HANNO SEMPRE RAGIONE LORO

Da qualche settimana il partito “Sparaletame” ha cambiato registro. Dopo aver abbondantemente lavorato per il disfattismo, insultato, minato il lavoro di Sogliano e Zanetti, solo per partito preso, solo per dimostrare che avevano ragione loro, ora messi alle strette dai risultati, dalle nove vittorie, dai trenta punti raggiunti dal Verona, hanno pure la faccia tosta di dire che è merito loro. Fate posto sul carro che stiamo arrivando. Sarebbe merito loro se il Verona ora prende meno gol, se la squadra è finalmente una squadra, se Zanetti sta facendo l’ennesimo miracolo. Le capriole dialettiche si sprecano. Credo siano gli stessi che insultavano Juric con epiteti razzisti quando arrivò a Verona, tranne poi rimpiangerlo. Gli stessi che a dicembre 2023 chiedevano la testa di Baroni. Sarebbe bene parlare meno possibile di queste persone per non dare loro troppo peso, troppa importanza. Il problema è che questi disfattisti, nel momento in cui le cose non andavano bene, invece di aiutare, picconavano, creavano malumore, aumentavano i problemi, il disfattistismo appunto. Altrochè “Volemoghe ben al Verona”.

Zanetti, lo ripeto, ha compiuto un miracolo. Già oggi, già in questo momento, sebbene ancora manchi la virgola finale, tutta da conquistare. Con tutte le difficoltà affrontate, con il budget più basso della serie A (vorrà pur dire qualcosa, per dio!), con gli infortuni negli uomini chiave, avere trenta punti è un miracolo. Certo, ci sono state imbarcate tremende, due con l’Atalanta, una con l’Inter, una con l’Empoli. Ma in mezzo anche tante vittorie. Tantissime. Vittorie che hanno fatto la differenza, che hanno permesso al piccolo Verona di non essere mai in zona retrocessione, se non una volta, peraltro in compagnia del Como del celebratissimo Fabregas, quello che ha speso 60 milioni di euro al mercato mentre la Setti/Presidio vendeva il proprio gioiellino, una giovane scoperta del 2004 che proprio Zanetti aveva, tra l’altro lanciato e valorizzato.

Nel frattempo, come fa un bravo allenatore, Zanetti ha lavorato. Ha cambiato, limato, messo a posto. Si è evoluto. E non perché, statene certi, lo hanno detto gli “sparaletame” che ora vogliono avere comunque ragione, non vergognandosi nemmeno un po’. Sarebbe molto più semplice e dignitoso chiedere umilmente scusa a Zanetti. E zittirsi per un bel po’.

Perché si fa così nel calcio. Perché fanno così i ds bravi e seri. Scelgono un allenatore, lo sposano, lo difendono con coerenza, lo aiutano e magari anche lo pungolano, lo spronano. C’è invece chi fa firmare un rinnovo e qualche settimana dopo esonera. Così si lava la coscienza davanti alla piazza, ai tifosi, alla gente, alla pubblica opinione e magari anche davanti al partito degli “Sparaletame”. E se poi va male: beh ci abbiamo provato… Prendersi responsabilità, scegliere è rischioso, è da uomini. Veri. Meno male che abbiamo Sogliano.

Ultimo pensiero: c’è chi ha voluto anche quest’anno tanto bene al Verona. E sono stati quei “butei” che si sono sobbarcati migliaia di chilometri, ovunque e comunque. Che come Sogliano e Zanetti hanno fatto i fatti e non le chiacchiere. Che erano al freddo di Venezia, a Napoli, a Roma, a Lecce. Che urlavano “l’è gol, l’è gol, l’è gol” a Udine quando Duda stava per calciare la punizione. Nel calcio del 2025, di Dazn, delle partite alle 18.30 del lunedì, a loro modo degli eroi. La salvezza, quando arriverà, la dedicherei a questi tifosi veri.

