IL VERONA A UN BIVIO CLAMOROSO DELLA SUA STORIA

Equilibrio. Lo so che può apparire una parola vuota o, peggio, stonata dopo un 3-4 di rimonta da 3-0. Però, al netto della stravagante impresa di Venezia, il Verona di Tudor conferma una costanza che non merita di essere inquinata da sbalzi di umore o pessimismi, come accaduto dopo la sconfitta di Genova con la Samp e il pari con il Cagliari. L’equilibro risiede nel fatto che i gialloblu non sbagliano (quasi) mai le partite con le squadre di fascia pari o inferiore. Con Tudor è successo solo a Genova, appunto. L’eccezione, quella, che conferma la regola.

Siamo quasi alla fine del girone d’andata e i valori si sono già grosso modo espressi: l’Hellas è squadra da metà classifica, come lo era con Juric. Siamo più forti davanti e meno dietro. Ma quest’anno c’è un vantaggio che con il vecchio allenatore non avevamo: a gennaio, se ci sarà la volontà, sarà meno difficile e dispendioso per la società alzare il livello dell’organico per provare a inseguire qualcosa in più.  Non c’è la famosa punta (ruolo costoso da sempre) da ingaggiare, ma un difensore centrale che con Dawidowicz e il ritrovato Magnani possa puntellare la terza linea. Perché Tudor forse ha il torto di cambiare troppo spesso interpreti lì dietro e certamente ieri ha sbagliato assetto difensivo, ma sono scelte che nascono dall’affanno e dall’insicurezza di non avere calibri adeguati. Poi torno su una questione a cui avevo accennato all’inizio del campionato e su cui poi avevo taciuto per carità di patria: serve  un portiere che dia più garanzie di Montipò. Scusate la franchezza e non me ne voglia l’interessato: non dovrebbe essere poi difficile trovarlo.

Ci sono infine due questioni che presto servirà affrontare: il rinnovo di Tudor e come gestire l’acquisizione di Simeone. Qual è la strada che s’intraprenderà con il Cholito? Adeguargli lo stipendio e prolungargli il contratto per tenerlo un altro anno (e cederlo in futuro a cifre ancora più importanti), o seguire lo storico comandamento settiano “vendi subito e incassa quello che puoi”?

Il Verona, inteso come società, sta ultimando il suo (accidentato e lungo) percorso di consolidamento e adesso Setti si trova a un punto interessante della sua storia. C’è la possibilità reale e sostenibile per un salto di qualità sia nel campionato in corso e sia, soprattutto, strutturale.

LA SOCIETÀ ORA SIA AMBIZIOSA FINO ALLA FINE

Il Verona è forte. Semplicemente. Non servono molte chiacchiere, o raffinata filosofia: se raccogli 19 punti in dieci giornate (quelle di Tudor), quasi due a partita, significa che hai valori individuali e collettivi decisamente superiori alla mediocrità che attanaglia chi lotta per la salvezza. E vincere con l’Empoli, squadra in salute e neopromossa brillante, paradossalmente misura il tuo standing molto più che battere la Juventus o la Lazio. Perché l’impresa con la big può anche rientrare negli effimeri eroismi di giornata di cui è piena la storia del calcio, ma il difficile è confermarsi con regolarità anche nelle tante partite “di mezzo”, quelle “anonime” che magari non danno titoli ai giornali e racconti ai nipotini. Inoltre l’Hellas ha superato l’Empoli pur non brillando e questo avvalora ancora di più la sua forza: è bastato che schiacciasse sull’acceleratore quando davvero contava per prendersi i tre punti.

Il Verona è forte. Vorrei che si partisse da questa consapevolezza, anche in società, per provare finalmente a darsi un obiettivo più ambizioso di una tranquilla salvezza. Negli anni di Juric, ma anche nel primo in A di Mandorlini, non abbiamo brillato nel girone di ritorno, vuoi per un senso di appagamento e vuoi perché nel calcio se sei un piccolo club funziona così. L’auspicio è che questo Verona possa provarci fino in fondo a togliersi qualche soddisfazione, magari anche rinforzandosi a gennaio con l’ingaggio di un centrale difensivo. Non è questione di Europa o non Europa, l’obiettivo è più modesto: darsi un senso fino alla fine.

