BANZATO

Il giorno in cui Alessandro Banzato ha rilevato le quote di maggioranza del calcio Padova da Joseph Oughourlian è stata intensa e diffusa la felicità, con annessa una piacevolissima sensazione di rinascita, che si è riversata a tutte le latitudini su città e provincia. Neanche a cercarlo col lanternino, si poteva trovare un padovano che fosse dubbioso sugli effetti benefici dell’operazione. Lo scenario che si era in quel momento delineato era il non plus ultra per un tifoso che sogna di poter vivere grandi cose insieme alla sua squadra del cuore, nel calcio che conta. Era appena diventato proprietario del Biancoscudo un grandissimo imprenditore, padovano, patron di un colosso come Acciaierie Venete, già numero uno del Petrarca Rugby dunque uomo di sport. Appassionato. Tifoso. Con un figlio altrettanto tifoso inserito in organigramma come vicepresidente. Non poteva che generare senso di rassicurazione il suo avvento per una piazza finalmente di nuovo in serie B, ma con ancora bene impresse nella memoria le sei stagioni di tribolazione vissute per riuscire a riconquistarla e, poco più indietro, il quasi fallimento del 2014 con Penocchio e la ripartenza necessaria dalla serie D. Tutto perfetto, tutto bellissimo, con un’apoteosi (comunicativa) nel giorno della presentazione di Roberto Breda, l’allenatore che ha sostituito l’esonerato Matteo Andreoletti. Nell’introdurre l’apposita conferenza stampa, infatti, il presidente del Padova, Francesco Peghin, ha annunciato che Banzato avrebbe parlato in prima persona della decisione di non proseguire con il tecnico bergamasco, ma che intanto si era affidato ovviamente alla dirigenza, sulla base della convinzione che “ognuno, in una società, ha il suo ruolo e lo esercita senza sentire sul collo l’ingerenza del presidente se non è strettamente necessaria”. “Bene – ci siamo detti – il nuovo patron, oltre a prospettarci un futuro aureo, investimenti importanti per tenersi stretta la B e consolidarla per poi tentare un ulteriore salto in alto e garantire anche un’attenzione speciale per le infrastrutture, ci metterà la faccia!”. Sì, vero, ce l’ha messa. Ma per sua scelta solo con alcuni giornalisti. Non con tutti. Alessandro Banzato ha scelto la carta stampata, lasciando deliberatamente fuori tutti gli altri.

Non possiamo dunque che utilizzare la stessa sincerità con cui abbiamo applaudito al suo ingresso nel club biancoscudato per sottolineare che dispiace davvero tanto che si sia comportato così. Ma non tanto per essere stati messi tra gli esclusi ma per una mossa divisiva in un momento in cui la società per prima, per bocca di Peghin proprio nel giorno della presentazione di Breda, ha chiesto unità d’intenti a tutto l’ambiente per non precipitare in classifica, per portare a casa la salvezza, per tenersi stretta la categoria riportata a Padova dopo anni di sangue amaro. Non è questione di simpatia o antipatia. Ma di scelte. E delle due l’una: se Banzato ha preso in autonomia quella di escludere deliberatamente una parte della stampa l’ha proprio pensata male. Se invece qualcun altro gli ha suggerito la mossa, l’ha consigliato altrettanto male. Probabilmente, a mente lucida, si è trattato di un banalissimo errore di valutazione: mi rifiuto di credere che ci sia della malafede, che ci siano simpatie e antipatie, che Banzato pensi che la carta stampata vale più degli altri media. E non cambierà nulla nel modo di fare il nostro lavoro e di raccontare il Padova, con obiettività, oggettività e l’immancabile filtro della passione e del nostro personalissimo modo di farla emergere nella nostra personalissima narrazione.

Quando Banzato farà le grandi cose che ha promesso di fare, sarà nostra premura raccontarvele, transitarvele, farvele arrivare, come sempre, con il nostro marchio di fabbrica. Certo rimane il retrogusto amaro per una correttezza e una unità d’intenti che evidentemente dalle parti di viale Nereo Rocco funzionano solo quando è ora di riceverle. Per una scelta che comunque non sposterà di una virgola la nostra ferma intenzione di continuare a dare sostegno alla squadra e al suo nuovo allenatore per mettere in sicurezza la permanenza in serie B, elemento fondamentale e irrinunciabile per tenere in piedi tutto il resto.

