SCAMBIO DI FAVORI TRA MICHELE E SILVIO

 

Tutto si può dire, ma non che Santoro sia un martire. Vorrei io essere stato altrettanto martirizzato da “aguzzini” così bravi a tirare la volata degli ascolti!…L’unica cosa certa, al termine dell’ennesimo can can attorno a San Michele martire, è infatti questa: la puntata di Annozero di giovedì scorso molti non l’avevano vista, era passata quasi inosservata, mentre quella di stasera la vedranno tutti. Boom d’ascolti garantito.

Era passata inosservata, dicevo, fino a domenica; quando il caso l’ha sollevato Silvio Berlusconi dichiarando ai giornalisti che certe trasmissioni nella televisione di Stato non si dovrebbero vedere. Subito gli è andato dietro Gianfranco Fini definendo “indecente” la puntata di Annozero. E così tutti si sono accorti dello scandalo fino ad arrivare alla ridicola intimazione a “riequilibrare” fatta dal nuovo direttore generale Rai Mauro Masi. Ma l’aguzzino capo, quello che ha dato il là, quello che ha martirizzato Santoro condannandolo agli ascolti da record di questa sera, è stato Berlusconi. Un premier, un politico, molto maturato anche sotto questo aspetto: che non commette più cioè l’errore di emanare editti bulgari che rischiano di creare martiri autentici e far perdere consensi…Oggi ha capito di avere tutto l’interesse a tenere Santoro in Rai e, addirittura, a garantirgli i più alti ascolti possibili.

Ha l’interesse a farlo perchè San Michele lo ricambia incarnando alla perfezione quella sinistra antagonista che non otterrà mai la maggioranza dei voti per andare al governo del Paese, e che quindi non rappresenta un pericolo per il Cavaliere. Anzi: è, oggettivamente, sua alleata perchè erode consensi ad una sinistra riformista che sola potrebbe contendergli il potere. Berlusconi ha sempre puntato a togliere legittimità ai suoi avversari politici, definendoli in blocco “comunisti”; adesso trova avversari teorici, di fatto alleati, che si delegittimano da soli assumendo posizioni troppo gridate e troppo estreme. Lo ha spiegato molto bene Claudia Mancina (sul quotidiano che, non a caso, si chiama Il Riformista) criticando le trasmissioni di Santoro perchè “sono la massima espressione di un senso comune che si vuole di sinistra perchè è contro: contro il governo, contro i poteri forti, contro i costruttori, contro i profittatori…Contro sempre e comunque, a prescindere, ancora prima che si verifichino i fatti o i misfatti da denunciare e da combattere”.

Un’analisi che trovo molto convincente. Detto in altri termini le posizioni e le tesi di un Santoro, di un Di Pietro, di un Travaglio, di un Grillo o di un De Magistris, per quanto possano scaldare il cuore e gli animi, per quanto possano piacere ai loro fans che sono anche numerosi, restano però posizioni e tesi minoritarie. E’ assai difficile immaginare che la maggioranza dei cittadini affidi loro il governo del Paese. Lo ha fatto due volte con Romano Prodi, che sospirava affranto di pausa in pausa ma non urlava mai…E questo appunto teme il Cavaliere: una qualche reincarnazione di un Prodi. Con Michele invece siamo allo scambio di favori: io mi impegno a tenerti in Rai e farti aumentare l’audience, tu in cambio mi spaventi e scandalizzi quanti più moderati possibile.

 

E SE SANTORO AVESSE RAGIONE?…

 E se Santoro questa volta avesse ragione? Non è solo una questione statistica (una volta, e dai e dai, capita a tutti di avercela) ma di merito. Nell’ultima puntata di Annozero Santoro ha polemizzato e criticato, col suo stile abituale, l’organizzazione dei soccorsi ai terremotati; cioè l’azione della protezione civile. Reazioni sdegnate. Tutti a dire che no, che la Protezione civile è stata perfetta, che va solo ringraziata, che le va riconfermata la fiducia al massimo grado. Bene, mettiamo che sia stato così; che tutto abbia funzionato alla perfezione. Ma non vuol dire che Santoro abbia torto. Significa solo che Berlusconi è meglio di Padre Pio: cioè che gli riescono miracoli che neanche al frate di Pietralcina…Perchè – ed arriviamo al punto – la protezione civile non è fatta, non è organizzata, per essere tempestiva, efficiente, professionale in caso di catastrofi naturali. Può capitare che lo sia, ma è appunto un caso o un miracolo.

