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BAGNOLI PER L’ETERNITÀ

Era di poche parole, Osvaldo Bagnoli. Quelle giuste. Eppure, ne meriterebbe tante per l’enormità della figura che è stata. Era magnetico, baciato da un carisma silenzioso, fatto di gesti, sguardi, sopraccigli, autorevolezza: quei silenzi celavano timidezza, ma anche un carattere ombroso, a tratti duro, forgiatosi nelle fabbriche della Bovisa del dopoguerra. Osvaldo aveva tigna, nervo: mi raccontò che, da giovane milanista agli esordi (col Milan vinse uno scudetto), in campo ebbe uno scazzo con Schiaffino – il più grande all’epoca e pure suo idolo – dopo che El Pepe lo aveva rimproverato per un passaggio sbagliato: “Se non sbagliassi mai mi chiamerei Schiaffino e non Bagnoli” gli replicò seccato. Aveva vent’anni e già zero complessi d’inferiorità. Ma Bagnoli, dentro, era un sentimentale – a Brera confidò che davanti a un film gli scendeva la lacrima facile.

Una personalità forte, complessa: pensiamo al duro sfogo contro la tifoseria genoana, al “non sono pirla” dei tempi dell’Inter (15 anni prima di Mourinho), il “sì vergogni” detto in faccia al presidente interista Pellegrini che gli chiedeva di dimettersi; al vivace litigio con Ameri in diretta radio. Una personalità però mitigata, dicevamo, dalla timidezza e da un pudore naturale. Caratteristiche che lo hanno reso iconico in provincia, e a Verona, dove amiamo il naif “anarchico” (Bagnoli lo era senza volerlo e questo ne rafforzava l’attitudine), ma che lo hanno limitato nelle metropoli.

Il cosiddetto “gotha” del calcio lo rispettava, ma non lo ha mai capito fino in fondo: Il fatto è che Bagnoli non si “attovagliava”, non curava le pubbliche relazioni, non “allenava” i giornalisti. Per questo, nonostante sia stato un grandissimo allenatore (“il migliore che ho avuto, avanti anni luce tatticamente, sarebbe ancora attuale, all’Inter giocavamo a tre dietro, zona pura ed esterni alti” ha ricordato Beppe Bergomi) e un tecnico raffinato e chirurgico nel leggere le partite, non ha sfondato nelle big e non è stato celebrato come meritava dalla stampa nazionale.

Sottovalutato sì, Osvaldo, tranne che dai più grandi, e non sarà un caso. Per Gianni Brera – che forse gli ha fatto l’intervista più bella – era Schopenhauer, il filosofo. Brera lo corteggiava, lo voleva a cena, tutti gli altri allenatori si sarebbero messi in fila, lui invece schivava, rifuggiva. Per modestia, non per snobismo.

E questo a noi veronesi ci piaceva da matti. Ci piaceva pensare che Bagnoli fosse solo nostro. A Verona, pur venerandolo, lo abbiamo sempre rispettato nella sua privacy, quasi volessimo con naturalezza ricambiarne il pudore. Avevo 8-9 anni, sul finire degli anni 80, quando lo incrociai in centro, lui era nel pieno della carriera e della celebrità. Dissi emozionato a mio padre: “C’è Bagnoli!”. “Sì, ma non lo dobbiamo disturbare”. Ecco, Verona lo ha amato senza soffocarlo, lo ha protetto senza stargli addosso. Fino alla fine, anche negli ultimi anni della malattia, quando tutti sapevano, ma nessuno osava superare la barriera del riserbo. Del resto, Osvaldo è stato un dono che abbiamo custodito gelosamente. Ora è memoria, mito, leggenda. Lassù nell’eternità.

4 commenti - 369 visite Commenta

Renzo

Un uomo eccezionale ,un grandissimo allenatore ci ha regalato un sogno , vai Osvaldo in questo viaggio sicuramente allenerai la nazionale degli angeli…grazie,non ti scorderemo mai…

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Federico Mingon

“Tu domani Maradona”…a H.P.B. il Gigante Buono…. Sei sai parlare al cuore delle persone bastano pochissime parole e non Corsi di Comunicazione e Marchetting. Ciao Maestro di Vita e solo dopo di Calcio, Archetipo di Un Mondo Antico fatto di Rispetto reciproco, Umiltà senza Soggezione, una stretta di mano a sancire un accordo inscalfibile…. per sempre GRAZIE.

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EL DIGE

Grande Osvaldo!
Oggi quando ho letto la notizia ho pianto…una Leggenda inarrivabile per la nostra amata città!
Bravissimo Francesco la parte in cui dici che alla fine lo sentivamo solo nostro, il nostro gioiello, è vera, stupenda e toccante!

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