LE (MERAVIGLIOSE) UTOPIE DI TUDOR. L’ADRENALINA DI D’AMICO

Maledetta vita degli allenatori. Condannati a non essere mai, davvero, felici, Se il popolo del Verona gode e si lascia trasportare dagli attimi di euforia, il governo Tudor, dopo il ko inflitto alla Juventus, alza la posta e butta già lo sguardo in là: “Non siamo al top, perché il top non esiste mai”, mi ha detto l’allenatore di Spalato sabato sera in sala stampa.

Mi ha colpito anche la dialettica: in dieci minuti di conferenza il tecnico quasi non ha parlato di quello che aveva appena fatto, cioè della memorabile pagina appena scritta. Sarebbe stato normale, cullarsi anche solo per una sera su quell’impresa. Tudor invece, già un minuto dopo, parlava del futuro, anche perché il croato si rende perfettamente conto che il “suo” Verona comincia a vedersi solo ora, dopo qualche settimana in cui lui ha potuto lavorare sul campo quotidianamente. La fase difensiva è migliorata e i “mammasantissima” là davanti, Simeone su tutti, continuano a infierire sui malcapitati avversari.

Eppure Tudor me l’ha spiegata la sua (meravigliosa) utopia: “Un allenatore, se è bravo, deve continuare a rompere (…) ai suoi giocatori, altrimenti si perdono anche le cose buone. Nello stesso tempo devi migliorare quello che ancora non ti piace. Ma non c’è un ideale di dove vuoi arrivare, solo il fatto di non voler rinunciare a nulla e quindi di vedere la tua squadra forte davanti e pure dietro, equilibrata in tutto”,

Poi c’è Tony D’Amico, che ha abbracciato a lungo Tudor sulle scale che dagli spogliatoi salgono verso la zona mista. L’ho incrociato fuori sul piazzale, il diesse. Due chiacchiere, la sua sigaretta che cercava (vanamente) di placargli un po’ la tensione accumulata. D’Amico è un giovane 40enne ambizioso e totalmente assorbito da questi suoi anni che vive a cento allora. Lo capisco, siamo coetanei. Non ha il cinismo o la calma di un dirigente navigato, mentre nelle movenze e nell’oratoria cogli l’energia adrenalinica del carpe diem da prendere al volo. Tudor è il “suo” allenatore, come lo era Juric. Tra loro si ritrovano tra simili, per temperamento, istinto, fame, passione, esuberanza. Grosso e Di Francesco, entrambi pescati nel suo Abruzzo ( in un certo senso nemo propheta in patria), invece con lui non c’entrano nulla. Ora, credo, lo sa anche lui.

IL VERONA HA GIOCATORI FORTI, MA IN QUESTI TRE ANNI TROPPI SE LO SONO DIMENTICATI…

Il calcio è una questione semplice che a molti piace voler complicare. Però, alla resa dei conti, il principio fondante rimane immutato: sono quasi sempre i giocatori a fare la differenza. La bravura degli allenatori – come mi disse tanti anni fa con gusto della provocazione il miglior Prandelli – è “limitare i danni”. Cesare, più realisticamente, intendeva dire che il mestiere è organizzare la squadra in modo che i suoi uomini migliori possano esprimersi.

Se Juric, in penuria di attaccanti, puntava tutto sulla fase difensiva, di cui è un maestro, Tudor, privo della qualità tattica del concittadino di Spalato nell’organizzare la fase di non possesso, ha scelto di sfruttare la cifra tecnica offensiva del Verona di quest’anno. Così si spiega il centrocampo con il doppio regista (Ilic e Veloso, ma in precedenza Ilic e Bessa), che supplisce alla carenza di mediani (Tamezé è in ritardo di condizione e Hongla è tra color che son sospesi) e che induce l’Hellas a schierarsi molto alto e a cucire il gioco, anziché agire di rimessa con contrasti, duelli individuali e fulminanti ripartenze come avveniva nelle scorse stagioni. Il resto lo fa il tasso tecnico dello stesso Ilic, dei Lazovic, Caprari, Simeone e, quando impiegato, Kalinic, e il dinamismo senza eguali di Faraoni.

