LA PAROLA “INCEDIBILE” NON ESISTE NEL VOCABOLARIO DI SETTI

Che strana estate… Il Verona di Cioffi lavora da una settimana a Fiera di Primiero ma non sarà il Verona che inizierà il campionato. E’ come se una compagnia teatrale preparasse una commedia ma sapendo di cambiare gli attori in corsa. Tutto può cambiare da un momento all’altro, compresi i nostri giudizi. Che Verona sarà?

Marroccu, il ds gialloblù scelto da Setti, si è giocato una fetta di credibilità definendo “incedibili” alcuni giocatori. Tameze e Caprari, ad esempio. Cosa succederà se dovessero partire? Ovvio che non sarebbe la stessa cosa. Nel vocabolario di Setti non esiste la parola incedibile. Esiste solo la parola “offerta giusta”.

In questo momento con Simeone, Barak, Caprari, Tameze e l’arrivo di Djuric e Piccoli il Verona è una squadra da Europa League. Ma quanti di questi resteranno? Il nodo è questo. Più ne restano più siamo forti. Meno si tocca questa squadra nei suoi gangli, meglio è. Tameze oltre che essere utile come il coltellino svizzero dei boy-scout è diventato un leader conscio del proprio ruolo. Brutta notizia che il Marsiglia di Tudor gli abbia messo gli occhi addosso.

Simeone se ne andrà. Questo è certo. Setti lo ha riscattato e gli ha allungato il contratto solo perché ha la certezza di venderlo. Per questo sono già arrivati Djuric e Piccoli e arriverà Henry. Caprari piace a Berlusconi e pare che il Verona aspetti solo di sapere se i 10 milioni offerti diventeranno 14 o 15. Ilic non si muove. Ma anche qui, dipende da quanto offrono.

Ad oggi l’unico gioiello che seriamente può rimanere è Barak. Incredibilmente se volete. Sembra che lo straordinario campionato scorso non sia servito a creare una plusvalenza che poteva cambiare il destino di questo mercato. Ogni giorno che passa aumentano le possibilità che Barak possa restare. Ma attenzione: perché se a Napoli vendono Fabian Ruiz e fanno soldi con Osimhen, il ceco è il primo ad avere la valigia in mano. E quindi anche qui si deve aspettare. Perché un conto è valutare il Verona con Barak, un conto è senza.

Mi conforta vedere che nessuno sta facendo faville, soprattutto le dirette concorrenti. Il colpo della Salernitana è Lovato ma la prima mossa è stata cedere Ederson all’Atalanta, a Cremona sono arrivati Radu e Chiriches, ma per ora la coppia d’attacco è composta da Ciofani e Di Carmine, a Lecce il rinforzo è Frabotta. Solo a Monza sembra di stare al Luna Park, ma lì è un altro discorso. Che poi bisogna vedere se tutto quel ben di dio trova un senso in campo. In serie B non è stato così e il Monza ha rischiato persino di non salire per il secondo anno consecutivo.

NUOVO STADIO: HA SENSO SOLO SE IL VERONA E’ AL CENTRO DEL PROGETTO

Lo stadio Bentegodi è vecchio, è fatiscente, è un problema. Un grosso problema. Su questo non c’è dubbio che l’ex sindaco Sboarina aveva ragione. E lo sa benissimo anche il nuovo primo cittadino, Damiano Tommasi. E’ necessario intervenire. Sul come, però, ci sono molte perplessità e dubbi. Una cosa è certa: lo stadio “messicano”, quello prospettato da Sboarina è più lontano. Diciamo che è sparito. Sarà stata la pandemia, sarà stata l’inconsistenza dell’investitore, ma questo progetto possiamo darlo per chiuso.

Ho sempre considerato questa soluzione errata per svariati motivi. Non vedevo il vantaggio di “regalare” una simile opportunità a uno straniero, avulso dalla città, che ne avrebbe goduto i frutti per decenni. Quella che per la politica è un “peso” come il Bentegodi, in realtà è un’enorme business. Ecco perchè nella fretta di liquidare/risolvere la questione a mio avviso va fatta una profonda riflessione.