IL CAPOLAVORO DI ROCKY ZANETTI

Il ciclo terribile iniziava con l’Atalanta. Continuava con il Milan, poi la Fiorentina, la Juventus, il Bologna e infine l’Udinese. I gufi di professione predicevano la dissolvenza del nostro povero Hellas. Mazzate sul morale, altrochè volemoghe ben. Sei partite dopo il Verona non si è dissolto. Sebbene privo dei suoi uomini migliori, dopo un mercato che invece di rafforzare la squadra ha pensato bene, per l’ennesima volta, di cedere un gioiellino del 2004 per fare cassa, l’Hellas scassato di Rocky Zanetti, ha gli stessi punti del Como del celebratissimo Fabregas che a gennaio ha immesso sessanta milioni di nuovi acquisti, oltre ai sessanta spesi l’estate scorsa.

Ha fatto sei punti, un punto a partita, un’impresa. Ha perso di brutto con l’Atalanta, che nel frattempo ha triturato persino la Juventus a casa sua, ha perso di misura con il Milan e con la Juve (che si giocava una fetta di stagione e forse la panchina di Thiago), è uscito sconfitto dall’impari sfida contro Rapuano (e il Bologna), ma ha battuto la Fiorentina e soprattutto ha vinto fuori casa contro l’Udinese.

Non è ovviamente finita e forse servirà qualche punto in più delle due vittorie indicate da Magic Box Suslov a fine gara per arrivare alla salvezza. Ma la gara con l’Udinese oltre a zittire gli iettatori (che ovviamente torneranno in vita alla prossima difficoltà), ci avvicina al traguardo.

Rocky Zanetti, che ha incassato fino ad oggi più pugni di Sylvester Stallone nei cinque film della saga, ha resistito sul ring, una resilienza encomiabile che lo ha reso più forte, più lucido, meno esposto alle emozioni che una piazza come quella gialloblù emana a profusione. A Udine il suo capolavoro tattico. Oltre a reggere alla potenza fisica dell’Udinese, il Verona è andato a sporcare ogni pallone, con Suslov che pareva una biglia del flipper, con Bradaric a Tchatchoua a stantuffare sulle fasce, con Niasse che pareva la Hoover Dam nel Black Canyon a fermare il Colorado River bianconero. Mentre Duda ha messo la pennellata finale sull’intero quadro, un colpo geniale alla Salvador Dalì.

Quarant’anni dopo il leggendario 5-3 con l’Udinese di Zico, il vecchio Verona ci ha reso ancora orgogliosi di essere suoi tifosi. E per ora basta così.

QUANDO L’ARBITRO METTE LA MAGLIETTA DEGLI AVVERSARI

Assistiamo sempre più rattristati e addolorati alla morte del calcio. Il Var doveva essere un supporto oggettivo che aiutava l’arbitro, è diventato uno strumento di potere che decide tutto nelle sale super tecnologiche più di prima, molto più di prima. Capire perché qualche volta il Var interviene, qualche volta no, capire il margine di discrezione, la zona grigia è come interrogare la Sibilla o l’Oracolo. Arrivano sempre risposte di convenienza, fumose, che aumentano la confusione. Gli arbitri, che vedevano minacciato probabilmente il loro potere, si sono riservati questa discrezionalità per dare il colpo di grazia alla nostra passione preferita. Oggi come oggi il calcio è inguardabile. L’esultanza di un gol meraviglioso come quello di Suslov, viene strozzata dalla bandierina non alzata dal guardalinee in attesa di rimandare la decisione al Var, l’inadatto Rapuano che al tempo dei Casarin e degli Agnolin avrebbe probabilmente arbitrato gare in Prima Categoria per manifesta incapacità, rovina la gara del Verona contro il Bologna non vedendo un rigore ma il colpo di grazia lo dà la Penna che non lo richiama nemmeno (visto che lo strumento c’è), a guardare alla tv il piede di Bradaric che viene “sradicato” da quello di Ferguson. Senza parlare dei fuorigioco millimetrici, paradossi di un calcio che ormai assomiglia più al Wild West di Buffalo Bill che non ad un grande e nobile sport.

