IL NOI DEVE TORNARE A PREVALERE SULL’IO

Non è la sconfitta in sé che fa preoccupare della trasferta a Novara dei biancoscudati. Il Padova aveva fin qui perso altre 3 partite ma in maniera completamente diversa e decisamente meno allarmante: al “Gavagnin Nocini” non meritando assolutamente la sconfitta, a Salò prendendo il gol partita dei Leoni del Garda al 96’, a Meda, contro il Renate, a causa di un blackout nel primo tempo che era stato “di gruppo” non dettato da questo o quel giocatore in giornata storta.

La bruttissima sensazione provata da chi era al “Piola” è quella dello stop per la prima volta innescato da un atto di egoismo, sentimento che a questa squadra non è mai appartenuto.
I rigori vanno ovviamente segnati. Nessuno ha la certezza che Bortolussi l’avrebbe realizzato quello del possibile 2-2, anche se, finora, non ne aveva sbagliato nemmeno uno, pure in partite in cui gli era capitato di presentarsi dagli undici metri in un momento delicato, di quelli che potenzialmente possono farti tremare le gambe se non sei uno di tempra forte. Senza la benché minima esitazione Mattia aveva sempre appoggiato il pallone sul dischetto e fatto gol, senza paura. Ieri non è andata così: la palla se l’è andata a prendere Liguori e il rigore lo ha battuto lui, sbagliandolo e spegnendo dunque la scintilla che poteva dare il la alla rimonta e al sorpasso, a quel punto davvero ancora possibili.

Il fatto che Liguori non sia riuscito a segnare, però, rappresenta la conseguenza negativa di un comportamento già in sé sbagliato. Una aggravante all’atteggiamento tenuto dal numero 21 del Padova che è stato “non corretto” alla radice, non rispettoso di gerarchie dettate dall’allenatore e che sarebbe stato giudicato tale anche se la palla fosse finita dentro e Minelli non avesse compiuto il miracolo che ha compiuto nella difficile deviazione in corner.
Questa squadra ha sempre fatto del gruppo, delle motivazioni, dell’unità d’intenti, dell’obiettivo da raggiungere tutti insieme il suo collante, il suo cemento. A Novara per la prima volta, su questa certezza fin qui incrollabile, è comparsa una crepa. Una ferita sanguinante che il Padova dovrà rimarginare, evitando che si allarghi, facendo così deflagrare tutto a così poche giornate dalla fine del campionato.
Detto questo, Liguori non deve diventare l’altare su cui sacrificare tutto o, peggio ancora, l’alibi perfetto. Ha sbagliato e pagherà le conseguenze della sua (scellerata) azione compiuta nel momento più delicato dell’intero campionato, ma è sotto gli occhi di tutti che il Padova, tutto il Padova, sta attraversando un momento di pesante flessione. Quella che per mesi è stata la miglior difesa d’Italia prende gol con troppa facilità e leggerezza, soprattutto in trasferta il rendimento è calato, sia all’Euganeo che fuori inoltre si regalano all’avversario i primi tempi con agghiacciante scioltezza.
E’ sempre stato il NOI il punto di partenza, il carburante di ogni partita. Quell’elemento che ha permesso a Kirwan e compagni di tenere sempre fortissima l’intensità in ogni prestazione, di tenere alti i giri del motore. Tutti hanno sempre fatto tutto per tutti gli altri. La corsa in più, la pacca sulla spalla in più, l’incoraggiamento in più, il tentativo in più, l’assist in più. Dal NOI si deve ripartire per raddrizzare la barca, per tornare la macchina schiacciasassi del girone d’andata, per tenersi stretto quel punto di distacco che permette al Padova di essere ancora arbitro e padrone del suo destino, per provare a vincerle tutte e rimanere nell’unico posto occupato dall’inizio del campionato ad oggi: in vetta, davanti a tutti.

IL GIUSTO FOCUS

Possiamo chiederci fino a domani se sarebbe stato meglio giocare col doppio centravanti, con Bortolussi e Spagnoli in campo insieme per cercare di aumentare al massimo il potenziale offensivo del Padova. Se sarebbe stato più opportuno lasciare in campo anche Liguori perché uno come Michael non lo devi togliere mai, te la può sempre risolvere la partita! Puntare il dito sulle scelte di campo dell’allenatore, siano esse relative alla formazione titolare siano esse inerenti ai cambi operati nel secondo tempo, è però la scelta meno oculata, meno utile, meno lungimirante, meno rasserenante che si possa fare, se si vuole veramente il bene della squadra in questo delicato crocevia del campionato.