D’altro canto, è evidente, che Tudor, dalla sosta in poi, sta cercando di sfruttare finalmente le settimane di lavoro che non ha avuto al suo arrivo, per dare una sistemata anche alla fase difensiva. Il Verona incassa tanto (troppo) e ha subìto diverse rimonte. Con la Lazio è andata decisamente meglio, eppure si è sofferto ancora eccessivamente. In attesa del mercato, Tudor deve approfittare della buona classifica per provare qualche cambiamento. Detto di Tamezé che può essere recuperato per dare filtro lì in mezzo accanto a Ilic, va valutata la situazione del centrale difensivo, l’eterno incerto Gunter – quello sappiamo essere il ruolo più importante del pacchetto arretrato.

Tudor ha ridato anima e vigore alla squadra, sistemato i fondamentali e messo al centro del villaggio gli hombre vertical in grado di fargli la differenza. Ora, acquisire una maggiore solidità significherebbe creare le premesse per il salto di qualità e mettere radici nella parte sinistra della classifica. Però, e qui torniamo all’incipit, va detto che da tre anni il Verona schiera squadre di livello, ieri con Juric e oggi con Tudor. In nome del cannibalismo mediatico degli allenatori (di tutti gli allenatori) in questo calcio moderno (con la complicità di noi giornalisti), questo fattore è stato troppo spesso trascurato (per la verità mai in questo blog…). Ma, come dicevamo, sono i giocatori a fare la differenza. Gira che ti rigira, si torna sempre agli antichi principi…

IL (PICCOLO) PASSO IN AVANTI DEL VERONA DI SETTI

Nei giorni caldi dell’esonero di Di Francesco e dell’arrivo di Tudor, con il Verona ultimo a zero punti, c’era un ragionamento che filtrava dall’entourage del presidente Setti: “Ci sono almeno 5-6 squadre inferiori a noi…”.

Ragionamento che serve a comprendere l’avvicendamento in panchina e, soprattutto, qual è il posizionamento del Verona nell’attuale serie A: club medio-piccolo, di terza fascia, ma posto un gradino sopra ai piccoli di quarta destinati ad affannarsi in zona rossa.  Tradotto: niente sogni di gloria, ok, ma salvezza tranquilla, quella sì.

Considerazioni effettivamente non campate in aria, alla luce di qualche investimento in più (a fronte, certo, di cessioni e plusvalenze di svariati milioni di euro) che negli ultimi due anni c’è stato. Pensiamo agli ingaggi  di Kalinic, Lasagna e Simeone, le conferme di Faraoni e Lazovic, l’acquisto di Ilic. Tutti giocatori, a livello di mercato e relativi stipendi, di fascia media, certamente da serie A stabile. Non era così, per esempio, nella disgraziata stagione di Pecchia, quando i titolari erano i Buchel e i Calvano. E’ stato così però nel biennio di Juric, che con il suo talento è riuscito nel surplus di dare qualche punto in più e trasformare in media (per un certo periodo medio-alta) una squadra medio-piccola (ma non piccola, come a modo suo ha puntualizzato alla Gazzetta Faraoni). Ora con Tudor, che come ha ricordato Tricella “non è Juric”, tuttavia è allenatore funzionale e “normodotato”, siamo perfettamente in linea con la nostra dimensione.

Non si può parlare di vero e proprio consolidamento, parola abusata dallo stesso Setti in questi anni, men che meno di progetto, termine il cui prerequisito sarebbe quello di non dover, ogni anno, vendere i pezzi pregiati o cambiare i connotati alla squadra. Per definire la piccola evoluzione della società tornerei a usare un’espressione di qualche tempo fa, che fece tanto discutere e che però mi sembra la più calzante per misurare la dimensione del Verona: piccolo cabotaggio. Che, però, al momento, sulla carta, tanto basta in questa sempre più scalcinata serie A.

CON TUDOR È UN ALTRO VERONA, ORA RADDRIZZIAMO LA FASE DIFENSIVA

Questione di manico. Perché il Verona con Tudor è già altra cosa. L’allenatore di Spalato in pochi giorni ha lavorato sulle priorità, smuovendo quel che serviva. Intanto sul piano tattico (due punte più un trequartista e Barak schierato mediano), ma soprattutto su quello dell’intensità, della corsa intelligente e del temperamento.

Non si è trattato solo di vincere, ma di farlo in rimonta e alla distanza. I secondi tempi con Di Francesco erano una pena infinita. Ieri invece contro la Roma sono stati i 45′ della ripresa a fare la differenza.

