È il silenzio che segna e misura le distanze. Tutti commentano, discutono, interpretano ogni parola di Juric, che ieri si è lamentato del fatto che Setti in questi mesi non lo ha mai chiamato o avvicinato, nemmeno per ringraziarlo. Nessuno invece che si soffermi appunto sui silenzi di Setti. Quindi sulla prospettiva di Setti. Perché, torno a ribadire, mentre tutti siamo “distratti” da Juric, è verso Setti che bisogna volgere lo sguardo per capire cosa succederà sulla panchina del Verona. Quindi mentre vi chiedete se Juric desidera davvero rimanere, la domanda vera è: ma Setti lo vuole ancora Juric?
Chi scrive è un ammiratore incondizionato di Juric. Allenatore fantastico, dal calcio rutilante e focoso. Uomo inquieto, avrebbe detto lo scrittore Mankell, profondo, colto e complesso. Ma, si sa, il mondo purtroppo non è degli eroi, Gesù Cristo finì in croce e gli indiani furono dirottati nelle riserve dai coloni americani.
Figurarsi, nel suo piccolo, come se la passa Juric, che più brontola e più in questa storia sembra il famoso cane che abbaia senza mordere. Al contrario di Setti, che tace perché il potere è silenzio e il potere in questa storia ce l’ha lui. Non solo perché lui è il presidente del Verona, mentre Juric “solo” l’allenatore. Non solo perché Juric ha altri due anni di contratto e chi lo volesse dovrebbe pagare profumatamente la rescissione (anche qui, tutti a disquisire sul fatto che a Juric un anno fa stava bene firmare un triennale milionario, ma sfugge ai più che quel rinnovo era anche e soprattutto nell’interesse di Setti come investimento e fonte di eventuale plusvalenza). Il vero potere di Setti non è gerarchico né economico: è psicologico, cioè risiede nella sua convinzione di poter anche rinunciare a Juric senza subire danno.
Insomma Setti si sente forte, fortissimo. E non molla di un centimetro. Del resto, grazie al paracadute, ha saputo trarre profitto perfino dalle retrocessioni, figurarsi ora, pienamente in A, se lo spaventa perdere un allenatore, per quanto bravo. Le plusvalenze, dite? Merito indubbio di Juric, come a suo tempo furono di Sogliano, ma qualche milionaria plusvalenza la si è fatta persino nel rabberciato Verona di Pecchia e Fusco, nel calcio di oggi non è un affare complicato. E comunque, quel che conta in questa analisi, è la convinzione di Setti, certo di poter continuare a fare business con o senza Juric.
Il silenzio di Setti pertanto parla eccome e lo interpretiamo così: o Juric si adegua alla politica societaria, oppure può anche dimettersi o rescindere, o persino per un periodo restare fermo con stipendio assicurato. Una politica rischiosa sul piano squisitamente sportivo. Ma Setti non fa calcio, fa il presidente-manager di un club di calcio. Non è solo una differenza sintattica, ma sostanziale. Ed è questa differenza che spiega la freddezza di Setti con Juric.

