16
ott 2018
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LA SOCIETA’ DEL FARE (E DISFARE)

Siamo la società del fare, diceva Giovanni Gardini cinque anni fa. E giù annunci: abbiamo comprato la sede (non era vero, era solo in affitto con una promessa di acquistarla), faremo il centro sportivo (cinque anni dopo nemmeno l’ombra), abbiamo aperto un negozio con  un brand internazionale (nel frattempo fuggito). Cinque anni dopo Setti ripete, perché ripetere aiuta (a dimenticare). Siamo la società del fare: infatti abbiamo acquistato la sede (di nuovo), faremo il centro sportivo (dove, come, quando?) eccetera eccetera. Nel mezzo abbiamo vissuto almeno otto inaugurazioni per un restauro dell’antistadio. Inaugurazione del manto erboso, inaugurazione della tribunetta, inaugurazione dell’inaugurazione. Ogni volta con annunci, taglio del nastro, partita beneaugurante, regalo della magliettina al sindaco di turno per la foto di rito. L’idea che il Verona torni ad allenarsi lì in pianta stabile è nel frattempo abortita e nelle dichiarazioni ora si parla di “qualche allenamento per stare a contatto con i nostri tifosi”.

In mezzo a tutte queste dichiarazioni ci sono stati due anni merdosi (è la parola giusta, credetemi) in cui la passione dei tifosi è stata risucchiata via, in cui però ci hanno detto che “dovevamo restare tutti uniti perchè i conti si fanno alla fine”. E pure noi siamo stati uniti. Turandoci il naso perché l’odore di merda era veramente troppo forte. Lo fece Montanelli votando Dc, abbiamo tentato di farlo anche noi per l’Hellas Verona. Poi dopo i disastri, le fughe dei ds, abbiamo aspettato (invano) che si facessero i conti, ma Setti ci ha detto solo che la colpa di quei due anni così indecenti era di chi aveva fatto e costruito il suo miglior Verona, quello dei primi tre anni: Sogliano e Mandorlini.

Setti è così appassionato del Verona, che nel frattempo ha comprato il Mantova, forse per scimmiottare De Laurentiis che ha preso il Bari e Lotito che ha la Salernitana. Per quale scopo solo dio lo sa. Avesse consolidato il Verona, fatto dieci anni di serie A, e qualche apparizione in Europa, creato un settore giovanile all’avanguardia con decine di talenti da piazzare, forse (ma forse) avrebbe avuto un senso. Così ha fatto solo imbestialire la gente.

Ho paura adesso perché Setti ha detto dopo due sconfitte consecutive che dobbiamo restare “tutti uniti”. Ancora. Fare e disfare. Tanto poi basterà inaugurare una rete di protezione dell’antistadio per dimenticare tutto… In fondo, come dice quel detto, finché c’è paracadute c’è speranza.

 

06
ott 2018
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AIUTO: IL VERONA SI E’ GIA’ SMARRITO

Il Verona si è già perso. In un turbinio di moduli, giocatori, centrocampisti, doppioni. Perso nei meandri delle scelte astruse del proprio allenatore, capace di far diventare fenomeni due discrete squadre di serie B. Un Verona anestetizzato da dichiarazioni politicamente corrette, ma che non accendono più la passione. Il Verona si è perso a Salerno e non ha ritrovato la strada contro il Lecce. Dobbiamo migliorare, ripete come un mantra Fabio Grosso (nuovo tormentone che sostituisce il “siamo in crescita” di Pecchia),  i cui limiti di lettura della partita stanno diventando macigni sulla strada della serie A, in cui l’abbondanza della rosa fa a pugni con le scelte, in cui più in generale, manca l’atteggiamento, la rabbia, la cattiveria. Chiamare in causa la sfortuna è da perdenti.

