LE CATENE DI PESOLI

“M’incateno e faccio lo sciopero della fame, devo far valere le mie ragioni”. Fin dal principio Emanuele Pesoli, difensore di Anagni, città dei Papi, l’aveva deciso: “Se mi condannano questa sarà la mia protesta” aveva confidato alla moglie, agli amici e al suo avvocato. Accusato nell’inchiesta “Last Bet” da Carlo Gervasoni di tentata combine (non riuscita) di Siena-Varese del 21 maggio 2011 ( finita 5-0), Pesoli è stato condannato in primo grado a 3 anni di squalifica. E per cinque giorni ha tenuto fede alla sua promessa: si è  incatenato davanti alla Figc facendo lo sciopero della fame.

Ecco uno stralcio della deposizione di Gervasoni: ” Quanto a Siena-Varese del 21 maggio 2011 conclusasi 5-0 preciso quanto segue… Il Pesoli mi chiese se conoscevo qualcuno del Siena per verificare se loro fossero disposti a pareggiare con il Varese. Pertanto contattai Carobbio per verificare questa possibilità ma lui mi disse subito che non potevano fare nulla in quanto si trattava dell’ultima partita casalinga del Siena con Conte allenatore…”. La stessa partita è incriminata per la parallela tentata combine del presidente del Siena Mezzaroma che, secondo l’altro pentito Carobbio, chiese ai suoi di perdere ricevendo il rifiuto degli stessi giocatori e dello staff tecnico, in particolare Conte e il suo vice Stellini.

Aitante, belloccio, un po’ tamarro, Pesoli non è il tipo che penseresti incatenato e affamato per far valere delle ragioni. Lo immagineresti più “tronista” che pasionario, più vacuo che incazzato. Eppure le sue catene ci devono far riflettere su come funziona la giustizia sportiva in Italia. Il mio è un ragionamento prettamente formale, in punta di diritto, perché poi, se andiamo alla sostanza delle cose, metterei la mano sul fuoco su pochi giocatori al mondo (e Pesoli non fa parte di questi) e quel Siena-Varese è possibile sia stato tentativo di combine. Parliamo infatti della classica partita di fine stagione, col Siena già promosso in A e il Varese certo dei play off da quinto classificato e, piaccia o non piaccia, sappiamo (sebbene non si possa dimostrare) come funzionano le cose in Italia nel mondo del calcio.

Il mio ragionamento tuttavia è appunto prettamente formale rispetto alla presunta o reale colpevolezza di Pesoli & C. Ciò non significa che sia meno importante – in giurisprudenza spesso la forma è anche sostanza – perché va a incidere sul funzionamento della giustizia sportiva, opposto a quella ordinaria. Nel processo sportivo l’onere della prova è invertito: non è l’accusatore che deve dimostrare la colpevolezza dell’accusato, ma l’accusato che deve dimostrare di essere innocente. Non è un dettaglio, è tutto. Ergo: il diritto sportivo è permeato da un principio fondante (l’onere della prova, appunto) “giustizialista” e non “garantista”. E’ giusto questo se di mezzo ci sono persone, con una carriera, una famiglia e delle legittime ambizioni?

Altresì nel processo sportivo, come in quello civile (ma non penale), la pena è immediatamente esecutiva. Ma nel civile in ballo ci sono “solo” soldi, non la libertà di una persona (come nel penale, dove infatti per questo motivo la condanna è giustamente esecutiva solo dopo il terzo grado). E nello sportivo? Anche qua, per certi versi, a mio parere c’è di mezzo un principio di libertà (di lavorare, di carriera ecc). Pertanto dovrebbe funzionare come nel penale: condanna esecutiva  dopo il Tnas del Coni.

La tara giustizialista del ordinamento sportivo, infine, non prevede l’obbligo, se richiesto dalla difesa, di contradditorio tra le parti in aula, che è a discrezione dell’accusa. Mi sembra un “vuoto giuridico”, una mancanza volutamente arbitraria, da giustizia sommaria. In un processo dove l’accusato parte già in svantaggio (appunto per l’onere della prova invertita rispetto alla giustizia ordinaria), non puoi mettergli al cappio pure l’impossibilità di difendersi da un pentito, il cui parere così facendo ha più valore.

Ecco, le catene di Pesoli non devono commuoverci. Le catene di Pesoli non devono nemmeno condizionare il nostro giudizio, troppo spesso “tifoso” e non da cittadini maturi e informati (voglio dire Conte non è un criminale perché juventino e Pesoli e Ferrari innocenti perché del Verona, e viceversa). Le catene di Pesoli dovrebbero semplicemente farci riflettere su queste oggettive storture giuridiche. E insinuare un dubbio:  la giustizia è davvero giusta?