Che Salò sarebbe stato un campo ostico lo si sapeva. E anche bene. E non solo perché il fortissimo Vicenza ci aveva lasciato lo scalpo una settimana prima del derby col Padova perdendo 2-0. Era rimasto particolarmente impresso ai tifosi biancoscudati il doppio precedente della prima parte della stagione, ovvero la gara di andata, terminata 0-0 all’Euganeo nell’equilibrio più crudele, ma, prima ancora, anche la sfida di Coppa Italia di metà agosto, in cui Kirwan e compagni erano riusciti ad avere la meglio e a qualificarsi agli ottavi imponendosi solo all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare, grazie al 3-2 segnato da Varas. E’ vero che la Feralpi ha giocato ieri un signor primo tempo. Con Fortin in versione supersonica a parare l’imparabile. Ma è altrettanto vero che il Padova, nella ripresa, dopo aver resistito strenuamente, si è procurato a sua volta occasioni da rete per provare a portare la sfida dalla sua parte. Non è però questo il tema. A cogliere nel segno con le sue parole, dimostrando lucidità e consapevolezza del momento, è stato ancora una volta l’allenatore Matteo Andreoletti. Che, dopo un’analisi veloce della gara, ha portato l’attenzione sul territorio in cui gli premeva portarla, affinché si accendesse la luce che doveva accendersi e prevalesse sul buio che poteva calare sui giocatori e sull’ambiente tutto. L’allenatore ha intanto premesso ancora una volta di essere orgoglioso dei suoi ragazzi, dell’impegno che hanno profuso fino a qui, dell’atteggiamento che hanno avuto in campo anche contro i Leoni del Garda, della reazione dimostrata nella ripresa, della capacità di soffrire, del patrimonio umano che portano in dote. In seconda battuta ha ribadito che il campionato, se continuerà a comportarsi esattamente come ha fatto fino ad adesso, lo vincerà proprio il Padova. Infine ha detto che la mentalità di una squadra si dimostra vincente non quando effettivamente si vince ma quando si perde e ci si rialza immediatamente, facendo affidamento sulle proprie qualità e su quelle dei compagni di viaggio, che, messe assieme, hanno reso finora il cammino pieno di ostacoli superati e di risultati positivi.

E’ il suo il punto di vista vincente, il migliore che si possa avere. Ma non basta. Tutto l’ambiente deve continuare a fidarsi di lui e ad affidarsi a lui. Che fin qui è sempre riuscito a mettere il suo Padova, di volta in volta, nella giusta prospettiva e sul piano migliore per proseguire nel solco che ha iniziato a scavare lo scorso 13 luglio.