Chi ha istituito la protezione civile, così come è articolata, cioè con un nucleo in ogni comune italiano su base volontaria; che vuol dire 581 nuclei diversi solo nel nostro Veneto. Chi l’ha concepita e così istituita ha voluto anzitutto dotare ogni comune italiano di…un parco giochi per pensionati (e per statali che, come noto, sono già prepensionati anche quando in teoria lavorano). Il che è un’iniziativa meritoria per i pensionati stessi, che non devono cader preda dell’accidia, che se hanno qualcosa da fare vivono meglio, e che infatti discutono delle varie mansioni, che hanno divise e pettorine da sfoggiare, che magari litigano su chi è più adatto a guidare la jeep, che fanno tante belle esercitazioni all’aria aperta…E’ un’iniziativa concepita anche per dare un ritorno di consensi alla classe politica che garantisce la “dotazione” ai vari nuclei…Ma è qualcosa di radicalmente diverso da una task force professionale, pagata, addestrata e pronta ad intervenire in caso di catastrofi.

Gli addetti alla protezione civile sono centinaia di migliaia (in Italia abbiamo 8101 comuni). Quindi sono anzitutto troppi numerosi. Alcuni anche all’altezza del compito; ma i più sono adatti a smistare il traffico e organizzare il parcheggio il giorno della sagra nel loro paese. Sono tutti molto volonterosi e tutti, infatti, volevano fiondarsi in Abruzzo il giorno dopo il terremoto. Quindi la prima emergenza è stata evitare che i sopravvissuti ai crolli venissero travolti dalla fiumana della protezione civile. I vari assessori provinciali, coordinati dal regionale Elena Donazzan, hanno dovuto scontentare migliaia di aspiranti soccorritori e mandare all’Aquila solo i pochi preparati e autosufficienti (che non si trasformassero cioè, a loro volta, in bocche da sfamare e persone da alloggiare…).

Anche questa esperienza ci dimostra dunque che un task force limitata ed altamente specializzata (un nucleo di cento professionisti per ogni regione italiana) sarebbe in grado di dare una risposta molto più efficiente e puntuale. E non lo dice solo Santoro. Lo dicono i politici di tutti gli schieramenti che in modo trasversale da Fini a Ferrero, e con l’esclusione dei soli leghisti, hanno bocciato l’istituzione delle ronde. Perchè – hanno spiegato – un compito così delicato, come la tutela della sicurezza dei cittadini, – non poteva essere delegato a dei volontari a persone, magari con ottime intenzioni, ma senza una preparazione adeguata e verificata. No, la sicurezza – aggiungevano – devono garantirla i professionisti, cioè lo forze dell’ordine. Discorso identico, mi sembra, va fatto quando i cittadini sono in balia delle calamità, delle “criminalità naturali”. Non è meglio garantir loro dei professionisti che affidarli a dei volontari? Questa volta Santoro ha ragione. Anche se padre Pio Silvio ha evitato il peggio.

 

IL GIORNO DELLO SCIACALLO

 Odiose, certo, le figure degli avvoltoi, degli sciacalli, che puntualmente anche in Abruzzo si aggirano tra le macerie per lucrare sulla tragedia altrui. Ma, quantomeno, è utile ricordare che ci sono anche loro; che siamo anche questo. Utile a riequilibrare un po’ la sbornia autocelebrativa che tenderebbe a rappresentarci come un popolo di santi, di volontari, di generosi tutti votati alla solidarietà. Siamo anche questo; ma restiamo anche un popolo di sciacalli. E non è detto che i peggiori siano quelli che apertamente si aggirano tra la macerie. Quelli almeno non si travestono, non si nascondono sotto la pelle dell’agnello…