 

 

 

 

 

 

E’ VERAMENTE IL VERONA DI MANDORLINI?

“Mister non le chiedo il primo o secondo posto, può anche arrivare terzo purché a dieci punti dalla quarta”. Questa, mi riferiscono, la battuta in privato fatta da Maurizio Setti ad Andrea Mandorlini al raduno. Traduzione: serie A diretta obiettivo unico. L’allenatore, sebbene non abbia mai finora sbandierato pubblicamente la parola promozione, è consapevole come la società (più che la piazza che lo ama a prescindere) gli abbia messo determinate pressioni addosso. D’altronde, la campagna acquisti e gli investimenti fatti autorizzano a pensare in grande e Mandorlini sa che quanto compiuto negli ultimi due anni, seppur gli sia valsa la riconferma, è già storia e non ha più valore nelle valutazioni presenti e future di Setti  & C.

Anche il gruppo è stato rivoluzionato. Sean Sogliano ci ha messo i “suoi” giocatori, gente che è venuta qua, oltreché per l’offerta economica e professionale, perché c’è lui (e non l’allenatore). Questo la dice lunga su chi ha in mano lo spogliatoio. Un organico indiscutibilmente di grande qualità ma di cui nessuno, sinora, ha sottolineato la discrepanza con la tipologia di giocatori che ha sempre amato l’allenatore. La rosa è composta, dal centrocampo in su, perlopiù da elementi tecnici, leggeri, abili palleggiatori, quando l’humus del Verona di Mandorlini è sempre stata la fisicità, la corsa, le verticalizzazioni e le incursioni di forza.

Ecco è proprio questo il punto. Non voglio recitare la parte di quello che rovina la festa spegnendo la musica mentre tutti ballano. Non voglio, altresì, calmare  il mare agitato di entusiasmo (anche della testata che gentilmente mi ospita) che si è creato attorno all’Hellas. Tuttavia l’onestà intellettuale mi impone una riflessione. Non basta un (pur ottimo) assembramento di giocatori per vincere un campionato, bisogna essere “squadra”. Ed è questo il punto: siamo sicuri che “questa” sia effettivamente la squadra che avrebbe voluto Mandorlini?

Mettiamo che non lo sia (e per me, l’avrete capito, non lo è), be’ sarebbe un problema fino a un certo punto e teoricamente risolvibile. In fin dei conti il mondo del calcio è pieno di società con allenatori che si limitano ad allenare  e a gestire un gruppo di giocatori scelto dai dirigenti. Ma qui scatta la seconda domanda. Mandorlini, emotivo, dittatoriale, “padre padrone”, per indole anarchica e solitaria  poco aziendalista, lui stesso essenza del “potere carismatico e non democratico” (cit.) per dirla col sociologo Max Weber, è capace di fare “solo” il tecnico? Di “limitarsi” ad allenare giocatori non scelti da lui? Be’ sono perplesso. Mandorlini come tutti gli emotivi (razza che conosco bene) necessita di sentirsi sulla pelle la creatura che ha in mano. Mandorlini, per inciso, non è e non potrà essere mai un mero esecutore.

Anche questo è un nodo risolvibile. Come? L’allenatore DEVE trasformare in “suo” ciò che adesso “suo” ancora non è. Col Palermo, infatti, il Verona non mi ha convinto, anche se a sentire commenti e interviste sembrava la squadra perfetta. Non vorrei, in sostanza, si sottovalutassero gli aspetti che ho ricordato con l’ottuso entusiasmo che si dispiega nel (sbagliatissimo) concetto “ coi giocatori che abbiamo possiamo solo vincere”. Io sostengo invece che, viste le premesse, il ruolo del tecnico quest’anno è ancora più determinante che negli anni scorsi. In sintesi:  è quest’anno che Mandorlini è chiamato al suo vero capolavoro.

 

IL “DISEGNO” SPEZZATO. LA FUSIONE

Spariti nel nulla di un silenzio imbarazzato, nella migliore delle ipotesi. O, nella peggiore, ancora vivi e vegeti, quanto abili nel cambiare posizione nel loro infinito kamasutra ideologico. Politici, giornalisti, banchieri, industriali, addetti ai lavori del calcio veronese. Li ricordate?  Dove sono finiti quelli che per anni ci spiegavano con arrogante sicumera che “Verona non può reggere due squadre ai massimi livelli”? Opinion leader trombettieri di quello che io chiamo il “disegno” spezzato: la fusione. Leggetevi la storia a puntate che su hellas1903.it, un giornalista con la schiena dritta e informato come Matteo Fontana, ha ricostruito sugli ultimi anni del calcio veronese.

