PADOVA, ORA REAGISCI!

Già contro la Carrarese i segnali erano stati preoccupanti. Ma spegnerli sul nascere non era stato poi così difficile, visto che si era trattato della prima sconfitta stagionale maturata “in quel modo”. Con la squadra incapace di reagire dopo il primo gol dell’avversario, sgonfia, sottotono. A Cremona la reazione, dopo aver preso non uno ma due gol nei primi cinque minuti, c’era stata e il gol di Pompetti arrivato prima del riposo aveva fatto rientrare in partita il Padova. A Palermo poi non ne parliamo: il vantaggio biancoscudato era stato meritato, si era perfino sfiorato il raddoppio. La sconfitta finale aveva avuto il sapore dell’epilogo sfortunato, immeritato.
Con gli apuani invece è stato arduo fin da subito trovare una spiegazione. Un perché. L’involuzione è stata immediatamente evidente agli occhi dei tifosi che, guardando il calendario dopo la sosta di tre settimane, si erano ingolositi pensando che due partite consecutive in casa potessero coincidere con “6 punti sicuri”. Si è cercato di archiviare al più presto lo stop inatteso, di lasciarsi alle spalle le sgradevoli sensazioni, e di puntare sulla sfida contro la Virtus Entella per il pronto riscatto.
Purtroppo l’incubo, invece che interrompersi, si è prolungato. Il Padova non è riuscito a risvegliarsi. E contro la Virtus Entella è andata perfino peggio. Non dal punto di vista della stretta prestazione (il Padova si era pure portato in vantaggio, qualcosa in più ha messo in campo) ma della mancata reazione al pari e al sorpasso dei liguri. Anche in questa partita si è spenta la luce.
E non è stato dunque possibile passare oltre senza fermarsi a riflettere. Non è stato possibile non prendere atto che con la Carrarese non si era trattato affatto di una giornata storta, bensì dei primi sintomi di un malessere che è poi esploso in tutta la sua gravità nella gara successiva.
Inevitabile il confronto tra proprietà e responsabile dell’area tecnica. Altrettanto inevitabile che Antonio Calabro, l’allenatore, sia stato messo in discussione. Che siano calati dei dubbi sulla sua gestione fino a questo momento, vista l’involuzione del gruppo. Tutto legittimo. E’ stato però ragionevole che il titolare della panchina non sia stato sollevato dall’incarico così in fretta. Senza avere l’opportunità di dare seguito (e concretezza) alle dichiarazioni con cui si è presentato sabato in sala stampa, chiedendo ai suoi giocatori il “sangue agli occhi” e l’essere “cazzuti”. L’esonero alla settima giornata avrebbe avuto il retrogusto amaro della scelta fatta con troppo petto e troppa poca testa. Calabro resterà al suo posto dunque, almeno fino alla sfida di sabato prossimo ad Avellino. Dove, più che alla vittoria (che, comunque, dovesse arrivare, sarebbe ben gradita!), il Padova sarà chiamato a rialzarsi dal punto di vista morale e mentale. Facendo sì che lo smarrimento di questi ultimi 180 minuti lasci il posto a nuove certezze. A nuove basi, il più possibile solide.

DIMENTICARLA IN FRETTA… MA RICORDANDOLA BENE

Lo scoramento è tantissimo. Ed è normale che sia così. Perché, dopo tre settimane di sosta e dunque di tempo di qualità a disposizione per lavorare sul campo, era lecito aspettarsi qualcosa di decisamente diverso rispetto a quello che il Padova ha messo in campo contro la Carrarese pigliando due gol, uno per tempo, e condannandosi alla terza sconfitta in campionato. La prima in casa. Meritatissima.

Da più parti sento dire che questa gara “va dimenticata in fretta”. Vero. E’ necessario voltare pagina e farlo anche velocemente. Ma prima di “dimenticare” quello che è andato in scena bisogna analizzarlo a fondo e capire perché è successo. Prima di lasciarsela alle spalle, questa partita va quindi impressa nella memoria. E pure bene.