MATTEO

In tanti anni di professione, vissuti a raccontare il Padova nelle cadute più rovinose e nelle rinascite più dirompenti, urlando, ridendo e piangendo, non ho mai vissuto un pomeriggio così emotivamente impattante come quello che ha portato, al termine della partita che ha sancito contro il Palermo la quarta sconfitta di fila della squadra, all’esonero di Matteo Andreoletti. Son sincera: non perché io sia particolarmente intelligente (anzi: quante volte ho le cose davanti al naso e non le riesco a mettere a fuoco!) ma ho capito martedì, vedendo il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli entrare in sala stampa a Venezia dopo lo stop al Penzo, che per Andreoletti sarebbe stata questione di ore. Che quel “rimaniamo compatti attorno alla squadra, l’allenatore non è in discussione”, in realtà nascondeva, in modo particolarmente maldestro un “Se sabato col Palermo non fa risultato, lo cacciamo via”. Non ho avuto dubbi su quel che ho percepito in quel preciso momento un po’ perché al liceo mi hanno insegnato che “excusatio non petita, accusatio manifesta” (cioè: se ti giustifichi di una cosa che non hai intenzione di fare, stai in realtà dicendo che hai intenzione di farla), un po’ perché il diesse è qui da fine gennaio del 2022 e i precedenti parlano per lui che ha esonerato Caneo a Lecco utilizzando la stessa modalità operativa di Venezia (cioè si è presentato in sala stampa al posto dell’allenatore) e lasciato a casa Torrente a tre giornate dal termine del campionato 2023-2024 per richiamare Oddo in un momento in cui davvero nessuno si immaginava una cosa del genere (né tantomeno la auspicava).
Nel calcio è considerato “normale” per quanto ingiusto, che, quando una squadra attraversa un brutto momento, a farne le spese sia l’allenatore. “Non si possono cambiare 25 giocatori”, si sente dire, “bisogna dare una scossa” è l’altra motivazione che va per la maggiore in casi come questo. Nel caso di Matteo Andreoletti però non si può non andare oltre la banalità di questi adagi, non si può non riconoscergli un ruolo e un’importanza nella storia recente biancoscudata che vanno al di là di stereotipi e scelte più o meno discutibili.
Perché Matteo è arrivato a Padova che c’erano le macerie e ci ha ricostruito, portandoci a fare aperitivo al piano attico del grattacielo della cadetteria. Matteo è sceso in campo all’Euganeo per la prima di campionato sulla panchina biancoscudata col silenzio assordante di 1.164 tifosi sugli spalti e ha riempito nuovamente lo stadio, ha ricreato entusiasmo, ha attirato a sé supporters scettici, ha riacceso una piazza che ormai sembrava disillusa. Matteo ci ha messo la faccia sempre. Matteo ha creato compattezza tra l’ambiente e la squadra, Matteo ha fatto innamorare nuovamente la gente del Padova. Matteo si è innamorato del Padova. Matteo ha portato il Padova in serie B mettendo la freccia su un Vicenza in versione “spendi e spandi” che aveva molta più qualità e costava molto di più. Matteo ha trasformato un insieme di giocatori con un passato recente più in D che in B in un gruppo in grado di prendersi per mano e fare il salto nella categoria superiore. Matteo li ha fatti giocare bene anche in serie B. Matteo non è mai stato in zona retrocessione nè ai playout. Matteo ha difeso sempre chi oggi lo ha lasciato a casa.
E Matteo, quasi a voler chiudere con un ultimo atto memorabile il suo anno e mezzo qui, ha fatto una cosa straordinaria: è andato a salutare gli Ultras mettendo il suo cuore nelle loro mani. Toccando corde profonde. Facendo arrossire occhi. Facendo scendere lacrime da quegli stessi occhi. “Sono arrivato tra mille difficoltà, me ne vado che siamo tutti uniti”, ha detto ai tifosi che lo hanno invocato a gran voce davanti al cancello d’ingresso dello stadio Euganeo. Matteo ha chiesto loro di non smettere di sostenere il Biancoscudo, di non smettere di dare credito ai suoi ragazzi che in campo lasciano sempre tutto. Ha ricevuto cori, sostegno, applausi, abbracci, riconoscimenti, stima smisurata, commozione pura. Regalando a chi ha assistito alla scena la certezza che, davvero, il calcio non è un semplice gioco in cui 22 uomini in mutande rincorrono una sfera rotante. E’ molto, molto di più.