E allora? E’ necessario un tavolo comune che veda l’Hellas Verona al centro di questo progetto. Non c’è dubbio che la principale fruitrice dell’impianto deve essere anche quella che ne “guida” la realizzazione. Certo, non da sola. Certo, accompagnata dalle scelte politiche dell’amministrazione. Certo con l’aiuto di investitori.

Ma è il Verona che deve “guadagnare” dal nuovo stadio. Arrivassero oggi degli americani che vogliono prendere l’Hellas da Setti, secondo voi qual è la prima cosa che chiedono? Ovviamente lo stadio. E se l’Hellas oggi ha un valore enorme (si parla di oltre 100 milioni di euro) è proprio perchè quell’asset è ancora potenzialmente del Verona. Setti deve ringraziare dio che non si è fatto lo stadio del messicano che avrebbe sì tolto costi di gestione ma avrebbe dimezzato istantaneamente il valore della società, fino a bloccarne un’eventuale cessione futura.

Il problema, e torno a dire che Sboarina su questo aveva ragione, è che bisogna fare presto. Perché così com’è il Bentegodi è un’idrovora di denaro pubblico e tra qualche mese rischia di non essere più a norma. Uno stadio di proprietà (o con il Verona che partecipa alla proprietà magari in una società esterna) mi pare l’unica soluzione.

CIOFFI…DUCIA IN QUESTO NUOVO MISTER

E’ piaciuto. Nello stile, per come si è posto, per la personalità dimostrata, per la concretezza unita al romanticismo che ha messo nei suoi discorsi, per la determinazione e perchè no… per quel pizzico di follia che a noi veronesi piace sempre.

Lontano sia dall’algido Tudor, nuovo allenatore da Champions del Marsiglia, che dal focoso ma intelligentissimo Juric, Cioffi è sembrato subito l’allenatore giusto per il Verona. La sua scelta significa anche che Setti ha capito, dopo gli erroracci precedenti, cosa si vuole in questa città. E quando si sceglie un allenatore “giusto” per la piazza si è già a metà dell’opera.

Cioffi ha studiato il Verona a fondo, s’è visto: ha citato tre allenatori amatissimi e che qui hanno fatto mirabilie. Juric appunto di cui lui seguirà il solco tracciato, Mandorlini e Cesare Prandelli. La preparazione non ha minato la spontaneità. Farsi permeare dalle emozioni è un pregio e non un difetto, anche se bisogna saperle dominare e credo che Cioffi sia in grado di gestire questo aspetto.

Cioffi è uno di personalità. Non sono uno da all-in ha detto spiegando che non si vedrà un Verona tutto d’attacco e ha giustamente fatto un distinguo tra lui e i suoi predecessori, riservandosi di cambiare qualcosa strada facendo.

Fin qui l’aspetto umano e personale. Ora bisognerà vedere quali mezzi userà in allenamento e se questi saranno accettati da una squadra abituata ad un certo lavoro. E poi bisognerà vedere quanto pesa la sua poca esperienza in un campionato che ha mille insidie e trabocchetti ad ogni angolo.

In questi anni siamo stati abituati gran bene. Il Verona non ha mai perso più di due gare di fila, non ci sono stati filotti negativi, ma questa eccezione non è naturale per una squadra come la nostra. E allora come gestirà Cioffi questi eventuali momenti no? Avrà l’ombrello di Marroccu? Ci sarà compattezza ambientale? Queste sono le sfide (durissime) che lo attendono (e ci attendono).

Detto questo, mi sbilancio. Cioffi…ducia in questo nuovo mister. E voi?

UN GIUDIZIO SINCERO SU MAURIZIO SETTI

Non è stata una storia lineare. Ma certamente Maurizio Setti è un presidente che ha fatto la storia dell’Hellas Verona. Innegabile. I numeri sono dalla sua parte e se paragonati con i vent’anni precedenti non c’è partita. Vince lui, 10-0. Setti da solo, l’ho detto e l’ho scritto in tutte le salse, ha fatto più di tutti i veronesi messi assieme.

Non dobbiamo dimenticarcelo anche se so di essere scomodo ma è il punto centrale. Setti ha preso il Verona quando il Verona per questa città era un peso, un fardello ingombrante. Sappiamo bene quale destino ci era riservato. La fusione con il Chievo non era solo teorizzata o frutto della mente di un manipolo di terrapiattisti. Era ormai una realtà. Per fortuna Giovanni Martinelli si fermò nel perseguire quel turpe disegno e la storia cambiò.