Possiamo parlare all’interno di questo di Verona-Bologna? Se volete ci proviamo. Detto di Rapuano, il Verona continua a commettere una serie di errori individuali che hanno francamente stufato. Ogni partita c’è qualcuno che si distrae e commette delle sciocchezze. Capisco che giocare con lo stress emotivo di una squadra che si deve salvare non è facile, tanto più se poi l’arbitro si mette la divisa degli avversari, ma prima o poi questa storia deve finire. Bisogna stare concentrati 95 minuti e basta. Per i tifosi è già un supplizio, vedere ogni domenica qualcuno che si dimentica l’uomo che deve marcare o che si fa sfuggire il pallone dalle mani è come essere presi a calci nel sedere da un tuo amico.

Due belle notizie a margine. La prima. Nonostante gli errori di cui sopra, oggi il Verona è solido e equilibrato. Il tempo delle imbarcate pare (speriamo) finito per sempre. La seconda: è tornato Tengstedt, ne abbiamo bisogno, tanto in questo finale. In attesa di Serdar, l’altro nostro fuoriclasse. Sperando da qui alla fine di non vedere più i Rapuano e i Fabbri, mediocri arbitrini figli di questo circo Barnum che ancora ci sforziamo di chiamare calcio.

PREPARIAMOCI ALLA GRANDE BATTAGLIA FINALE

Non c’è dubbio: giocando così, come ha fatto con la Juventus, il Verona si salverà. Giocando così, appunto. Questa è la base indispensabile per arrivare ad ottenere il terzo miracolo di fila (perché di miracolo dovremo parlare anche in questo caso, vista l’inerzia sul mercato della nuova proprietà e la pochezza della vecchia…).

Poiché tutto è relativo, quando dico giocando così, mi riferisco al fatto che a Torino il Verona ha giocato con la Juventus in formato “finale di champions). Una squadra che sta viaggiando molto meglio di tutte le altre grandi, tanto da aver ridotto lo svantaggio dalla prima addirittura di sei punti. E quando tu trovi una grande, che spende almeno dieci volte di più rispetto a te, che è al massimo delle proprie motivazioni, uscirne indenni è praticamente impossibile.

Rendere la vita dura, durissima alla Juventus era la missione del Verona. Missione perfettamente riuscita. La Juventus ha penato, ha sudato, ha tremato addirittura davanti alla prodezza di Suslov, annullata dal Var per il fuorigioco di Faraoni. Chiedere di più era impossibile. Senza Serdar e Tengstedt, che sono la qualità di questa squadra, il Verona ha ancora dei limiti pesanti quando si tratta di dover “far male” a certi avversari. Lo abbiamo visto con il Milan (quella sconfitta, personalmente mi brucia molto più di questa…) e lo abbiamo rivisto con la Juve.

Ma c’è un dato che non va sottovalutato. E’ come se in questo ciclo terribile, affrontato senza gli uomini migliori, il Verona si stesse preparando alla grande battaglia finale. Un Verona che sicuramente uscirà rafforzato da tutte queste difficoltà. Zanetti ha ritrovato intanto la vecchia guardia. Mi chiedo e vi chiedo a questo proposito: se Montipò fosse sempre stato quello di Torino, quante partite in meno avrebbe perso il Verona? E se Zanetti avesse avuto il miglior Faraoni non sarebbe stato tutto più semplice? Faraoni a livello calcistico non si discute. Stesse bene, non avesse mille problemi fisici, frutto di un logorio di anni di battaglie, giocherebbe sempre. Anche con la Juve è uscito per un problema muscolare, questo è il nodo. E poi ci sono i nuovi che si stanno inserendo. Il “polipo” Niasse a centrocampo, ad esempio, non va valutato per l’estetica, ma per l’efficacia. Contate quanti palloni riesce a “sporcare”, quanto le sue randellate servano anche a “sgravare” Duda dal lavoro sporco. Niasse ce lo ritroveremo nella battaglia finale, così come ci ritroveremo Bernede che ci ha fatto intravvedere lampi di classe pura. Serve ancora un po’ di pazienza, ancora qualche punticino da grattare nelle prossime due durissime partite con Bologna e Udinese. E poi il volatone. In cui vincerà, come al solito, chi avrà la forza di fare l’ultima decisiva pedalata.