Il Verona deve piangere perché non segna e perché prende gol da polli. Perché fa una fase difensiva all’acqua di rose, perché soffre le verticalizzazioni degli avversari, perché crossa cento volte ma nessuno di quei cross è di qualità e perché tiene i suoi uomini migliori in panchina. Grosso stasera doveva venire in sala stampa con la bava alla bocca, doveva farci vedere la sua rabbia, quella che dovrebbe trasmettere ai suoi giocatori. Invece la sua conferenza sembra tarata sulla modalità “dobbiamo migliorare” “abbiamo creato molto” e non dà una spiegazione che sia una al perché il Verona che dovrebbe “ammazzare” il campionato grazie al suo paracadute milionario (certo lo ricordiamo perché è impossibile dimenticarlo nel metro del giudizio…) perde due a zero in casa contro il Lecce.

Il Verona non ha anima, che è dote differente dal gioco, non ha cattiveria, non ha il sacro fuoco. Grosso ha voluto imporre il suo metodo di lavoro. Allenamenti lontani dalla gente, praticamente tutti a porte chiuse (da quando l’Hellas è tornato dal ritiro le sedute a porte aperte si contano sulle dita di una mano) privandosi del valore aggiunto che una provinciale come il Verona può vantare: l’entusiasmo dei suoi meravigliosi tifosi. Che non si crea con le parole, gli slogan inglesizzati, i media event di plastica e solo con la stampa amica ammessa.

Si chiedeva a Setti quest’estate una netta dicotomia con lo schifo che ci era stato propinato. Lo chiedeva la Sud a cui venne ribattuto che nessuno avrebbe imposto le scelte. E così è stato promosso come ds il braccio destro di Fusco, l’invisibile Tony D’Amico ed è arrivato il suo amico Grosso da Bari, eliminato ai play off dal Cittadella. Sufficiente per dimenticare il passato? No: perché lo schema di lavoro è esattamente lo stesso della precedente gestione. Sono cambiati solo i nomi, ma tutto è riconducibile a ciò che ha creato la più grande disaffezione che si sia mai vissuta a Verona.  La coppia di amici Fusco-Pecchia è stata sostituita dalla coppia D’Amico-Grosso. Questo è ciò che è accaduto, in mezzo c’è stata una campagna acquisti al risparmio (i migliori sono tutti parametri zero, arrivati dai fallimenti di Cesena e Bari) e molte plusvalenze. Nel frattempo Setti che solo qualche mese prima aveva umilmente spiegato ai veronesi di essere unicamente mosso da passione calcistica, ha acquistato il Mantova. Un cortocircuito comunicativo che non ha eguali.

Nonostante questo per la bassa qualità del campionato di serie B, il Verona è competitivo. Ma non è una squadra. Non ancora.  La gara con il Crotone, a questo punto, va letta come una felice eccezione. In mezzo tante partite confusionarie, una vinta a tavolino, due perse in modo sciagurato. Eppure ritrovare la diritta via non deve essere così difficile. Basta fare mosse logiche, abbandonare le rotazioni insensate, trovare e mantenere un’identità di uomini e di moduli, mettere in campo quelli bravi. E trovare una testa, una società, uomini che ci rimettano passione. Quella vera. Quella per l’Hellas Verona.

29
set 2018
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LA DIFFERENZA LA DEVE FARE GROSSO

Partita bloccata, brutta. Verona abulico. La Salernitana è il paradigma della serie B. Come lo è stato lo Spezia. Partite così ce ne saranno tantissime. Il problema è che il Verona è la più forte di tutte, lo deve essere, per forza. Partite così le sblocchi dalla panchina. Con un’idea, un’intuizione. Ma soprattutto facendo giocare quelli bravi. Pazzini dentro a 10 minuti dalla fine è un’altra bestemmia calcistica (ormai serve l’esorcista qui…), soprattutto con un Verona che a quel punto giocava nell’area avversaria. Torniamo su un tema che rischia di diventare un’incredibile tormentone e non per colpa dei tifosi che invocano il nome di Pazzini, ma perchè un Pazzini in panchina è un’insulto alla logica calcistica.