Certo, resta molto da fare e non potrebbe essere altrimenti. Ragionando e stemperando l’emotività, va detto che la fase difensiva è ancora da registrare. Tudor, alla vigilia della partita, aveva rimarcato la sua filosofia: “Innanzitutto non bisogna prendere gol”. Il Verona contro la Roma invece è stato infilato due volte e immaginiamo che l’allenatore lavorerà a fondo sulla questione. Culturalmente il croato, a differenza Di Francesco, bada alla fase difensiva, non a caso ieri ha cambiato Ceccherini (in affanno su Zaniolo) con Magnani dopo appena un tempo. Segnali precisi.

Tuttavia, al di là dei soliti errori individuali, che però vanno ridotti instillando quantomeno la giusta mentalità (nel primo gol di Pellegrini, Ilic molla l’avversario e Gunter ritarda il contrasto), ancora non funzionano a dovere alcuni meccanismi collettivi. La squadra, che fonda il suo gioco sui duelli individuali, spesso si trova con le linee difensive scoperte nel momento in cui perde palla (l’azione del secondo gol romanista è un manifesto al riguardo).

A Tudor serve un po’ di tempo e di calma per sistemare a dovere quanto non funziona. Come abbiamo scritto la settimana scorsa: la rosa è buona e lui è un allenatore congeniale all’obiettivo della salvezza. La sosta fissata dopo il 3 ottobre lo aiuterà. Prima di allora, con il trittico Salernitana-Genoa-Spezia calendarizzato nel fazzoletto di appena undici giorni, procederà con la politica dei piccoli passi. Per intanto può bastare.

QUESTA VOLTA SETTI HA AVUTO IL CORAGGIO (E L’UMILTÀ ) DI DARSI TORTO

No, questa volta non moriremo di “pecchismo”. Setti quattro anni fa – 2017-18 –  lasciò la barca placidamente affondare, confermando Pecchia fino alla fine di quella disgraziata stagione, culminata con la più infausta retrocessione dalla A alla B della storia del Verona. Anche con Grosso, l’anno dopo, si aspettò la disperazione dell’acqua alla gola per cambiare e chiamare Aglietti.

Setti questa volta si è dato una mossa con velocità disarmante e inusitata per i suoi standard. Via Di Francesco dopo tre partite. Giusto così. Il tecnico abruzzese è parso da subito un pesce fuor d’acqua e solo i trinariciuti su social e media “lealisti” hanno finto di non accorgersene.

Chi vi scrive, su questa testata aveva espresso forti perplessità sulla scelta del tecnico già il 13 giugno, poche ore dopo la sua presentazione. (https://tggialloblu.telenuovo.it/hellas-verona/2021/06/13/barana-sara-ridimensionamento-ma-di-francesco-deve-avere-carta-bianca). Concetti che avevo ribadito il 18 agosto alla vigilia del campionato (https://tggialloblu.telenuovo.it/hellas-verona/2021/08/18/barana-ok-i-giocatori-lincognita-e-lallenatore-ecco-perche).  Quindi non sto qui a dilungarmi su cose già dette

Piuttosto plaudo Setti, che questa volta ha avuto il coraggio di darsi platealmente torto (rispetto appunto alla scelta estiva) pur di salvare il bene superiore: il Verona. Per chi in passato ha peccato (mortalmente) di orgoglio e superbia, è una svolta morale non da poco. Insomma, per dirla con un po’ di sana demagogia:  non è più tempo di paracaduti.

Torno a ripetere quanto detto e scritto nelle scorse settimane: come parco giocatori il Verona è tranquillamente da salvezza. Magari non da parte sinistra della classifica (quello è stato l’effetto di un tecnico straordinario come Juric), ma in grado di mettere dietro 5-6 squadre sì. Lazovic, Faraoni, Barak, Simeone, Ilic, Magnani, Cancellieri, Tamezé (e ci metto dentro anche il desaparecido Kalinic e Lasagna) sono giocatori di tutto rispetto nell’attuale (scadente) serie A.

Il nuovo allenatore Tudor, se vogliamo, non mi entusiasma in assoluto, ma per temperamento e una maggiore somiglianza calcistica al concittadino Juric, mi sembra già più adatto a raggiungere il minimo sindacale, pur senza frizzi e lazzi. Non è l’allenatore dei sogni, ma nemmeno un equivoco come Di Francesco.