Ma il vecchio presidente pagò lo “sgarbo” con l’isolamento. Prostrato dalla malattia e in confusione per i risultati che non venivano, tentò di cedere l’Hellas a tale Parentela, un calabrese trapiantato a Bologna e poi trovò Setti. Nessun veronese bussò allora alla sua porta, eppure il Verona era stato risanato, aveva un parco giocatori di grande livello (c’era Jorginho in quella rosa) e costava poco.

Setti fece un affare. Capì meglio e prima di tutti gli altri che il Verona era un’azione dell’Apple a un dollaro. Quindi oggi mi fa sorridere chi lo attacca perchè grazie al Verona lui si stacca un assegno milionario ogni anno. Se li merita tutti. E’ il suo modo di dire alla città: visto che il Verona non è solo un fardello ma è anche un’opportunità di business? Bravo Setti.

Gli ultimi tre anni sono stati i migliori della sua gestione. Ce ne ha messo di tempo per mettere a “fuoco” il suo progetto. Spesso ha navigato a vista, s’è affidato a persone sbagliate, ha commesso gaffe imperdonabili per la tifoseria, ha pianificato retrocessioni per percepire paracaduti e risanare i bilanci. Ma su due cose in particolare ha avuto ragione da vendere. 1) Tenere il bilancio sano anche a scapito del risultato sportivo. 2) Puntare sui giovani del vivaio. Quest’ultimo aspetto credo sia quello più gratificante. Il Verona di Setti ha lanciato tanti giovani che hanno creato plusvalenze vere, un segno che caratterizza proprio la sua presidenza.

Lo abbiamo criticato perché poco “passionale”. Stefano Magrini, ex presidente della Bluvolley però ha dato una chiave di lettura molto interessante. “Il distacco di Setti è il suo punto di forza. Gli permette di non farsi coinvolgere fino in fondo e di avere la freddezza e il coraggio di prendere decisioni che se fosse un tifoso non prenderebbe. Lo sport è una brutta bestia che ti ingurgita e ti fa ragionare in modo diverso rispetto alla tua azienda. Vuoi vincere ad ogni costo e per questo fai cavolate assurde. E’ successo anche a me nel mio piccolo con il volley. Setti invece ragiona non da tifoso ma da manager. Mi sono convinto con il tempo che uno come lui è l’ideale per il Verona”.

Il mio giudizio su Setti, quindi, è assolutamente positivo. Sebbene non gli abbia mai risparmiato una critica anche dura quando pareva non fare il bene del Verona, credo che sia diventato un ottimo presidente e che oggi abbia accumulato anche esperienza e passione per essere considerato tra i migliori di sempre.

MARROCCU, UNA BRAVA PERSONA ALLA PROVA PIU’ DIFFICILE DELLA SUA VITA

In molti mi hanno chiesto che cosa pensassi di Francesco Marroccu, quale fosse la mia prima impressione.

Dico subito, che ovviamente, le mie valutazioni sono personali, superficiali e non supportate da nessun fatto concreto. Sono appunto, solo delle impressioni, a pelle, frutto di una conferenza stampa e di una breve chiacchierata successiva.

Marroccu mi è sembrato innanzi tutto una brava persona. Cosa non scontata nè banale. Un tipo gentile, ma non mellifluo. Temevo fosse il classico lupo travestito da agnello, invece il suo sorriso, non di convenienza, è stato sincero e frutto di uno stato d’animo che evidentemente è sereno e appagato dal fatto di essere venuto a lavorare a Verona.

In conferenza stampa ha detto tutto quello che c’era da dire. Mi è piaciuto quando ha parlato dei giocatori incedibili perchè in quel momento si è già assunto delle responsabilità con la piazza. Vuol dire che ha parlato con Setti e che dunque si è esposto senza problemi. Ha ribadito più volte che il Verona non smobilita, ha detto che le cessioni si fermeranno non appena sarà messo in sicurezza il conto economico.

Inoltre m’è parso il classico dirigente che sa di giocarsi la carta più importante della vita. Setti che è bravissimo nel’armeggiare con queste motivazioni lo deve aver scelto anche per questo motivo. Marroccu m’è parso un “pacificatore”, lontano dall’adrenalinico Tony D’Amico, in perenne tensione, tra squadra, allenatore e presidente.