Siamo arrivati ormai ad avere più conti correnti pro terremotati che terremotati. Non c’è giornale, associazione, istituzione che non abbia aperto il proprio: è una gara di solidarietà o una gara di pubblicità? Non è che il terremoto diventi l’occasione per esibire (oltre che per praticare) gli slanci umanitari? Vediamo chi riesce a commuovere di più: mi pare abbia vinto Vittorio Feltri con Libero che raccoglie fondi solo per “i bambini dell’Abruzzo vittime del terremoto”. Feltri è il più sensibile o il più furbo? I bambini, i bambini…quanto ci commuove pensare ai bambini, quanto ci sentiamo buoni…Sicuri di non essere anche un po’ avvoltoi che germiscono i bambini e li strumentalizzano? E gli anziani, nessuno che pensi solo agli anziani? Magari potrebbe farlo Il Giornale di Mario Giordano che si batte con Libero copia su copia…Capo branco degli sciacalli resta comunque Gianni Riotta che ha usato il terremoto per esibire l’ auditel del Tg1 al momento di lasciarlo…(col rimpianto, vien da pensare, di una catastrofe ancora più devastante che l’auditel magari l’avrebbe raddoppiato…)

E poi servono davvero questi mille rivoli della raccolta fondi o servono anzitutto a rendere impossibile il controllo di dove vanno realmente a finire i mille rivoli?…Ammettiamo (e non mi pare assolutamente sia così) che tutti confluiscano in un unico punto – alla protezione civile piuttosto che ad un qualunque organismo pubblico – in modo di consentirne l’utilizzo più razionale fondato sulle priorità reali. Ma è comunque questo il modo di procedere? Di fronte alla catastrofe ci si appella alla solidarietà, alla generosità privata che va ad integrarsi all’intervento pubblico. Procediamo così perchè siamo tanto solidali o perchè restiamo un po’ straccioni? Non sarebbe più serio che pensasse a tutto e a tutti lo Stato con una tassa specifica che ogni cittadino (non solo quelli buoni e generosi) è tenuto a pagare in base al suo reddito? I Paesi del Nord Europa hanno meno volontariato perchè sono meno generosi o perchè sono meglio organizzati?

Quanto alla generosità e alla solidarietà, che certamente pratichiamo in modo diffuso e di cui è giusto andare fieri, ricordiamoci che è il frutto dell’educazione e della cultura. E’ il risultato di secoli di civilizzazione. Direi anzitutto di una civiltà cristiana fondata su “ama il prossimo tuo come te stesso”. E, nella prassi, fondata su “non sappia la tua mano destra cosa fa la sinistra”. Cioè una generosità silenziosa. Che, se diventa invece esibizione, allora è da giorno dello sciacallo.

 


 

UN TERREMOTO FRIULANO E NON IRPINO…

 

Purtroppo non si può dire che il terremoto in Abruzzo sia colpa di Berlusconi…Quindi bisogna accontentarsi di addebitargli i terremoti prossimi venturi che saranno causati da quell’ampliamento del 20%, senza adeguati controlli pubblici, previsto dal suo piano casa; come ci spiegano sia Il Manifesto che Repubblica. Sciocchezze. Dal momento che, come tutti dovrebbero ben sapere, il piano casa nella sua versione definitiva transita attraverso le regioni; e quindi saranno Galan in Veneto piuttosto che Errani in Emilia ad effettuare tutti i controlli del caso, a verificare cioè se la zona è sismica e se gli edifici devono avere le caratteristiche conseguenti. La realtà è l’esatto contrario: il piano caso diventa l’occasione per legare la concessione dell’ampliamento alla messa in sicurezza degli edifici che lo necessitano.

L’altra sciocchezza circolata subito nelle ore della tragedia riguarda la prevedibilità dei terremoti. Un Paese che crede ai filtri d’amore e ai numeri del lotto di Vanna Marchi (e ci aggiungerei anche le stimmate di padre Pio, se non temessi di diventare poco rispettoso…) non ha difficoltà a credere alla prova del radon venduta dall’imbonitore sismico Giampaolo Giuliani. Avesse una qualche credibilità scientifica, questo Giuliani, i giapponesi lo avrebbero già rapito e fatto imperatore…

La questione seria invece, la più seria di tutte, ha avuto il merito di porla Il Riformista, ricordandoci i vergognosi precedenti del Belice e dell’Irpinia. Il cataclisma che ha colpito l’Abruzzo che almeno sia un terremoto friulano e non irpino. Che non si speculi cioè sulla pelle dei morti per andare al saccheggio continuato delle casse dello Stato. Come avvenuto con i 2.375 cadaveri dell’Irpinia. Peppino Calderola, sul Riformista, sottolinea che i comuni investiti dal sisma furono 36 in tutto; ma, al momento di chiedere i rimborsi “i comuni colpiti risultarono 280. Si andava dal foggiano ai quartieri centrali di Napoli. Partì con il terremoto il più grande assalto al bilancio dello Stato. L’intera classe dirigente meridionale, apposizione compresa, partecipò al banchetto. Furono oltre 60 mila i miliardi dirottati verso i paesi vittima e i paesi terremotati per grazia politica”.