Fin qui la partita, ma se vogliamo dirla tutta: perchè il Verona ha giocato in questo modo? A Crotone abbiamo dato dimostrazione di forza e allora continuiamo su quella strada. Invece la sensazione che abbiamo avuto tutti è della classica squadra con il braccino. Grosso ha un sacco di scelte, le ha volute lui, doppioni e triploni che forse rischiano anche di fare confusione. Fuori Colombatto, è rimasto come play il granatiere Dawidowicz che con tutto il rispetto non si può proprio vedere come regista arretrato. A centrocampo c’è una girandola di giocatori che ricorda molto il gioco di Pecchia, Matos è un’illusione. Quando pensi che possa diventare un bomber, ecco la smentita. Tupta è un bel giocatorino, va tutelato e non bruciato. In zona gol è frenetico, va fatto maturare con calma.

In quanto a identità, questa squadra è ancora lontanissima da un livello accettabile. Troppo compassata, troppo lenta. E’ stata così con Padova, Spezia e Salernitana e in parte col Carpi. L’eccezione positiva a questo punto diventa la gara (quasi perfetta) di Crotone.

Preso il gol, il Verona meritava il pareggio. Ma il problema è quello che non ha fatto prima e soprattutto vanno riviste le scelte di Grosso che poteva cambiare la partita dalla panchina con tre giocatori: Laribi (entrato) Lee e appunto Pazzini in campo ormai quasi al novantesimo. E’ lui che deve fare la differenza. E a Salerno è lui che non l’ha fatta.

 

26
set 2018
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ORO COLATO

Non serve un genio per dire che la partita vinta oggi contro lo Spezia è persino più importante del successo ottenuto a Crotone. Per un’infinità di motivi. Il primo è che il Verona non ha giocato bene. Ma è proprio quando non si è al massimo che la vittoria è molto più importante. E poi, francamente, lo Spezia è apparso avversario molto più ostico e ben allenato del Crotone ed anche per questo i tre punti sono oro colato.

Ora qualche considerazione in ordine sparso su quello che s’è visto: il Verona non è ancora una squadra. Ha ragione Grosso. Eppure vince. E quindi vuol dire che è molto forte per questa serie B. Ma per diventare fortissima e per superare quelle avversità che giustamente l’allenatore prevede per il futuro, c’è ancora tantissimo da lavorare. In secondo luogo: ci sono giocatori imprescindibili. Tra questi c’è Pazzini che pur non al massimo della forma ha permesso con un’invenzione tutta sua a Matos di segnare. Ed è proprio Matos la più bella notizia della serata. Mvp per distacco, ha segnato e ha fatto un assist decisivo. Forse siamo al (suo) anno zero. Vedremo se riuscirà a confermarsi e a diventare un giocatore da serie A. Gustafson molto indietro (Dawidowicz incomprensibilmente in panchina), mentre Zaccagni match winner che entra dalla panchina è un segnale. C’è qualità anche tra le riserve. Laribi, invece, avrebbe potuto partecipare come comparsa al film Ghost. Da uno come lui è lecito attendersi molto di più. Soprattutto di non astrarsi così dal match.

E’ la fuga giusta? Non pensiamolo neanche per un secondo. Il Verona deve vincere, vincere, vincere e mai guardarsi indietro né lasciarsi cullare da facili entusiasmi. Gli unici che possono far festa sono i tifosi. Sono gli unici che se lo meritano.