E’ conscio che qui ha tutto da perdere e nulla da guadagnare, ma la sfida gli piace e sotto sotto è convinto di fare bene, perché gli è comunque “scappato” che lavorerà “per continuare a mantenere il Verona dalla parte sinistra della classifica” prima di ricordare che la salvezza resta l’obiettivo più importante.

Credo che sia un ds dialogante che cercherà nelle difficoltà di spiegare il suo punto di vista. Spero abbia la capacità di reggere i momenti no che ci saranno inevitabilmente, senza perdere di vista la rotta. Studiandone un po’ i precedenti, ad esempio, spero sia meno in imbarazzo di quando a Brescia fu costretto a fare i salti mortali per spiegare perché Lopez non sarebbe arrivato, con Inzaghi già esonerato e poi reintegrato. Ma là aveva a che fare con Cellino e qui con Setti. E questo dovrebbe agevolarlo.

Non serve nemmeno dirlo: ma sarà anche fondamentale che Marroccu sia un ombrello protettivo per Cioffi, uno scudo. A Cioffi, da quanto ho saputo, non fa difetto la personalità. E’ tipo frizzantino, uno che non le manda a dire se c’è necessità. Non come Juric, ma nemmeno come Tudor. Un cavallino di razza, insomma che però va pilotato al meglio, vista la poca esperienza di un campionato infido come la serie A.

MA QUALE PROGETTO… AFFIDIAMOCI A SETTI E CHE DIO CE LA MANDI BUONA

La più grande balla che è stata raccontata in questi anni da chi scrive di calcio è che esistano i progetti. I progetti riguardano le aziende serie e pure loro, di questi tempi, navigano spesso a vista.

Il progetto Verona non è mai esistito come è semplice da appurare in questa estate in cui se ne sono andati tutti i principali attori di un ciclo pieno di soddisfazioni.

Il margine di crescita del Verona in questo momento è pari a zero. Inutile farsi illusioni. Setti che non ha mai avuto difficoltà a spiegare con chiarezza la realtà delle cose, lo ha detto chiaro e tondo: “Più di così io non posso fare”.

Setti ha comunque fatto sempre di più di tutti i veronesi che hanno per anni schifato il Verona, ben disposti addirittura a programmare fusioni con il Chievo. Noi non dimentichiamo quegli anni e quanti salivano e scendevano dalle varie barche vincenti e no.

Setti ha dato quella minima continuità di risultati che gli si chiedeva e anche campionati sopra le righe come gli ultimi tre. Se non esiste un progetto esiste almeno questa proprietà che da dieci anni pilota l’Hellas tra alti e bassi, spesso più alti.

Non facciamoci illusioni dunque per l’immediato futuro. Aggrappiamoci a Setti, che pare l’unica vera certezza e speriamo azzecchi le scelte come ha fatto negli ultimi tre anni.

UNA NUOVA RIVOLUZIONE: ASPETTIAMO PRIMA DI GIUDICARE, TANTO IL CAMPO E’ SEMPRE SOVRANO

Non avrei mai pensato di vedere Tony D’Amico lasciare il Verona. Dopo tutto quello che ha passato qui, momenti devastanti e momenti bellissimi, pensavo che fosse l’uomo giusto per aprire un lungo ciclo. Invece l’uomo è stato “mangiato” dentro dalla necessità di spingere sempre le sue macchine oltre i limiti, uno sforzo umano che lo ha messo nella condizione di trovare una realtà diversa e più confortevole. Credo sia andata così: D’Amico chiedeva a Setti più autonomia e maggiori investimenti sapendo benissimo, nello stesso momento in cui lo chiedeva, che Setti non poteva discostarsi dalla linea sempre tenuta. E qui si sono creati i presupposti per un divorzio che dal punto di vista umano, posso assicurarvelo, è dolorosissimo da entrambe le parti.

Senza D’Amico, si riparte. Ma non da zero, come le altre volte. Ancora una volta Setti deve essere bravo a scegliere gli uomini giusti per il Verona e per Verona. Non sempre ci è riuscito. Con Sogliano e Mandorlini la torta gli riuscì piuttosto bene, con Bigon e Gardini venne fuori un pasticcio inguardabile, con Fusco e Pecchia un obbrobrio che però salvò almeno i bilanci, con Juric-D’Amico-Tudor, un capolavoro. Ora si tratta di capire se l’incastro è stato casuale e/o frutto di fortunate combinazioni o se realmente Setti ha capito che tipo di uomini servono per far funzionare l’Hellas.