Marco Ferrante, in un altro articolo sempre sul Riformista, aggiunge che di quel terremoto, avvenuto nel 1980, resta, “secondo i calcoli della Corte dei conti un’appendice di spesa che – incredibile a dirsi – durerà per altri quindici anni”. Cioè continueremo a pagare fino al 2024! La logica è identica a quella della monnezza che Giuseppe D’Avanzo definì “l’oro di Napoli”: nel senso che finchè restava sulle strade rappresentava l’occasione per continuare a richiedere allo Stato finanziamenti a fondo perduto; se mai l’avessi rimossa, il filone di esauriva…Tali e quali i terremotati: devi lasciarli per decenni nelle baracche, come nel Belice come in Irpinia, in modo di ottenere rifinanziamenti continui. Se invece in qualche anno ricostruisci tutto, come in Friuli, la pacchia finisce…

Questa è la sfida vera per Berlusconi, questa è la “prova cataclisma” cui lo chiama il Riformista: dimostrare che il suo governo sa organizzare una ricostruzione alla friulana e non una tragedia senza fine alla irpina. La rapida eliminazione de “l’oro di Napoli” è un precedente positivo.

 

BRUNETTA LO SHOPPING E L’ACQUA CALDA

 Siamo il Paese dove è vietato dire che l’acqua calda è calda. Tant’è che è insorta anche il ministro Mara Carfagna contro il suo collega di governo e di partito Renato Brunetta che, appunto, ha osato dire che l’acqua è calda: cioè che le dipendenti pubbliche vanno a fare la spesa durante l’orario di lavoro. Le abbiamo visto e le vediamo tutti (qui in Veneto dove viviamo, non nei ministeri romani né nei municipi campani…) però bisogna far finta di niente, altrimenti diventiamo dei “provocatori” (parola di Mara). Brunetta ha smesso di far finta, lo dice e lo denuncia in ogni occasione; anche al convegno sulle pari opportunità femminili, titolato “woman at work”, dove non ha avuto problemi ad osservare che le impiegate pubbliche alternano il lavoro allo shopping. Lo capiamo o no che proprio per questo Brunetta è diventato il politico più popolare d’Italia, secondo (forse) solo a Berlusconi?

Non lo capisce la Cgil che lo accusa di aver fatto l’ennesima “battuta da bar”. Non lo capisce la Carfagna e meno che mai la giornalista di Repubblica Natalia Aspesi che argomenta: “Quando un uomo, anche se è un ministro come Brunetta, ficca il naso nei tempi delle donne e dice la sua e suggerisce, consiglia auspica o proibisce, vuol dire che non ha la minima idea di come esse vivano”. La Aspesi accusa Brunetta di “sessismo” e propugna una sorta di apharteid tra i sessi, per cui solo le donne che capiscono le donne possono ficcare il naso nell’assenteismo femminile e, di conseguenza, solo gli uomini che capiscono gli uomini possono fare altrettanto su quello maschile.

Siamo alla separazione arcaica dei sessi come in moschea (e cinquant’anni fa nelle chiese); siamo delirio nel tentativo disperato di negare che l’acqua calda è calda. Quando Brunetta, lungi dal fare battute da bar, arriva proprio al nocciolo della questione femminile nel momento in cui spiega che “la lotta all’assenteismo per malattia è una lotta di liberazione della donna”. Certo. Perché, finché chiudiamo un occhio sull’assenteismo femminile, giustificandolo con le altre mansioni che la donna deve ricoprire a casa e in famiglia, non spezziamo mai quel cordone ombelicale che impedisce alla donna stessa di realizzarsi in pieno nel lavoro. Cioè le neghiamo di fatto la pari opportunità con l’uomo.

Il ministro mette poi a fuoco il problema dei problemi quando afferma che “il lavoro pubblico deve essere al servizio del cittadino e non può essere un ammortizzatore sociale di genere” Magari, aggiungo io, lo fosse per il solo genere femminile…In realtà lo è stato e lo è, un ammortizzatore sociale, per entrambi i generi anche quello maschile: uomini e donne assunti non perché le loro prestazioni servono alla comunità, ma perché a loro serve uno stipendio.

