22
gen 2021
AUTORE Mariobasket
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Sport

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CIAO DADO

“Un ce n’è pane secco” (detto livornese)

Quando Dado Lombardi arrivò a Verona, nell’estate del 1987, forse all’inizio pensava che i veronesi (cestisticamente parlando) avessero un po’ l’anello al naso. Lui, con il suo fare da istrione, in perfetta sintonia con il fisico imponente (da lì il soprannome Dado), pontificava ma era pur sempre un mito della pallacanestro italiana degli anni ’60, per due volte miglior realizzatore del campionato. Tanto per capirci, due anni dopo di lui scrisse il proprio nome nell’albo d’oro un certo Radivoj Korać e poi Bob Morse. Per rivedere un italiano sarebbero dovuti passare 25 anni, con Mario Boni. E ancora per capirci, a 19 anni venne eletto nel miglior quintetto delle Olimpiadi di Roma. Un Doncić ante litteram…
Un vincente, un leader. Con 5 promozioni in serie A, da allenatore ha arricchito un palmarès ingiustamente vuoto da giocatore (titolo di cannoniere a parte). I ricordi sono logicamente legati alle due stagioni alla Glaxo, sfiorando il doppio salto dalla serie B all’A1, fermandosi solo all’ultima partita dei playout al Palaeur di Roma. In albergo cercava di spaventare chi stava ad ascoltarlo con i racconti su Er Canaro, che a poca distanza dallo Sheraton Hotel (alla Magliana, non so se rendo l’idea) aveva compiuto un orrendo delitto.
I siparietti con il compianto Pino Brumatti, con il quale condivideva l’appartamento accanto ai Portoni della Bra, erano esilaranti. Per lungo tempo andò in panchina sempre con lo stesso camicione verde a quadri, convinto che contenesse dei germi “forieri della vittoria”. E proprio per quello non lo lavava mai. Con Brumatti e Malagoli che si accomodavano a distanza di sicurezza, turandosi platealmente il naso tra gli sghignazzi.
Un po’ più nascostamente spargeva sale sotto la panchina gialloblù al Palaolimpia. Portava bene.
Non andò mai d’accordo con James Bailey e fu costretto ad abbozzare il ritorno dell’americano a furor di popolo. Gestirlo in coppia con l’immenso (e brontolone) Praja Dalipagić del resto non era facile.
Chiamato a Verona da Andrea Fadini, nella prima stagione alla Scaligera aveva una squadra illegale, con Brumatti, Claudio Malagoli, Lino Lardo, Moreno Sfiligoi, Claudio Capone, Diego Pastori, oltre a Zamberlan e Dalla Vecchia. Però sono convinto che nell’imminenza dei playoff perse apposta per tenere la squadra sulla corda, per poi conquistare l’A2 a mani basse contro Imola.
Eppure per farsi convincere ad accettare di scendere in serie B riuscì a farsi promettere dal presidente Giuseppe Vicenzi che avrebbe avuto in regalo la sua Jaguar in caso di promozione. Vicenzi mantenne assai volentieri l’impegno e al primo allenamento della nuova stagione, in A2, Dado si presentò al volante della lussuosa auto presidenziale, con Fadini e Brumatti che lo prendevano in giro sui costi per la benzina.
La saga dei livornesi sulla panchina della Scaligera sarebbe continuata, ma con te, caro Dado, non c’è stata partita…“Un ce n’è pane secco”. Ti sia lieve la terra, salutaci Pino e Claudio e vediamo se gli chiederai di difendere con la match-up.

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2 risposte a “CIAO DADO”

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  1. Alberto Tortella scrive:

    Anche per me è stato il primo allenatore al palasport, ricordo ancora le sue urla.

    Un leader, speriamo che il suo discendente attuale prenda esempio.

    1. Jes scrive:

      Mi spiace un sacco.
      Lo ricordo come il primo allenatore della scaligera che come ragazzo ho iniziato a seguire

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