MALEDETTA SOFFERENZA CHE NON CAMBIEREI PER NIENTE AL MONDO

A volte mi chiedo chi me lo fa fare. Perché qualche dio ci ha fatto diventare tifosi dell’Hellas Verona? Un po’ me lo immagino quella simpatica divinità, lassù nell’Olimpo. Sicuramente è uno che non disdegna la birra, che ama vivere, che ama fare gli scherzi, che si stanca davanti alla grigia tristezza dell’essere normali. Un mattacchione insomma. E’ lui che decide se siamo degni di sopportare tutto questo. Un giorno campioni, un giorno all’inferno, un giorno sparring partner, un giorno protagonisti, un giorno brocchi, un giorno eroi. Oggi ha deciso che dovevamo essere eroi. Ha deciso con la solita perversione sadica che il destino si sarebbe compiuto al minuto 95, giusto per mettere altra sofferenza alle nostre misere vite. E ha deciso che sarebbe stato il signor Bernede il nostro traghettatore verso la felicità. Non senza aver creato una giusta ambientazione, stile Squid Game. E quindi ricapitolando. Passaggio di proprietà capace di creare aspettativa e illusioni. Infortuni in serie degli uomini migliori, mercato della suddetta nuova proprietà volto a cedere e fare cassa, umore al minimo termine, ennesima goleada con l’Atalanta, sconfitta immeritata a San Siro. E gara con la Fiorentina arrabbiata e umiliata dopo Como, terza gara impossibile di un ciclo di ferro. Insomma, aspettative azzerate, morale sotto i tacchi, gufi volteggianti sul Bentegodi pronti a starnazzare (credo però siano le anatre che starnazzano), il loro pessimismo su Zanetti e i suoi ragazzi. Ed ecco invece che il mondo si capovolge, altrimenti non sarebbe così fantastico continuare a urlare, ad arrabbiarci, a sanguinare come cinghiali feriti per questa squadra così malmessa, ma così meravigliosamente matta che non puoi non amarla. E quindi, considerazione finale. Non cambierei tutto questo con niente al mondo. E potrei persino ringraziare quel dio dell’Olimpo che si diverte a giocare con noi, Se non fosse che stasera anche lui sarà in qualche pub a festeggiare con la sua pinta di birra. O forse due…

FACCIAMO PASSARE LA NOTTE, L’ALBA NON PUO’ ESSERE MOLTO LONTANA GIOCANDO COSI’

Andare a San Siro con la squadra rabberciata, senza i tuoi uomini migliori e pensare di uscire indenni assomiglia ad un romanzo di fantascienza. Per la cronaca e per i distratti: il Milan ha acquistato nell’ultimo calciomercato Walker, Gimenez, Sottil, Bondo e Joao Felix, il Verona ha preso Niasse, Bernede, Oyegoke e Valentini in prestito dalla Fiorentina, cedendo Belahyane e Dani Silva. Non solo: il Verona ha perso strada facendo Frese, Harroui, Tengstedt e Serdar: tutti gli uomini migliori. Come se il Milan non avesse avuto Leao, Hernandez, Joao Felix, Hernandez, Pulisic e Gimenez.

Il Milan nel secondo tempo ha messo in campo Leao e Pulisic, il Verona Mosquera e il giovane Cissè. Eppure, porca miseria, ci siamo andati vicinissimi. Sino al 75′ il Verona ha fatto una partita onorevolissima. Nel primo tempo ha persino punto il Milan e poteva fargli male con un pizzico di convinzione in più. E’ servita una meraviglia di Jimenez (l’altro) e soprattutto di Leao, per confezionare il gol della vittoria rossonera. Poi ci ha pensato l’arbitro Forneau a “congelare” il match girando le ultime punizioni e impedendo al Verona di impensierire lo squadrone rossonero che nel frattempo perdeva tempo come se fosse stato l’Avellino (con grande rispetto per l’Avellino che fu una delle due squadre che riuscirono a battere il Verona nell’anno dello scudetto).

Credo che in un momento del genere vada fatto un esercizio di calma e pazienza. Ovviamente non si può pensare di dare perse tutte queste partite, è obbligo cercare di fare punti anche ora, anche in emergenza. Ma il nostro campionato non si gioca adesso. Bisogna fare passare la notte e con prestazioni come quella di ieri, l’alba non può essere molto lontana.

