia, la produzione, con un taglio drastico di tasse e burocrazia.
Mancano per un semplice motivo: le riforme vere ed efficaci sono impopolari; nell’immediato implicano sacrifici, tagli a privilegi e tutele. Solo così arrivano poi i risultati.
Ma tutti i nostri governi (destra e sinistra pari son) hanno lo sguardo corto, volto cioè al tornaconto clientelare e/o elettorale. E quindi le riforme incisive massimo le abbiamo sentite enunciare, mai viste attuare.
Che sia colpa nostra o colpa dell’euro?

10
feb 2017
AUTORE Mario Zwirner
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MALATI, MA SOLO A ORE…

Il presidente dell’ Inps Tito Boeri chiede che vengano equiparate le ore giornaliere di controllo per i dipendenti pubblici e privati in malattia: 7 ore per tutti.
Grazie alla sua iniziativa si scoperchia il pentolone dei controlli farlocchi. Toh: siamo pieni di malati a ore – dalle 9 alle 13, dalle 16 alle 18 – liberi e sani nel resto del giorno.
Pare evidente che, se uno è davvero malato, lo è h24. E che i controlli devono essere fatti a sorpresa in qualunque momento, non nell’orario prestabilito. Invece fin dal tardo pomeriggio liberi tutti di andare al cinema, in discoteca al pub con gli amici…
Ci stupiamo, grazie a questi controlli farlocchi, di avere il doppio di assenteismo della Germania? Una normativa a misura di furbetti: andate e moltiplicatevi!
Dice nulla che, nelle assenze per malattia di un giorno il 31% avvenga il lunedì, (ci sarà la sbornia domenicale da smaltire) e che oltre la metà delle assenze siano entro i tre giorni?
Dopo di che traspare anche un vergognoso razzismo in certe statistiche. Ma come si fa a certificare che, a fronte di una media italiana di 17,7 giorni di assenza pro capite per malattia, i giorni nel nostro Veneto sono 15,5 e in Calabria invece più del doppio: 34,6 giorni!..
Nei vari Paesi europei le giornate di assenza per malattia vengono pagate o in toto dallo Stato o col contributo delle aziende. Negli Stati Uniti invece – sia con Trump che con Obama che con un qualunque altro presidente – nessuno paga mai le assenze per malattia. Risultato: la media pro capite è di 4,9 giorni all’anno.
Se ne deduce un dato inconfutabile. Pagare i giorni di malattia è un autentico attentato alla salute dei cittadini: più ti pagano, più ti ammali! Peggio dell’inquinamento…

03
feb 2017
AUTORE Mario Zwirner
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1.096

DA DON CAMILLO ALLA MOGHERINI

Federica Mogherini, ministro degli esteri Ue, dichiara al Corriere: “L’Europa è come una meravigliosa sedicenne che si guarda alla specchio e si vede brutta. La nostra salute fisica è perfetta, ma siamo labili di nervi, una vera crisi d’identità”
La nostra salute in effetti è perfetta: facciamo palestra e dieta, andiamo dall’estetista, la vita media si allunga. Ma è la crisi d’identità, cioè la mancanza di una qualunque fede in valori condivisi, che ci rende di fatto vecchi, al di là dell’apparenza da sedicenni.
Giovani lo siamo stati. Penso a don Camillo, a quei mirabili film che, riproposti da tutte le reti, Telenuovo compresa, continuano a registrare ottimi ascolti (specie tra noi anziani, primi utenti della tv). E’ la nostalgia per l’identità che avevamo, per la fede condivisa che non c’è più.
Poteva essere la fede religiosa, come per il popolo di don Camillo, o quella laica per il partito, per il comunismo, come per il popolo di Peppone. Ma era fede e dava identità.
Vivevi secondo i dettami della Chiesa o dedicavi le energie al partito, alle sue battaglie. Nessuno che pensasse alle vacanze, al tempo libero, a farsi i fatti propri. Era la fede in un ideale.
Oggi la parola d’ordine è: la vita è mia e ne faccio ciò che voglio io, cioè cerco di trarne il massimo piacere. Non la dedico certo né alla fede né al partito né ad un qualunque ideale condiviso.
Da questo punto di vista il crollo del tesseramento, a quello che era il Pci, va di pari passo alla desertificazione delle chiese. All’affollamento di beauty center, palestre, pub, luoghi di villeggiatura.
La differenza è tutta qui: avere o no una qualunque fede. Come la giudichiamo è secondario: poteva essere surreale l’aldiqua della rivoluzione proletaria, come magari lo è l’aldilà dei seguaci di Allah. Ma molti di loro, i mussulmani, ci credono fermamente.
E questo, appunto, fa la differenza: tra noi e loro non c’è scontro di civiltà, perché non esiste scontro tra un falange compatta nel credo e un popolo disperso nella ricerca del piacere individuale.
Tornando alla Mogherini, il nodo è la crisi di identità. Che rende l’Italia, come un po’ tutta l’Europa, una vecchia che, non credendo più a nulla, è destinata a prossima sepoltura.

26
gen 2017
AUTORE Mario Zwirner
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1.208

LA CORTE HA SANCITO L’INSTABILITA’

Per capire quanto sia sciagurata la legge elettorale, che la Consulta ha sfornato dopo mesi di pensose valutazioni, serve un parallelo con la scuola e con un concetto che tutti – almeno in teoria – condividono.
Perché l’insegnamento possa svolgersi serve la continuità didattica: non puoi passare da un supplente, a un insegnate di ruolo che dopo sei mesi o un anno va in congedo o chiede il trasferimento, ad un altro supplente ad un nuovo insegnate. Deve esserci, appunto, la continuità didattica per tutti gli anni delle elementari, delle medie, delle superiori. Il tutto, non per conseguire risultati strepitosi, ma un minimo di insegnamento.
Se questo vale per la scuola, varrà a maggior ragione per un Paese? Paese che deve affrontare emergenze e problemi senza precedenti: crisi economica, disoccupazione, sicurezza, immigrazione, un Unione Europea che vacilla, un mondo che sta cambiando radicalmente. Avrà o no bisogno di un governo stabile? Di qualunque colore esso sia.
Lo capisce ogni persona di buon senso. Non l’hanno capito i parrucconi della Consulta sancendo di fatto il ritorno al proporzionale, cioè alla Prima Repubblica, cioè all’instabilità garantita. (Durante i 47 anni e 153 giorni della Prima Repubblica, dal 1946 al 1994, si susseguirono 51 governi con una durata media di 11 mesi e 9 giorni)
Nei fatti è così perché, abolito il ballottaggio, è stato lasciato un premio di maggioranza del tutto teorico al 40% dei voti, soglia di fatto irraggiungibile per qualunque partito. (I più accreditati, 5 Stelle e Pd, vengono dati più o meno al 30%). Quindi non potrà che esserci un governo di coalizione, in balia della perenne guerriglia scatenata da un partitino della coalizione stessa o da una corrente del partito perno della coalizione. Proprio come accadeva nella Prima Repubblica.
Non serve ricordare che anche in Germania si vota col proporzionale. Là i governi sono quasi sempre durati l’intera legislatura, perché ben diverso è il senso di responsabilità, privilegiando il bene comune del proprio Paese. E non il calcolo di bottega abituale nelle nostre singole forze politiche.
Va detto che la Consulta ha dato al nostro Paese ciò che il nostro Paese vuole: l’instabilità a garanzia che le vere grandi riforme vengano solo annunciate a mai attuate…