IL BUONSENSO (E LA GRANDE FORZA CARATTERIALE) DI ANDREOLETTI

Ha ascoltato attentamente. Ha elaborato tutto quel che è stato detto sulla visita lampo del patron Joseph Oughourlian e ha deciso che il dibattito non poteva passargli sopra la testa senza colpo ferire. Ha chiesto di poter dire la sua sull’argomento, soprattutto nella parte in cui il proprietario del Padova ha espresso il suo disappunto nei confronti della decisione della tifoseria organizzata di continuare a boicottare l’Euganeo nonostante gli importantissimi risultati portati a casa dalla squadra, e l’ha espressa. Appellandosi al buonsenso, ma anche al suo sentimento nei confronti della piazza, che nel corso di questi sette mesi da allenatore biancoscudato è cresciuto dentro di lui, fino a fargli dire che se ne sta innamorando.
Il campo era senz’altro “difficile da praticare” (e da questa consapevolezza la battuta iniziale: “Metterò le scarpe da 6”, riferendosi ai tacchetti che si usano in partita quando il terreno di gioco è scivoloso) ma Matteo Andreoletti non si è tirato indietro. Anzi. Come sempre fa anche quando parla della squadra e della partita che andrà ad affrontare, l’allenatore è stato diretto, fermo, comunicativo, invitando tutte le parti in causa a fare qualcosa in direzione del bene del Padova.
Andreoletti ha ragione quando dice che le due estremità (ovvero la proprietà da una parte e gli ultras dall’altra) sono in questo momento molto lontane e non si è erto a difensore di nessuna delle due. Ha però chiesto a tutte le persone che si trovano in mezzo alle due “contendenti” di adoperarsi per tentare un riavvicinamento, non per rendere ancora più siderale la distanza che già è grande e, al momento, insanabile. E per primo ha fatto qualcosa nel momento in cui ne ha avuta l’opportunità, nei nostri studi, dicendo che i tifosi mancano alla squadra e che vincere il campionato è importante sì ma ancora più fondamentale per il Padova è riportare il suo popolo allo stadio. Come a dire: fin qui il cammino è stato straordinario e abbiamo lavorato tanto tutti perché potesse esserlo, ma senza i nostri tifosi all’Euganeo è stata tanto più dura di quel che poteva essere se invece avessimo avuto il loro importantissimo sostegno anche in casa oltre che in trasferta, come è sempre stato.
All’appello di cuore fatto nel giorno del suo insediamento a metà luglio dell’anno scorso (“Speriamo di riportare i nostri tifosi allo stadio attraverso le belle prestazioni”, aveva detto più o meno) Andreoletti ha dunque aggiunto la sostanza e la consapevolezza di chi, in questi mesi, si è reso conto che la situazione parte da lontano, analizzandone la grande complessità con estrema lucidità. Sta a tutti i destinatari ora provare a elaborare quel che ha detto lui, dopo che il mister ha elaborato quel che è successo e ci ha messo la faccia, lanciando un messaggio forte e chiaro. Prima di ributtarsi anima e cuore, come è giusto che sia, nel lavoro per cui è stato chiamato a Padova e che ha svolto finora al massimo, sempre: allenare, scegliere ogni domenica la miglior formazione possibile e provare a vincere il campionato.

RACCONTI (E LEZIONI) DAL MENTI

Il pari del Padova nel derby di Vicenza ha il sorriso semplice (e l’implacabile piede) di Spagnoli. Che esulta ad uno dei gol più importanti della storia del Biancoscudo (e probabilmente anche della sua carriera) correndo verso la curva ospiti leggiadro, leggero, come stesse volando, con il vento sulla faccia che lo fa sorridere ancora di più e assottigliare gli occhi lucidi, incontenibilmente emozionati. Il pari del Padova nel derby di Vicenza porta con sé la capacità di spaccare le partite di Capelli, il colpo di bacchetta magica di Valente, la corsa in più di Fusi, la personalità (nonostante il fuorigioco non riuscito su Ferrari) di Delli Carri, il mettersi a disposizione sempre e comunque di Granata, la gamba di Villa, il dinamismo di Varas, la giornata così e così di Liguori (ma quante altre volte è stato determinante Michael, per esempio nel derby di andata!), il discorso motivazionale di capitan Kirwan in spogliatoio prima di scendere in campo (riferiscono sia stato “da brividi”). Il pari del Padova nel derby di Vicenza è la naturale conseguenza dell’attaccamento alla maglia (e al lavoro!) di tutti e 25 i giocatori a disposizione di mister Andreoletti, anche di quelli che fin qui hanno giocato pochi minuti o non hanno giocato affatto. Il pari del Padova nel derby di Vicenza ha il volto “calcisticamente strafottente” dell’appena ventunenne Mattia Fortin che chiede e ottiene di poter scendere in campo nel primo tempo sotto la curva del Vicenza che lo “accoglie” a fischi e fumogeni e, proprio nella prima frazione di gioco, dimostra di non aver paura di nulla sfoderando le parate più belle e difficili (e che cavolo, uno che sceglie di fare il portiere nella vita un pizzico di sana follia dovrà pure averla!). Il pari del Padova nel derby di Vicenza ha il cambio d’atteggiamento del fortissimo Crisetig che quando, vede che con il fioretto non c’è niente da fare, indossa l’elmetto e inizia ad andare di spada. E di legnate. Con un sinistro che all’improvviso diventa tra i più maleducati mai visti in un campo da calcio. Ecco, è proprio questo elmetto che oggi dobbiamo rimettere tutti in testa: giusto gioire, giusto gridare, giusto godere, giusto festeggiare, giusto inserire la data del 16 febbraio 2025 tra le più emozionanti della recente storia biancoscudata, giusto rendersi conto che si è trattato di un solo punto sì ma che è uno dei più pesanti portati a casa finora. Però ora basta così. Mancano 11 partite. 11. Ribadiamo: 11. Un’eternità. E il Vicenza visto al Menti per 60 minuti abbondanti, seppur “provato” dal pareggio strappato dal Padova all’ultimissimo respiro, di sicuro trasformerà la rabbia in ripartenza feroce. Non è finita, dunque. E la partita del “Menti” ci deve insegnare soprattutto questo.