Soprattutto per la mancata reazione dopo il primo gol della Carrarese che ha compromesso tutto il resto della sfida. E’ questo l’aspetto che preoccupa più di tutti gli altri. Perchè si può disquisire sul fatto che Caprari, tra le linee, sia partito benissimo e sia stato protagonista delle primissime azioni pericolose della gara, saltando l’uomo e cercando di creare superiorità, ma abbia poi finito per “schermare” Cocchi a sinistra creando alla lunga un equivoco tattico. Si può anche sottolineare il fatto che Moro fa una fatica bestia ad inquadrare lo specchio della porta, nonostante si faccia trovare al posto giusto al momento giusto. Si può dire che in difesa i meccanismi non sono ancora collaudati e certi svarioni vanno evitati. Ma, alla sesta giornata di un campionato in cui la squadra è stata ampiamente e profondamente rinnovata, non può essere l’identità di squadra che ancora latita il tema principale della discussione, per quanto, a questo punto del campionato, ci si aspettasse di essere messi meglio. Che ci sia ancora da lavorare è normale. E’ di fronte alla perdita di certezze conseguente al vantaggio dell’avversario che bisogna interrogarsi. Bisogna capire perché, ad esempio, allo “Zini”, dopo i due gol della Cremonese nei primi cinque minuti, il Padova ha tirato fuori personalità e carattere e contro la Carrarese (arrivata all’Euganeo da ultima in classifica e con zero vittorie ancora all’attivo) questo non sia successo.

Insomma: ci può stare una sconfitta, ci può stare prendere gol, ma non ci sta che il passo indietro sia avvenuto sul piano della mentalità.

Perché l’Euganeo con la nuova curva sud è tornato ad essere determinante con la sua spinta. Ma, se manca la prestazione, di gambe e di testa, non si va da nessuna parte.

FATTORE CURVA

Bortolussi, Seghetti, Pastina, Galazzi. Contro Empoli, Reggiana, Pescara, Ascoli. Per un totale di 12 punti. 13 aggiungendo L’1-1 nel derby contro l’Hellas Verona.

Non si può più pensare che si tratti di una coincidenza. Qui gli indizi cominciano a farsi pesanti, siamo ormai alla prova certa: dal giorno in cui la nuova curva sud è diventata splendida realtà con conseguente ritorno del tifo caldo a bordo campo, il Padova non solo non ha più perso in casa ma proprio in quell’orribile stadio, odiato e maledetto da tutti fin dal giorno della sua inaugurazione per la bruttura e la freddezza che lo hanno da sempre caratterizzato, ha portato a casa, segnando sotto quel muro incredibilmente bello di tifosi biancoscudati, l’agognato traguardo della salvezza in B. E ha iniziato col piede giusto anche l’attuale campionato, quello in cui la squadra cercherà di mettere solide fondamenta per poi tentare il salto in serie A nei prossimi anni.

Sì, quello che per oltre 30 anni è stato l’antistadio, l’anticalcio e l’antitifo, si è trasformato all’improvviso in un impianto in cui assistere ad una partita di pallone è di nuovo un’esperienza meravigliosa, totalizzante, coinvolgente. Pare impossibile che, solo due anni fa, il 26 agosto del 2024, ad assistere a Padova-Trento, prima giornata del campionato di serie C che si è concluso con la promozione nella cadetteria, vi siano entrati solo 1.164 spettatori. Che gli spalti, così a lungo, siano stati vuoti, desolatamente vuoti. E che contro Verona e Ascoli, si siano invece sfiorate le 12.000 presenze.

Di fronte a questi risultati, sul terreno di gioco e sugli spalti, si può finalmente dire che a Padova torna ad avere valore il fattore campo. Il tifo dell’Euganeo è in grado di determinare, di fare la differenza, di avere un’influenza positiva sulle partite. Anche quelle difficili, decisive.

Basta guardare la dinamica delle vittorie che sono state portate a casa all’Euganeo da marzo in poi, tutte per 1-0, tutte all’ultimo sangue: Padova-Empoli, gara bloccata, decisa da un gol di Bortolussi sotto la curva nel secondo tempo. Padova-Reggiana, gara bloccata, decisa da un gol di Seghetti sotto la curva nel secondo tempo. Padova-Pescara, gara difficilissima, che valeva la permanenza nella categoria riconquistata solo l’estate precedente, decisa da un gol di Pastina sotto la curva nel secondo tempo dopo un rigore parato da Sorrentino dalla parte opposta. Padova-Ascoli, partita in cui l’avversario ha avuto almeno 4 nitide palle gol, decisa da un gol di Galazzi sotto la curva nel secondo tempo. Mettiamoci dentro anche Padova-Verona: il momentaneo vantaggio biancoscudato è avvenuto sotto la Nord (ed è stato frutto di un’autorete) dove poi l’Hellas ha colpito una traversa sul risultato di 1-1 e dove, sabato scorso, pure l’Ascoli ha preso un palo e non ha realizzato il gol del pareggio.

