L’umore, in casa Padova, raramente è di quelli che rallegrano le giornate e fanno guardare fiduciosi verso la linea dell’orizzonte. Difficile che sia così quando ti ritrovi con un pugno di mosche in mano per il quarto anno di fila e, dopo aver visto sfumare il traguardo davanti ai tuoi occhi a un centimetro dalla linea bianca in due occasioni, vieni fermato all’inizio degli spareggi dalla brutta serata del direttore di gara. Difficile che sia così quando il patron ti spiega che, dopo aver investito praticamente a vuoto 22 milioni e mezzo di euro, opererà un ulteriore taglio al budget e non sforerà i 4 milioni nella costruzione della rosa che proverà nuovamente a raggiungere la B nella stagione 2023-2024.
Eppure, nonostante le premesse sembrino porre il tifoso di fronte all’ennesima porta dell’Inferno dantesco con su scritto “Lasciate ogni speranza voi ch’entrate”, qualche motivo per recuperare almeno un accenno di sorriso c’è. Primo tra tutti l’ingresso nell’organigramma societario, decisamente a sorpresa, di un nuovo imprenditore, ad appena 10 giorni dall’eliminazione ai playoff per mano della Virtus Verona. Il ritorno di Francesco Peghin, che ha assunto immediatamente la carica di presidente riportando sullo scranno più alto della società un padovano, ha ottenuto fin dall’annuncio il risultato di asciugare le lacrime che ancora sgorgavano abbondanti per quel rigore non dato su Liguori e per l’ingiustizia subita. La storia del Biancoscudo insegna che è con un padovano alla guida che il club ha ottenuto i suoi migliori risultati, se non altro per questo quindi (ma anche per il fatto che è entrato con il 25 per cento delle quote e immettendo un milione di euro di risorse) l’ambiente è chiamato a interpretare questo nuovo corso come una svolta positiva o quantomeno come elemento di discontinuità con un recente passato ricco più di dolori che di gioie.
Certo, 4 milioni di budget fanno ben comprendere che il mercato non vivrà di colpi sensazionali ma, come l’estate scorsa, di acquisti mirati e soprattutto di giovani con tanta fame e voglia di emergere. Se si osserva il fenomeno da un punto di vista assoluto il downgrade è evidente, se invece si utilizza un occhio relativo basta leggere i nomi delle due finaliste ai playoff di questa edizione (Lecco e Foggia) per capire che la strada giusta, in questa categoria, è proprio quella intrapresa dal Padova un anno fa. Che Pinzauti, Lepore e Melgrati, in serie C, gestiti da un allenatore che riesce a creare un Gruppo con la G maiuscola e a dare una precisa identità di gioco, possono arrivare ad essere decisivi più di Chiricò, Lescano, Ronaldo, Ajeti e Merkaj, con tutto il rispetto per questi ultimi che sono e restano grandissimi giocatori.
Di fronte a un Pescara, a una Virtus Entella, a un Pordenone (peraltro costretto a ripartire dalla D o dall’Eccellenza) e a un Cesena che non ce l’hanno fatta, investendo decisamente più del Padova, bisogna accogliere con fiducia l’arrivo di Capelli dalla Pro Sesto, di Villa dalla Pergolettese e di Fusi dal Sangiuliano City, senza storcere il naso solo perché non c’è abbastanza “appeal” nel nome delle società di provenienza. Insieme a Donnarumma, Radrezza, Bortolussi, Liguori e Cretella e sotto l’egida di un tecnico che è rimasto ben capendo quali sono le caratteristiche del materiale umano a sua disposizione, delle prospettive e della piazza che lo circonda, potranno proseguire nel cammino virtuoso iniziato l’anno scorso. Sperando di non ritrovarsi più di fronte un Carrione di Castellammare di Stabia che si mette di traverso sul più bello che siamo lanciati.