Si legge di un Luca Campedelli che alla vigilia di Natale del 2008, al ristorante Cavour di Dossobuono, confidava: “Verona due squadre a certi livelli non le può più sostenere”. Appunto. Era lo stesso periodo in cui Giovanni Martinelli stava acquisendo l’Hellas da Piero Arvedi, pur tra mille peripezie e titubanze dello stesso Conte, il quale sospettava che Martinelli volesse comprare la società per fare la fusione con Campedelli, col quale pare fosse già in accordo (“Mi a Martinelli l’Hellas non ghe lo vendo, vol far la fusion con Campedelli” lo sfogo del Conte).  Lo stesso Flavio Tosi, di cui tutto si può dire ma non che fosse un sostenitore del “disegno”, non era aprioristicamente contro: “Basta che la nuova società si chiami Hellas Verona”. Chi scrive fece una personale inchiesta solo qualche mese prima a Palazzo Barbieri. Gran parte dei consiglieri comunali, qualcuno pure banchiere, a domanda recitavano copiosi il solito ritornello, lasciando la frase maliziosamente in sospeso: “Verona due squadre a certi livelli non le può avere…”. E via coi sorrisini. Gli stessi sorrisini nei bar vicini a via Galvani, a ogni ingenuità del Conte.

La storia (recente) poi ha smentito questi “coristi” interessati. Martinelli, più nolente che volente, ha chiuso la porta al Chievo, portato l’Hellas in serie B, rinsaldato a livello finanziario il club, tornato appetibile e così finito in mano a una nuova proprietà con un chiaro progetto di rilancio: riportare la società ai massimi livelli. Che poi Setti ci riesca o meno è tutto da vedere, ma un fatto è già dimostrato: Verona due squadre competitive se le può permettere.

Con buona pace di chi dal “disegno” fusione aveva tutto da guadagnarci (una squadra sola ergo monopolio degli sponsor e degli appoggi politici-finanziari). Un “disegno” spezzato, fallito e ucciso dalla presunzione di chi ha tanti soldi e potere, ma ignora un piccolo particolare: i tifosi. Già, questi (per lor signori) sconosciuti.  Posso capire.  Chi vive tra palazzi politici, salotti finanziari, bonifici bancari e stadi vuoti difficile possa anche solo pensare che là fuori esista un popolo, un sentimento, l’uomo qualunque che calpesta le strade e siede nei bar. Pensa che al popolo la puoi dar da bere sempre, che tanto non conta nulla. Non riesce a immaginare che il popolo può unirsi in un sentimento e insieme ottenere qualcosa. Se la fusione non si è fatta è merito dei tifosi del Verona, questo è un fatto acclarato. Loro i veri “Davide contro Golia”, questa l’unica vera favola.

 

 

 

CHIEVO: “SOTTOPRODOTTO DEL CALCIO MODERNO”

La definizione più vera l’ha data lo scrittore inglese Tim Parks, nel suo best sellers di dieci anni fa “Questa pazza fede”: “Il Chievo è un sottoprodotto del moderno calcio televisivo”. Quel calcio figlio delle pay tv, dei diritti televisivi, di grossi introiti finanziari garantiti a prescindere solo per il fatto di essere in serie A, al di là del numero dei tifosi, della “piazza” o della passione al seguito. Un calcio virtuale. Aggiungo: il Chievo è come una ragazza carina ma frigida. Non seduce, non incanta, non fa sangue.

Precisazione d’obbligo: nulla contro la società Chievo, peraltro bravissima a gestire tali introiti facendo sempre squadre competitive, e sufficientemente scaltra da essersi creata (dopo la retrocessione del 2007) pure le giuste amicizie politiche nel “palazzo” rotondolatrico. Chapeau. E nulla contro i suoi tifosi, pochi quelli veri, ma rispettabili proprio perché veri.

Tuttavia è giusto scalfire quella retorica pelosa, fatta di giaculatorie talmente magnificenti che neanche l’Istituto Luce nel “ventennio”, di cui il Chievo è portatore insano. La “favola di quartiere in serie A”, “Davide contro Golia”, “la salvezza è il nostro scudetto”, “dal Bottagisio alla Champions”, “i giocatori che vanno al bar Pantalona, così semplici e così buoni, antidivi e come tutti”. Tutte frasi celebrative che nascondono verità non di poco conto. Il Chievo fin dagli anni ’80 è appoggiato finanziariamente non dal falegname sotto casa mia, ma dalla Paluani, industria dolciaria tra le più importanti. E fin da prima del suo arrivo in serie A ha trovato forza nell’alleanza con la Banca Popolare, mica pizza e fichi. Voglio dire, io questo “miracolo” non ce lo vedo e non ce l’ho mai visto.