Coincidenza? Anche qui, proprio no. E’ l’Euganeo che finalmente fa il suo mestiere di stadio di casa. Contribuendo a creare quel clima che serve a una squadra che ci gioca dentro per avere la spinta in più da aggiungere al proprio patrimonio tecnico-tattico per provare a vincere.

PADOVA, VITTORIA DI CONSAPEVOLEZZA

Considerazione generale. Nella prima giornata della serie B 2026-2027 i risultati hanno detto che tutte e tre retrocesse dalla A hanno perso: la Cremonese a Empoli, l’Hellas Verona in casa contro l’Ascoli, il Pisa con il Padova. Tre delle quattro neopromosse invece sono partite benissimo: l’Ascoli, si diceva, ha portato a casa i tre punti dal Bentegodi in rimonta, il Vicenza si è aggiudicato l’esordio contro il Catanzaro, a sua volta recuperando due volte lo svantaggio e infilando nel finale il 3-2 della vittoria, l’Arezzo di Aniello Cutolo ha sbancato Avellino (1-2). L’unico a perdere (in casa col Modena) è stato il Benevento. Quello che Antonio Calabro definisce “il campionato più bello d’Italia” ha insomma già fatto capire, una volta di più, quali sono le sue regole, ferree quanto spietate. Regole che producono risultati non scontati, che mettono la prima della classe nella condizione di poter perdere con l’ultima, che parlano di spettacolo (calcistico ed emozionale) sempre assicurato, mai scontato.
Questo inizio di stagione, dopo avermi ovviamente fatto esultare e non poco per i 3 punti strappati dai biancoscudati a Pisa senza tifosi al seguito e in un’Arena Garibaldi interamente colorata di nerazzurro, mi ha fatto subito fare un salto indietro nel tempo. Mi ha fatto tornare in mente il Padova di Matteo Andreoletti che, più o meno un anno fa, è andato a vincere a Monza e a Catanzaro, mettendo in difficoltà le due squadre che poi, a fine stagione, si sono contese ai playoff l’ultimo posto disponibile per salire nella massima serie. Due successi frutto dell’atteggiamento sbarazzino, di più “sfrontato” tipico della neopromossa. Frutto di quel “non abbiamo niente da perdere” che ti spinge ad andare oltre quelli che possono essere i tuoi oggettivi limiti di fronte a una corazzata.
Il successo di Pisa al debutto di questa cadetteria ha senz’altro portato con sé anche quella componente di forza mentale che è rimasto il marchio di fabbrica di questa squadra anche se è stata profondamente rinnovata, ma con qualcosa in più. Qualcosa di importante in più. Il Padova ha vinto in casa di una delle pretendenti alla promozione diretta perché ha interpretato la gara esattamente con l’obiettivo di vincerla. Certo poi, anche a Pisa, così come era stato all’Upower Stadium e al Ceravolo nel passato campionato, ha stretto i denti e gettato il cuore oltre l’ostacolo ma lo ha fatto con qualità, con gioco. Con la consapevolezza di avere le armi per spuntarla. Il gol partita biancoscudato è nato da un bel pacco regalo di Confente, siamo tutti d’accordo, ma nell’anticipo di Fusi su Loyola e nel pressing di Lasagna sullo stesso portiere ex Vicenza si è visto in pieno l’atteggiamento di una squadra che ha aggredito alto l’avversario, andandolo a pressare per indurlo all’errore in uscita.
Si è assistito ad una prestazione propositiva, costruttiva, votata all’attacco anche quando magari i più avrebbero pensato a mettere in campo uno spirito conservativo per portare a casa lo 0-1. I cambi di Calabro sono stati illuminanti in questo senso: facendo entrare Seghetti e Cocchi, dopo Lasagna, l’allenatore del Padova ha lanciato un segnale chiarissimo su come desiderava che finisse quella partita.
E così è stato. I 3 punti sono stati, né più e né meno, che la conseguenza di una gara pensata, costruita e giocata per vincere.

B… ravi tutti!