NON POTEVA CHE ANDARE COSI’

Che sul cuore dei tifosi biancoscudati si potesse appoggiare una leggera patina di preoccupazione dopo che il Vicenza si era portato a -3 e il Padova aveva perso la sua prima partita in campionato (al 25esimo turno, bello ricordarlo) era nella normalità delle cose. Viste le tante “scottature” degli ultimi anni, comprensibile il timore di bruciarsi anche con l’acqua fredda.

Che vi si insinuasse invece dentro (e non solo in superficie) del pessimismo cosmico è stato eccessivo. Eccessivo perché i ragazzi di Andreoletti, fino alla vigilia della sconfitta al “Gavagnin Nocini”, non avevano mai “cannato” in pieno una partita. E, a ben vedere, non avevano sbagliato nemmeno quella contro la Virtus Verona, finita sì 1-0 per la banda di Gigi Fresco ma con 29 tiri totali nello specchio della porta da parte di Kirwan e compagni, due pali, una traversa e diverse parate importanti di Sibi. Non poteva essere che all’improvviso, pur avendo il Vicenza rosicchiato 7 punti di svantaggio su 10, il Padova si fosse “imbrocchito” o, peggio ancora, avesse dilapidato o esaurito tutto quello che aveva messo in campo fino ad allora, ovvero bel gioco, idee tattiche, pulizia tecnica, lucidità, impegno, cuore. Troppo importanti e concreti i contenuti creati in questi mesi per essere frutto di casualità o di fortuna e difatti, contro la Pro Patria, c’è stato un dirompente, prepotente, ritorno alla vittoria. Figlio delle stesse qualità sfoderate fino ad oggi.

All’Euganeo domenica si è visto un Padova bellissimo, sicuro di sé, consapevole degli importanti mezzi costruiti in questa prima parte del campionato che ha superato brillantemente quella che si può definire, senza ombra di dubbio, una fisiologica crisi di risultati. Non certo di rendimento.

Giocare il derby a Vicenza domenica prossima con 6 punti di vantaggio sui berici e con la vittoria ritrovata è la miglior premessa in cui potessimo confidare.

BATTAGLIA ERA, BATTAGLIA CONTINUERA’ AD ESSERE

Primi a +10, ancora imbattuti, con la miglior difesa, con bomber Bortolussi già in doppia cifra, con un gruppo costruito in due anni e ritoccato il minimo indispensabile, con un allenatore giovane ma già sulla bocca di tutti per le idee messe in campo, trasformate dai suoi ragazzi in risultati positivi, con un budget decisamente inferiore a quello investito dal Vicenza secondo in classifica (sì, sottolineiamolo ancora una volta, secondo in classifica, primo è il Padova) ma anche dalla Triestina che naviga in zone ben più preoccupanti. In acque ben più agitate.

Quante volte, fino a qualche settimana fa, ci siamo vantati, pensando a tutti i bellissimi record raggiunti e poi ritoccati ulteriormente verso l’alto dal Padova, dall’inizio del campionato ad oggi. Eravamo contenti, orgogliosi, soddisfatti, finalmente desiderosi di esibire la nostra incrollabile fede biancoscudata, quella che ha resistito al Perugia primo al posto nostro per una banalissima differenza reti nello scontro diretto del 2021, all’ultimo rigore sbagliato ad Alessandria, alla finale playoff persa l’anno successivo a Palermo, al rigore sacrosanto non dato a Liguori nel turno preliminare dei playoff del 2023 con la Virtus Verona (sì, sempre lei…) che si qualifica con un gol di Gomez quando a noi bastava il pareggio, alla doppia sconfitta col Vicenza negli spareggi promozione del 2024. Una fede pazzesca, davvero, a prova di tutta una serie di situazioni che avrebbero demolito anche il più invasato degli ottimisti. Possibile sia bastata la primissima sconfitta in campionato (arrivata alla 25esima giornata!) a gettare tanti cuori scudati nello sconforto, nello scoramento?