Per me il Chievo, economicamente, da tanti anni è una società come tante e fra tante. Ne più ne meno. Anzi di meno ha i tifosi. Come ricordavo prima: pochi quelli veri. Questa è la grande fortuna di Campedelli e Sartori, che senza alcuna pressione popolare possono usare il Chievo come fonte di (legittimo) guadagno. Come se la società fosse la loro aziendina e non un club sportivo, che come tale dovrebbe anche sognare e far sognare. Povero ingenuo chi  ancora ci spera, nutre ambizioni e sogni di gloria. Ai due la gloria non interessa, sono più prosaici. Tanto sanno che nessuno mai li disturberà. Sanno che a proteggerli ci sarà sempre la retorica, quella che “la salvezza è il nostro scudetto”, ben pubblicizzata dai “megafoni” di riferimento, pennivendoli e capiredattori noti in città. Ma vi siete mai chiesti perché i due da sempre adottano questo fastidioso e falso basso profilo? Certo non per motivi caratteriali (Campedelli e Sartori in privato non sono assolutamente minimalisti), ma perché tale atteggiamento è la loro àncora di salvezza. Così tutto è e sarà loro sempre concesso.

Il risvolto della medaglia è che il Chievo non attecchirà mai nel cuore della città. Ma a Campedelli questo non frega più di tanto. Lui, uomo di discreto spessore intellettuale, sa che Parks ha ragione: il suo club è un “sottoprodotto del moderno calcio televisivo”. Un calcio dove i tifosi non contano nulla.

SETTI, LA TRIADE E IL VERONA SPA

Giovanni Gardini, nuovo dg del Verona, ha la faccia affabile. Fossi un cineasta americano gli proporrei la parte del bravo yankee del Milwaukee, diviso tra lavoro (titolare di un ferramenta, o di un negozio di pesca) e barbecue la domenica. Mi sembra il papà di Ricky Cunningham in Happy Days, in realtà l’affabilità cela uno spietato modus operandi, com’è doveroso che sia se fai il direttore generale di una squadra di calcio.

Sean Sogliano “c’ha er fisico” direbbero a Roma. Capello brizzolato stile Richard Gere in Pretty Woman, sguardo da “bel tenebroso”, occhio lucente, mascella volitiva e collo leggermente taurino, personalità e portamento da manager in carriera. Pantaloni a sigaretta e giacche sempre un filino (e ricercatamente) troppo strette,  il suo è un fascino a passo coi tempi, più da “Centovetrine” che da Robert Redford. Poco vintage e molto anni ’010.

Massimiliano Dibrogni ha il passo da guardia del corpo, spedito e poco rilassato. Anche quando parla è un treno, senza amnesie, vuoti o confusioni. Un libro imparato a memoria. Dibrogni non stupisce, non è un artista e mai avrà la crisi della pagina bianca, ma si capisce che è uno sempre sul pezzo, operativo h 24, memonico. Uno stakanovista intelligente, che le carte le impara rigorosamente a memoria, ma le sa rielaborare. Lui è l’amico secchione che abbiamo sempre avuto. Setti e Sogliano non sono Don Vito Corleone, ma Dibrogni un po’ il Tom Hagen de Il Padrino lo ricorda. Bravo ragazzo, capace di stare in un mondo di lupi.

Gardini, Sogliano, Dibrogni sono gli uomini di fiducia del nuovo Verona di Setti-Ranzani. L’Hellas ha cambiato pelle, non siamo più la succursale del Castelnuovo Sandrà (ciononostante grazie Martinelli). Adesso siamo una vera SPA, intesa come centro benessere, claro. Proponiamo anche il servizio hospitality in tribuna VIP, per chi volesse pagare un sovraprezzo nell’abbonamento. Una “vocina” mi ha annunciato come sarà. Per i gentili ospiti al posto delle scomode e vetuste poltroncine, ci sarà un bel divano con poggiapiedi. Prima delle angustie della partita, si potrà accedere alla sala con annesse, a scelta, vasche idromassaggio, sauna e bagnoturco. Hostess strafighe serviranno brandy e vino d’annata. Ci sarà anche un dj set, o un piano bar, a seconda dell’età e dei gusti dei vip. I quali, pure loro, in un attacco di prosopopea plebea potranno cantare come un qualsiasi ultras: “Di questa partita non ce ne frega un cazzo”.

I “BIDONI” DELL’HELLAS

Semplicemente scarsi. Inutili? Peggio, dannosi. Ma a loro modo, e loro malgrado, personaggi. I “bidoni” del calcio sono una categoria a sé. Ogni squadra hai i suoi, il Verona anche. Propongo  la mia personale formazione “bidonara”. Attenzione per rientrare nella categoria non conta solo la scarsezza tecnica, perché allora basterebbe prendere molti degli “undici” del pessimo campionato nel 2007-08 che sfiorarono la C2. Incidono anche altri parametri, come le aspettative iniziali, il rapporto ingaggio-rendimento, e i pessimi ricordi lasciati.