22
set 2018
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FINALMENTE

Era da più di un anno che non si vedeva una partita di calcio giocata così bene dal Verona. Sarà anche per questo che la vita stasera sembra più gialloblù del solito. Il Verona ha vinto e convinto. Crotone deludente? Sì, certo, ma lo diciamo stasera solo perché il Verona è stato (quasi) perfetto. Il Crotone è una candidata per salire in serie A e la squadra di Grosso gli è stata superiore pur senza Pazzini e Di Carmine. La freschezza di Tupta, che non ha trovato il gol che meritava un po’ per frenesia, un po’ per sfiga, ha conquistato tutti. Sarebbe stato bello vederlo all’opera anche nell’ultimo sciagurato campionato, forse avrebbe dato un po’ di senso a quella squadra scriteriata. Grosso pare abbia trovato un equilibrio tattico puntando sulla qualità che paga sempre. Ma non solo: ci sono un paio di gladiatori che in B fanno solo che bene e che tirano anche quattro scarpate. L’esame è stato superato a pieni voti, altri ne arriveranno ma l’importante ora è non perdersi perché come ha dimostrato anche la partita di Crotone, basta pochissimo per far tornare in gara gli avversari. Fatto passare il giusto entusiasmo per quello che abbiamo visto in campo a Crotone dico che questo è il minimo che ci aspettiamo dal Verona, da Grosso e da questa società. Riconquistata la serie A avranno solo fatto il loro dovere e sanato lo scempio compiuto. Ora sotto con lo Spezia e poi dopo Salerno faremo un primo bilancio.

16
set 2018
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TRE VOLTE PAZZINI

Il calcio è semplicissimo. Pazzini in serie B è un bomber che fa la differenza. Non farlo giocare è una bestemmia, la riprova si è avuta oggi quando Pazzini ha giocato (perchè Di Carmine era infortunato) e ha segnato tre gol. Può essere un problema Pazzini per il Verona? Neanche per sogno. E’ una risorsa, ma non quando sta in panchina, come qualcuno ha scritto nella scorse settimane. Non deve diventare una guerra di religione, ma semplicemente l’ovvietà per riportare il Verona in serie A. Pazzini non può essere nemmeno la riserva di Di Carmine. Se proprio va fatta una scelta tra i due (io non la farei), deve giocare lui.

Che Verona ho visto? Molto superiore ad un Carpi imbarazzante, ma ancora con tanti problemi ed equivoci. Ad esempio in difesa. Ricordiamoci che sul 2-0 il Carpi ha colpito un palo per con la nostra difesa dormiente che poteva anche riaprire il match. E poi abbiamo preso un altro gol in fotocopia a quello preso col Padova. Riportiamo i giocatori nel loro ruolo (Dawidowicz in difesa, Marrone a centrocampo), sistemiamo qualche equivoco, giochiamo con più cattiveria. Manca ancora un’anima, si spera che la vittoria aumenti l’autostima. Pazzini ha fatto il leader e la sua guida può essere utile per far crescere in velocità la squadra. E un leader, come mi disse un allenatore qualche anno fa, non lo può fare uno che va in panchina, ma solo chi lotta in campo.

In mezzo a tutto questo m’è piaciuto Laribi e come Grosso gli abbia ritagliato un ruolo nel posto giusto, dove viene valorizzato molto di più di quando viene sistemato interno a centrocampo. E poi Henderson, un talento che non va sprecato a cui va data continuità e che potrà regalarci grandi soddisfazioni.

C’è moltissimo da lavorare e da crescere e soprattutto si attendono avversari all’altezza per tracciare un giudizio . Dopo Crotone avremo qualche notizia in più su questa squadra.

10
set 2018
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IL MODULO (NON) E’ MOBILE

Il modulo è mobile dice Grosso. Come la donna. Cioè per l’attuale mister del Verona, come per quello (mister) dell’anno scorso, giocare a quattro in difesa è la stessa cosa che a tre. L’importante, dice, è lo spirito. La metafisica applicata al calcio.  Quale non si sa, tra l’altro,  visto il mezzo flop col Padova. Col Cosenza, dove non s’è giocato, Grosso ha già fatto una mezza rivoluzione. Cambiato il centrocampo e un pezzo d’attacco. L’unico punto fermo è rimasto Pazzini. In panchina. Il modulo non è la pietra filosofale, siamo d’accordo. Ma è la base di ogni buon progetto calcistico.