Il mio telefono ha iniziato a illuminarsi presto ieri mattina, all’indomani dello 0-1 del “Gavagnin Nocini”. In tanti, troppi, a scrivere frasi del tipo: “E’ finita”, “Come ogni anno andrà male”, “Adesso che ci sono solo 3 punti di distacco col Vicenza diventerà una battaglia”. Be’, mi vien da dire, perché fino ad adesso cosa è stata questa stagione se non una guerra (sportiva) senza esclusione di colpi? Davvero pensavamo che 10 punti di vantaggio a gennaio sarebbero stati sufficienti per dormire sonni tranquilli fino a fine aprile? Che avremmo potuto deporre le armi, firmare l’armistizio col Vicenza e metterci a prendere il sole in attesa del termine della stagione regolare?

La risposta è ovviamente no. Questo campionato è sempre stato un’aspra contesa e continuerà ad esserlo. Il Padova si è fin qui aggiudicato tanti round e aveva effettivamente messo da parte davvero un gran numero di “viveri” di scorta per eventuali momenti di magra, ma nessuno, Andreoletti per primo, si era mai illuso dalle parti di viale Nereo Rocco che quanto fatto fino ad ora, per quanto straordinario, bastasse per tagliare il traguardo da primi in classifica. Il Vicenza non ha mollato e sabato, un’ora e mezza dopo che il Padova aveva incassato il primo stop stagionale a Verona, ha portato a casa la quinta vittoria di fila, segnando all’ultimo secondo il gol partita. Ora tocca al Padova fare altrettanto. Dimostrare che quel che si è costruito fino ad oggi posa su solidissime fondamenta e non sulla casualità e sulle botte di fortuna. E i tifosi, quelli di cui si parlava prima, quelli provati, toccati, feriti dalle tante delusioni del recente passato ma rincuorati e inorgogliti dal percorso incredibile della squadra in questi mesi, devono continuare a credere nelle qualità espresse, nella forza caratteriale e tecnica già manifestata in campo. Perché mai, solo perché il Vicenza ha fatto il Vicenza e ha cominciato a vincerle tutte, non dovrebbero più bastare per rimanere lì in alto davanti a tutti?
Non è questione di ottimismo ma di realismo. Di consapevolezza. Non è semplice speranza che le cose vadano in un certo modo, è la convinzione che andranno così perchè, finora, il senso del cammino ha detto questo. 19 vittorie e 5 pareggi, frutto non del caso ma del duro lavoro quotidiano, stanno lì a testimoniare che questo gruppo è forte. E che la battaglia continua, a maggior ragione adesso che i punti di vantaggio sono diventati solo 3. Si tratta di affinare le armi, di mantenere lucidità e di non perdersi d’animo. La capolista è il Padova: difenda la sua roccaforte con ancor più determinazione, ora che il nemico è alle porte.