TRASPARENZA E VERITA’. GLI AMERICANI ADESSO DEVONO DIRCI TUTTO

Il momento è questo. Infortuni a catena, giocatori chiave che mancano, mercato gravemente insufficiente. Aggiungeteci l’afflosciamento generale per l’inazione della nuova proprietà e le inopportune dichiarazioni di Setti al sito laziale per completare il quadro.

La situazione è delicata, una squadra è figlia di equilibri precari, il Verona di gennaio ha perso quelle poche certezze che aveva ed ora è una squadra che cerca un’altra volta se stessa. Se ci fa stare bene urliamo pure vergogna, ma questo non aggiunge nulla di costruttivo all’analisi. Si è stata una gara vergognosa, non è che serva un genio per capirlo, ma bisognerebbe invece cercare di capire perché.

Il Verona è uscito indebolito dal mercato di gennaio. Perdendo Serdar e Tengstedt la cessione di Belahyane doveva essere almeno differita a giugno. Il minimo, ma proprio il minimo che ci si poteva aspettare da una nuova proprietà. Non solo è partito Belahyane (faccio notare che non era una riserva ma alla prova dei fatti un titolarissimo) ma la proprietà ha chiesto anche un’altra cessione. E così è partito Dani Silva. Significa aver smantellato un reparto. Certo sono arrivati Niasse e Bernede. Entrambi in campo per necessità contro l’Atalanta che lì in mezzo è capace di triturare chiunque. Le alternative potevano essere: Dawidowicz (cioè Dawidowicz, non Tardelli) e/o Kastanos.

Questioni di lana caprina insomma. Piuttosto c’è da rimboccarsi le maniche perchè senza i suoi leader (Serdar è un leader tecnico, Tengestdet l’uomo di maggiore qualità, Duda resta imprescindibile come unico leader morale) bisogna cercare di nuovo di riannodare i fili. Non si può nemmeno mettere la croce addosso ai due nuovi arrivati. Qualcuno dirà che è colpa di Zanetti, una vecchia litania che fa finta di niente quando la squadra pareggia a Venezia dominando la partita e vince a Monza e riemerge quando le cose vanno male come oggi.

La grande responsabilità è della nuova proprietà. Che ha accettato che sia la vecchia proprietà (Setti) a fare il mercato senza prevedere un minimo di investimento. Che non ha fatto chiarezza, che ha lasciato che un’intervista improvvida alimentasse dubbi e misteri addirittura sulla veridicità della cessione.

Solo una grande azione di chiarezza e trasparenza nella (speriamo) prossima conferenza stampa che dovrebbe essere convocata potrebbe segnare l’inizio della nuova era americana. Trasparenza e verità. Sul ruolo di Setti, sui mancati investimenti di gennaio, sul bilancio, sui programmi futuri. La salvezza arriverà di conseguenza.

LA FAME DI MOSQUERA, LA GRINTA DI REDA, LA TENACIA DI SEAN. E I BUTEI CHE NON MOLLANO

Vi dò un solo dato per farvi capire che razza di miracolo stia facendo il Verona fino ad oggi. Il Como ha buttato nel mercato di gennaio cinquanta milioni di euro. Il Como, stasera, ha un punto in meno del Verona. 23-22. Probabilmente la squadra di Fabregas non sarà dietro al povero Hellas a fine campionato, ma questa è la realtà di oggi. 

Il Verona di Paolo Zanetti ha giocato oggi con una scommessa di mercato come Mosquera, costato 650 mila euro. Mosquera, detto El Bufalo, o come lo chiama Sogliano, il Panterone ha messo in campo l’anima. Non solo: il cuore, la grinta, la fame di un giocatore che considera il Verona come il suo paradiso terrestre. Qui non abbiamo bisogno di divi con la Lamborghini e la Ferrari, fighette che s’intristiscono se non arrivano contratti miliardari, abbiamo bisogno di tanti Mosquera. 

Suslov guadagna come un giocatore di serie C, s’era imbronciato poverino perchè ci sono degli scarponi che prendono tre volte quello che prende lui, ma oggi ha tenuto il Verona in piedi. Meriterebbe più di tanti altri un riconoscimento. 