Le prime notizie, Marroccu-Cioffi, sono sincero, non mi esaltano. La pancia mi dice che non c’entrano nulla con il Verona e che non sono gli uomini giusti per continuare la gigantesca opera precedente. Ma sarebbe ingiusto ora giudicare, senza prima avere visto, con prevenzione. Se c’è una cosa che mi ha insegnato l’esperienza, è che ci vuole un attimo di pazienza nel calcio prima di giudicare. In fondo, se penso ai miei trascorsi proprio con Tony D’Amico, direi che sarebbe sbagliato alzare ora il livello della critica. E’ anche vero però che tra il D’Amico che sceglie Grosso e rischia di non andare neanche ai play off e quello che guida il Verona a 53 punti dopo aver perso Juric, esonerato Di Francesco e preso Tudor c’è la stessa differenza che passa tra il lago di Caldaro e l’Oceano Atlantico.

Quindi aspettiamo le scelte di Setti, aspettiamo di vedere che mercato ne verrà fuori, aspettiamo le prime sei, sette gare della stagione. Poi potremmo fare un paragone e i primi bilanci. Se c’è una cosa bella nel calcio è che puoi raccontare qualsiasi cosa, puoi fare qualsiasi tipo di “comunicazione” ma poi devi giocare le partite e i risultati sono sovrani. E la verità, come sempre, verrà a galla.

UNA FAVOLA A LIETO FINE

La commozione di Juric a fine partita è un po’ un cerchio che si chiude. La sensazione che questo match con il passato abbia chiuso un piccolo grande ciclo.

E’ stato il periodo più bello del Verona di Setti. La scelta dell’allenatore croato, ha dato vita a una favola bellissima. Sono stati tre anni meravigliosi, intensi, commoventi. Juric, D’Amico, Tudor, i preparatori, i medici, lo staff tecnico, la comunicazione guidata da Andrea Anselmi e naturalmente il presidente Setti hanno costruito qualcosa di magico, non scontato, difficilmente ripetibile.

Caratteri forti, passionali, che si sono incastrati perfettamente con la città, le sue ambizioni, le sue aspirazioni e che hanno creato squadre destinate alla storia. Le passioni “bruciano” dentro, lo ha detto Juric, lo hanno fatto capire le sue lacrime, soprattutto chi lavora senza tregua per colmare l’evidente gap con le altre.

Fuoco che probabilmente ha bruciato e sta bruciando anche Tony D’Amico, l’uomo che dopo Juric ha dato continuità e che probabilmente lascerà, non per avidità ma per incapacità a continuare a regalare la sua vita all’Hellas, così come ha fatto sino ad oggi.

Va così, finisce una favola, non l’Hellas Verona. Con pazienza toccherà ora a Setti ricominciare un nuovo ciclo partendo dalle persone giuste, dando fiducia ai suoi collaboratori più capaci, con il patrimonio di esperienza e finanziario che questi tre anni ci lasciano.

Comunque andrà è stato un successo, chiunque verrà dovrà essere un uomo Hellas, testardo, orgoglioso, di cuore, onesto, duro ma pronto a farci commuovere e a commuoversi. Come chi si appresta a salutare e a portarci sempre nel proprio cuore. E’ stato bellissimo e comunque grazie per le emozioni che ci avete regalato.

GRAZIE LO STESSO

Ci hanno provato, vanno applauditi lo stesso. Già il fatto di essere stati per una settimana lo spauracchio del Milan ci aiuta a capire che razza di campionato abbia fatto il Verona. Non è stata fatal Verona solo perchè questo Milan non è alla frutta come quello di Rocco nè presuntuoso come quello di Sacchi. Riuscire a vincere di questi tempi al Bentegodi legittima la conquista dello scudetto. Il Verona ci ha provato in tutte le maniere a rendere la vita durissima ai rossoneri, bravi a emergere dallo svantaggio. Di più non si poteva fare nè chiedere ai ragazzi gialloblù.