C’È SEMPRE UNA BUONA NOTIZIA…

Parliamoci chiaro: il problema non è la sconfitta contro il supersonico Venezia, l’unica che si era già serenamente messa in preventivo vista la caratura dell’avversario, superiore in tantissimo del tutto che ha messo in campo. A preoccupare è il trend dell’ultimo periodo, dell’intero girone di ritorno che ha visto il Padova, dopo una prima parte di stagione al di sopra delle aspettative, calare vistosamente nella prestazione, nel rendimento e nei risultati. Solo 9 i punti conquistati da Padova-Mantova in poi, diverse le lunghezze lasciate per strada quando erano decisamente alla portata: vedi Spezia, sul 2-1 la vittoria si poteva portare a casa e invece si è preso subito il 2-2, vedi Avellino dove uno 0-0 che sembrava già conquistato è stato infranto dalla rete di Russo al 92’. La buona notizia, come sempre, c’è ed è quella da cui ripartire con convinzione per non rischiare di annegare nel mare della paura di non farcela. La classifica, una certezza da guardare sempre quando le sensazioni del cuore sono talmente grandi che è un attimo strabordare, dice che fino a questo momento il Padova non si è mai ritrovato a navigare in acque davvero pericolose: né in zona playout né in zona retrocessione diretta. C’è ancora un margine di 3 punti da non assottigliare e da cercare di allungare, a partire dalla sfida di sabato contro il Palermo all’Euganeo. 7 sconfitte nelle ultime 12 partite però sono un campanello d’allarme che non si può ignorare, frutto di tante componenti che vanno analizzate con lucidità: la difesa, una delle certezze del girone d’andata, non è più così solida, il portiere Sorrentino, dopo aver abbassato efficacemente la saracinesca con parate decisive, è oggettivamente in un momento di difficoltà, l’attacco non gira più con continuità, nonostante 5 dei 6 gol totali di Lasagna siano arrivati dall’inizio del 2026 ad oggi. C’è poi il capitolo infortuni: dal Papu, fermo da mesi per un problema alla caviglia, a Barreca, ad Harder, a Sgarbi. Anche Bortolussi, una garanzia per l’allenatore che non smette mai di sottolineare con elogio il fatto che è un attaccante con i dati gps di un terzino da quanto corre e si dà da fare, si è dovuto fermare per un problema alla schiena e non può certo essere al top.

Come se ne esce allora? Intanto, come ha fatto il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli, disegnando intorno a mister Andreoletti un quadrato di piena fiducia, per fargli sentire che il suo lavoro non è in discussione. Dopo di che occorre ritrovare sia le certezze del campo che quelle mentali. Riscoprire quella stessa forza che l’anno scorso, quando pareva che il Vicenza avesse completato in grande stile la rimonta sul Biancoscudo partendo da 10 punti di svantaggio, ha permesso al gruppo di mettere in pista un grandissimo controsorpasso. Tanti di questi giocatori c’erano e l’hanno già fatto.
Tocca a loro prendere per mano gli altri insieme all’allenatore che è stato il bravissimo condottiero di quella straordinaria cavalcata. Tocca a loro rifare l’impresa, per portare a casa la permanenza in una serie B conquistata con fatica e orgoglio.

UN SOGNO CON RADICI PROFONDE

La notte è passata. Non è stato solo un bel sogno. L’ingresso di Alessandro Banzato nel club biancoscudato come nuovo azionista di maggioranza non si è “smaterializzato” al risveglio del giorno dopo, è splendida realtà. In città e provincia si respira un’aria entusiastica, sembra davvero, a tratti, di aver vinto un’altra volta il campionato. Di provare le medesime sensazioni che il 25 aprile scorso, nel giorno della riconquista della serie B, hanno fatto battere fortissimo il cuore alla Padova appassionata di pallone.
La bellissima notizia è che il Padova è tornato interamente nelle mani dei padovani. La notizia ancora più bella è il modo in cui Banzato si è presentato. Con l’impostazione dell’imprenditore serio e solido, qual è, ma, allo stesso tempo, con la pelle del tifoso vero, pelle da cui subito ha fatto trasudare l’attaccamento che ha nei confronti del Biancoscudo, trasmessogli dal padre. Ricordando, tra le altre, le trasferte negli anni 80 fatte con la Vespa e, a memoria, la formazione titolare dello spareggio col Trento del 1980.
Alessandro Banzato, proprietario di Acciaierie Venete, possiede un impero. Fattura più di un miliardo di euro all’anno. Eppure non l’ha fatto minimamente “pesare”. Nel giorno che ha reso ufficiale il suo ingresso in viale Nereo Rocco dalla porta principale, ha sorriso, ha alleggerito, ha stretto la mano in modo vigoroso a tutti, si è lasciato andare anche a qualche pacca sulla spalla, si è subito preso il palcoscenico sul quale finalmente è salito da attore principale. Ha immediatamente instaurato un rapporto di confidenza con i suoi interlocutori. Sì, insomma, per dirla come se fosse sceso sul terreno di gioco per una partita, non ha sbagliato l’atteggiamento, ha indovinato l’approccio. Il tutto, però, con gli occhi scintillanti di sana ambizione, umile ma determinato. Determinatissimo.
Banzato è entrato in scena con tutti i migliori presupposti: garanzia di solidità economica, attaccamento alla città e serietà imprenditoriale. What else? Nothing else davvero. In un’epoca in cui il calcio è sempre più gestito da fondi finanziari, per natura “asettici” e senza legami con la storicità e le caratteristiche della piazza in cui operano, Padova va in decisa controtendenza. E finisce (come detto dal patron uscente Joseph Oughourlian) “nelle migliori mani possibili”. Nelle mani di un imprenditore che ha deciso di prendersi a cuore le sorti della realtà sportiva più sentita del territorio e che quindi sarà un “valore aggiunto” (parole utilizzate nelle scorse ore dalla presidente di Confindustria Veneto Est, Paola Carron, sorella dell’indimenticata e indimenticabile Barbara, vicepresidente biancoscudata all’epoca di Marcello Cestaro).
Detto questo, dal punto di vista del campo, non cambia nulla. Per ora. La gestione di Banzato sarà ambiziosa ma allo stesso tempo oculata e lungimirante, come quella di una qualunque società. E’ meraviglioso poter provare le sensazioni che questo grande cambiamento ha portato con sé, ma l’obiettivo della squadra, per questo campionato, resta la salvezza. Con tutta la tranquillità possibile. Su questa salvezza poi si costruirà qualcosa di più, con la consapevolezza che il “sogno” affonda su radici profonde e non svanirà all’alba di un giorno non troppo lontano.