Ecco la mia Flop 11. In porta Doardo, in difesa da destra a sinistra Zilic, Brajkovic, Furlanetto, Cvitanovic, a centrocampo il trio di medianacci Soligo, De Simone e Pizzinat, davanti Raducioiu, Morante e Spehar. Eccoli uno a uno:

Domenico Doardo (2000-02 2003-04). Dispiace perché è veronese, ma vince lui, intanto per scarsa concorrenza (il Verona da tradizione ha sempre avuto ottimi portieri), e poi perché nonostante (e fortunatamente) giocasse poco, faceva paura per quella sua eterna indecisione e quei modi sgraziati. Ogni passaggio all’indietro era un coccolone. Paolo Di Canio se l’è portato come allenatore dei portieri allo Swindon Town. Auguri. SGRAZIATO.

Tonci Zilic (1999-00). Lo sciagurato di San Siro. 29 agosto 1999, l’esordio in serie A del Verona di Prandelli. Quel pomeriggio ricordo che fecero acqua tutti, 3-0 per l’Inter di Lippi, ma vedere l’inadeguatezza di Zilic scontrarsi con la classe dei migliori Vieri e Ronaldo della carriera fu una disperazione. Tonci credo non vide più il campo, lasciò poche tracce anche in B con Fermana e Siena, poi tornò in patria. SCIAGURATO.

Mario Cvitanovic (2000-01), faccia un po’ da bagnino, un po’ da scagnozzo da night balcanico. Presentato in pompa magna come il motore della fascia sinistra, il terzino croato all’Hellas mise insieme una manciata di presenze anonime, riuscendo nell’impresa titanica di farsi soffiare il posto da Carlo Teodorani (2001-05, 2006-07), che non fosse per questo avrei proposto ex acqueo con Marione il Croato. ANONIMO.

Elvis Brajkovic (1997) e Alessandro Furlanetto (1993-94), la banda del buco. Il primo arrivò a Verona a gennaio per sistemare la disastrosa difesa di Gigi Cagni. Dopo un avvio promettente contro il Milan, riuscì a far rimpiangere l’onesto Fattori, che infatti si riprese il posto. Furlanetto invece preferisco ricordarlo mentre recita al cabaret nel villaggio pugliese dove lo incontrai in vacanza (proprio prima di approdare all’Hellas, nell’estate del ’93). In campo? Be’ faceva cabaret anche lì, ma a sua insaputa. Risultato? Comicità involontaria e disperata. Un aggettivo per i due? COMPASSATI.

Domenico De Simone, Evans Soligo e lo svizzero Lionel Pizzinat. Qui il dramma si moltiplica all’ennesima potenza, perché i tre giunsero insieme nel gennaio del 2005, col Verona di Ficcadenti in piena corsa per la serie A. Il trio rappresenta il “capolavoro” (sig) di Pastorello, che per loro cedette Vincenzo Italiano nel pieno della carriera. Fu la svolta: grazie a questa straordinaria (doppio sig) operazione di mercato mancammo una probabile (e inaspettata) promozione.  INADEGUATI.

Florin Raducioiu (1991-92) credo che sia il simbolo dei “bidoni” veronesi. Ma su “radecio” non vorrei infierire. Ci pensò già a suo tempo “Genio” Fascetti, che in quella deludente stagione non mancava mai di insultare pesantemente l’allora giovanissimo attaccante rumeno, che probabilmente soffrì la pressione della piazza e del suo allenatore. Per Raducioiu 30 presenze, quasi tutte da titolare, solo 2 reti fatte e decine sbagliate, alcune clamorose. Tanto da divenire il “re” della Gialappas e di “Mai dire gol”. Il Verona retrocesse e Fascetti, che quel fallimento mai l’ha digerito, spesso ha dichiarato, anche a distanza di anni: “Se Raducioiu avesse fatto un terzo dei gol sbagliati saremmo andati in Uefa”. Eppure il prosieguo della carriera dell’attaccante è stato ottimo. SFORTUNATO.

Robert Spehar (1999-00). Grande cannoniere in Belgio e in Croazia, avrebbe dovuto essere il  colpo da novanta del primo Verona pastorelliano in serie A. Qualcuno disse: anche Elkiaer aveva fatto faville in Belgio, dimentico probabilmente di quel senso del pudore che dovrebbe far riflettere prima di citare gli Dei. Spehar giocò solo tre partite, l’esordio contro il Torino in casa sotto una bufera di neve. Da lì la mia esclamazione quel pomeriggio: “Suga Spehar, nevega”. Prandelli ancora si domanda se è peggio lui o il Magallanes avuto a Venezia. SOPRAVVALUTATO.