Il campionato resta sontuoso, l’Europa era solo un sogno, animato peraltro dal fantastico cammino della squadra scaligera più che dalle nostre fantasie. Tutti i record sono ancora superabili. Battendo il Torino e non perdendo all’ultima con la Lazio si arriverebbe a quota 56, due punti sopra il Verona di Mandorlini. Poi, lo dico da qualche settimana, si dovrà pensare al futuro. Se D’Amico se ne andrà via, Setti dovrà trovare in fretta nuovi equilibri, sempre difficili da perseguire nel calcio. Ma ora il Verona ha basi diverse, c’è un modo consolidato di lavorare e una strada tracciata.

Ma guai fare voli pindarici. Guardare le rose di Cagliari e Salernitana dopo il mercato di gennaio, è un monito per ricordarci che anni come questi vanno beatificati nei secoli e non sono per nulla scontati. Anche per questo, nonostante la sconfitta con il Milan bisogna essere orgogliosi di una squadra che è andata anche quest’anno oltre i propri limiti.

ECCO PERCHE’ SETTI RISCHIA DI PERDERE IL DIRETTORE SPORTIVO CHE LUI STESSO HA CREATO

Parliamo di Hongla. E’ un brocco? O come ha fatto vedere a Cagliari un signor giocatore? Lo togliamo dalla colonnina degli acquisti sbagliati in cui è stato messo dopo tre giornate? Parto da lui per arrivare lontano. Hongla è un buon, forse ottimo giocatore che andava aspettato. Grazie a dio il Verona è oggi un circolo virtuoso che permette a tutti di valorizzarsi. Un gruppo meraviglioso di giocatori che ha l’unica colpa di averci fatto finire gli aggettivi celebrativi.

Hongla è un esempio. Un esempio di come si è lavorato in questi anni a Verona e di cosa è stato costruito. Dietro questo miracolo c’è senza dubbio Tony D’Amico di cui abbiamo elogiato la straordinaria maturazione. D’Amico a sua volta è un’invenzione di Maurizio Setti che nel momento peggiore della sua gestione, forse anche mosso dalla disperazione, gli ha consegnato le chiavi della società.

Vado subito al sodo: oggi sarebbe una follia perdere questo equilibrio vincente, faticosamente conquistato in questi anni. Ed è folle creare ancora una volta il dualismo tra Setti e un suo collaboratore. Siamo ormai tormentati da questa morsa. Da anni a Verona convivono sempre due partiti. Pro e contro il presidente, pro o contro l’allenatore. Visione distorta che ci ha portato a idolatrare alcuni personaggi più della squadra stessa. Assurdo.

Io credo che Tony D’Amico se ne andrà. Setti vuol essere come Socrate e bere fino in fondo la cicuta per dimostrare di avere ragione. L’unico indispensabile, dice il presidente, qui dentro sono io. Si dimentica di quando ha scelto Gardini, Grosso e Bigon. In verità accanto a straordinarie intuizioni Setti ha preso anche clamorose tranvate.

Juric e D’Amico sono le persone che gli hanno cambiato la vita. E lui ha cambiato la loro. Sembra assurdo che oggi non si riesca a trovare un punto di intesa con il direttore sportivo che lo stesso Setti ha creato dal nulla.

Cosa chiede D’Amico? Semplicemente che il settore tecnico e non quello finanziario sia al vertice della società. Non chiede la luna, ma sa anche che il calcio è materia bastarda e che ogni anno non puoi fare le nozze con i fichi secchi. E’ stufo di dover battagliare per ogni acquisto e che sia dato per scontato il suo lavoro. Non ti può andare sempre bene e Tony ha anche questa dote: sapere esattamente quali sono i suoi limiti e che fino ad oggi tutto ha funzionato a meraviglia ma che improvvisamente, basta anche un solo alito di vento, per cambiare i destini e le fortune.

Setti non vuole mollare su questo punto. Preferisce che ci sia una regola (spendere il meno possibile) e poi semmai derogare. I conti sono saldamenti in mano a Simona Gioè e da lei bisogna passare. Senza se e senza ma. I due settori, diciamo così, a volte vanno in frizione e Setti in questo momento non può o non vuole fare una sintesi.

Per una volta spero che a vincere l’Hellas Verona e che questa meravigliosa favola continui a vivere.