TRA STRATEGIA, IDENTITÀ E COPERTA CORTA

La sfida col Mantova, persa 1-0 per un gol preso a 6 minuti dalla fine, permette di mettere in evidenza alcuni “tratti somatici” del Padova di questo primo scorcio del campionato di serie B.
Il primo è che la squadra di Andreoletti si è dimostrata fin qui più “strategica” che “identitaria”, per stessa ammissione dello stesso allenatore biancoscudato che, alla vigilia del match del Martelli, ha sottolineato la necessità, da parte dei suoi giocatori, di adattarsi di volta in volta innanzitutto alle caratteristiche dell’avversario ma anche all’evoluzione della singola partita. Mettendo sempre in campo grande equilibrio e la capacità di leggere in tempo reale le varie situazioni. L’esempio più lampante è dato da quanto successo nei minuti finali della partita contro la Juve Stabia: raggiunto il pareggio (2-2) con il secondo gol di Bortolussi, l’allenatore è stato “pizzicato” dalle telecamere ad urlare ai suoi: “Stai dietro, non andare!” e ha poi spiegato che, in B, contro squadre, attrezzate, esperte e scafate, non ci si può permettere, una volta rimesso in piedi un risultato, di salire coi braccetti della difesa, di andare in sovrapposizione: bisogna piuttosto pensare a difendere il risultato con le unghie e con i denti e stare compatti, dietro, senza correre rischi inutili. Il ragionamento è ineccepibile.
A Mantova però, nella gara che ha sancito la quarta sconfitta in campionato (che comunque vede Crisetig e compagni a 14 punti dopo 12 partite: avremmo firmato tutti ad inizio stagione per arrivare a questo punto in questa posizione in classifica, Andreoletti per primo) l’impressione è stata che il Padova abbia rinunciato troppo a sé stesso e a caratteristiche che gli appartengono. Ha aspettato troppo il Mantova, ha costruito poco, verticalizzato male, ha gestito in maniera poco lucida le ripartenze quando è riuscito a rubare palla all’avversario. L’essere strategico non dovrebbe togliere così tanto alla propria identità.
Siccome però a tutto c’è una spiegazione, specialmente quando si parla di un allenatore come Andreoletti che non lascia mai al caso nulla e lavora costantemente e maniacalmente su ogni dettaglio durante gli allenamenti e nello studio delle partite e degli avversari, probabilmente il problema di questo Padova è che, ora come ora, la coperta è davvero troppo corta. E che quindi rinunciare ad alcune caratteristiche che l’anno scorso erano il “marchio di fabbrica” (su tutte la grande aggressività) diventa una questione di sopravvivenza. Almeno per adesso. A Mantova mancavano ben sette pedine della rosa e solo Barreca era squalificato. Gli altri sono infortunati e, alcuni di questi, sono arrivati a Padova senza aver fatto il ritiro o dopo un periodo lungo di inattività (pensiamo al Papu Gomez e alla squalifica di due anni, a Silva e alla frattura del quinto metatarso del piede… ma anche, facendo un ulteriore passo indietro, a Baselli: a inizio stagione era stato scelto come regista titolare, alla terza partita è finito ai box per due problemi muscolari consecutivi ed è ora tornato a disposizione: la sua condizione non può essere al top!). Il risultato è che è la vecchia guardia a tirare la carretta ben oltre quello che le si può chiedere. Più di qualcuno dovrebbe rifiatare ma in questo momento non è possibile. Perchè alternative in alcuni ruoli non ce ne sono proprio. Lo sguardo va dunque ora rivolto al derby col Venezia del 22 novembre, sentitissimo, importantissimo… ma anche un po’ più in là. Al mercato di gennaio.