Belahyane è un ragazzo del 2004, questa settimana Radio Mercato lo ha dato nell’ordine: al Milan, al Rennes, al Chelsea e alla Lazio. Belahyane che in campo pensa alla mamma che fa le pulizie e al papà cuoco, ha sputato il sangue per il Verona, la sua attuale squadra. Finchè sarà qui onorerà la maglia che gli ha permesso di farsi conoscere. 

Coppola e Ghilardi sembravano due schiappe due mesi fa. Oggi sono una delle realtà più belle del calcio italiano. Una coppia le cui potenzialità sono ancora inesplorate. 

Sean Sogliano sta facendo la guerra con gli stuzzicadenti. Avrebbe potuto mandare tutti a quel paese, invece è ancora qui a rappresentare l’unico baluardo credibile di questa società. Se centrasse la terza miracolosa salvezza, bisognerebbe studiare una speciale onorificenza cittadina. Ma già per il fatto di tenerci ancora a galla meriterebbe un monumento. 

Il Verona ha cambiato la proprietà il 15 gennaio. Una proprietà che ancora non si è presentata alla città. Da quello che sappiamo, la Presidio Investors ha dato ordine di cedere un giocatore per sistemare il bilancio e non ha previsto rinforzi. Nonostante questa desolazione, capace di ammazzare il morale del più fedele dei tifosi, migliaia di ragazzi con le bandiere gialloblù sono andati a sostenere il Verona a Venezia e a Monza. L’anima del Verona saranno sempre loro. Come in C, come quando si lottava per non scomparire. Sempre soli contro tutti. Quando tutte queste componenti si uniscono, a Verona si assiste a miracoli senza precedenti. 

PUNTO D’ORO. ABBIAMO RISCHIATO CHE IL VERONA AFFONDASSE IN LAGUNA

Chi non si rende conto di quanto sia importante il punto conquistato a Venezia non ha capito nulla di quanto è stato difficile l’ ultima settimana in casa del Verona e quanto si sia rischiato di sfasciare squadra e ambiente. L’assurdo procedere della nuova proprietà americana che sta misteriosamente replicando le stesse modalità settiane (zero investimenti, necessità assoluta di vendere per consolidare il bilancio) ha avuto il perverso effetto di afflosciare l’ambiente e l’umore generale a partire dallo spogliatoio scaligero che vedeva nell’arrivo dello zio Sam un deciso cambio di passo rispetto al passato fatto di sacrifici, lacrime, sangue, miracoli, plusvalenze e… botte di culo. Il silenzio irrispettoso di una proprietà che ha costruito un cda di alto livello ma che non ha ancora acquistato un rinforzo vero da mettere nella squadra di Zanetti ha creato una zona grigia piena di domande irrisolte e di equivoci che fanno persino rimpiangere il recente passato dove Setti, senza soldi ma almeno chiaro nelle intenzioni, dava ordine a Sogliano di vendere il vendibile e cercare poi una disperata salvezza con gli stuzzicadenti messi a disposizione. Non è difficile comprendere che quando si assiste a simili dinamiche aziendali c’è il forte rischio che tutto venga compromesso, che l’obiettivo primario vada a quel paese e che la gente pensi solo ai fatti suoi e non al bene comune. L’episodio grave che ha visto protagonista Magnani ne è stato l’emblema principale. Insomma questa settimana c’era veramente il rischio di una catastrofe, di uno scollamento generale che poteva portare alla retrocessione. Pensare anche solo per un istante che la serie B sia tutto sommato nei programmi della Presidio Investors è una follia partorita da qualche mente complottarda e malata. La serie B, signori miei, è una sciagura totale, un rischio abissale che potrebbe affondare l’Hellas nuovamente nei meandri del calcio italiano forse per sempre. Riemergere oggi dalla B è un’impresa titanica e, a meno di non avere alle spalle la Mapei che si permette di spendere un monte ingaggi di 33 milioni di euro tra i cadetti (quasi il doppio di quanto spende il Verona in A…) risalire immediatamente è affare tostissimo al limite di una roulette russa. Guardare a Salernitana, Frosinone e compagnia per credere. La verità è che bisogna lottare con le unghie e con i denti per allontanare questo spettro. Allucinante che gli americani non l’abbiano capito e soprattutto che non l’abbiano spiegato le decine di consulenti con curricula lunghi due chilometri che hanno lavorato in questa trattativa di cessione. A meno che la verità non stia da qualche altra parte. Ecco perché a Venezia era importante non perdere. Ecco perché era importante non sbragare. Ecco perché è stato importante vedere il Verona lottare e dominare la partita. Che per quello che si è visto, l’Hellas meritava addirittura di vincere. Uscire dalla Laguna, addirittura col rammarico di non aver preso i tre punti, è un segnale altamente confortante. Lasciatemi infine la romantica illusione che nella giornata in cui un giocatore si è sottratto alla battaglia perché già in accordo con un’altra società, chi è rimasto ha giocato con orgoglio anche perché ha visto in quello stadio mille pazzi che sotto il vento, l’acqua, il freddo, l’orario e il giorno assurdi, sono andati a tifare per il vecchio Hellas. Vecchie favole di un’epoca un po’ più in là.