LA (DOPPIA) LEZIONE

Neanche si sentisse che potevano tornare buoni per l’analisi post gara, Matteo Andreoletti, alla vigilia di Padova-Pro Vercelli, si è ritrovato, rispondendo ad alcune domande non strettamente legate alla partita che si sarebbe disputata all’Euganeo il giorno dopo, a sviscerare due temi che sono stati fin qui fondamentali per il cammino biancoscudato, senza alcun dubbio straordinario. Il primo lo ha affrontato, tradendo anche un pizzico di emozione che di solito non ama far salire in superficie, parlando della maglia celebrativa con cui i suoi ragazzi sono poi scesi in campo per il 115esimo compleanno della società. Dopo aver definito “storica e bellissima” la divisa creata ad hoc per l’anniversario del club, l’allenatore del Padova si è illuminato parlando del passato “lungo e glorioso” di viale Nereo Rocco, ribadendo tutto l’orgoglio per essere entrato a farne parte ma contemporaneamente anche il profondo senso di responsabilità che un “ingresso” del genere porta con sé.
Il secondo ha riguardato Fusi e la sua importante crescita dall’inizio della stagione ad oggi: Pietro in effetti è nettamente migliorato, tatticamente maturato, letteralmente sbocciato. Gli aggettivi utilizzati da Andreoletti per delinearne l’evoluzione sono stati parecchi e tutti con accezione positiva, ma la chiosa finale non ha lasciato scampo al numero 8 biancoscudato: tutto il bello infatti si azzera (e di brutto) se il centrocampista lombardo non getta sempre il cuore oltre l’ostacolo, se non mette più del massimo impegno, se non esce dal campo avendo lasciato sull’erba ogni volta anche l’ultima goccia di sudore che ha in corpo. A ben vedere il discorso vale per Fusi (e lasciamo perdere l’autogol, episodio fortuito e sfortunato che non intacca minimamente quel che si pensa di lui!) ma ben si adatta a tutto il Padova che, fin qui, ha fatto meglio di tutte le altre (Vicenza compreso, nonostante gli uomini di Vecchi, a livello di individualità, abbiano qualcosa in più) proprio perché, ogni volta che si è allenato e ogni volta che è sceso in campo, ha sempre dato tutto. Senza risparmiarsi.
Ebbene, il pari contro la Pro Vercelli invita a tirare in ballo proprio questi due argomenti per ripartire con immutata convinzione nei propri mezzi: il Padova deve guardare solo alle proprie responsabilità, evitando di gettarsi sugli alibi (per quanto in questa partita ce ne fossero di veramente comodi e invitanti, dall’atteggiamento ostruzionistico della Pro Vercelli alla direzione arbitrale decisamente discutibile di Leone di Barletta) e ha il dovere di continuare con il grande lavoro fatto fin qui senza accontentarsi, senza illudersi mai di avercela fatta, senza abbassare il livello dell’attenzione e della prestazione. Contro la squadra piemontese è venuta meno la lucidità, c’è stata poca pulizia nelle giocate: la frenesia di volerla rimettere in piedi dopo un gol che era stato proprio il Padova a infilare nella porta di Fortin ha spinto la squadra a cercare la scorciatoia dei lanci lunghi per sfruttare le seconde palle, strategia tattica che non è mai stata nelle corde di questi giocatori.

Fin qui il Padova è stato grandioso perché non ha mai abbassato i giri del motore e non ha mai pensato di essersi levato dalle scatole il Vicenza neanche quando ha avuto 10 punti di distacco. E perché finora non ha mai disconosciuto né sé stesso né il percorso di grande lavoro che lo ha portato a far crescere di settimana in settimana il numero delle vittorie e dei punti in classifica lasciando a 0 le sconfitte.
Il Vicenza non mollerà, mai. Il Padova, se rispetta la sua identità e continua a stare dentro il solco che lui stesso ha tracciato, potrà però continuare a tenerlo a debita distanza. Se il Padova continuerà a fare il Padova, insomma, non avrà proprio nulla da temere.