E’ ufficialmente terminata la stagione del Padova 2025-2026. L’ultimo appuntamento è andato in scena all’osteria al Filò ad Abano Terme: dirigenza, staff tecnico e giocatori si sono ritrovati insieme anche a giornalisti e addetti ai lavori per celebrare la salvezza conseguita con una giornata di anticipo e per augurarsi reciprocamente “buona estate”.
I giocatori che festeggiano la permanenza in B sotto la nuovissima curva sud piena di tifosi e la splendida vittoria di Cesena ricca di gol che si sono intersecati con bellissime storie personali e di squadra sono le due immagini che più di ogni altra rimarranno impresse nel cuore e nella mente di chi ha seguito le vicende dei biancoscudati in questa stagione.
A rendere l’idea di quanta forza è stata profusa in campo per mantenere la categoria sono state le parole di Pietro Fusi, pronunciate sia dopo Padova-Pescara che al termine della cena conclusiva: “Dovevano ucciderci per rubarci la nostra serie B, passare sul nostro cadavere”, ha commentato il centrocampista simbolo della vecchia guardia. E così è stato. Nessuno è riuscito a scipparla ai giocatori che se l’erano conquistata.
A rendere invece l’idea di quel che sarà da qui in avanti il Padova il sorriso rassicurante e allo stesso tempo determinato del nuovo patron, Alessandro Banzato, e del figlio Giovanni, vicepresidente al fianco di Francesco Peghin, presidente e autore del discorso di fine serata poco prima del taglio della torta. Banzato ha preso in mano la società a gennaio con tutta l’intenzione di fare cose grandi, di investire in modo importante, di aprire orizzonti che solo una proprietà interamente padovana può rendere così larghi e profondi, scegliendo come modalità operativa ovviamente il senso di grande responsabilità e la propria qualità imprenditoriale ma anche un pizzico di sana spensieratezza. Di voglia di vivere società, squadra e partite in modo viscerale, standoci bene dentro a quest’avventura.
Per la prima volta, a partire dai prossimi giorni, ci sarà lui ad avallare le nuove scelte del direttore sportivo sull’allenatore e sui giocatori che andranno a comporre la rosa. Per la prima volta si potrà dire e scrivere “il Padova di Alessandro Banzato”. Si comincia. Si parte. Con un vento di entusiasmo che raramente ha soffiato così forte sulle vele biancoscudate.

PRIMO MAGGIO, SU CORAGGIO!

Che il Padova si sarebbe salvato all’ultimo minuto dell’ultima giornata, o meglio, che avrebbe dovuto soffrire fino all’ultimo minuto dell’ultima giornata per salvarsi lo ha detto, una settimana sì e una settimana anche durante la sua permanenza sulla panchina biancoscudata, Matteo Andreoletti. L’allenatore biancoscudato, in carica fino allo scorso 21 marzo, non ha saltato mai l’“appuntamento” con questa doverosa puntualizzazione, nemmeno quando, alla fine del girone d’andata, la sua squadra era in una zona della classifica che più tranquilla di così non avrebbe potuto essere. Nemmeno quando i playoff erano così a portata di mano che, porca miseria, sarebbe stato davvero un peccato non farci almeno un pensierino.
L’evoluzione del campionato da quel momento in avanti, che ha portato al suo esonero e all’arrivo di Roberto Breda “specialista nei subentri”, spiega più di qualunque altra considerazione perché l’ex tecnico non si sia mai illuso di poter portare a casa il traguardo finale né con tranquillità né in anticipo. E spiega anche perché in ogni partita che Dio ha mandato in terra il Padova sia riuscito a vincere solo (per usare altre espressioni care ad Andreoletti) “andando a trecento all’ora”, e “senza sbagliare mai l’atteggiamento”.
Contro Empoli e Reggiana, nelle ultime due uscite casalinghe, mettendo in campo lo “spirito” Padova e con la straordinaria forza trainante della bellissima nuova curva sud traboccante di tifosi, Crisetig e compagni sono riusciti a trasformare in tre punti due prestazioni che, soprattutto nel primo tempo, non erano state un granché convincenti. A Chiavari invece la squadra ha fatto una fatica bestia a decollare, proprio nel giorno in cui la vittoria avrebbe permesso la conquista della salvezza due partite prima della conclusione del campionato.
Breda non ha cercato scuse e ha subito proiettato il suo lavoro e la testa di squadra e ambiente verso il prossimo scontro diretto: quello contro il Pescara di Lorenzo Insigne dell’1 maggio all’Euganeo. Sfida durissima perché, diciamocelo, le due ultime vittorie avevano illuso tutti che il peggio fosse alle spalle. Che un piccolo sospiro di sollievo si potesse tirare. Che fosse anche se non “matematicamente” almeno “praticamente” fatta. E invece no: ci vuole ancora un po’ di quel Padova che non molla mai, ci vuole ancora un pizzico di quello spirito indomito, di quella forte volontà di tenersi stretta la categoria conquistata con tanta fatica e tanto orgoglio solo un anno fa, serve ancora che la mano si infili dentro il sacco per cercare, e trovare, sul fondo, qualche altra risorsa da estrarre con successo.
La cosa bella, assolutamente da sottolineare, è che questo gruppo ce l’ha sempre fatta. Si è sempre risollevato. Ha sempre superato i propri limiti anche quando non sembrava più possibile. E siamo pronti a giurare che lo farà anche questa volta. Per quest’ultimo, grande, immenso, sforzo diretto a portare a casa la certezza che anche l’anno prossimo “giocheremo di sabato”.