E finiamola di raccontarci che questo succede solo al Sud, a Napoli o a Palermo, in Campania o in Sicilia. Questo è successo e succede anche nel nostro Veneto. Perchè la scarsa stima che i veneti hanno degli statali non è certo maturata andando ai ministeri a Roma e all’anagrafe di Catania: è il frutto dell’esperienza quotidiana con il personale degli uffici pubblici delle nostre città; anche da noi troppi gli assunti senza alcuna utilità precisa per i cittadini.

BERLUSCA RIFONDA LA DC, LEGA FERMA ALLA CDU

L’analisi più interessante (e più sconsolante) sui nuovi scenari politici che si delineano con la nascita del Pdl mi sembra l’abbia fatta Luca Ricolfi su La Stampa. Parto dalla conclusione del suo editoriale: “Chi vuole un vero cambiamento non sa chi votare, e chi vuole votare non può aspettarsi un vero cambiamento”.

Un cambiamento serio non arriverà mai perché – spiega Ricolfi – i due maggiori partiti, Pdl e Pd, sono entrambi due partiti conservatori di massa: “La sinistra non ha la minima intenzione di disturbare la sua base sociale fatta di pensionati e lavoratori garantiti, la destra non ha la minima intenzione di disturbare la propria fatta di partite Iva, ceti professionali, imprenditori. La sinistra non avrà mai il coraggio di riformare il mercato del lavoro, sfidare i sindacati, abbandonare le corporazioni dei magistrati, degli insegnanti, dei professori universitari. La destra non avrà mai il coraggio di combattere l’evasione fiscale, estirpare il lavoro nero, liberalizzare il commercio e le professioni, difendere i consumatori dagli abusi delle imprese piccole o grandi che siano”.

Il Partito democratico ha già dimostrato ampiamente di “non essere il partito riformista, coraggioso e liberale, che le sue migliori intelligenze hanno sognato per anni”. E adesso, spiega sempre Luca Ricolfi, anche Forza Italia ha abbandonato quella rivoluzione liberale che l’aveva caratterizzata alla nascita e per i primi dieci anni, da quando “ha capito che spingersi troppo in là nella strada delle riforme avrebbe compromesso le basi del proprio consenso elettorale”. Aggiungiamoci An che “non è mai stato un partito modernizzatore” e si capisce come il nuovo Pdl non possa che essere un partito conservatore di massa. Quindi al governo e all’opposizione troviamo oggi due partiti conservatori di massa che però – attenzione – non sono che lo specchio di un’opinione pubblica largamente conservatrice. Torniamo all’analisi di Ricolfi: ” Purtroppo le forze che puntano alla modernizzazione dell’Italia sono in minoranza sia nel Paese sia in Parlamento…La nostra cultura politica resta fondamentalmente figlia delle tre grandi ideologie del secolo scorso, il comunismo, il fascismo, il cattolicesimo. Oggi la patina ideologica si è ritirata, ma la scorza più dura – fatta di statalismo, dirigismo, paternalismo – è ben in vista e si sta anzi irrobustendo: la crisi economica aumenta la domanda di protezione e di tutela, mentre la libertà individuale sta diventando una sorta di bene di lusso, che viene dopo la sicurezza economica e personale”.

Abbandonata e “tradita” la rivoluzione liberale – perché sgradita alla larga maggioranza degli italiani – Berlusconi, che con la maggioranza degli italiani è in sintonia, ha coerentemente rifondato la Dc chiamandola Pdl. E la stessa Lega, al di là degli scontri per il potere che vedremo alle amministrative di giugno e alle regionali dell’anno prossimo, non è che una variante territoriale della Dc; una sorta di Cdu trapiantata dalla Baviera al Lombardo-Veneto. Giacché – sottolinea sempre Ricolfi – “Tutti i partiti, Lega compresa, sono impegnati anzitutto a tutelare il potere degli amministratori locali, e si oppongono tenacemente a qualsiasi norma che rischi di ridurre le risorse a loro disposizione, o di diminuire il loro potere di nomina: non per nulla né il centro-sinistra né il centro-destra hanno avuto il coraggio di varare una riforma incisiva dei servizi pubblici locali; non per nulla il federalismo fiscale è stato progressivamente annacquato per venire incontro al ceto politico dei territori più spreconi”.