STRAORDINARIO PADOVA, MA NON È ANCORA ABBASTANZA

Record di punti (51) così come fu per il Catanzaro al termine del girone d’andata della stagione 2022-2023. Miglior difesa d’Italia, con soli 9 gol finiti nella porta di Fortin che ha collezionato fin qui ben 10 clean sheet. Attacco a quota 38, con bomber Bortolussi già in doppia cifra (traguardo raggiunto a metà del percorso dopo due stagioni in cui l’attaccante è arrivato in fondo fermandosi a 9). 16 vittorie, 3 pareggi, nessuna sconfitta. I numeri sono numeri e, onestamente, c’è ben poco da dire di fronte a quelli che ha sfoderato, settimana dopo settimana, il Padova in questa prima parte di stagione. Parlano da soli ed esprimono appieno il senso di ciò che è stato finora il cammino biancoscudato imperniato, da un lato, sul duro impegno quotidiano e sulla grandissima disponibilità di ogni singolo giocatore e, dall’altra, sulla cultura del lavoro e sulla maniacale attenzione al dettaglio dell’allenatore Matteo Andreoletti, che, per la prima volta dall’inizio del campionato, è entrato in spogliatoio al termine del recupero vinto 2-1 a Chioggia per complimentarsi con i suoi ragazzi, ma con la premessa, ribadita fino allo sfinimento, che non si è fatto ancora nulla. E’ proprio così, non è banale frase di circostanza. Fin qui il Padova è andato oltre ogni più realistica aspettativa: ha proposto un bel calcio, divertente oltre che efficace, ha saputo soffrire quando l’avversario l’ha buttata sulla fisicità e sulla difesa a oltranza per poi uscire a testa alta con le proprie qualità, è stato in grado di riportare sfide complicate sui suoi binari, di cambiare pelle nell’arco dei novanta minuti a seconda della tipologia di partita. C’è anche da dire che tutto si è incastrato alla perfezione, con l’aiuto di quella minima dose di buona sorte che è sempre utile e che comunque aiuta gli audaci (e il Padova, fin qui, è stato molto più che audace, direi a tratti perfino spregiudicato, senza però macchiarsi mai di presunzione). Il traguardo finale però è ancora lontano, nonostante la distanza di sicurezza di 8 punti sulla diretta concorrente per eccellenza, il fortissimo Vicenza, l’unica squadra del girone A da cui ci si aspettava esattamente il rendimento che ha avuto. E’ davvero un attimo inciampare, incartarsi, perdere certezze (anche se davvero per dilapidare tutto il ben di Dio accumulato ci vorrebbe un suicidio in piena regola non una semplice giornata storta). Questo Padova, entrato di diritto nella storia come il migliore di tutti i tempi, conoscerà prima o poi l’”onta” della sconfitta ma non sarà un problema in sé perdere una partita, sarà il modo di gestirla a fare la differenza. L’umiltà che ha permesso alla squadra di rimanere coi piedi per terra quando fioccavano le vittorie e i complimenti di tifosi e ambiente dovrà trasformarsi nella forza per rialzarsi subito quando sarà ora. Non dovranno mai subentrare l’illusione di avercela fatta, la certezza del primato per quanto consolidato, il pensiero di essere forti e imbattibili solo perché, nel girone d’andata, nessuno è stato in grado di superarci.
E sul fronte del mercato di gennaio, infine, bisognerà andare ancora di più coi piedi di piombo. Perché a costruire un gruppo, a rendere saldo uno spogliatoio, a mettere insieme 26 teste diverse contenendo al massimo gli attriti (e gli inevitabili malumori di chi gioca poco ma contribuisce alla costruzione della settimana e dunque al risultato finale del campo) ci si mette tanto. Tantissimo. A distruggere tutto basta un singolo ingranaggio che si inceppa o si rompe. Un equilibrio che salta. E, di solito, per rovinare una cosa che funziona, basta una frazione di secondo.

PIU’ FORTI DI QUALUNQUE BASTONE TRA LE RUOTE (E CAMPIONI D’INVERNO)

Ancora un rinvio. Ancora un ostacolo a pararsi davanti al Padova capolista. Sempre più capolista (e pure campione d’inverno), visto che la mano di Attilio Tesser, che già si era vista all’Euganeo una settimana fa, è riuscita a lasciare il segno anche contro il Vicenza al “Rocco”. 2-0, doppietta di Olivieri e seconda sconfitta stagionale per gli uomini di Vecchi. Che potevano pure finire a meno 8 dal primo posto se i biancoscudati avessero giocato, e ovviamente vinto, a Chioggia. Ma così appunto non è stato: la sfida del “Ballarin”, nel giorno che doveva essere dell’inaugurazione dello stadio dopo i lavori di ristrutturazione, è stata rinviata a causa della pioggia ma soprattutto del vento arrivato a soffiare a 70 chilometri orari. Troppo sferzanti le folate, impossibile dominare la palla. Ecco che così l’arbitro Vergaro di Bari, dopo un primo tentativo di spostare la partita di 45 minuti, ha mandato tutti a casa, optando per il rinvio a data da destinarsi, probabilmente mercoledì 18 dicembre.

