Qualche lettore si è arrabbiato per il mio articolo precedente: “Noiosa comfort zone: cosa ce ne faremo del girone di ritorno?” che seguiva la sconfitta con la Salernitana. Un pezzo deliberatamente provocatorio, scritto con il Verona a 27 punti. Be’ quelle parole assumono ancora più significato dopo le due (convincenti) vittorie con Sassuolo e Bologna e la classifica che ci vede a quota 33.
Perché, con la salvezza da tempo abbondantemente acquisita (ma possibile che dopo vent’anni siamo ancora schiavi del ricordo di Piacenza? Tra l’altro quella retrocessione con il calcio c’entra davvero poco…), il Verona deve dare un senso a questa ultima parte di torneo. Ne ha il dovere morale, innanzitutto.
Non possiamo accontentarci di raggranellare pigramente, per inerzia, altri 12-13 punti nelle quindici giornate che ci rimangono. Dobbiamo inseguire un obiettivo più alto, che non significa raggiungerlo, ma quantomeno provarci. Lo diceva Thomas Elliot: “Quello che conta è il percorso del viaggio, non l’arrivo”. Alzare la posta significa mantenere alta la tensione (della squadra) e avere un motivo valido non solo per guardare ma per vivere (i tifosi) con intensità le partite.
Vengo al punto: non è importante arrivare in Europa, ma pensarla, inseguirla, anelarla sì, eccome. Altrimenti possiamo tranquillamente già chiudere le serrande e parlare a quattro mesi dalla fine del campionato di mercato estivo, transazioni finanziarie, bilanci, cioè tutto quello che non è presente, che non è calcio e che non è l’essenza per cui si segue e tifa il Verona.
Ditemelo voi se vogliamo diventare mediocri e compiaciuti contabili di tranquille salvezze e morta lì. Ditemelo voi se volete un Verona che a metà annata non ha più un motivo agonistico valido per scendere in campo. A quel punto preferisco lottare per la salvezza fino alla fine, soffrendo come un cane.
Ok, è una provocazione anche questa, ma ribadisco: noi non siamo il Sassuolo e non siamo l’Empoli, club rispettabilissimi ma per i quali vivacchiare, quando e se ci riescono, non è un problema. Non saremo mai nemmeno il fu Chievo. L’Hellas è club espressione di una piazza passionale, stare nel comodo limbo non fa per noi. La nostra benzina è avere una meta, un “nemico” e una battaglia, magari campale, da fare. Ci piace stare sempre un po’ sulle spine, inquieti e scorbutici. Non è un caso che sentimentalmente ci siamo uniti, compattati e divertiti (sì divertiti…) come non mai negli anni di C. Stare troppo a lungo lì nel mezzo non ci si addice. L’anonimato piccolo-borghese va bene sul piano tecnico e finanziario (restiamo in A e il club diventa più ricco per restarci ancora, in un circolo che si auto-alimenta), ma potrebbe essere devastante sul piano identitario. Va tenuta alta la fiamma della passione, a costo di rompere i coglioni.