LA B NON PERDONA. BARI CE LO INSEGNA, ANCORA UNA VOLTA

Premessa semplice ma granitica: al “San Nicola” bisognava chiuderla. Soprattutto alla luce del fatto che le occasioni per farlo il Padova se le è costruite: Cerofolini, sullo 0-1, ha detto di no due volte a Bortolussi che ha avuto anche un’altra palla gol nella ripresa, non inserita poi negli highlights, che poteva essere sfruttata meglio: l’attaccante ha scelto il passaggio a Varas, pur avendo di fronte a sé un corridoio molto invitante (il che non sminuisce minimamente la prestazione del numero 20 biancoscudato, che rimane positiva: si tratta semplicemente di una situazione che, visto il risultato finale di sconfitta, si prende in considerazione ex post perché poteva stroncare sul nascere la rimonta del Bari al pari dei due colpi di testa neutralizzati con grandissima prontezza di riflessi dal portiere avversario).
Detto questo, non si doveva nemmeno abbassare l’intensità messa in campo al massimo dei giri del motore fino all’episodio del rigore e dell’espulsione di Capelli. Il Padova sa che non se lo può permettere, mai. L’inesperienza è lì a ricordarci che siamo una neopromossa con ancora tanto, troppo, da imparare: ad eccezione di Sgarbi, Barreca e Lasagna (e di Harder e Di Maggio in qualche gara), Andreoletti sta mandando in campo un undici titolare con giocatori che hanno vinto il campionato di serie C e che, nella maggior parte dei casi, non hanno nemmeno esperienza in B. Per contro, tante delle squadre avversarie, dal punto di vista delle individualità, hanno qualità da vendere (lo stesso Bari si è potuto permettere il lusso di tenere in panchina Cerri, Dorval e Moncini, giusto per fare i nomi di coloro che, da subentrati, hanno determinato l’1-2 barese) e sono quindi in grado di punire alla prima leggerezza, senza pietà.
A proposito di “leggerezze”: imperdonabile davvero quella di Capelli in occasione del rigore e dell’espulsione, in una partita in cui l’esterno destro biancoscudato aveva da poco finito di strappare applausi a scena aperta grazie a quell’assist dalle retrovie con cui aveva messo Bortolussi nella miglior condizione possibile per fare gol. Imperdonabile anche la sfilza di errori commessi in occasione del 2-1 del Bari: nessuno va a disturbare i biancorossi che battono subito l’angolo, Di Maggio e Ghiglione non si capiscono e Dorval crossa indisturbato, Perrotta si fa superare dalla traiettoria della palla senza saltare, Favale, 20 centimetri più basso di Cerri, si trasforma nell’ultimo tassello del domino che cade, non riuscendo a impedire all’attaccante di arrivare prima di lui sul pallone.
Bari insegna una volta di più che le disattenzioni, in B, si pagano care e devono quindi sempre stare a zero. Tenersi stretta la prestazione è doveroso, soprattutto perché fino al 70’ è stata a dir poco sontuosa in un campo difficile, ma è altrettanto necessario imparare ancora una volta la lezione in fretta. Perché questi siamo e, se oltre ad andare a 300 all’ora, non limiamo il più possibile il margine di errore, il percorso verso la salvezza (perché è lì che dobbiamo arrivare, non dimentichiamolo mai qual è l’obiettivo stagionale!) si complicherà e non poco.