 

DI FRANCESCO E I FANTASMI DEL (NOSTRO) RECENTE PASSATO

“Manca l’analisi” cantava caustico Venditti in Bomba non Bomba. Manca l’analisi all’Eusebio (poco esuberante) Di Francesco. Per carità, non vorrei mai che il nostro si trasformasse nel Gianni Cuperlo del calcio – il riferimento è al colto e mite dirigente del Pd specializzato da anni nella grama materia dell’ “analisi della sconfitta” (del suo partito). Anche perché auspicherei che il Verona cominciasse a macinare punti e non a collezionare compassionevoli e ipocriti complimenti. Tuttavia dall’allenatore del Verona mi aspetterei anche che, mediaticamente, uscisse dalla bolla delle solite messe cantate sullo “spirito” da cui, ci mancherebbe!, bisogna ripartire e, magari, desse qualche spiegazione in primis sui sei gol beccati in appena due partite nel proprio stadio.

Diciamocelo, il buon Eusebio, persona a modo e rispettabile e allenatore dalle comprovate conoscenze, storicamente non passa per un “drago” della fase difensiva e le stimmate zemaniane di inizio carriera, nel paese delle radici o (fate voi) delle etichette, pesano non poco. Il fatto è che Sassuolo e Inter non hanno contribuito a mettere in discussione questo stereotipo, anzi. A oggi, il Verona, dopo approcci interessanti alla partita nei quali la mole di gioco non manca (ma con l’Inter occasioni vere prima del gol zero), si squaglia, diventa burro, cala d’intensità e concentrazione (e anche fisicamente), così “s’allunga” e buonanotte.

Non è nemmeno questione di singoli, perché gli stessi con il precedente allenatore formavano una tra le migliori difese del campionato (tralasciando i sonnolenti finali senza più obiettivi). Certo, qui lo diciamo da due anni che Gunter è inadatto alla serie A e che Juric ne nascondeva (anche se non del tutto) i limiti. Lo stesso si può dire per Dawidowicz. Ma Magnani è un ottimo difensore, il nostro migliore, Ceccherini uno che in categoria ci sta onestamente. E aspettiamo l’inserimento di Sutalo. L’impressione però è che il vulnus sia  nell’impostazione d’assieme, che rende il Verona troppo morbido quando la palla l’hanno gli avversari.

La sosta può dare respiro all’allenatore, permettergli di riordinare le idee e magari ridisegnare il Verona a suo piacimento. Ecco, non vorrei che ci fossero degli equivoci di fondo che nascono dal nostro ingombrante e recente passato. Lo abbiamo scritto il giorno della presentazione del tecnico e lo ribadiamo oggi: Di Francesco sia se stesso fino in fondo, poi vada come vada. E’ ora di emanciparsi dai fantasmi di ieri.

PIÙ CHE LA PUNTA, (NON) POTÉ LA FASE DIFENSIVA

A forza di parlare della punta (tradizionale hit estiva) ci siamo dimenticati come si difende. E così ieri con il Sassuolo ci è toccato assistere alla “passione” di Gunter e Dawidowcz, che già non sono draghi di loro, a impacciate costruzioni dal basso di difensori che non hanno certo piedi di fata (e allora a cosa serve il regista basso a centrocampo?), a soventi infilate del Sassuolo nelle nostre vaste praterie centrali. Insomma, un martirio difensivo. E non mi riferisco solo ai gol subiti, ma anche ad altre situazioni poi sbrogliate last minute con affanno.

Ora, ognuno scelga la prospettiva che vuole per analizzare l’esordio di ieri. Elementi ce ne sono, l’uomo in meno per tutto il secondo tempo, i gol sbagliati, i se e i ma.  Tutto perfetto. Aggiungici anche qualche scelta tecnica da rivedere: auspico che l’investimento societario per Ilic trovi riscontro in campo e non in panchina; che Magnani, il miglior marcatore sull’uomo che abbiamo, sia titolare in difesa. Rimane però un fatto incontrovertibile: una squadra, qualsiasi squadra, che vuole salvarsi non può essere così morbida in fase difensiva. Poi, per carità, si continui a parlare della punta: magari sono gli stessi che un anno fa ti additavano se mettevi in dubbio la condizione fisica di Kalinic – che Ranzani nostro aveva spacciato per colpo del secolo – o se sottolineavi che (il bravo) Lasagna non è una punta centrale eccetera eccetera.