Non è la prima volta che il Padova si ritrova un bastone tra le ruote: c’era già stato il rinvio della sfida con l’Atalanta Under 23 per gli impegni con le nazionali di 4 giocatori nerazzurri, con il Vicenza che, giocando due partite prima di Kirwan e compagni, si era portato momentaneamente da -7 a -1. Con la squadra di Andreoletti costretta a giocare 5 partite in due settimane, compresa la sfida di Coppa Italia. C’era già stato il ritorno di Tesser sulla panchina della Triestina fatalità a pochi giorni dalla sfida di viale Nereo Rocco, guarda caso finita 1-1, con gli Alabardati a dimostrare di avere un valore decisamente più importante rispetto a quello che dice la classifica. Finora i biancoscudati sono stati più forti degli improvvisi e imprevisti cambi di programma. Dimostrando che il primo posto in classifica non è un caso, bensì il frutto di un lavoro importante, sul campo, innanzitutto, ma anche nella testa e nell’approccio alle situazioni: a volte piangersi addosso o crearsi degli alibi è la strada più comoda. Non per questo Padova che, primo e ancora imbattuto, preferisce continuare ad alzare l’asticella delle proprie pretese e radere al suolo le difficoltà con la forza e le prestazioni, rendendo così vincente, seppur complicato, il proprio cammino.

E COSA VUOI DIRE A QUESTO PADOVA?

10 partite, 8 vittorie, 2 pareggi. Cosa si può dire a questo Padova se non un sincero “bravo bravissimo”? I numeri di questo primo quarto di campionato sono assolutamente dalla parte di Andreoletti e dei suoi ragazzi che continuano ad avere la miglior difesa (solo 4 i gol presi, sesto clean sheet per il portiere Fortin) e ad essere primi, a +5 dal Vicenza, e imbattuti. Qualche spunto di discussione e crescita però la sfida alla Feralpi l’ha lanciato (e sicuramente dalle parti della Guizza è stato accolto), due su tutti. Il primo è il (banale ma non così tanto) concetto che gli avversari ci studiano e, viste le tante qualità dimostrate in questo inizio di campionato, lo fanno con la massima cura ai dettagli. Normale che, capendo come si sviluppa il gioco del Padova, vadano a raddoppiare sugli esterni, aggrediscano alti per rendere il giropalla biancoscudato meno fluido e siano disposti a giocare per ampi tratti della partita in 10 sotto la linea della palla per chiudere ogni varco possibile, sperando in qualche buon contropiede per pungere a dovere e poi tornare a chiudersi. Un po’ di imprevedibilità in più bisognerà imparare a darsela, così come è successo, ad esempio, a Busto Arsizio contro la Pro Patria, quando, sotto di un gol al 45’, Andreoletti ha optato dall’inizio della ripresa per il 4-2-4 ha poi portato ad un cambio di marcia e al pareggio di Capelli grazie al bellissimo assist “no look” di Bortolussi dal limite dell’area.

Il secondo spunto è legato all’attacco: lungi dal lamentarsi della rosa che gli è stata messa a disposizione (ampia, di qualità e completa in tutti i reparti), l’allenatore del Padova ha però sottolineato, a fine gara, come gli sia mancata la seconda punta centrale da schierare a partita in corso al fianco di Bortolussi, vista l’assenza per infortunio di Spagnoli. In effetti quella contro la Feralpi era la classica partita sporca (basti guardare quante ne ha prese lì davanti Bortolussi dal primo al novantesimo), in cui avere a disposizione le caratteristiche di Alberto avrebbe fatto comodo. Il fatto che poi, avendo in lista sia Beccaro (autore di una bellissima doppietta il giorno prima con la Primavera) che Montrone, Andreoletti non se la sia sentita di rischiare né l’uno né l’altro dei “giovani” e che contemporaneamente abbia deciso di non adattare nessuno dei “senior” che aveva in panchina in quel ruolo per tentare di sopperire in qualche modo alla mancanza di Spagnoli, potrebbe essere un primo sintomo del fatto che, secondo il tecnico, in effetti invece qualcosa nel reparto avanzato manca se, per qualunque motivo, uno dei due centravanti non è a disposizione.

In conclusione: il punto preso contro la Feralpi è da considerarsi assolutamente positivo, sulla scia di quel detto secondo cui “quando una partita non la riesci a vincere, devi fare di tutto per non perderla”. Il ruolino di marcia del Padova fin qui lo è altrettanto. Qualche considerazione in più si potrà fare tra un mese dopo aver affrontato l’AlbinoLeffe, il Renate e, dopo la Pergolettese e il Novara, anche la rivelazione del campionato Atalanta Under 23.