LA FIDUCIA

La prima vittoria in serie B dei biancoscudati ha il gusto piacevolissimo della fiducia. Con un retrogusto altrettanto dolce a base di carattere, grande equilibrio e immensa voglia di regalarsi un finale diverso rispetto ai tre precedenti. In linea con gli sforzi fatti.
C’è voluto tutto questo per ribaltare l’iniziale vantaggio firmato dalla Virtus Entella, c’è voluto tutto questo per spostare la montagna che si era piazzata sull’Euganeo dopo il palo di Fusi, l’occasionissima di Barreca, il gol di Karic e la rete di Bortolussi annullata per il fuorigioco (di mezza unghia) di Perrotta. Un masso pesantissimo, composto da una serie di episodi contro (ci infiliamo dentro anche quelli delle gare precedenti) che avrebbe schiacciato chiunque, non il Padova che invece è riuscito a metterci entrambi i piedi sopra e a trovare lo slancio per andare a prendersi i 3 punti. Meritatissimi.
La fiducia è il tema centrale, il sapore prevalente. Quella che mister Andreoletti ha riposto in ciascuno dei giocatori che aveva messo in campo nel primo tempo rimandandoli in campo nella ripresa senza fare alcun cambio. La tentazione, visto il doppio contraccolpo psicologico del gol preso dopo aver avuto le occasioni migliori e della rete annullata a Bortolussi dal Var, poteva essere forte. Invece l’allenatore ha deciso che i giocatori che nel primo tempo non meritavano di stare in svantaggio dovevano essere gli stessi in grado di trovare la forza e, con essa, la via d’uscita dal difficilissimo momento. Così è stato. La scelta di Andreoletti è stata il miglior segnale che il tecnico potesse inviare alla squadra. Più efficace di qualunque parola o discorso fatto in spogliatoio all’intervallo. La reazione della ripresa è stata veemente, ma non frenetica, irruente, ma allo stesso tempo equilibrata e intelligente. E la prestazione, con vittoria, ha consegnato al pubblico padovano una squadra che sta imparando a conoscere la nuova categoria, che inizia a saperci stare dentro, che mantiene la barra dritta anche quando sembra che i venti non siano favorevoli.
Se si aggiunge poi, tornando ad aspetti strettamente calcistici, che la condizione di Lasagna sta crescendo, che Seghetti e Buonaiuto sono tornati a disposizione, che Bortolussi e lo stesso Lasagna stanno trovando sempre più connessione lì davanti, che la vecchia guardia è sempre una garanzia, che Harder e Di Maggio stanno sbocciando, che Bacci sta recuperando… il quadro comincia ad essere sempre più nitido. Work in progress ovviamente, il cantiere è ancora aperto, ma la “grande opera” comincia a prendere forma.

IL PADOVA CHIAMA, PADOVA RISPONDE

Che voto date al mercato del Padova? La maggior parte dei tifosi, oltre il 40 per cento, ha cliccato sul “6” nel sondaggio che abbiamo lanciato sul nostro sito. Un voto sufficiente, ma, diciamo così, non entusiasmante. Il voto è espressione della consapevolezza che la categoria è nuova, è super impegnativa, e quindi ci vogliono qualità e quantità, organizzazione di gioco e “piedi buoni”, lavoro settimanale e capacità di trasformarlo in prestazione positiva da parte dei giocatori, ma anche della convinzione che la squadra biancoscudata abbia in fondo tutto quel che serve per poter centrare l’obiettivo della salvezza, a maggior ragione dopo la presa di coscienza da parte della direzione tecnica, durante il ritiro e le prime amichevoli estive, che la B richiedeva un innalzamento del livello della rosa sotto tutti i punti di vista e dunque che ci voleva un cambio in corsa nella modalità della costruzione della stessa: alla decisione iniziale di mantenere il più possibile l’ossatura della squadra che aveva vinto il campionato di serie C è seguita quella di cambiare un po’ di più e di inserire ben 14 nuovi interpreti, esperti della B e in qualche caso anche della A.

Eppure, il Padova sta facendo fatica a raggiungere quella sufficienza. Col Frosinone all’Euganeo, nonostante l’interpretazione “gagliarda” da parte di Crisetig e compagni, è arrivata la seconda sconfitta in tre partite. Cosa sta succedendo? Sono emblematiche, a questo proposito, le parole pronunciate da Matteo Andreoletti nel post gara. L’allenatore biancoscudato ha detto con molta onestà che il suo Padova non è più la squadra “ammazza campionato” bensì “una delle tante” che potrà giocarsi la permanenza nella categoria, si spera nel modo più tranquillo possibile.

“Perdere mortifica sempre ma sono orgoglioso di questo gruppo e di quello che ha messo in campo. Se stiamo tutti uniti porteremo la barca in porto”, ha sottolineato, ribadendolo, come un mantra, più e più volte durante una delle conferenze stampa del dopo partita più brevi della sua storia in biancoscudato.