Daniele Morante (2007-08). Arrivò in ritiro già da ex giocatore. Consapevole di aver strappato l’ingaggio della vita (250 mila euro annui, grazie a Cannella), si presentò sovrappeso e arrogante. Fu il simbolo di quella assurda stagione che precipitò il Verona a un passo dalla C2 (e quindi dalla scomparsa). Il gol alla Pro Patria nello spareggio d’andata, per quanto fondamentale, nulla aggiunge a un campionato fallimentare (23 presenze, 1 gol). INSOLENTE.

Ho lasciato fuori appositamente fuori Dragan Stojkovic, che nel rapporto aspettative-rendimento ci potrebbe stare. Ma la storia veronese di Piksi è stata condizionata dalle noie fisiche. Questa quindi è la mia personale lista. E la vostra?

Caro Vighini ma tu credi davvero alle “boiate” di Squinzi?

Caro Vighini,

ho letto con attenzione quello che hai scritto sulle dichiarazioni di Giorgio Squinzi, patron del Sassuolo e presidente di Confindustria, che minaccia di abbandonare il calcio per i torti subiti dal suo club nell’ultimo campionato. Tu lamenti, comprensibilmente, la mancata reazione dell’opinione pubblica e in particolare dei mass media, definendoli “pennivendoli” senza vergogna.

Giusta la tua riflessione, in effetti Squinzi è uno dei più importanti imprenditori italiani (direi europei), mica l’uomo della strada (che per la verità, se ci pensi bene, gli scandali del calcio li ha sempre profetizzati). E le affermazioni di un presidente di tale livello, dovrebbero far pensare. Vero, tutto vero.

Però… c’è un però. Anzi ce ne sono diversi. Innanzitutto Squinzi non è il primo che se ne esce con sortite del genere. Ricordo, senza andare troppo lontano, Gazzoni Frascara del Bologna, uomo tutto d’un pezzo, che non annunciò, ma si dimise davvero nel 2006 dopo calciopoli (Squinzi lo aspetto al varco). Perfino di Luca Campedelli, che al di là della facciata da impalpabile uomo di mezza età, è tutt’altro che ingenuo e nelle dinamiche del calcio ci sa navigare come pochi, ricordo una conferenza stampa fumantina e polemica nella sala stampa di Marassi qualche anno fa. Immagino si sentisse poco tutelato e sparò ad alzo zero. Poi tornò in letargo a insegnarci che “degli arbitri non parlo mai, è lo stile Chievo”. Chissà, forse come per magia le sue parole ammaliarono di profondo senso di giustizia la classe arbitrale, avvinta da un fremito di idealismo per la favoletta di quartiere, o forse scioltasi come neve al sole dinanzi al riconosciuto carisma campedelliano, il quale non ebbe più bisogno di parlare. Insomma niente di nuovo.

In secondo luogo Squinzi alza la voce, s’incazza, esclama, usa il termine “boiate” (aridaje ha definito così anche la riforma Fornero!). Eppure, siccome ventila una corruzione del sistema calcio, vorrei che anziché limitarsi a darci da intendere, parlasse chiaro, facesse i nomi, ci dicesse con trasparenza cosa e chi sospetta. Sennò è aria fritta.

Infine, ed è la sensazione che ho avuto fin dal principio, questa sparata di mezza estate di Squinzi, mi ricorda un po’ la storia della volpe e dell’uva: l’uva è buona, ma non riesco a prenderla in cima all’albero, ergo è cattiva. Una storiella in voga da sempre nel mondo del calcio, dove si è vergini o puttane a seconda delle convenienze. Vedremo Squinzi, se agli annunci farà seguire i fatti. O se con le “boiate” del calcio si comporterà come con la “boiata” della Fornero. “E’ una boiata ma l’approvo” ha detto pochi giorni fa da presidente di Confindustria. Un ragionamento filato, non c’è che dire.

NAPOLITANO E BUFFON: COME SI FA A TIFARE ITALIA?

Agognata speranza, ahimè vana. Speranza blandita, insistita, inseguita. Annosa speranza, lunga 18 anni,  ci ho provato a realizzarti, messo tutta la volontà. Inutilmente.