Il quadro delineato da Luca Ricolfi è l’antitesi della visione liberale. Restiamo appunto l’Italia delle corporazioni, del paternalismo, del dirigismo tipici delle culture politiche fascista, democristiana, comunista (culture politiche concorrenziali tra loro, ma mai antitetiche…). Quindi la piccola minoranza che vorrebbe invece una modernizzazione del nostro Paese si trova nella condizione indicata dall’editorialista de La Stampa: non sa chi votare.

 

RIMBOCCARSI LE MANICHE, NON BUSSARE DAL SINDACO

 

"Si esce dalla crisi anche lavorando di più”.” I disoccupati devono darsi una mossa”. Due dichiarazioni di Berlusconi che hanno suscitato critiche e accuse al premier: come si fa a dire a chi non ha il lavoro che deve lavorare di più?! In questo modo si offendono i disoccupati, si irride al loro dramma! Critiche e accuse che non condivido. Semplicemente Berlusconi, da self made man, ha istintivamente un approccio liberale e non statalista. Se mai la critica che si può fargli è di non seguire l’istinto, di predicare bene e razzolare male: li avesse lasciati, a darsi una mossa da licenziati, tutti i dipendenti Alitalia invece che darsi da fare lui a costruire un carrozzone semipubblico (cioè risanato a carico della fiscalità generale) dove ricollocarli… Quanto ci sarebbe piaciuto vedere hostess e piloti andarsene via col loro scatolone in mano, come quelli della Lehman Brothers, a cercarsi un posto in altre compagnie aeree!

Tornando alle due frasi di Berlusconi, mi vien da dire che tentano di evitare la completa meridionalizzazione del nostro Paese. Meridionalizzazione intesa come abitudine, come pretesa, che sia il pubblico a risolvere ogni problema. Con il cittadino che resta a braccia conserte in attesa che la manna piova dal cielo statalista. Mi viene in mente, come paradigma, quella folla vociante di Pianura che protesta, che inveisce, che si aspetta, che elenca i propri diritti e, nel frattempo, non faceva nemmeno la fatica di gettare il sacchetto della ‘monnezza a qualche metro di distanza dalla scuola dei suoi figli…

Intendiamoci: di fronte ad una crisi economica così seria anche i liberali integrali come me capiscono che non si può prescindere da un intervento pubblico. E’ una necessità. Ma non dimentichiamoci nemmeno che questo intervento ha sempre corrotto: tanto gli imprenditori (che hanno sostituito il rischio d’impresa con il lobbismo) quanto i lavoratori (illusi di aver diritto al posto di lavoro a prescindere). Quindi va trovato un equilibrio. Insistendo, come ha fatto appunto Berlusconi, sull’impegno individuale, sulla necessità che il singolo si dia da fare, che esplori lui per primo tutte le opportunità, e non si sieda in attesa dell’aiutino di Stato.

Una lezione precisa ci arriva anche dagli immigrati che hanno fatto le valige per andare a cercare il lavoro dove c’è. Esattamente come facevamo noi veneti fino a cinquanta-sessanta anni fa. Certo nei loro Paesi nemmeno si sa cosa siano gli ammortizzatori sociali che da noi fortunatamente esistono; ma non illudiamoci che questi ammortizzatori possano essere rifinanziati all’infinito né risolvere ogni problema.

Bisogna rimboccarsi e maniche e non andare a bussare dal sindaco. Uno dei risvolti più inquietanti è appunto questo: tutti i sindaci veneti che partecipano alle nostre trasmissioni (e sono molti) segnalano la stessa cosa: mai prima di adesso – raccontano – si erano ritrovati con così tanti cittadini in Comune a domandare loro un posto di lavoro. Inquietante: la meridionalizzazione del Veneto arriva oggi andando a bussare dal sindaco. La ricchezza è arrivata ieri quando i veneti (tutti o quasi) si rimboccavano le maniche e creavano loro il lavoro; o andavano a cercarlo anche in Australia, non nel municipio sotto casa.