Il Verona, in serie A, non schiera un centravanti decente dai tempi di Luca Toni, ma nelle ultime due stagioni, quando i punti contavano, ha supplito alla lacuna con una fase difensiva tra le migliori del torneo. Ecco, siccome la rosa è decisamente all’altezza per salvarsi,  prima di pensare alla punta (ri)cominciamo da lì.

P.S. Discorso Kalinic: o arriva un attaccante davvero forte, oppure se la scelta è tra i nomi che si leggono meglio aspettare il croato, che pur al crepuscolo rimane giocatore di tutto rispetto.

P.P.S. La rosa ovviamente è già competitiva così con Zaccagni e Barak, non senza. A buon intenditor…

È UN RIDIMENSIONAMENTO, MA A DI FRANCESCO SI DIA CARTA BIANCA

Se ne è andato Juric, è arrivato Di Francesco. Si è sentito di tutto, ma proprio di tutto, soprattutto contro Juric “colpevole” di essere leggermente più ambizioso (pensa te, che colpa!), ma anche contro il nuovo allenatore, come se tutto si riducesse a una questione personale. Il silenzio è sceso come una cappa di fumo invece sull’unica questione che conta,  con tanto di censura della parola che a me pare più ricca di sostanza in questa storia, la vera convitata di pietra: ridimensionamento.

Perché, diciamocelo, siamo alle solite: il Verona non approfitta di due anni in serie A , dei diritti tv che crescono e delle ennesime plusvalenze, per gettare basi un minimo più ambiziose. La scusa, ca vans sa dire, ora è il Covid, che ha sostituito le mitiche cavallette di belushiana memoria.  Se Juric va al Toro – società ricca di storia, espressione di una città metropolitana anche sul piano mediatico e con un presidente tra gli uomini più in vista d’Italia, ma non certamente una big – significa che non è stato fatto quel passo di consolidamento e crescita promesso da Setti e che invece viene ancora una volta rimandato.  Intendiamoci: consolidamento non significa solo restare in serie A, o contare gli anni di permanenza nella massima serie, ma alzare il budget e strutturare il club in modo da non rischiare (o rischiare il meno possibile) di doverla abbandonare a stretto giro. Invece l’obiettivo di partenza è ancora una salvezza con investimenti minimi, quindi sulla carta “da bagarre”, che può diventare solamente qualcosina di più se s’indovinano nuove scommesse e l’allenatore trova la chimica giusta con la rosa. Ma queste sono variabili, non certezze.

Questo ragionamento è a monte, altra cosa è il giudizio sul nuovo tecnico. Che è una persona perbene ed equilibrata, e che appena tre anni fa era considerato tra i più bravi in Italia. Arrivare in semifinale di Champions League con la Roma è da eletti (solo Liedholm ha fatto meglio), come da incorniciare fu un sesto posto con il Sassuolo. Di Francesco, va ricordato, in carriera ha fatto soprattutto bene; il male è poco ma tutto recente. Perché questa repentina caduta culminata nei due esoneri con Samp e Cagliari? Chiederlo non è un misfatto, si tratta di capire. Crisi personale dettata dal dover tornare indietro dopo i fasti europei? Esperienze sfortunate e scelte frettolose nate da compromessi rivelatisi esiziali?  Come è lecito chiedersi se le sue convinzioni tattiche (calcio offensivo che necessita di calciatori di qualità) siano adatte al budget di Setti e il suo temperamento understatement possa legare con la piazza.

Ma a Di Francesco servono soprattutto calciatori funzionali al suo calcio. Di qualità, dicevamo. Ma se il budget non dovesse permetterlo, o lo scouting non dovesse riuscirci, quantomeno si ingaggino quelli inclini per caratteristiche. Perché Di Francesco non appartiene alla categoria degli allenatori che si “adattano”, grandi pragmatici (Allegri, Ancelotti) o mestieranti di piccolo cabotaggio (Iachini, Nicola) che siano. Un conto è l’elasticità, un conto è costringerlo a giocare con schemi e moduli in cui lui per primo non crede. Gli è successo a Cagliari e abbiamo visto il finale. Ora che lo si è scelto, gli si dia carta bianca.