LA CURVA L’E’ BELA

Tra le sensazioni più belle che un essere umano possa provare c’è quella di “sentirsi davvero a casa” quando è in casa propria. Di avvertire che, dentro quelle mura, c’è un luogo in cui può essere completamente sé stesso ed esprimere senza filtri le proprie emozioni, spendendo del tempo di qualità con le persone che condividono la sua stessa filosofia di vita. Finalmente per i tifosi del Padova, dopo tre decenni di sballottamenti vari in settori temporaneamente “presi in affitto”, è giunto il tempo di provare la bellissima e appagante sensazione di avere una curva “di proprietà”. Un luogo in cui poter vivere l’Amore per il Biancoscudo con senso di appartenenza e con l’emozione forte di sentirsi “dentro” la partita, di poterne perfino determinare il destino facendo la propria parte, tifando, gridando, gioendo, abbracciandosi, sventolando le bandiere, intonando cori, soffiando forte sulle vele della passione per quella squadra, per quei colori.

Il 12 aprile del 2026 è una data che resterà impressa, prima che negli annali della storia del Padova, nel cuore e nella mente di chi ha visto Padova-Empoli per la prima volta dalla nuova curva sud. Vivendo la distanza dal campo che si azzera. Sentendo finalmente forte il profumo dei fumogeni, sentendo finalmente sul viso il vento spostato dallo sventolio delle bandiere.

Sono tanti i valori che la giornata ha portato con sé che si sono incastrati perfettamente in quello che è, a tutti gli effetti, l’inizio di una nuova era. Il tifo a Padova è stato messo a durissima prova, ha rischiato seriamente l’estinzione. Intere generazioni di ragazzi, nati dopo la chiusura dell’Appiani e della Fossa dei Leoni, non avevano mai vissuto quel che solo una curva può regalare in termini di esperienza emotiva. Quando hanno varcato la soglia del nuovo settore erano tesi, emozionatissimi, consapevoli che stavano andando ad assaporare qualcosa di inedito per loro. Un sussulto nuovo, estremo, totalizzante.

E un debutto così (che ha avuto i crismi della “prima volta” anche per i tifosi del Padova più “attempati”, visto che, dall’ultima volta in una curva vera, erano passati 32 anni, una vita!) non poteva che vivere il suo compimento con l’”in più” di alcuni momenti in cui a emozione si è aggiunta emozione.

Tanto per cominciare, il risultato sportivo è stato quello sperato: il Padova ha vinto e si è riportato fuori, per ora, dalla zona playout. C’è poi stata la dedica speciale all’allenatore che, fino a tre settimane fa, ha guidato il Biancoscudo, riportandolo l’anno scorso in serie B e contribuendo a rimettere insieme i pezzi di un ambiente deluso, disilluso, arrabbiato. E ora, anche grazie a lui, nuovamente innamorato del Padova. “Prima l’uomo, poi il mister. Matteo Andreoletti per sempre padovano”, hanno scritto gli Ultras in uno striscione di fronte al quale tutto il resto dello stadio si è alzato in piedi ad applaudire. Infine, un nome e un cognome su tutti: Mattia Bortolussi. Non poteva che essere lui il primo giocatore a regalare al pubblico di Padova la gioia dell’esultanza sotto la nuova sud. Non poteva che essere suo il privilegio di segnare per primo “sotto la curva”. Il cerchio si è chiuso magicamente: Mattia è “il bomber coi dati gps di un terzino” da quanto corre per i compagni. Rappresenta la vecchia guardia, quella che con umiltà, impegno e sacrificio ha saputo meritarsi il palcoscenico della B. E ora sta lottando per tenerselo stretto.

