Fragile e delicato, il Verona. Gira che ti rigira, molti nodi restano lì da sbrogliare. Bocchetti ha certamente migliorato il Verona – pressing alto, il vecchio codice di Juric dell’uomo contro uomo, squadra di nuovo compatta – ma rimane la sensazione di fondo di una squadra vulnerabile, che ce la mette, eccome se ce la mette, ma poi si scioglie sul più bello. Con il Milan un gol preso in contropiede, con il Sassuolo infilati con facilità disarmante. Nel mezzo, quello che è oggi l’equivoco di fondo: se vuoi applicare il (dispendioso) calcio di Juric, devi avere una condizione atletica che sappia supportarlo.
Per tacere della qualità dei giocatori. Juric, pur senza un centravanti degno di nome, schierava sulla trequarti Zaccagni e Pessina e l’anno dopo Zaccagni e Barak, collanti determinanti per il suo gioco; nonché difensori di razza che sfruttavano la preparazione maniacale del tecnico croato nella fase di non possesso e ti vincevano i famosi uno contro uno in quelle (poche) circostanze che, perso il pallone, ci si trovava scoperti. Tudor è riuscito a riproporre, a suo modo, un copione simile anche senza buoni difensori (a parte Casale), approfittando abilmente del talento offensivo dei tre funamboli da 40 gol e svariati assist, Simeone, Caprari e Barak.
Ecco, non nascondo una mia perplessità: si è scelto Bocchetti per spendere poco (in linea con il mercato estivo di smantellamento) e per ridare ancora una volta, come un anno fa con Tudor, continuità al verbo del mentore Juric, come richiesto anche dai senatori della squadra (checché ne dica Setti che, smentendole piccato, ha confermato le pressioni dello spogliatoio). Eppure la domanda è lì sospesa: possiamo giocare come Juric (e Tudor), pur privi della medesima condizione atletica e dei giocatori adatti? E se la condizione atletica arriverà (sia benedetta la pausa dei mondiali in Qatar), dal mercato di gennaio non aspettiamoci nulla. Setti lo conosciamo.