 

SE REGGIO SCAVALCA VERONA E PADOVA

 

Quelli con i capelli bianchi come me si ricordano ancora la battaglia per Reggio capoluogo, l’autentica guerriglia urbana scatenata dalla destra del comitato “boia chi molla” per ottenere che fosse Reggio, e non Cosenza, la capitale della Regione Calabria. Eravamo negli anni Settanta all’epoca della costituzione delle regioni. Adesso è bastato un blitz, un emendamento introdotto nella legge Calderoli per il federalismo da un gruppo di deputati reggini (di An e non solo), per far ottenere a Reggio la qualifica di città metropolitana. Qualifica ridicola perché, con i suoi 170 mila abitanti ed un hinterland modesto di altri 30 mila, non ha alcuna delle caratteristiche richieste. Caratteristiche che invece hanno città come Padova e Verona le quali però hanno il torto di… essere in Veneto e non in Calabria.

Ne è nata, qui in Veneto, una polemica violentissima tutta interna al centrodestra. Il sindaco leghista di Verona Flavio Tosi ha parlato di “una marchetta, un autentica porcata di An” (a Reggio il sindaco, Stefano Scopelliti, è appunto di An). Gli ha replicato l’assessore regionale di An, Massimo Giorgetti, ricordando che quell’emendamento è stato votato anche da Calderoli e dai parlamentari leghisti. Giusto. E’ la solita solfa che si ripete negli ultimi mesi: la Lega ingoia rospi su rospi – i soldi a Catania, a Roma, a Palermo, adesso la qualifica metropolitana per Reggio – pur di ottenere il più ampio consenso possibile per quella riforma federalista che è fulcro del suo programma, motivo stesso della sua esistenza come forza politica.

Sulla carta la strategia leghista é giusta. La strada dello scontro, percorsa in precedenza, si è conclusa contro il muro del referendum bocciato. Bisogna però che questa strategia alla fine porti a casa risultati concreti: cioè un reale riequilibrio nella distribuzione delle risorse tra Nord e Sud. Non basta un brodino liofilizzato con sopra la scritta federalismo. Il dato inquietante è che, prima ancora che arrivi una qualunque ridistribuzione delle risorse, il Sud ha già fatto incetta preventiva di quattrini; ha già bisogno di essere rassicurato sia pure con un contenitore vuoto, com’é al momento questa qualifica metropolitana per Reggio, che però può diventare strumento per aggirare l’eventuale federalismo e far transitare stanziamenti “straordinari”…

D’altra parte la Lega alla fine della giostra non potrà restare con il piatto vuoto in mano. Anche perchè stiamo parlando di un’istanza federalista che qui al Nordest, in Lombardia, anche in Piemonte ed in Emilia, va oltre il pur ampio consenso elettorale della Lega. E’ l’istanza di quella parte degli italiani che produce gran parte della ricchezza del nostro Paese. Non puoi prenderli in giro in eterno. Non puoi far ingoiare loro rospi su rospi. Non accettano più Catania, Palermo, Roma, Reggio che adesso scavalca Verona e Padova. Per Reggio capoluogo ci fu la guerriglia urbana; adesso, se non arrivava un federalismo palpabile, si rischia la guerra di secessione.




IL PENSIERO UNICO DI FINI E’…SILVIO

 

Fa un po’ tenerezza Gianfranco Fini con questa sua affermazione che campeggia sui titoli dei quotidiani: “No al pensiero unico nel Pdl”. E’ infatti trasparente la sua aspirazione ad un pensiero chiamiamolo “binario”: dove cioè anche lui conti qualcosa e non solo Berlusconi. Aspirazione legittima ma drasticamente smentita dai fatti anche di questi giorni, con An che si scioglie per confluire, e Fi che invece non si scioglie perchè semplicemente annette gli alleati che ci stanno in quel Pdl che Berlusconi annunciò (senza alcuna consultazione) una sera sul predellino in piazza S. Babila…Naturale che il pensiero, o meglio l’ossessione unica, di Fini sia…Silvio; ma non è sufficiente a cambiare i rapporti di forza nel nuovo Pdl.

Prescindendo dalle aspirazioni personali, non si capisce poi che modello di partito abbia in mente Fini. Sogna forse un Pdl ad immagine e somiglianza della Dc? Sicuramente nel vecchio scudocrociato il pensiero unico era messo al bando; le correnti spuntavano come i funghi a settembre: De Mita, Andreotti, Moro, Bisaglia, Fanfani ognuno aveva il suo pensiero e la sua “parrocchia”. Ma aggiungerei anche che la Dc era l’eccezione. Al suo interno infatti i partiti erano almeno due o tre, tenuti assieme dal collante anticomunista, e pronti a dividersi com’è puntualmente avvenuto dopo il crollo del muro. Già allora però gli altri partiti erano diversi: il Psi era Craxi, il Pci Berlinguer, il Pri Ugo La Malfa. Tutti improntati al pensiero unico dell’unico leader da tutti i dirigenti e i militanti riconosciuto.