Una riflessione finale, ultima ma non ultima, va rivolta anche a Roberto Breda. L’allenatore chiamato a sostituire Matteo Andreoletti non aveva un compito facile nell’inserirsi nel solco profondo lasciato dal suo predecessore. Ha così scelto, dimostrando grande intelligenza, di entrare in questa dinamica in punta di piedi, con un profondo rispetto per Andreoletti (“Se salvo il Padova farò contento anche lui, sarà un traguardo che conquisteremo assieme”, sono state le sue parole nel giorno della presentazione) e senza l’aria di quello che crede di avere la bacchetta magica. Ha così trasmesso alla squadra pochi concetti semplici, sulla scia del lavoro già fatto, pensando soprattutto a imprimerle tranquillità mentale. Ed è così che ha interrotto l’emorragia di risultati. Ora però, come ha detto lui stesso, “si deve pensare alla prossima”. Anzi, “alle prossime”. Ci sono ancora 4 battaglie da combattere con tutti gli strumenti a disposizione. Con una nuova curva pronta a fare, da qui in avanti, sempre e per sempre la sua meravigliosa parte.

BAGARRE

Lo scontro diretto “a metà” ancora a favore con la Virtus Entella (battuta all’Euganeo all’andata 2-1 in rimonta e non ancora affrontata al ritorno a Chiavari) e l’ultima parte del calendario che prevede, da qui alla fine, partite contro concorrenti per la salvezza e non più al cospetto di fortissime prime della classe sono gli unici due elementi della narrazione del campionato che, in questo momento, stanno tenendo a galla l’umore biancoscudato. Sono gli unici due appigli in grado di farci tenere la testa a pelo d’acqua mentre tutto il resto del corpo è sotto da un pezzo.
Le prossime due partite contro Empoli e Reggiana, entrambe in casa e con una curva a bordo campo finalmente inaugurata e piena di tifosi, saranno fondamentali per non affogare. Per rimettere sotto qualcun altro. Per ricreare quel cuscinetto di sicurezza che, all’inizio del girone di ritorno, era di ben 8 punti.
La preoccupazione però c’è e, se non è di quelle che non ti fanno dormire la notte, poco ci manca, dopo tutta la fatica fatta per tornare in serie B. La domanda che il tifoso si è posto in queste settimane, di fronte all’inesorabile precipitare del Padova, è sempre la stessa: cosa è successo? Perchè il rendimento della squadra è calato così vistosamente? Il problema è che la risposta ce l’abbiamo da tempo davanti agli occhi ed è perfino troppo semplice nel suo essere spietata.
Questa squadra, che fin qui ha sempre gettato il cuore oltre l’ostacolo, ha dei limiti. Per la maggior parte è formata dai ragazzi che hanno vinto la serie C e il mercato (di giugno prima e di gennaio poi) non ha fornito quei rinforzi in grado di farla aumentare di valore. Non tanto perché chi è arrivato non ce l’abbia questo potenziale quanto perché, per un motivo o per un altro (vedi il Papu e i suoi problemi fisici, Baselli per l’infortunio, la ricaduta e l’altro infortunio, ma anche Caprari che di per sè è forte ma, ora come ora, non è il Caprari di Verona, tanto per intenderci) non riesce ad esprimerlo in questo momento.
Per tutto il girone d’andata, andando a trecento all’ora e alzando continuamente l’asticella dell’intensità, i ragazzi sono riusciti a tirare fuori risultati e prestazioni all’altezza, rimanendo quasi sempre in partita anche in caso di svantaggio, compiendo anche qualche rimonta che ha regalato alla piazza la sensazione piacevole di un gruppo che non molla mai. Ebbene: questa sensazione, nelle ultime giornate, coincise con 5 sconfitte di fila, si è trasformata nel timore che davvero non ci sia più niente da spremere, che ormai si sia dato fondo a tutto quel che c’era. A Frosinone tanti dei giocatori che fin qui hanno fatto del temperamento, della corsa in più e della voglia di andare a mordere le caviglie dell’avversario il proprio cavallo di battaglia sono sembrati l’ombra di loro stessi. Bisogna recuperare e alla svelta questa componente mentale insieme a “poche, maledette ma subito” certezze tattiche in campo (non si può vedere un gol preso con la modalità assurda dell’1-0 del Frosinone, dai, su..).