Le difficoltà sono diverse e lui lo sa: senza voler gettare la croce addosso a Villa e Sgarbi, è evidente che la partenza di Delli Carri, che rappresentava il pilastro, la certezza, il punto di riferimento in difesa, ha lasciato un cratere, non una semplice casella da riempire con un nuovo innesto. C’è poi che qualche altra certezza è venuta meno proprio perché il gruppo è stato cambiato molto e quel che prima veniva a memoria ora non viene più. I nuovi arrivati sono forti ma ci vogliono tempo e pazienza sia affinché si crei coi vecchi la “confidenza” che ora non ci può ancora essere e che era invece punto di forza imprescindibile del Padova dell’anno scorso. Nessuno discute le qualità degli stessi Villa e Sgarbi, di Baselli, di Barreca e di Lasagna (e ci mancherebbe anche!) ma è indubbio che, quando sei fermo da molto o perché vieni da un campionato in cui non hai giocato molto o perché quest’estate non hai fatto il ritiro con la squadra, per tornare ad avere la gamba dei tempi migliori devi avere la possibilità di metterci minuti di partita in cui puoi ancora non essere al top.

Non resta quindi che continuare così. Col duro lavoro e la massima disponibilità al sacrificio. E nel frattempo, come mister Andreoletti, aggrapparci a nostra volta alle certezze che abbiamo: ovvero a quell’unità d’intenti, in spogliatoio e tra la squadra e il meraviglioso pubblico ritrovato anche all’Euganeo, che rappresenta il fondamento che non dovrà venire mai meno. Solo andando sempre a 300 all’ora si potrà raggiungere l’agognato traguardo. E quest’intensità non dovrà mai scemare, rimanendo la caratteristica fondante del Padova anche quando la squadra comincerà ad ingranare e a veder salire l’autostima che solo i risultati positivi possono infondere con tanta abbondanza. Umiltà, ragazzi, fino alla fine.

LA MIGLIORE DIFESA E’ L’ATTACCO

Personalità, spirito di adattamento, intensità, umiltà, ordine, solidità difensiva, coraggio. Il Padova, a Carrara, nella partita che ha permesso ai biancoscudati di portare a casa il primo punto nel campionato di serie B, è stato un po’ tutto questo ed è proprio grazie a tutto questo che è riuscito a strappare il pareggio in una partita che, vista l’inferiorità numerica dal 60’ in poi, poteva finire male.
Personalità perché, come ad Empoli e più che ad Empoli, allo stadio dei Marmi si è visto un Padova consapevole delle qualità a sua disposizione e pronto a metterle in campo nella loro migliore versione.
Spirito di adattamento perché una settimana, poco più, gli è bastata per imparare la lezione più importante impartitagli dalla sconfitta del “Castellani”, ovvero che non si può pensare che basti un tempo fatto bene per “svangarla”: ogni minima leggerezza si paga, la serie B non aspetta.
Intensità perché la squadra ha capito, anche in questo caso alla svelta, che bisogna pareggiare sempre quella dell’avversario, trasformandola nella propria arma letale, e, nella seconda trasferta in terra toscana, è andata proprio così.
Umiltà perché Varas e compagni sono scesi in campo ben consci del fatto che quello contro la Carrarese era il primo vero scontro diretto per la salvezza.
Ordine perché c’è stata compattezza tra i reparti dal primo all’ultimo minuto.
Solidità difensiva perché la squadra non si è mai sbilanciata e pericoli veri e propri nella porta di Mattia Fortin (primo clean sheet stagionale per lui) non ne sono arrivati.
Coraggio, infine, perché il Padova, nel momento più difficile della partita, anziché blindare la difesa e pensare solo a non prenderle, ha avuto la forza (e la mentalità) di alzare la retroguardia e di… difendersi attaccando, provando fino alla fine a vincerla. E’ questo l’aspetto che più ha positivamente colpito della seconda uscita in campionato.
Cosa manca allora? Diverse cose ancora. Il killer instinct sotto porta, per esempio: quando si riesce ad aprire il corridoio giusto e a procurarsi lo spazio per arrivare al tiro da posizione favorevole si deve fare gol. Manca, a volte, anche la scelta giusta nell’ultimo passaggio. La compattezza difensiva, inoltre (che ha evidentemente giovato anche della buona prestazione dell’esordiente Sgarbi) andrà rivista contro una squadra con un potenziale offensivo maggiore di quello sganciato ieri dagli uomini di Calabro (fermo restando che, a Empoli, solo uno dei tre gol è arrivato su azione, gli altri due sono stati il frutto di disattenzioni su palla inattiva, quindi con abbondante concorso di colpa da parte della non troppo attenta fase difensiva padovana). C’è poi che Pietro Fusi, idolo assoluto dei tifosi e simbolo del Padova che ha vinto il campionato lo scorso anno, che fa della corsa, dell’aggressività e della generosità i suoi marchi di fabbrica, deve imparare a gestire l’irruenza: fermare una ripartenza pericolosa può metterti nella condizione di “giocarti” un giallo e ci sta, ma, se già ammonito, frani addosso ad un avversario che si è già liberato della palla con un intervento scomposto e plateale, metti decisamente nei guai te stesso e i tuoi compagni. Il “pacchetto Fusi” è preziosissimo per garantire quell’intensità chiesta a gran voce da mister Andreoletti al pari del “veleno negli occhi”, ma la tendenza al cartellino facile è un difetto che Pietro deve assolutamente limare e alla svelta.
Il percorso è ancora lungo e, come si è detto più volte, c’è tutto il tempo per rivedere, correggere, riprovare, insistere, migliorare. Gli obiettivi si raggiungono a piccoli e costanti passi avanti. E c’è di buono che, tra Empoli e Carrara, già se ne sono visti.