Esattamente come oggi. Ve lo immaginate Calderoli che si alza e dice che la Lega non deve avere il pensiero unico di Umberto Bossi? O l’ottimo Massimo Donadi che fa lo stesso con Antonio Di Pietro? Impossibile anche pensarlo. E non a caso Lega e Idv sono due partiti che, da una parte e dall’altra, funzionano egregiamente. Mentre i problemi nascono proprio quando i “pensieri”, cioè gli aspiranti leader, si moltiplicano: Rifondazione implosa dopo l’uscita di scena di Bertinotti; o il povero Veltroni che avrebbe tanto voluto essere il pensiero unico del Pd, ed è invece stato sepolto dai “mille fiori” della Margherita e dei Ds…

Fini, nel suo slancio antifascista, sembra fare un po’ di confusione tra pensiero unico e partito unico. Nelle dittature c’è appunto l’esecrabile partito unico. Mentre in democrazia la pluralità dei pensieri politici è garantita dalla pluralità dei partiti. Pensare che la pluralità debba esistere e persistere dentro lo stesso partito, significa solo condannare quel partito alla conflittualità interna permanente. Dico che la conflittualità non deve persistere; perchè può e deve esserci un confronto-scontro di posizioni, poi però non può mancare il leader che elabora una sintesi precisa da proporre al proprio elettorato.

I partiti che funzionano bene hanno sempre funzionato così. Sono considerazioni elementari che anche Gianfranco Fini condividerebbe; se non fosse offuscato da questo pensiero unico, da questa autentica (e comprensibile) ossessione, che per lui si chiama Silvio Berlusconi.


 

 

LA JENA CI RACCONTA L’AUSTRIA FELIX

 

Anche la Jena, alias Riccardo Barenghi, ha scoperto la civiltà asburgica. E con orgoglio (asburgico) racconto, a chi non avesse letto il suo editoriale su La Stampa, cosa ha scritto a proposito del processo al “mostro di Amstetten” Josef Fritzl.

Barenghi ha sottolineato anzitutto la rapidità: in quattro giorni di dibattimento si è arrivati alla sentenza di condanna del padre carnefice. Da restare basiti noi abituati alla lentezza esasperante della giustizia italiana. Su questo punto Barenghi si è preso lo sfizio di fare un po’…Barenghi, nel senso che si è domandato se un processo così breve non abbia leso le garanzie e i diritti che dovrebbero avere tutti gli imputai, anche se rei confessi di crimini orrendi.

Toltosi questo sfizio, la Jena si è inchinata alla “civiltà con cui i mass media austriaci hanno seguito il processo”: nessuno si è lasciato prendere dal gusto per il particolare macabro, “neanche un piccolo brano del video di accusa della vittima è uscito dalle aule giudiziarie per essere sbattuto su qualche schermo e magari sezionato e commentato dagli invitati d’occasione, psicologi, politici, giornalisti”. Esattamente il contrario di quanto accaduto da noi: “Da Erika e Omar – nota sempre Barenghi – a Annamaria Franzoni, da Andrea Stasi a Amanda Knox, non ci siamo persi neanche un particolare, una macchia di sangue, un urlo di dolore, un pigiama, un pezzo di cervello sul soffitto…Nulla è stato risparmiato alle vittime e ai carnefici di quei delitti, tutto è stato dato in pasto ad un’opinione pubblica (chiamiamola così) affamata di mostruosità”

Da sottolineare anche un’altra osservazione fondamentale fatta da la Jena. In Austria non si usa, come avviene da noi, l’alibi del diritto di cronaca per alimentare la morbosità “non solo grazie alla deontologia professionale dimostrata dai nostri colleghi austriaci, ma anche grazie al fatto che nessun giudice o cancelliere o avvocato abbia passato alla stampa le informazioni che dovevano restare riservate e che tali sono rimaste”.

Questo nella “Austria felix”. Nell’Italietta infelice invece ci sono giornali e televisioni pronti a marciare su qualunque schifezza e, cosa ancora più grave, sono gli stessi operatori della giustizia che passano loro il materiale “pornografico”.