Ci sono distanze da rispettare, movimenti da effettuare, affiatamenti da trovare che richiedono lavoro e tempo. Le famose catene hanno necessità di tanto tempo e tanto lavoro per funzionare al meglio. Cambiarle ad ogni gara non porta a nessuna parte come il pubblico dell’Hellas ha potuto constatare.

Prendete Jorginho in nazionale. Come mai al Chelsea è un fenomeno e appena arriva in azzurro fa pena? Semplice: perché là c’è Sarri che ha cucito un vestito perfetto attorno al suo regista, abituato da mille allenamenti al millimetro, mentre in nazionale non c’è tempo per adattarlo, sempre che Mancini abbia le doti e la voglia di farlo. Jorginho con Benitez (vice Pecchia) giocava in un centrocampo a due. Venne svalutato al punto che il Napoli voleva rimandarlo indietro. Poi è arrivato Sarri e il Napoli ha rivenuto Jorginho a 60 (sessanta!) milioni. E poi dicono che i moduli non c’entrano.

Cambiare tanto, soprattutto all’inizio, non porta da nessuna parte. La struttura di una squadra ha bisogno di consolidamento e di pazienza. Vedere per esempio che Ragusa, dopo aver ciccato alla prima, a Cosenza era già in panchina mi ha fatto riflettere. Perchè una bocciatura del genere? Non si rischia di creare tanta confusione soprattutto all’inizio? Sono semplici domande a cui Grosso non dà risposta, svincolando come il suo predecessore con alcune frasi fatte.

 

01
set 2018
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MISERABILE TEATRINO

Che altro c’è da aggiungere che non sia stato detto? Quanta indignazione, vergogna, senso di schifo nei confronti di un movimento che non riesce neanche a organizzare una partita di calcio? Un movimento che fa parte di un paese dove crollano i ponti, sgretolato ormai alla ricerca di responsabili che non pagano mai.

Una tragedia e una partita di calcio che non si gioca sono due episodi lontanissimi, eppure fanno parte dello stesso genitore. L’Italia, quella che dovrebbe essere la nostra nazione, in cui tutti si indignano ma è sempre colpa degli altri. A Cosenza diranno ora che è colpa del Verona che non ha voluto giocare su un campo gibboso, dopo la solita passerella dei soliti politici locali che si vantavano pure per aver rizollato il campo a tempo di record, meno di 24 ore prima della partita. Non pagherà nessuno, statene sicuri, come sempre avviene in un rimpallo di responsabilità burocratiche che non conoscono vergogna.

Si parlerà al massimo fino a mercoledì di questo ennesimo miserabile teatrino e poi ce ne dimenticheremo bellamente, così come ci dimentichiamo dei senzatetto di un terremoto e dei morti di un ponte che crolla. Ha senso ancora guardare il calcio, esultare per la nostra squadra, quando tutto è minato dalle fondamenta, da gente incapace ad ogni livello che ha svenduto per trenta putridi denari la nostra passione e le nostre emozioni? Non serve Cristiano Ronaldo per ridare credibilità al nostro campionato, quello serve solo a vendere un prodotto invendibile, il fiocco rosa su un mucchio di merda.

Eppure torneremo ancora a tifare per il Verona, così come in molti, e lo dico con rispetto, sono tornati ad abbonarsi dopo lo schifo che ci ha propinato Setti nell’ultimo campionato. L’oblio in fondo si offre a tutti, ladri stupratori e assassini. Lo si può offrire anche a un presidente di calcio.

26
ago 2018
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GROSSO DEVE GIA’ CAMBIARE

Gambe molli, poche idee, l’identità di squadra lontanissima e un abominio: Pazzini in campo per appena 8 minuti. In cui tra l’altro ha creato l’occasione più bella della partita. Non m’è piaciuto nulla della gara del Verona contro il modestissimo Padova, che ha però un carattere che qui sotto l’ala dell’Arena ci sogniamo.