LA BUONA NOTIZIA

La buona notizia è che ci sono buone notizie. E più di una. Il Padova, ad Empoli, al cospetto di una delle squadre che si giocherà la promozione in serie A, da dove è scesa dopo avervi disputato 4 stagioni consecutive, ha disputato un primo tempo più che all’altezza. Mettendo in campo l’intensità chiesta a gran voce dall’allenatore in settimana, procurandosi due palle gol nitidissime con Di Maggio e Capelli, scendendo in campo, da neopromossa, senza alcun timore reverenziale e con le idee chiare. Non era così scontato che succedesse: in campo, dalla parte biancoscudata, c’erano nella formazione titolare ben 8 giocatori che la B non l’avevano mai vissuta prima, da Mattia Fortin a Mattia Bortolussi, passando per Lorenzo Villa, Alessandro Capelli, Pietro Fusi, Luca Di Maggio, Carlo Faedo e Kevin Varas che ha messo insieme la sua prima volta in cadetteria con la sua prima partita con la fascia di capitano al braccio. Tutti promossi a pieni voti sul fronte dell’approccio alla partita, con la piacevole emozione della costruzione del momentaneo pari avvenuta ad opera di Faedo, Varas e Bortolussi, tre giocatori della vecchia guardia. Elementi che fanno dire, tutto sommato, “buona la prima” nonostante il risultato finale di sconfitta, anche perché era importante soprattutto constatare che il nuovo Padova non è neanche lontano parente di quello visto contro il Vicenza in Coppa Italia all’Euganeo, un Padova che aveva un po’ preoccupato per i troppi errori tecnici e per le tante corse a vuoto, ma soprattutto per l’assenza negli occhi dei giocatori di quel “veleno” (termine molto caro ad Andreoletti) che era stato l’anno scorso ingrediente fondamentale per la cavalcata nel campionato di serie C, per riuscire a respingere ogni assalto del Vicenza, per riprendersi il primo posto quando sembrava i berici se lo fossero ormai accaparrato.

C’è però anche qualche notizia un po’ meno bella, con all’interno però la bella notizia che c’è tutto il tempo per correggere e migliorare. La sfida del Castellani ha subito impartito al Padova una lezione da imparare in fretta: la serie B non perdona, esige molto di più sotto tutto gli aspetti e, di sicuro, non basta un tempo fatto bene per pensare di poter portare a casa la partita. Nella ripresa i biancoscudati hanno pagato cari tutti gli errori commessi: oltre che dal “veleno”, quindi, che si è rivisto, non si può prescindere dall’ordine e dalla disciplina tattica. Non si possono prendere due gol su palla inattiva in maniera praticamente identica e non ci si può sbilanciare così per la troppa frenesia di andare a recuperare il risultato. Detto questo, è chiaro che la partenza di Filippo Delli Carri (che sarebbe stato un altro novizio in serie B ma era diventato negli ultimi due anni e mezzo un punto di riferimento imprescindibile al centro della retroguardia per gli altri compagni di reparto e per la squadra intera) ha lasciato qualche strascico di troppo, che ancora non è stato risolto. Probabilmente è davvero il caso di utilizzare l’ultimo slot disponibile negli over per aggiungere esperienza al reparto arretrato. L’ultima considerazione è più una sensazione che un giudizio: che questo Padova non possa prescindere, oltre che dal “veleno” e dall’ordine, da alcuni elementi chiave, sotto tutti i punti di vista, quelli che nei momenti più difficili dell’anno scorso si sono caricati la squadra sulle spalle sia in campo che in spogliatoio: uno di questi è Lorenzo Crisetig.