PER RAGGIUNGERE LA SALVEZZA SERVE RITROVARE SUBITO LA COMPATTEZZA DELLA SOCIETÀ

Verona lo sa benissimo. Quando sei una società con pochi mezzi finanziari riesci a colmare il gap solo attraverso la compattezza dell’ambiente, la ferocia nel voler ottenere gli obiettivi, la trasparenza nel dichiararli. E’ quello che è successo nelle ultime stagioni quando sono state raggiunte due salvezze miracolose.

Per tanti motivi il Verona ha disperso questa compattezza nell’ultima settimana. La cessione della società, il passaggio agli americani, è stato un momento delicatissimo in un campionato delicatissimo, con equilibri delicatissimi, in uno spogliatoio, lo sappiamo fragile e che aveva appena ritrovato un minimo di stabilità. Con costi elevati. Ancora una volta si è raschiato il fondo del barile, forti del fatto che, arrivato gennaio, sarebbe finalmente cambiato qualcosa.

Invece ci stiamo rendendo conto che poco o niente fino ad oggi è cambiato. L’arrivo della nuova società doveva servire anche per dare una prospettiva diversa alla squadra, linfa nuova per una squadra che ha necessità assoluta di immettere energie rinnovate, gente motivata, con la testa sgombra. Non una rivoluzione, sullo stile della passata stagione, ma un maquillage importante.

L’anno scorso, paradossalmente, il Verona aveva le idee molto più chiare. Si sapevano due cose: la prima che bisognava cedere il migliori della rosa per fare cassa e salvare il bilancio. La seconda che bisognava cambiare tante facce per cambiare inerzia allo spogliatoio. Tutto molto trasparente, fin dai primi giorni di gennaio.

Oggi il Verona è rimasto bloccato. Non è colpa di nessuno, ma la realtà è esattamente questa. Prenderne atto, fare un’ammissione di verità non nascondendo i pericoli che stanno in un campionato durissimo, vuol dire recuperare tempo perso. Procedere con il “modello Setti” come lo abbiamo definito, cioè con il cedere prima di acquistare, senza pensare di alzare il monte ingaggi, esponendo ancora una volta lo spogliatoio alle intemperie del mercato (guardate la gara di Tchtachoua oggi…), significa mettersi una corda attorno al collo e aspettare che qualcuno ti dia la spinta per impiccarti.

Questa sconfitta con la Lazio è un pesante campanello d’allarme. Ed ancora una volta incolpare solo Zanetti di questa sconfitta appare come il più banale tribunale dell’inquisizione che guarda al dito e non alla luna. Lo ripetiamo per l’ennesima volta. Il male del Verona di quest’anno è molto più profondo delle capacità o dell’incapacità di un tecnico, sarebbe come curare il mal di testa tagliandosela.

Facciamo quindi che da oggi la nuova proprietà americana dia veramente inizio alla nuova era. Convochi Sogliano, si faccia spiegare i problemi, chieda cosa serve per arrivare alla salvezza. Pensare che basti aver dato un ruolo a Setti come continuità con il passato per arrivare alla salvezza in un campionato del genere è un errore che rischia di costare caro. Siamo ancora in tempo. Ma non perdiamone più.