Sì, lo ammetto senza vergogna, volevo tifare Italia a questi Europei. Non mi riesce da USA 94. Ma vergognandomi un poco, ammetto, che non mi è riuscito neppure stavolta. Nonostante da anni identificarsi con la Nazionale sia la cosa più facile del mondo. Quasi un orgasmo naturale. Un amplesso ben riuscito. Una fusione in un corpo solo. Già nel 2006 non accettavo quel mio senso di inadeguatezza nel non gioire col popolo per la vittoria berlinese. Avrei dovuto godere per quel gentiluomo di Lippi, mister della Juventus-farmacia (come dimostrano le motivazioni di una sentenza) e papà di un procuratore socio di un associazione a delinquere (la GEA), o per quella personcina perbene di Fabio Cannavaro (quello della finta flebo, colui che con la villa abusiva non perde tempo per insultare Saviano). O per quel blocco juventino che vinceva scudetti grazie a Moggi. O ieri come oggi, per quell’esempio di integrità e di probità di Gigi Buffon, un uomo talmente generoso da finanziare per un milione e mezzo l’agenzia di scommesse-tabaccheria del suo amico. Che gesto nobile! Deve averlo intuito anche il Capo dello Stato, che con “viva e vibrante” emozione (scusa Crozza, cit) è corso (insomma, è sceso adagio dai…) negli spogliatoi dopo Italia-Spagna per abbracciare il portierone della Juventus. Non pago, Napolitano ha dato pure di gomito a  Gigi Nostro. Sembravano due vecchi amiconi. Napolitano: <<Buffon, il Principe Felipe dopo il gol di Fabregas mi ha detto “firmiamo per il pareggio”. A fine partita l’ho esortato “non lo dica che abbiamo firmato”>>. E Buffon di rimando, incredulo dell’assist: “Eh no… sennò ci mettono dentro”. Imbarazzante ironia, con un’inchiesta in corso.

Non l’ha colta al volo quel genio di Enrico Varriale, alias “nano” (cit. Cesare Maldini). E nemmeno Beppe Dossena, il commentatore più sgrammaticato che si ricordi, un uomo che è riuscito a contorcere la sintassi peggio di Salvatore Bagni. La coglierà Paola Ferrari? Be’ suo suocero (De Benedetti) è un grande “sostenitore” del partito di Napolitano, quindi ho seri dubbi. Ma non è malafede, è che la Ferrari non riesce a cogliere nemmeno più se stessa. Quella vera l’hanno smarrita dieci plastiche fa.

MR MANDORLINI

Gli occhi non sono lo specchio dell’anima. Non l’ho mai pensato e Andrea Mandorlini me l’ha confermato. Ha gli occhi di ghiaccio l’allenatore del Verona. Quegli occhi da spietato e cinico condottiero senza macchia e senza paura che nascondono in realtà tutt’altra persona: fumantina, sanguigna, poco fredda e molto emotiva. A tratti leonina, a momenti timorosa. Anche fragile e romantica, per certi versi. Molto contradditoria e altrettanto affascinante.  Mandorlini è uno che non se ne frega, cova e poi sfoga. I detrattori lo accusano di essere un capopopolo un po’ ruffiano. Lo è, ma non per ipocrisia (che il tecnico non ha nel dna), direi piuttosto per narcisismo. Mandorlini necessita di essere amato, adorato, addirittura venerato dalla sua gente. Lui, in cambio, per la gente ci mette la faccia, gli piace ergersi a paladino del suo popolo, fino a prendersi insulti da mezza Italia e un deferimento per un coretto ironico, e a rischiare botte da orbi a Salerno per aver osato parlare male degli avversari meridionali nei giorni precedenti alla partita.

Mandorlini queste azioni non le compie per ingenuità, o per puro istinto. Mica è scemo, l’uomo. Agisce così semplicemente perché non ne può fare a meno. Determinati gesti lo fanno sentire vivo, se stesso, lo gratificano. Se fosse diplomatico magari avrebbe avuto ben altra carriera, ma non starebbe bene. Sfogare il proprio ego vale più di mille trofei. Mandorlini, quindi, ha preferito essere “re in Gallia che “servo a Roma”. Meglio numero 1 a Verona, che uno qualunque altrove.

Anche il popolo dell’Hellas lo ama perché ne ha bisogno. Ha bisogno di avere un rappresentante che ci metta voce e faccia. Ha bisogno che le frustrazioni, i torti, gli arbitraggi vessatori, le eventuali discriminazioni nazionali trovino sfogo e un contraltare pubblico e autorevole. Ha bisogno di sentirsi protetto da un leader e un referente ben definito.  Per questo Mandorlini non è solo un semplice allenatore qui a Verona. Per questo “non si tocca”, come tanti hanno scritto in questi giorni anche su questo sito. Al di là dei risultati. Al di sopra delle questioni tecniche. Prescindendo da eventuali nuovi equilibri societari.