Va doverosamente sottolineato, nel concludere l’analisi, che Andreoletti, tutto questo, l’aveva capito. O meglio, lo sapeva bene. E non si può che dargli ragione, a posteriori, ripensando a quando si inalberò, subito dopo la sconfitta interna col Mantova, di fronte a chi gli fece notare che la squadra di Modesto era nei bassifondi ed era dunque l’avversario ideale contro cui provare a giocare con le due punte più il trequartista. Per provare a essere più spregiudicati. “L’errore che non dobbiamo commettere oggi è quello di pensare che il Mantova sia più scarso di noi solo perché ha 6 punti in meno. Non lo è. Noi per salvarci non dobbiamo perdere di vista l’equilibrio e la solidità difensiva”, rispose l’allora allenatore del Padova decisamente stizzito. La classifica ora dice: “Padova punti 34, Mantova punti 37”. Ecco.

MATTEO

In tanti anni di professione, vissuti a raccontare il Padova nelle cadute più rovinose e nelle rinascite più dirompenti, urlando, ridendo e piangendo, non ho mai vissuto un pomeriggio così emotivamente impattante come quello che ha portato, al termine della partita che ha sancito contro il Palermo la quarta sconfitta di fila della squadra, all’esonero di Matteo Andreoletti. Son sincera: non perché io sia particolarmente intelligente (anzi: quante volte ho le cose davanti al naso e non le riesco a mettere a fuoco!) ma ho capito martedì, vedendo il direttore sportivo Massimiliano Mirabelli entrare in sala stampa a Venezia dopo lo stop al Penzo, che per Andreoletti sarebbe stata questione di ore. Che quel “rimaniamo compatti attorno alla squadra, l’allenatore non è in discussione”, in realtà nascondeva, in modo particolarmente maldestro un “Se sabato col Palermo non fa risultato, lo cacciamo via”. Non ho avuto dubbi su quel che ho percepito in quel preciso momento un po’ perché al liceo mi hanno insegnato che “excusatio non petita, accusatio manifesta” (cioè: se ti giustifichi di una cosa che non hai intenzione di fare, stai in realtà dicendo che hai intenzione di farla), un po’ perché il diesse è qui da fine gennaio del 2022 e i precedenti parlano per lui che ha esonerato Caneo a Lecco utilizzando la stessa modalità operativa di Venezia (cioè si è presentato in sala stampa al posto dell’allenatore) e lasciato a casa Torrente a tre giornate dal termine del campionato 2023-2024 per richiamare Oddo in un momento in cui davvero nessuno si immaginava una cosa del genere (né tantomeno la auspicava).
Nel calcio è considerato “normale” per quanto ingiusto, che, quando una squadra attraversa un brutto momento, a farne le spese sia l’allenatore. “Non si possono cambiare 25 giocatori”, si sente dire, “bisogna dare una scossa” è l’altra motivazione che va per la maggiore in casi come questo. Nel caso di Matteo Andreoletti però non si può non andare oltre la banalità di questi adagi, non si può non riconoscergli un ruolo e un’importanza nella storia recente biancoscudata che vanno al di là di stereotipi e scelte più o meno discutibili.
Perché Matteo è arrivato a Padova che c’erano le macerie e ci ha ricostruito, portandoci a fare aperitivo al piano attico del grattacielo della cadetteria. Matteo è sceso in campo all’Euganeo per la prima di campionato sulla panchina biancoscudata col silenzio assordante di 1.164 tifosi sugli spalti e ha riempito nuovamente lo stadio, ha ricreato entusiasmo, ha attirato a sé supporters scettici, ha riacceso una piazza che ormai sembrava disillusa. Matteo ci ha messo la faccia sempre. Matteo ha creato compattezza tra l’ambiente e la squadra, Matteo ha fatto innamorare nuovamente la gente del Padova. Matteo si è innamorato del Padova. Matteo ha portato il Padova in serie B mettendo la freccia su un Vicenza in versione “spendi e spandi” che aveva molta più qualità e costava molto di più. Matteo ha trasformato un insieme di giocatori con un passato recente più in D che in B in un gruppo in grado di prendersi per mano e fare il salto nella categoria superiore. Matteo li ha fatti giocare bene anche in serie B. Matteo non è mai stato in zona retrocessione nè ai playout. Matteo ha difeso sempre chi oggi lo ha lasciato a casa.
E Matteo, quasi a voler chiudere con un ultimo atto memorabile il suo anno e mezzo qui, ha fatto una cosa straordinaria: è andato a salutare gli Ultras mettendo il suo cuore nelle loro mani. Toccando corde profonde. Facendo arrossire occhi. Facendo scendere lacrime da quegli stessi occhi. “Sono arrivato tra mille difficoltà, me ne vado che siamo tutti uniti”, ha detto ai tifosi che lo hanno invocato a gran voce davanti al cancello d’ingresso dello stadio Euganeo. Matteo ha chiesto loro di non smettere di sostenere il Biancoscudo, di non smettere di dare credito ai suoi ragazzi che in campo lasciano sempre tutto. Ha ricevuto cori, sostegno, applausi, abbracci, riconoscimenti, stima smisurata, commozione pura. Regalando a chi ha assistito alla scena la certezza che, davvero, il calcio non è un semplice gioco in cui 22 uomini in mutande rincorrono una sfera rotante. E’ molto, molto di più.