Grosso ha creato alcuni evidenti equivoci con il suo gioco orizzontale. Matos e Ragusa, uomini di gamba a cui dare spazi e verticalità, così non servono a nulla. La lenta manovra con cui l’Hellas ha cercato di avvolgere il Padova ha ricordato il peggior Verona di Pecchia. Le squadre avversarie si abbassano, ti tolgono profondità, si posizionano e tu continui a spostare il pallone da una parte all’altra con fare masturbatorio.

Il centrocampo non ne ha presa una. Henderson troppo brutto per essere vero. Laribi deve toccare palloni per entrare nel vivo del gioco. Colombatto è cresciuto con Zaccagni. Il Verona è lontanissimo da essere quella squadra che ci faccia dimenticare il pessimo campionato scorso. Tranne un tiro di Laribi e la conclusione in girata di Pazzini ha tirato in porta solo su calcio piazzato. La difesa ha gli stessi identici vizi di quella pecchiana.

Ripeto fino allo sfinimento: Pazzini in panchina in serie B è una bestemmia. Otto minuti in questa categoria sono anche peggio di quello che s’era visto l’anno scorso con il Napoli. Pazzini è l’unico giocatore con carisma, deve giocare al fianco di Di Carmine. Smettiamola di dire che i due non possono coesistere. Sono entrambi intelligenti (vedere l’ultima azione per credere) e troveranno sicuramente il modo di giocare assieme. Saranno affari degli avversari marcarli.

L’unica dolcezza di questa amara domenica è pensare che siamo solo alla prima giornata. Ma chi guida questa squadra deve cambiare. In fretta.

25
ago 2018
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FATECI TORNARE LA PASSIONE

Grosso la può raccontare finché vuole: ma sa benissimo che vale una sola cosa. Vincere. E’ l’unica missione che il pubblico di Verona gli chiede. La vergognosa retrocessione della scorsa stagione che fa il paio con quella di due anni fa, resta una macchia indelebile su questa società. Con una fretta che genera sospetti una parte della critica e anche di tifosi ha voluto mettere la polvere sotto il tappeto, nel tentativo di far dimenticare quanto è avvenuto. Ma qui non ce ne siamo scordati, come vorrebbe un proverbio napoletano. Fusco, scappato a Benevento almeno in facciata, aveva promesso una squadra da battaglia. Per tutta la stagione aveva rimpallato la questione: giudicateci alla fine. Setti aveva giurato che quel Verona avrebbe lottato fino all’ultima giornata perchè era esattamente come lui: uno che non molla mai. Di Pecchia non ne vorrei nemmeno parlare. E’ stato il consenziente parafulmine di quel disastro.

Bisogna partire da lì per spiegare cosa si vuole da questo Verona. Un Verona che non ha voltato pagina, che ha cambiato nella continuità dirigenziale. Barresi è ancora il direttore operativo. D’Amico è il figlio di Fusco, l’attore principale della vergognosa stagione. E con Grosso si ripercorre lo stesso schema che abbiamo visto con Pecchia. Con un ds “amico” di nome e di fatto,  fin quasi alla complicità e che dunque avrà molti problemi nel momento in cui (speriamo di no) dovessero essere prese strade diverse o si dovesse correggere la rotta.

La squadra però appare forte, soprattutto nella mediocrità della serie B. Con venti milioni di paracadute, è il minimo che ci si poteva aspettare. Ma una squadra non è un’accolita di buoni giocatori, lo sappiamo benissimo. Una squadra è spogliatoio, simbiosi con i propri tifosi, è identità di gioco. Tutto quello che il Verona di Grosso non è stato a Catania, prima incredibile battuta d’arresto di questa stagione. Sperando sia solo un infortunio di percorso. Ora si fa sul serio. Vincere deve essere la normalità. Una sconfitta un dramma. Dopo lo schifo fateci tornare un po’ di passione.