Questo però, permettetemi, portato all’eccesso è pericoloso. Credo che l’Hellas venga prima di tutto: prima di presidenti, allenatori e giocatori, come da anni la Curva Sud canta convintamente. Mandorlini è stato un discreto giocatore che ha fatto una grande carriera (grazie al carattere) ed è un grande allenatore che ha fatto una discreta carriera (per colpa del carattere). Teniamocelo stretto, quindi, per le sue qualità (un lusso per la B) e anche per il suo feeling con la piazza e la città. Ricordandoci, altresì, che il solo totem è l’Hellas, l’unica cosa che “non si tocca” sono i colori gialloblù. Non Mandorlini, non Martinelli, non Setti. “Cambieranno i giocatori, il presidente, l’allenator, ma il Verona resterà per sempre nel mio cuor”, è un canto pieno di significato. Non sconfessiamolo.

 

STORIE DA SCOMMESSOPOLI

Piange il telefono, cantava Modugno. Solo il suo, pare. Quello di decine di giocatori di serie A e B bolliva da anni di proposte e affari indecenti. Partite truccate, a sentire tre procure della Repubblica e due (ex) calciatori pentiti (forse adesso tre con Gianello). Piangono in compenso gli indagati di tutta la vicenda. Che lamentano la “gogna” mediatica, non si sa a quale titolo, dacché sono personaggi pubblici e si tratta di notizie già pubbliche, ricordo, agli atti giudiziari (quindi nessuna fuga di notizie). Ma non si difendono nel merito.

Il più “piangini” di tutti è un allenatore di bianconero strisciato, da poco scudettato, che lamenta di aver ricevuto l’avviso di garanzia (che è appunto un atto a garanzia dell’indagato, mica una pistola puntata) senza essere stato ascoltato dai pm (come se i magistrati fossero obbligati a farlo), mostrando un’ignoranza giuridica mica da scherzo. Ma questo signore un tempo stempiato e ora dal ciuffo rigoglioso, un po’ lo capisco. S’impegna allo spasimo per accampare scuse tirate per i capelli (capelli, sì insomma ci siamo capiti) e poi arriva il suo presidente, dal cognome importante, ma dall’intelligenza meno importante, che per difenderlo, in un attimo lo sotterra,asserendo grave: “Il ruolo del nostro allenatore è marginale in tutta questa vicenda”. “Marginale”, avete capito bene. E’ come se uno vi beccasse a rubare e vi difendesse dicendo: “Ma ha rubato solo un po’”. Geniale, direi. Questo pover’uomo non fa tempo a ripigliarsi dal cosiddetto “fuoco amico”, che accorre in suo soccorso il radiato Luciano Moggi, il quale dichiara restando serio: “Per Conte garantisco io”. Una mazzata!

Poi c’è il portiere e capitano della nazionale, che in conferenza stampa, senza che nessun dirigente federale fermi in tempo il noto giurista, attacca confusamente la magistratura. Un tizio più importante di lui, non tanto alto, asfaltato in testa, con tanti “danè”, l’ha fatto per anni e chissà che anche Buffon non possa ambire a diventare premier. La stoffa c’è.

Tralasciando il giocatore simbolo del Chievo, che lacrima a nove colonne nell’intervista in ginocchio pubblicata dal quotidiano locale. Intervista senza una domanda vera, un concentrato di piaggeria e compiacenza. Salvo poi, il medesimo, rifiutare tracotante le interviste dagli altri media, che forse qualche semplice e legittima domanda volevano farla.

E i calciatori arrestati? In silenzio per mesi, chi per omertà, o connivenza, chi magari anche solo per paura, adesso tutti smaniosi di parlare coi magistrati. Già, la cantilena più in voga di questa tarda primavera è dei loro avvocati: “Il mio assistito non vede l’ora di chiarire la sua posizione con gli inquirenti”. Shakira ha materiale per il prossimo tormentone estivo.

E poi c’è il popolo. Che reagisce accalorato in base alle evenienze e alle convenienze di tifoso. Sarebbe divertente se non fosse in realtà tristissimo. Il tifoso si sveglia alla mattina ipergarantista perché vede indagato un suo beniamino, ma al pomeriggio ha improvvisamente un attacco di accalorato giustizialismo se legge che di mezzo c’è il giocatore della squadra odiata. Salvo poi, alla sera, trovarsi al bar e gattopardoscamente riuscire a essere, in base all’interlocutore, per cinque minuti un novello Torquemada, e per altri cinque un raffinato cultore dello stato di diritto. Una cosa da mal di testa, il rischio svenimento c’è.

Eppure è una cosa molto italiana. Una penna raffinata ed emarginata come Oliviero Beha lo sostiene da anni nei suoi libri: il vero scandalo in questo Paese è che siamo tutti molto tifosi e molto poco cittadini.