UN SOGNO CON RADICI PROFONDE

La notte è passata. Non è stato solo un bel sogno. L’ingresso di Alessandro Banzato nel club biancoscudato come nuovo azionista di maggioranza non si è “smaterializzato” al risveglio del giorno dopo, è splendida realtà. In città e provincia si respira un’aria entusiastica, sembra davvero, a tratti, di aver vinto un’altra volta il campionato. Di provare le medesime sensazioni che il 25 aprile scorso, nel giorno della riconquista della serie B, hanno fatto battere fortissimo il cuore alla Padova appassionata di pallone.
La bellissima notizia è che il Padova è tornato interamente nelle mani dei padovani. La notizia ancora più bella è il modo in cui Banzato si è presentato. Con l’impostazione dell’imprenditore serio e solido, qual è, ma, allo stesso tempo, con la pelle del tifoso vero, pelle da cui subito ha fatto trasudare l’attaccamento che ha nei confronti del Biancoscudo, trasmessogli dal padre. Ricordando, tra le altre, le trasferte negli anni 80 fatte con la Vespa e, a memoria, la formazione titolare dello spareggio col Trento del 1980.
Alessandro Banzato, proprietario di Acciaierie Venete, possiede un impero. Fattura più di un miliardo di euro all’anno. Eppure non l’ha fatto minimamente “pesare”. Nel giorno che ha reso ufficiale il suo ingresso in viale Nereo Rocco dalla porta principale, ha sorriso, ha alleggerito, ha stretto la mano in modo vigoroso a tutti, si è lasciato andare anche a qualche pacca sulla spalla, si è subito preso il palcoscenico sul quale finalmente è salito da attore principale. Ha immediatamente instaurato un rapporto di confidenza con i suoi interlocutori. Sì, insomma, per dirla come se fosse sceso sul terreno di gioco per una partita, non ha sbagliato l’atteggiamento, ha indovinato l’approccio. Il tutto, però, con gli occhi scintillanti di sana ambizione, umile ma determinato. Determinatissimo.
Banzato è entrato in scena con tutti i migliori presupposti: garanzia di solidità economica, attaccamento alla città e serietà imprenditoriale. What else? Nothing else davvero. In un’epoca in cui il calcio è sempre più gestito da fondi finanziari, per natura “asettici” e senza legami con la storicità e le caratteristiche della piazza in cui operano, Padova va in decisa controtendenza. E finisce (come detto dal patron uscente Joseph Oughourlian) “nelle migliori mani possibili”. Nelle mani di un imprenditore che ha deciso di prendersi a cuore le sorti della realtà sportiva più sentita del territorio e che quindi sarà un “valore aggiunto” (parole utilizzate nelle scorse ore dalla presidente di Confindustria Veneto Est, Paola Carron, sorella dell’indimenticata e indimenticabile Barbara, vicepresidente biancoscudata all’epoca di Marcello Cestaro).
Detto questo, dal punto di vista del campo, non cambia nulla. Per ora. La gestione di Banzato sarà ambiziosa ma allo stesso tempo oculata e lungimirante, come quella di una qualunque società. E’ meraviglioso poter provare le sensazioni che questo grande cambiamento ha portato con sé, ma l’obiettivo della squadra, per questo campionato, resta la salvezza. Con tutta la tranquillità possibile. Su questa salvezza poi si costruirà qualcosa di più, con la consapevolezza che il “sogno” affonda su radici profonde e non svanirà all’alba di un giorno non troppo lontano.